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Considerazioni sul sentimento del sublime e del bello

Immanuel Kant · 1826 · Free in the US

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Italian
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1826
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A chi legge

ct Tradussi questa opericciuola del saggio di Kœnigsberg, non tanto per render comune a quei che l’ammirano, fra l’altre sue, questa produzione, quanto perchè odonsi spesso queste parole Bello, Sublime, Grazioso, Magnifico, etc. senza che sappiasene il vero significato. Queste idee astratte per vero più si sentono e si provano nell’animo nostro che si posson descrivere; benemerito pertanto è Emmanuele Kant che in poche pagine ne ha mostrato la loro filiazione, in un modo brevissimo sì, ma che non lascia per avventura nulla a desiderare in riguardo ai principii dell’estetica. Il feci pure per questo, che osservando spesso il malcontento quasi di tutti gli uomini per la condotta dei simili, chi tacciando d’orgoglio, chi di timidezza, chi di superbia, chi di protervia, e chi persino di total stupidezza, mirai a volerli persuadere piuttosto di compatirli che di fare svillaneggiar chi che sia alle spalle, come sventuratamente costumasi, piuttosto che d’ammonirli con tale dolcezza da non far misgradire il satevol ricordo, e, ove non voglia ciò farsi, preparare con bei mezzi e indiretti, e con belle maniere, il trionfo della virtù sulla nostra inferma natura; giacchè, scorgendo ognuno le caratteristiche degli umani temperamenti, di che con tanta verità si occupa il nostro filosofo, facilmente si persuade, agire ognuno per forza interna di sua fisica costituzione, ed a seconda di quel sistema con che per se si distinguono i varii rapporti delle cose, delle azioni e dei doveri (e con ciò non bramo s’intenda ch’io nulla parte conceda all’animo nostro nelle proprie determinazioni, sola divina favilla di cui a noi fu larga la provvidenza del Nume in questa nostra esistenza), atteso ogni psicologico sistema che fa il corpo carcere, lente e quasi osservatorio dello spirito, come potranno gli uomini convenire nell’osservare le cose allo stesso modo, e delle cose gli stessi rapporti, se son forniti, se m’è così permesso d’esprimermi, di lenti tutte diverse? Aggiungi le varie circostanze in cui trovasi ognuno che lo possono o nò favorire a far sì che i simili restan contenti di lui. E non dirai forse che pertinacia di disavventure, e casi malaugurati, ed imperversare d’uomini tristi, e conversar di malvaggi ritrassero molti dal buon intrapreso cammino, sino a far cambiare il proprio temperamento? Questa osservazione farà forse ognun persuaso di quel che m’intendo, e farà pure molti indulgenti sui difetti di tanti che per siffatte cagioni mal soddisfano e l’animo e il cuore de’ simili. Ciò posto, non vi sarà affatto indulgenza per chi trovasi per sua sfortuna aver sofferta l’influenza di simil cagioni? Feconda pure di altre osservazioni a chi si fà a meditarla può essere la presente operetta; percui, onde non riuscir tedioso, mi ristò dall’aggiunger parola sulle cose che tratta.

Avviso sommario sull'opera dell'editore francese

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La presente opera porta il nome d’uno scrittore che ha dato, nella sua patria, nuova direzione agli studii della filosofia. Nelle lettere, come in altri oggetti, non si operano le rivoluzioni senza che quelli che ne divengono i capi, non giustifichino con un certo merito una parte sì azzardosa. Ma sempre grandi son essi per certo riguardo. L’autore della ha numerosi partegiani in Francia e presso altre nazioni: più ei n’avrebbe, se la sua dottrina, ardua sovente ed oscura, fosse a portata di tutte le menti. Dir questo, è senza fallo rivolgergli grave rimprovero; giacchè di dolce splendore deve brillare costante- mente la verità; convien pure che tutti gli occhi soffrir possono il suo lume, fra gli uomini almeno che coltivarono il loro intelletto.

