Front matter
ct ct
Indice
Veglia I
ct Disavventure dello studente Anselmo. — Il tabacco di sanità del vicerettore Paulmann e i serpenti verde-dorati.
l dopo pranzo del giorno dell’Ascensione, a tre ore, un giovane che passava correndo sotto la Porta Nera, a Dresda, cadde sopra una cesta di pomi e di pasticcetti, che erano venduti da una vecchia brutta come il demonio. Tutto quello che non fu schiacciato rotolò da ogni parte, e i piccioli ragazzi di strada si divisero allegramente la preda gettata loro da quel signore troppo frettoloso. Alle grida di spavento sollevate dalla vecchia, tutte le comari abbandonarono le loro tavole cariche di pasticcetti e d’acquavite, circondarono il giovane, e l’oppressero di mille ingiurie con tutto il furore della plebaglia; sicchè il povero diavolo, muto di vergogna e di rabbia, non seppe far altro che stendere la sua borsa, modestamente fornita, cui la vecchia prese con avidità, e mise sul momento nella sua saccoccia. Allora il circolo che lo imprigionava si aprì; ma mentre il giovane fuggiva, la vecchia gli gridava dietro: — Sì, corri, corri, figlio di satanasso, tu cadrai nel cristallo! nel cristallo! — La voce della vecchia, o piuttosto il suo gracchiamento, aveva qualche cosa di spaventevole, i passaggieri si fermarono attoniti, e il riso che si era largamente diffuso all’intorno, cessò tutto in un tratto.
Lo studente Anselmo (poichè era desso) quantunque non capisse niente degli strani discorsi della vecchia, si sentì preso da una specie d’involontario terrore, e camminò più presto per isfuggire agli sguardi curiosi che si dirigevano sopra di lui
Mentre egli attraversava con gran pena la folla vestita a festa, ei sentiva mormorare da tutte le parti. Oh! povero giovane! — Oh! maledetta vecchia! Le parole misteriose della vecchia avevano dato a quella comica avventura una non so quale piega tragica, sicchè gli occhi seguivano allora con interesse quel giovine, che fino a quel momento era passato sconosciuto. Le donne, piene d’indulgenza per la quadratura vigorosa del giovine, e per la sua figura regolarmente bella, di cui una secreta collera animava l’espressione, gli perdonavano il suo mal garbo e il suo abito, atto flagrante di ribellione contro tutte le leggi della moda. La sua giubba grigia color di lucerta, tagliata come se il sarto non avesse conosciuto la forma nuova che da lontano, ed i suoi calzoni di raso nero indossati col più rispettoso riguardo, davano a tutto il suo esteriore un’aria da pedagogo che non si accordava niente affatto col suo portamento, e col suo passo.
Lo studente era quasi arrivato in fondo al viale che conduce al bagno di Link quando ei fu sul punto di perdere il fiato.
Egli rallentò il suo passo; ma osava appena alzar gli occhi, poichè vedeva sempre ballare intorno a lui i pomi ed i pasticcetti, e il benevolo sorriso delle fanciulle, non gli sembrava che il riflesso del sogghigno satanico della Porta Nera. Fu così ch'egli arrivò sino all'ingresso dei bagni di Link; varie compagnie di persone in abito da festa vi entravano una dopo l'altra; si sentiva risonare nell’interno una musica d'istrumenti da fiato, e il mormorio dell’allegra folla diveniva sempre più armonico.
Le lagrime vennero quasi agli occhi del povero studente Anselmo: poichè il giorno dell’Ascensione era sempre stato per lui una festa di famiglia singolarmente solenne, e, per prendere la sua parte alle allegrie del paradiso di Link, egli aveva voluto portare la spesa sino alla mezza tazza di caffè, col bicchierino di rhum, e la bottiglia di birra doppia; e per farla completamente alla grande, egli avea messo nella sua saccoccia più danaro che non era ragionevole e permesso di fare, ed ecco che la sua fatale caduta nella cesta dei pomi l’aveva privato di tutto quello che aveva indosso. Addio dunque caffè, birra doppia, musica, sguardi di fanciulle ben adorne; in una parola, — addio tutti i piaceri ch’egli aveva sognati; non bisogna più pensarvi.