Ci asterremo quì di parlare degli scritti di metafisica trascendente del dottor Kant. Le sue Considerazioni sul sentimento del Sublime e del Bello han dovuto fissare la nostra attenzione, come probabilmente la fisseranno pure d’ogni leggitore che si compiacerà di nuove osservazioni e prese in un ordine di cose positivo. Amabile ed attraente è in quest’opera il grave filosofo, perchè non mai si tien lungi dalla natura. Sovente profonde riescono le sue osservazioni; ma non si allontanano pertanto della sfera della vita comune; siffattamente adunque, ne divien facile a ciascuno di applicarle. Leggerle, non è già uscire dal proprio precinto, per poco però che l’appartamento trovasi in suppellettili. Debbono prendervi gusto soprattutto le donne, alle quali và questo scritto, nella sua maggior parte, consacrato. Ben trattate dall’autore, parrebbero avernelo ricompensato, nell’aiutarlo a disegnare i loro più fini e dilicati tratti. Al livello del soggetto che tratta, ne ha Kant tutta la grazia, in che il tro- viam noi ben superiore al nostro sì celebre Montesquieu, il quale cessando dall’esser pubblicista, abbozzò, sul Bello, non senza ricercatezza di stile, alcune pagine, sulle quali abbiam noi fatto un esame. Aggiungiamo pure che i consigli d’indulgente saviezza accrescono il pregio del tributo, pagato dal professore di Kœnigsberg al sesso cui è stato affidato di mantenere, mercè la malia delle sue virtù, e forse pure delle sue seduzioni, l’armonia del sistema sociale.

Comparve quest’opera in Alemagna intorno all’anno 1771, epoca ancor del primo periodo letterario di Kant; fu ripieno il secondo da produzioni di filosofia trascendente, e famoso, nel 1781, dalla Critica della ragion pura, concepimento, come elevato, così pure straordinario, sul quale basò i fondamenti della dottrina controversa ai nostri giorni nelle università le più celebri. Contiene quest’ultimo scritto alcune idee sul Sublime e sul Bello, considerate in riguardo alla loro astratta natura. Ciò non nega pertanto al presente trattato di contenere considerevoli germi di vivi pensieri, rigorosi sovente e talvolta pieni d’avvenire, come i tempi l’han giustificato. Vi scorgi la bella agitatezza del genio che cerca se stesso e ch’è certo d’invenirsi, le osservazioni omai vi si collegano, le riflessioni vi si connettono, lo spirito d’ordine e di metodo annunzia il filosofo. Se nel comporre il suo libro contrasse Kant degli obblighi verso quello dello Spirito delle leggi, come ne siam noi persuasi, ha composta pertanto un opera che non gli è inferiore in quanto al suo originale carattere. Secondo noi, dice pure più cose allo spirito che no ’l facci il famoso trattato di su di simile materia, sebbene assai più pagine v’abbia senza dubbio consumate l’inglese filosofo.

Capitolo I

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Le percezioni diverse della pena e del piacere non dipendono tanto dalla proprietà degli esterni oggetti che le eccitano in noi, quanto da un sentimento proprio ad ogni uomo, secondo il quale vien affetto in un modo piacevole o pur dispiacevole. Di là, ove gli altri non provano che disgusti, emergono le gioie di certi individui, le passioni amorose che sono sovente un enigma per coloro che non le provano, o la viva ripugnanza da cui è affetto un solo per quel che rimane indifferente a tutti gli altri. Assai lungi si estende il campo delle osservazioni di tali particolarità, dell’umana natura, e nasconde pure una feconda miniera di scoperte, non meno interessanti che istruttive. Io mi limito, per ora, a illustrare alcune parti, le quali, in questo vasto spazio, sembra che si facciano osservare in un modo speciale, e su di cui io arresto piuttosto l’occhio dell’osservatore che l’attenzione del filosofo.

Dal momento in cui l’uomo trovasi felice, perchè soddisfa una inclinazione, il sentimento che il rende capace di godere, senza che abbia bisogno di ricorrere per ciò a straordinari talenti, non è certamente poca cosa. Persone di robusta costituzione, agli occhi di cui lo più spiritoso autore non è che il padrone del loro albergo, e che trovano, disposte nel loro celliere, le opere del miglior gusto di cui abbiano acquistata conoscenza, risentiranno, per l’effetto di ciniche oscenità e di retta buffoneria, una gioia così viva come quella di cui menano vanto esseri d’una più nobile organizzazione. Il ricco che ama di leggere, perchè i libri gli sono d’un meraviglioso soccorso onde si addormenti; il mercante cui sembrano insipidi tutti i piaceri, se non sia quello di conchiudere una vantaggiosa operazione di commercio; colui che non si affeziona alle donne se non perchè osserva in esse un mezzo di sensibili godimenti; l’amator della caccia che si contenta di perseguitare le mosche a guisa di Domiziano, ove non può fare la guerra al selvagiume come il signore feudatario di due o tre baronie, tutti questi esseri vanno dotati d’un sentimento che li rende suscettibili di gustare un piacere che loro sia proprio, senza che il lor cuore sia tormentato da gelose bramosie, senza che possano pur concepire, idealmente, altri godimenti.

Epperò non è intanto su tale soggetto ch’io voglio richiamar l’attenzione. Esiste pure un sentimento d’una natura più dilicata, e che merita una denominazione più distinta, sia perchè lo si può esercitare per più lungo tempo, senza sazietà e senza esaurimento di forze, sia perchè suppone, per così dire, un felice irritamento dell’anima, che la rende propria a ricevere, a prima giunta, virtuosi movimenti; sia perchè annunzia in fine dei talenti e le belle disposizioni dello spirito, nel mentre che la sazietà e il fisico esaurimento hanno per ultimo risultato l’assenza di ogni idea. Questa disposizione è quella ch’io mi propongo di sottomettere alle mie osservazioni, non impegnandomi tuttavolta a seguirla nella lusinga annessa alle più elevate viste dell’intendimento, nè nel rapimento in cui abbandonavasi un , quando, secondo l’espressione di , non avrebbe consentito a cambiare una sola delle sue scoverte a fronte d’un principato. Quest’ultimo sentimento ha senza dubbio qualche cosa di assai fino, per essere trattato in un semplice abozzo, consacrato, per privilegio, a quelle emozioni de’ sensi, di cui sono suscettibili, come le altre, così pure le anime più comuni.

Prima d’ogni altro dobbiamo noi stabilire un principio, che il sentimento, per altri riguardi, delicatissimo, che noi vogliamo esaminare, è di due specie. Egli abbraccia il Bello ed il Sublime.

L’emozione che procurano entrambi, piace allo spirito, ma in un modo assai differente. L’aspetto delle montagne, le di cui vette coperte di neve vanno a perdersi nelle nubi, il rac- conto d’impetuoso oragano, o la dipintura del regno infernale, nelle di cui profondità è disceso , cagionano un sentimento di satisfazione frammisto ad orrore: la vista al contrario di praterie smaltate di fiori, di valli frammezzate di ruscelli che le fertilizzano e che veggono crescere sulle loro sponde abbandonevoli pascoli; una scorsa della poetica musa nell’Eliso degli antichi, o vero la descrizione della cintura di Venere fatta da , eccitano pure piacevole sentimento, ma che ha certo che di ridente e di lusinghevole. Ei fa mestieri, onde le impressioni della prima specie possono essere su di noi prodotte con tutto il vigore che loro appartiene, che noi abbiamo in noi stessi, un sentimento del Sublime; le altre, per essere ben sentite, esiggono il sentimento del Bello. Antiche quercie e le ombre folte d’un sacro bosco sono sublimi; letti di fiori, piccole macchie ed arbori tagliati ad arte son belli. Sublime è la notte; bello è il giorno. Le anime che posseggono un sentimento pel sublime saranno tratte, con una irresistibile forza, verso le sublimi idee dell’amicizia, del dispregio del mondo, dell’eternità, della silenziosa calma d’una bella sera, lorchè la tremola luce delle stelle si distingue nell’ombre notturne, e quando in mezzo a questa pausa della natura, è sospeso all’orizzonte il globo della luna. Il brillante giorno, eccitando del tutto all’attività inspira un sentimento di gioia. Il sublime commuove. Il bello incanta. La figura dell’uomo, al momento in cui vien dominato dal sentimento del sublime, è seriosa e grave, qualche fiata fissa ed attonita: per converso, il vivo sentimento del bello annunziasi con uno straordinario splendore negli occhi, col sorriso, e sovente con un allegrezza incapace d’infingersi. Lo stesso sublime dividesi in differenti specie. Accompagnato sovente da orrore e malinconia è il sentimento che desso fa nascere; in alcuni casi, solo d’una tranquilla ammirazione; e, in altri, d’una idea di ricchezza, purchè quest’ultima sembra spandersi su largo piano. Chiamerei il primo il Sublime terribile, il secondo il sublime nobile, e magnifico il terzo. Una profonda solitudine è sublime, ma in un modo che ha del terrore; nasce da ciò che le solitu- dini d’una immensa estensione, come gli orribili deserti di Chamo nella Tartaria, hanno, in tutti i tempi portato l’immaginazione a trasportarvi ombre gementi, folletti ed apparizioni di spiriti.