Ei passò come un’ombra davanti alla porta e prese una strada solitaria che conduceva all’Elba.
Sotto un sambuco che usciva da un muro ci trovò un posto aggradevole coperto d’erba; fu là ch’egli sedette, e riempì la sua pipa col Knaster di sanità datogli dal vicerettore Paulmann.
Davanti a lui mormoravano le onde dorate dell’Elba; dietro il fiume, la bella città di Dresda innalzava alteramente le sue torri leggiere verso un cielo profumato, che si abbassava all’orizzonte sopra una serie di prati fioriti, e di foreste verdeggianti: in lontananza, nel vago crepuscolo, la cresta addentellata delle montagne annunciava la Boemia. Ma, gettando intorno a lui degli sguardi cupi, Anselmo mandava in aria spesse nuvole di fumo e aprendo finalmente uno sfogo al suo mal umore egli gridò;
— È però vero che son nato per tutte le croci e le miserie! che io non sia mai diventato il re della fava; che a pari e dispari, io abbia sempre indovinato ma- le; che le mie ciambelle di butirro, cadano sempre dalla parte unta, sono calamità delle quali non voglio nemmeno parlare; ma non è forse una fatalità, crudele, quando, a malgrado del diavolo e delle sue corna, io mi son fatto studente, di non aver mai potuto essere altro che un Kummel turke. Posso io mettere un abito nuovo senza farvi il primo giorno una macchia di sego, o senza stracciarlo con qualche chiodo sporgente? Posso io salutare un consigliere od una signora, senza far volare il mio cappello lungi da me e senza sdrucciolar per terra e fare vergognosamente un capitombolo? A Hall non aveva io regolarmente ogni giorno di mercato una spesa di tre o quattro groschen per iscodelle rotte perchè il diavolo mi metteva in testa di camminar diritto davanti a me come un vero sciocco? Sono io arrivato all’ora giusta una sola volta, o andando al corso o in qualunque al- tro luogo fossi mandato? Che cosa mi serviva l’uscire una mezz’ora prima e andare a mettermi alla porta colla mano allo saliscendi? Al primo tocco della campana quando io voleva aprire, il diavolo mi gettava sulla testa un catino d’acqua sporca, oppure mi faceva urtare in qualcheduno che usciva, in maniera che io aveva sempre qualche questione alle spalle, e sempre arrivava troppo tardi.
Ahimè! Ahimè! ove siete voi sogni aggradevoli di una futura felicità, che mi lusingavate dell’orgogliosa speranza che potrei spingermi sino all’impiego di Secretario intimo? La mia maledetta stella non mi ha forse alienati tutti i miei migliori protettori? Io so che il consigliere privato al quale io sono raccomandato non può soffrire i capegli corti; il parrucchiere mi attacca a grande stento una piccola coda dietro la testa, ma al primo saluto il cordone disgraziato si scioglie, e un vispo barbone che arricciava il muso verso di me, porta in trionfo la coda al consigliere privato. Io mi slancio spaventato dietro di lui e cado sulla tavola su cui il consigliere, facendo colazione, lavorava, ed ecco che tazze, piatti, calamaio, sabbia cadono con romore, e un torrente di cioccolata e d’inchiostro inonda il rapporto ch’egli avea appena compiuto. — Signore, avete voi il diavolo in corpo? mi grida il consigliere furioso e mi mette fuor della porta.
Che mi serve adesso che il vicerettore Paulmann mi faccia sperare un posto di commesso? La mia funesta stella che non si stanca di perseguitarmi, mi lascierà forse arrivare a questo scopo? Anche oggi!... io voleva celebrare degnamente la cara festa dell’Ascensione, era risoluto di far qualche sacrificio; avrei potuto come un altro gridare alteramente ai bagni di Link: Garzone! una bottiglia di birra doppia, ma della migliore ve ne prego! lo avrei potuto restar seduto sino a sera, e vicino alla tale o tal’altra società di amabili fanciulle maravigliosamente ornate. Io lo so bene, il coraggio mi sarebbe venuto, sarei stato un altr’uomo; sì, se uno o l’altra mi avesse domandato: Che ora può essere? o che aria si suona? io mi sarei alzato con disinvoltura, senza rovesciare il mio bicchiere, senza fare una giravolta sul banco, ed avanzandomi d’un passo e mezzo, facendo una riverenza avrei risposto: Permettete, madamigella, è, per servirvi, l’apertura della Ninfa del Danubio; oppure sei ore soneranno presto.