Il Sublime deve sempre esser grande: il Bello può pure essere picciolo. Il sublime deve esser semplice, e il bello soffre d’andare adorno sin con ricercatezza. Una grande elevatezza è egualmente sublime al pari d’una grande profondità; questa però è accompagnata da un sentimento di ti- more: quella d’ammirazione. Il primo adunque di tali sentimenti può essere del sublime, ed il secondo del sublime nobile. L’aspetto d’una piramide egiziana solleva lo spirito, come ce ’l dice , più che non può altri immaginarselo da una scritta descrizione; nobile e semplice n’è però l’architettura. La chiesa di S. Pietro in Roma sarà magnifica, perchè su d’un piano semplice e vasto, cosa che vi sarebbe propria ad eccitare il sentimento della Bellezza, come, per esempio, l’oro, i mosaici, i quadri e le statue, ed è talmente divisa, che la sensazione del sublime è quella che prevale su tutto il resto: l’effetto che ne risulta mette quest’edifizio nella categoria del magnifico. Così diremo che un arsenale debb’essere nobile e semplice; un palazzo di residenza, magnifico; un casino di campagna, bello ed ornato con ricercatezza.

Una lunga durata e sublime: trattasi del tempo trascorso, essa è nobile. Mirasi in un avvenire a perdita di vista, ha qualche cosa di terribile. Rispettabile è un edifizio della più alta an- tichità. La descrizione fatta da Haller della futura eternità, inspira un dolce terrore, e quella del passato, una silenziosa ammirazione.

Capitolo II

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L’intelligenza è sublime: lo spirito è bello. L’arditezza è grande e sublime: picciola è la destrezza, ma bella. La circospezione, diceva Cronwell, è la virtù d’un borgomastro; la sincerità e la rettitudine sono semplici e nobili. La celia e la spiritosa lusinga sono delicate e belle. La buona grazia è la bellezza della virtù. Nobile è lo zelo disinteressato a render servigio: belle sono la politezza e l’onestà. La stima sveglia il nostro sentimento del sublime: e l’amore, quello del bello. Le persone fatte per conoscere principalmente il bello, non ricercano i loro amici sinceri, costanti e d’un serioso carattere se non che negl’imbarazzi della vita: si fanno però di preferenza circondare da esseri scherzevoli, amabili, e d’un temperamento facile ed accorto. Evvi tal uomo che stimasi veramente troppo per poterlo amare: desso ispira l’ammirazione; epperò è egli posto assai al di sopra di noi, perchè osiamo di avvicinarlo colla confidenza dell’amore.

Coloro che riuniscono in essi tali due specie di sentimenti, troveranno che l’emozione prodotta dal sublime è molto più forte che quella del bello, ch’essa termina collo stancare lo spirito, e che di essa non si saprebbe godere per lungo

tempo se non si alterna coll’ultima, o se non umanizza, in certo modo, la sua grandezza mercè di questa alleanza. I nobili sentimenti, alla elevatezza di cui innalzasi qualche fiata il conversare in una scelta società, debbono bentosto confondersi con un amabile scherzare; ed amici, insieme rallegrandosi, possono fare, colla fisonomia d’uomini più fortemente commossi, il bel contrasto che risulta dalla felice e facile successione di quei due sentimenti. L’amicizia vestesi essenzialmente de’ tratti del Sublime; e l’amore de’ due sessi, di quelli del Bello. Ciò nullameno la tenerezza accompagnata di stima communica all’ultima una dignità ed una certa elevatezza che non le sconvengono. Le leggieri piacevolezze, l’allegria e la famigliarità non portano, al contrario, su questo sentimento, che il colorito del bello.