Ed io domando, se qualcuno al mondo potrebbe farmene un delitto! — No, io dico, le giovani fanciulle, si sarebbero guardate tra di loro, sorridendo con aria maliziosa, come succede ordinariamente quando m’incoraggio al punto di mostrar che so prendere, al bisogno, il tuono leggero del bel mondo e fare, il galante presso le signore. Ma ecco che Satanasso mi getta in quell’infernale cesta di pomi, e adesso, devo fumare qui nella solitudine il mio tab... il mio tabacco di..... — Qui lo studente Anselmo fu interrotto nel suo monologo da un cicalio e ronzio singolare, che si alzava dall’erba accanto a lui e poi saliva ai rami e alle foglie del sambuco piegato a volta sopra la sua testa. Era dapprincipio come se il vento della sera cullasse mollemente il fogliame; poi, come se gli uccelletti giuocassero tra i rami, e facessero battere le loro piccole ali inseguendosi con malizia. Poi fu un mormorio e un bisbiglio, e si avrebbe detto che le foglie dell’albero risonavano come campane di vetro. Anselmo ascoltava... ascoltava ancora. Ecco che (egli non seppe come) quello strisciamento, quel bisbiglio, quel tintinnìo si cambiò in accenti dolci e deboli, che sembravano a metà dissipati dal vento.
Passiamo, — sdruccioliamo, passiamo sui rami, sdruccioliamo sui fiori; slanciati, cullati, allacciati. — Mia sorella, — mia sorella, bagnati nella luce, presto, presto, più in su, più in giù.
— Il sole dardeggia i suoi raggi, — il venticello della sera mormora con voluttà, — la rugiada brilla, — i fiori cantano... — Cantiamo, mie sorelle, cantiamo come i fiori, come i rami. — Le stelle stanno per risplendere, — bisogna discendere. — Passiamo, — sdruccioliamo, mia sorella, — slanciati, cullati, allacciati.
Così continuava il linguaggio delirante. Lo studente Anselmo pensò: non è però altro che il vento della sera che parla oggi in una maniera intelligibile. Ma in quell’istesso momento, come un accordo perfetto di tre campane di cristallo risonò sopra la sua testa; egli alzò gli occhi e vide tre piccoli serpenti verde-dorati che allacciandosi intorno ai rami, drizzavano la loro testa verso il sole della sera. Allora lo stesso mormorìo, lo stesso bisbiglio, le stesse parole si fecero udire di nuovo; e i serpenti parlavano e si strisciavano di ramo in ramo; e al vedere la prontezza dei loro movimenti, avresti detto che mille smeraldi scintillanti scorrevano attraverso il cupo fogliame del sambuco. È il sole cadente che scherza tra le foglie, pensò lo studente Anselmo: ma ecco che le campane risonarono di nuovo e Anselmo vide uno dei serpenti inchinar la sua testa verso di lui. Egli si sentì tocco come da un colpo elettrico, e fu scosso sino in fondo dell’anima.
Egli guardò fissamente l’albero, e un pajo d’occhi azzurri, d’un bel turchino carico, lo contemplavano con una ineffabile espressione di desiderio. Un sentimento sconosciuto di suprema voluttà e di dolore profondo spezzò quasi il suo cuore. Mentre egli non poteva stancarsi di guardare quegli occhi incantevoli, il soave accordo delle campane di cristallo risonò più forte che la prima volta; gli smeraldi piovevano intorno a lui e lo avviluppavano, scherzando d’una rete di luce e d’oro.
Il sambuco si agitò e disse: “Tu ti sei riposato sotto la mia ombra, il mio profumo ti circondava, ma tu non hai compreso: il profumo è il mio linguaggio quando l’amore lo infiamma”. Il vento della sera passò e disse: “Io ho giuocato colla tua capigliatura; ma tu non mi hai compreso: il soffio è il mio linguaggio, quando l’amore lo infiamma”. Il sole passò attraverso una nuvola, e i suoi raggi sembravano stampare in lettere di fuoco queste parole nell’anima d’Anselmo: “Io ti ho circondato di luce e d’oro, ma tu non mi hai compreso; il fuoco è il mio linguaggio quando l’amore l’infiamma!”