La tragedia, secondo io penso, differisce essenzialmente dalla commedia in questo, che nell’una è messo in azione il sentimento del sublime, e nell’altra quello del bello. La prima fa quasi sempre rilucere il generoso sacrifizio di se stesso ad un benessere che sovente è estraneo per noi, ardite risoluzioni nel pericolo e la fedeltà messa a pruova. L’amore vi è melanconico, tenero e pieno di stima; la disgrazia degli altri risveglia, nell’animo dello spettatore, simpatici sentimenti; e fa battere il tuo cuore, reso accessibile alla pietà, per una pena che non gli accade di soffrire. Allora la nostra emozione sublima, a’ nostri propri occhi, la dignità della nostra natura nel mentre che la commedia limitasi a presentarci sottili artifizi, misteriose complicazioni, uomini di spirito ch’evitano un cattivo passo, balordi che prendonsi a scherno, argute celie, e caratteri che si vestono del ridicolo. Raramente in duolo vi si mostra l’amore; più impegnasi di interessare mercè la sua gaiezza, mercè la sua stessa famigliarità, che col suo dolore. Tuttavolta, in questo genere del pari, il nobile ed il bello possono ben collocarsi.

I vizi stessi e le morali imperfezioni improntano sovente i tratti del sublime e del bello, almeno, come colpiscono i nostri sensi, senza andar sottoposti all’esame della ragione. La collera d’un valoroso, come è quella d’Achille nell’Iliade, inspirando un sentimento di timore, risveglia quello del sublime. L’eroe di Omero mi spaventa e commuove; quello di Virgilio, tutto al più, offresi agli occhi miei con aspetto di nobiltà. Evvi certo che di grande in una aperta vendetta e coraggiosa dopo un violento oltraggio; e per quanto possa essere illecita, cagiona nel racconto che la riferisce un sentimento frammisto di terrore e piacere. Quando Schah-Nadir fu la notte assalito nella sua da alcuni congiurati, rapporta ch’egli esclamò, dopo aver già riportate alcune ferite e d’essersi difeso colla rabbia della disperazione «Pietà di me! Io voglio a tutti perdonare.» Uno di quegli rispose, alzandogli il fendente sulla testa; «Tu non mostrasti giammai pietà per alcuno, or non ne meriti affatto.»

Una temerità armata di risolutezza è estremamente pericolosa in uno scellerato; però non saprebbesi sentire, con un interessata emozione, parlare di ciò che egli fa intraprendere, e allora pure ch’ei subisce una vergognosa morte, sembra, in certo modo, nobilitarla, ricevendola con disdegnoso coraggio. D’altra parte, un progetto ingegnosamente concepito ed eseguito con destrezza, anche allor che si propone una frode, in se contiene certa finezza che eccita l’allegria. La cochetteria, nel suo vero senso, cioè l’applicazione a piacere ed a soggiogare, presso una donna, d’altronde tutta grazie, è forse biasimevole, ma non lascia però di avere la sua bella parte, ed a dispetto della ragione che la condanna, la si preferisce comunemente ad un saggio contegno, ed al rispetto delle sociali convenienze.

L’apparenza delle persone, che mercè il loro esterno lusingano altrui, trovasi in rapporto con l’uno de due sentimenti, de’ quali noi ci occupiamo. Se un’alta statura impone il riguardo, l’altra ispira più confidenza. Esiste pur dell’affinità, tra il color bruno, gli occhi neri e ’l sublime, il color biondo, gli occhi blù ed il bello. Una età avanzata si collega colle proprietà del Sublime; la gioventù con quello del bel- lo. Non vi è situazione della vita, che non rientri in uno di questi dati, in cui deve pur collocarsi la differenza dell’abbigliamento. Ad una nobile semplicità vanno obbligate le persone constituite in dignità ed imponenti per il loro carattere; sarebbe assai se si promettessero esse la ricchezza negli abiti loro; una certa ricercatezza è, per contrario, tollerabile negli individui di una classe, che và meno esposta agli altrui sguardi. Uniformità, e foschi colori sono dicevoli alla gravità di una età avvanzata, nel mentre, che la gioventù fiera pe’ suoi colori risplendenti, può pur brillare mercè il vivo contrasto delle diverse parti del suo vestimento. Eguale di fortuna e di rango, conviene che l’Ecclesiastico s’intrattenghi in una grande semplicità, e l’uomo di stato in tutto il lusso ed in tutto l’apparato della magnificenza. Colui, che corre intrighi amorosi può vestirsi come gli piace. Non abbiamo noi consigli a dargli.