E sempre più assorto nella contemplazione di quegli occhi, di quello sguardo incantevole, Anselmo si sentiva divorato da desiderii più vivi e più ac- cesi. Intorno a lui tutto si animava si moveva si svegliava alla vita e al piacere. I fiori e le piante esalavano dolci profumi, e questo profumo era come un canto soave di mille voci molli come nota di flauto: e tutti i loro accenti trasportati dalle nuvole dorate del tramonto andavano a risonare nelle contrade lontane come un eco misterioso. Ma quando l’ultimo raggio del sole scomparve dietro le montagne, e il crepuscolo gettò il suo velo sul firmamento, si sentì in lontananza risonare una voce aspra e grave:
Eh! Eh! che cos’è quel mormorio e quel bisbiglio là in fondo? — Eh! Eh! chi mi cercherà quel raggio dietro lo montagne? Abbastanza vi scaldaste, abbastanza avete cantato. — Eh! Eh! passate sotto i rami, sotto la verdura, per l’erba, pel fiume! — Ah! Ah! — Andiamo, amo, amo, amo! Andiamo, amo, amo, amo! La voce svanì come il rumore d’un tuono lontano; ma le campane di cristallo si spezzarono con una spaventosa dissonanza. Tutto si tacque e Anselmo vide i tre serpenti brillare e scintillare sotto la verdura e strisciarsi verso l’erba. Essi si gettarono nel fiume fremendo, e saltando e sulle onde tra le quali scomparvero scintillava una fiamma verdastra che si diresse obbliquamente verso la città e finì col perdersi in fumo.
Veglia II
ct Come lo studente Anselmo passasse per ubbriaco e per pazzo. — Il tragitto dell’Elba. — Un’aria di bravura del maestro di cappella Graun. — Il liquore stomatico di Corradi, e la mercantessa di pomi dalla faccia di bronzo.
— “uel signore senza dubbio non ha tutto il suo buon senso” disse una rispettabile borghese, che ritornando dal passeggio colla sua famiglia, si era fermata, e considerava, colle braccia in croce, i salti e gesti stravaganti dello studente Anselmo. In effetto, egli teneva abbracciato il tronco del sambuco, e gridava sempre verso i rami e le foglie. “Oh, una sola volta ancora brillate e mostratevi amabili serpentelli verdedorati; una sola volta ancora lasciatemi udire le vostre voci cristalline! occhi azzurri sì dolci, guardatemi una volta, una sola volta ancora, o io mi consumerò nel mio dolore e nei miei ardenti desiderj! Indi egli cavava compassionevolmente dal più profondo del suo petto, una gran quantità di sospiri e di gemiti, e scoteva pieno d’impazienza e di bramosìa il tronco del sambuco, che per risposta, non gli rimandava che un romore di foglie sordo e non intelligibile, e sembrava così burlarsi del dolore dello studente Anselmo.
— “Quel signore senza dubbio non ha tutto il suo buon senso, disse la borghese e sembrò ad Anselmo che lo si svegliasse da un sogno profondo, aspergendolo d’acqua fredda. Allora solamente egli vide ov’egli era, e si richiamò che una visione fantastica lo aveva tormentato a segno da parlare ad alta voce a sè stesso. Egli guardò la borghese con aria costernata, levò il suo cappello che era caduto, e volle prender la fuga. In questo tempo, il padre di famiglia era soppravvenuto e dopo aver posto sull’erba il più piccolo dei fanciulli che aveva tra le braccia, si era avvicinato, e appog- giandosi sul suo bastone, aveva ascoltato e considerato con istupore il povero Anselmo. Egli riprese la pipa e la borsa da tabacco che lo studente aveva lasciati cadere, e consegnandogliele gli disse:
“— Il signore non si lamenti così orribilmente all’ombra, e non si burli della gente quando non gli è accaduta altra disgrazia che quella di vedere un po’ troppo il fondo del suo bicchiere; andate, signore, andate quietamente a casa vostra, e dormite un buon sonno!” — Lo studente Anselmo, oltremodo vergognato per quel discorso, gettò un sospiro lagrimoso, — Ebbene! Ebbene! continuò il borghese, non è gran cosa; avviene lo stesso anche ai più saggi, e il giorno dell’Ascensione si può bene nella gioia del suo cuore ber un bicchiere per la sete futura. Questo è anche da perdonarsi ad un’uomo consacrato a Dio; poichè, o io m’inganno molto, o il signore è un candidato; ma se il signore vuol permettermelo, io riempirò la mia pipa col suo tabacco; poichè il mio l’ho or ora finito. Lo studente Anselmo era sul punto di metter via la sua pipa e il suo tabacco, quando il borghese disse quelle parole, e dicendole vuotò lentamente e in aria meditabonda la sua pipa colla punta del suo coltello, mettendosi a riempirla colla stessa lentezza. Molte fanciulle del borgo erano intanto sopravvenute, e parlando sotto voce colla borghese ridevano soffocatamente guardando Anselmo. Il povero studente era sulle spine. Quando gli si rese la sua pipa e il suo tabacco, egli partì correndo. Tutto il meraviglioso ch’egli aveva veduto gli era uscito di capo; solamente egli si ricordava di aver fatti ad alta voce sotto il sambuco mille discorsi stravaganti, cosa che gli era tanto più penosa in quanto ch’egli si sentiva da molto tempo un’avversione profonda per tutti quelli che facevano soliloquii — “È il diavolo che parla per la loro voce”, diceva il suo reggente, ed Anselmo ne era fermamente persuaso; ma esser preso per un candidatus theologiae che si è ubbriacato il giorno dell’Ascensione, oh questo gli era un pensiero insopportabile!
Già egli cambiava strada per arrivare al viale di pioppi che passa davanti il giardino di Kosel, quando una voce gridò dietro di lui: — Signor Anselmo! signor Anselmo! in nome del cielo, dove correte voi con tanta fretta? — Lo studente si fermò, come se avesse preso radice in terra; poichè egli era persuaso che una nuova disgrazia stava per piovere sopra di lui. La voce si fece udire per la seconda volta: — Signor Anselmo! ritornate indietro; noi vi aspettiamo in riva all’acqua! Allora solamente, Anselmo comprese che era il suo amico, il vicerettore Paulmann, che lo chiamava. Egli ritornò verso l’Elba, e trovò il rettore accompagnato dalle sue due figlie e dal registratore Heerbrand, che si preparavano a montare in una barchetta. Il rettore invitò lo studente a traversar l’Elba con essi, e a passar la sera nella sua casa situata nel sobborgo di Pirna. Lo studente Anselmo accettò volontieri, credendo con ciò di sfuggire al funesto destino che lo inseguiva in quel giorno. Mentre egli attraversava il fiume, sulla riva opposta presso al giardino Antoni si ardeva un fuoco d’artifizio. I razzi scricchiolavano e fischiavano salendo, e le stelle risplendenti scoppiavano in aria e facevano volare all’intorno dei globi di luce e di fuoco. Lo studente Anselmo assorto nei suoi pensieri, era seduto presso il rematore, ma quando egli vide nell’acqua il riflesso delle scintille e delle fiamme che s’incrociavano e serpeggiavano in aria, gli sembrò che le tre piccole biscie dorate traversassero il fiume. Tutto quello che avea veduto di straordinario sotto il sambuco rientrò subito nella sua mente, e sentì di nuovo quel desiderio ineffabile, quell’incanto appassionato, che poco prima, sotto l’albero, aveva riempito la sua anima di dolore e di voluttà. — “Ahimè! siete voi che rivedo piccoli serpenti dorati; cantate, oh! cantate ancora! io ritroverò nei vostri canti quei begli occhi azzurri... Ahime! siete voi dunque sotto le onde?”
Così gridava lo studente Anselmo, e in ciò dire egli fece uno sforzo violento come se volesse saltare dalla barca nel fiume. — Signore siete voi ossesso? gridò il battelliere, e lo ritenne pel suo vestito. Le fanciulle che erano sedute presso di lui gettarono un grido di terrore, e fuggirono all’altra estremità della barca; il registratore Heerbrand disse qualche motto all’orecchio del rettore Paulmann, al che questi rispose con più lunghe parole; ma di tutta quella conversazione lo studente Anselmo non comprese che le frasi seguenti: — “Osservate... giammai... simili accessi.” — Subito il vicerettore Paulmann si alzò e venne a sedere con aria di gravità municipale presso allo studente, e gli prese la mano e gli domandò: — “Come state signor Anselmo?” — Lo studente Anselmo, perdette quasi la ragione, poichè nel suo interno sorgeva una contraddizione insensata ch’egli cercava vanamente di dominare. Egli vedeva chiaramente che quello che avea preso per lo splendore dei piccoli serpenti dorati non era che il riflesso del fuoco d’artifizio, ma un sentimento sconosciuto (egli stesso non sapeva se fosse di piacere o di dolore) stringeva convulsivamente il suo petto; e quando il battelliere sbatteva l’acqua col suo remo e questa quasi furente scoppiava, ruggiva e aggiravasi in vortici, egli udiva, egli, sotto la grossa voce del fiume, un mormorio, un ronzio misterioso: — “Anselmo! Anselmo! non vedi tu come noi nuotiamo sempre davanti a te?... Va, va, la nostra sorella ti guarderà ancora! Credi, credi, credi a noi!” e gli sembrava di vedere in fondo all’acqua tre linee brillanti. Ma quando egli si piegò dolorosamente per vedere se gli amabili occhi si alzassero verso di lui dal seno delle onde, egli vide che quelle liste luminose non erano prodotte che dalle finestre illuminate delle case vicine.
Egli era seduto là silenzioso, e in lotta con sè stesso; ma il vicerettore Paulmann gli disse con più vivacità che la prima volta, — Come state, signor Anselmo? — Lo studente rispose con aria molto abbattuta: — “Ahime! signore e carissimo vicerettore, se voi sapeste le strane cose che ho sognate poco fa cogli occhi aperti, sotto un sambuco presso al muro di recinto del giardino di Link, voi non vi sdegnereste per questa sorte.... per questa specie di assenza di spirito...” — Animo, animo, signor Anselmo, riprese il vicerettore Paulmann, io vi aveva sempre riguardato come un giovane sodo; ma sognare, sognare cogli occhi aperti, e poi tutto ad un tratto volersi gettare in acqua (perdonatemi), è proprio cosa degna del cervello guasto d’un pazzo!”
Lo studente Anselmo fu molto addolorato per la durezza dei discorsi del suo amico; quando la figlia maggiore di Paulmann, Veronica, bella e fiorente ragazza di sedici anni, prese la parola e disse: “Ma, mio caro papà, bisogna bene che sia accaduto qualche cosa di strano al signor Anselmo, ed egli senza dubbio ha creduto vegliare quantunque in effetto egli abbia dormito sotto il sambuco; è allora che gli saranno comparse le cose ch’egli crede ancora di vedere.” — “E d’altronde, amabile damigella, onoratissimo vicerettore, disse il registratore Heerbrand, non si può forse, vegliando, cadere in in una specie di sogno? È così che l’altro giorno dopo pranzo prendendo il caffè, in uno di quei momenti d’effervescenza che risultano, a vero dire, da una digestione corporale e intellettuale, io mi ricordai come per ispirazione, il luogo ove era deposto un atto di cancelleria perduto da lungo tempo; ed anche jeri, io ho veduto coi miei occhi, coi miei occhi aperti, un enorme diploma latino scritto in belle lettere a stampatello ballare davanti a me.” — “Ah! riprese il vicerettore Paulmann; voi avete sempre avuto, onoratissimo signor registratore, una grande inclinazione alla poesia, e per poco che non si reprima, questa passione ricade subito nel fantastico e nel romanzesco.” — Lo studente Anselmo era molto contento di veder prender le sue difese in un momento che egli correva rischio di esser preso per ubbriaco o per pazzo, e, quantunque cominciasse a imbrunire, egli credette osservare per la prima volta che Veronica aveva dei bellissimi occhi di colore turchino carico, senza che, in quel momento il pajo d’occhi maravigliosi ch’egli avea veduti sotto il sambuco venissero a presentarsi alla sua memoria. Bisogna confessarlo, le strane avventure che gli erano accadute sotto il sambuco erano tutto ad un tratto sfuggite allo studente Anselmo; egli si trovò così leggiero, così allegro, che offerse nell’eccesso della sua allegria la mano a Veronica all’uscire dalla barca; infine quando essa gli diede il braccio, egli la condusse con tale destrezza e felicità, che il piede gli sdrucciolò una sola volta; e quantunque quello fosse il luogo più sporco della strada egli non macchiò che pochissimo l’abito bianco di Veronica. Questo felice cambiamento d’umore nello studente Anselmo non isfuggì al vicerettore Paulmann: ei gli rese la sua amicizia, e lo pregò di perdonargli i discorsi aspri che gli aveva indirizzati. “Sì, aggiunse egli, si trovano degli esempi, di persone ingannate, tormentate, spaventate da simili fantasmi; ma ciò non è che una malattia di corpo, che si guarisce applicando, salva venia, delle sanguisughe dove sapete, come è stato molto ben dimostrato da un dotto morto da poco tempo.” — Lo studente Anselmo non seppe in effetto, se egli fosse stato ubbriaco, preso da un accesso di pazzia o ammalato; in qualunque caso però, le sanguisughe gli sembrarono molto inutili per la ragione che quei pretesi fantasmi erano svaniti, e ch’egli si sentiva sempre più sollevato, a misura ch’ei riusciva a fare mille ed una gentilezza alla bella Veronica. Dopo una leggiera cena si fece come è solito un po’ di musica; e lo studente Anselmo dovette sedersi al piano-forte ed accompagnare Veronica che cantava. — “Bella signorina, disse il registratore Heerbrand, voi avete una voce pura come il suono d’una campana di cristallo!” — “A Dio non piaccia!” gridò lo studente Anselmo a malgrado suo, ed egli stesso non seppe come; e tutti lo guardarono con sorpresa. — “Campane di cristallo risonano sotto il sambuco maravigliosamente! maravigliosamente!” continuò Anselmo a mezza voce. Veronica gli mise la mano sulla spalla, e disse: “Che dite voi, signor Anselmo?” Sul momento lo studente si trovò nel suo stato ordinario e ricominciò a sonare. Il vicerettore Paulmann lo guardava con aria cupa, ma il registrante Heerbrand mise uno spartito sul leggìo, e cantò stupendamente un’aria di bravura del maestro di Cappella Graun. Lo studente Anselmo accompagnò molti pezzi ancora; e un duetto fugato ch’egli cantò con Veronica e che era stato composto dal vice- rettore Paulmann stesso, li mise tutti di buon umore. Era già tardi, e il registratore Heerbrand prendeva già la sua canna ed il suo cappello, quando il vicerettore Paulmann si avvicinò a lui con mistero, e gli disse: “Non vorreste voi, degnissimo registratore, parlare voi stesso a quel buon signor Anselmo, di.... — infine — di quello che voi sapete.” — “Con gran piacere!” rispose Heerbrand, e quando tutta la compagnia fu seduta in giro, egli cominciò senz’altri preamboli con queste parole: “Vi è in questa città un vecchio singolarissimo e molto notabile; si dice ch’egli pratica tutte le scienze occulte, ma, come a vero dire, queste tali scienze non esistono, io ritengo piuttosto ch’egli sia un antiquario o un chimico che fa degli esperimenti. Io non voglio parlare che dell’archivista privato Lindhorst. Egli vive, voi lo sapete, molto ritirato nella sua vecchia casa in fondo ad una strada remota, e quando gli affari del suo ufficio non lo occupano, se lo trova o nella sua biblioteca o nel suo laboratorio, ov’egli non lascia entrare nessuno. Tra molti libri rarissimi egli possiede un buon nu- mero di manoscritti arabi, cofti, ed alcuni anche scritti in maniera singolare e che non appartengono a nessuna lingua conosciuta. Egli vorrebbe farli copiare con cura, e per questo lavoro egli ha bisogno d’un uomo che sappia ben disegnare colla penna, e sia capace di trascrivere coll’inchiostro della China sopra una pergamena tutti quei gerolifici colla più scrupolosa esattezza. Egli fa lavorare sotto la sua sorveglianza, in un appartamento della sua casa, e dà oltre al vitto uno scudo al giorno, e promette anche un bel regalo quando le copie saranno felicemente terminate. Il tempo del lavoro è in tutti i giorni da mezzodì a sei ore, dalle tre alle quattro si pranza e si riposa. Siccome egli ha già tentato questa prova inutilmente con molti giovani, ei si è indirizzato a me, pregandomi di fargli conoscere un abile disegnatore; allora io ho pensato a voi, caro signor Anselmo, poichè io so che voi avete non solo una bonissima mano, ma che fate anche dei bei disegni a penna. Se voi volete dunque, nei tempi disgraziati che corrono, e mentre aspettate di poter ottenere un bel posto, gua- dagnare lo scudo da sei franchi al giorno ed il regalo in fine, trovatevi domani al battere del mezzodì presso l’archivista la cui dimora vi è nota. Ma guardate bene dal fare una macchia d’inchiostro; se essa cade sulla copia, egli vi farà ricominciare senza compassione; se è sull’originale, l’archivista è uomo da gettarvi dalla finestra, poichè egli è molto facile ad incollerirsi.„ La proposizione del registratore Heerbrand fu un gran soggetto di gioja per lo studente Anselmo, poichè oltre ch’ei scriveva bene e disegnava assai leggiadramente, egli aveva la passione delle scritture difficili e del lusso calligrafico; egli ringraziò dunque i suoi protettori con franchezza e cordialità, e promise di non mancare all’appuntamento dell’indomani. Durante tutta la notte lo studente Anselmo non vide che scudi da sei franchi, non udì che il loro suono argentino.
Chi vorrebbe farne un delitto al povero diavolo? Ingannato in tutte le sue speranze da una capricciosa fatalità, egli non poteva sussistere che colla più stretta economia, ed era forzato d’interdirsi più d’un piacere che gli sarebbe stato con- sigliato dalla sua gioventù. Di bonissima ora egli riunì le sue matite, le sue penne di corvo ed il suo inchiostro della China; poichè, disse, io sfido l’archivista ad averne di migliori. Prima di tutto egli passò in rivista i suoi disegni ed i suoi capilavori di calligrafia, affine di presentarli all’archivista come una prova della sua capacità ad adempiere l’incarico che gli si destinava. Tutto andava il meglio del mondo; una felice stella sembrava proteggerlo; alla prima prova egli legò convenevolmente la sua cravatta, nessuna cucitura si disfece, nessuna maglia si ruppe alle sue calze di seta nera, il suo cappello non cadde nella polvere dopo averlo scopato; tutto andava benissimo. — In somma — a undici ore e mezza precise lo studente Anselmo, in giubba grigio-lucerta ed in calzoni di raso nero, con un rotolo di modelli di scritture e disegni a penna nella sua saccoccia, si trovava già nella strada del Castello, nella bottega di Corradi, e beveva — uno — due bicchieri di liquore stomatico sopraffino; poichè qui, pensava egli battendo sulla sua saccoccia ancor vôta, soneranno presto degli scudi da sei franchi. Malgrado la lontananza della strada nella quale era situata la vecchia casa dell’archivista Lindhort, lo studente Anselmo era davanti alla porta prima di mezzogiorno. Egli era là a contemplare il gran battitojo di bronzo; ma quando l’ultimo colpo del mezzogiorno sonando all’orologio della chiesa vicina, scoccò potentemente nell’aria, nel momento in cui lo studente Anselmo metteva la mano sul battitoio, il viso di bronzo girando due occhi feroci, dai quali scaturivano delle fiamme azzurrastre si scompose in una maniera orribile e si mise a ridere scricchiolando i denti. Ahimè! era la mercantessa di pomi della Porta-Nera! i suoi denti acuti battevano sotto le sue labbra floscie da cui usciva uno stridore molto simile a quello d’una tabella sbattuta. “Eccoti, pazzo! Tu credevi di entrare, ma tarara! — tarara! — tarara! — Perchè correvi tu tanto? cervello guasto!”
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Il vaso d'oro.