L’esterne accidentali circostanze della fortuna provocano pure, per conseguenza dell’opinione, analoghi sentimenti a quelli che abbiamo esaminati: un’alta nascita, e de’ titoli trovano comunemente i popoli disposti al rispetto. Le ricchezze, non fossero pure accompagnate dal merito ottengono gli omaggi degli esseri più disinteressati, senza dubbio, perchè l’idea che se ne fa, collegasi da se stessa a quella delle grandi cose, di cui posson esse divenire principale istromento. Questa considerazione, in virtù stesso motivo occasionale, si riflette sù molti opulenti bricconi, da cui non vi ha nulla di simile ad attendere, ed ai quali non darà mai il lor cuore il consiglio d’abbandonarsi ad un nobile im- piego della propria fortuna. Quello che aggrava la disgrazia della povertà si è il disprezzo, che vi si attacca, disprezzo, che non vien contrabilanciato agli occhi del volgo dalle più solide virtù, che bisognerebbe quasi ingannare per suo vantaggio, per distaccarlo dai ranghi, e dai titoli, dai quali gli è dolce di lasciarsi offuscare.

Non esiste nell’umana natura alcuna lodevole qualità, senza che non si abbia a temere di vederla discendere, per insensibili e gradate variazioni, all’estrema imperfezione. Proprietà del Sublime spaventevole, da che cessa di essere naturale, è di cadere nella Stravaganza. S’egli eccede i limiti conosciuti, o se il bello medesimo quelli oltrepassa che gli assegna la ragione, si mettono entrambi sotto il nome di romanzesco. Povertà sono le cose che non hanno un tuono di verità, quando vi si annette il Sublime, fosse pur un risparmio. Colui, che ama e crede il bizzarro, è un visionario. La disposizione a credere cose sprovviste di probabilità, costituisce l’allocco. Qualche fiata il Sentimento del bello se non proponsi alcun nobile od utile fine degenera in puerilità. L’uomo, presso di cui questa tendenza è in maggior grado, chiamasi frivolo; e quando trovasi in una mezzana età, per poco che vi metta prevenzione, ha il titolo di sciocco. Siccome il grande, il Sublime è quel che vi ha di più necessario per una carriera che avvicinasi al suo declino; la più dispregevole delle creature che possa in questo mondo incontrarsi è un vecchio sciocco, al medesimo modo un giovane vizioso n’è la più fastidiosa e la più insopportabile.

L’allegria e la giocondità sono in rapporto col sentimento del Bello. Ciò nulladimeno gran fon- do d’intelligenza vi si scorge qualche volta, e possono allora più o meno ravvicinarsi al Sublime. Colui, nella cui allegria non vi si immette alcuna tinta di questo miscuglio, non è che uno stolido; colui che ha sempre il riso in sulle labbra, non è che uno sciocco. Altri può facilmente osservare che gli uomini il di cui giudizio è più rassettato permettonsi qualche volta di celiare; e non è proprio d’una piccola forza di spirito il far discendere in questo modo l’intelligenza dal suo elevato posto, senza ch’ella travii. Colui i di cui discorsi e le cui azioni discolorate nè commovono nè aggradano, è un uomo fastidioso. Costui, lorchè a dispetto della natura, sforzasi di produrre questi due effetti, è un essere insipido. Se a tutto ciò egli aggiugne della presunzione, ci offre un pazzo.

Voglio provarmi a distendere questo singolare sbozzo delle umane debolezze, più facile ad esser compreso mercè degli esempii; giacchè colui, che non possiede il pennello di Hogarth, deve supplire con delle applicazioni, al tratto imperfetto del suo disegno. Affrontare con coraggio i perigli per difendere i proprj dritti naturali, ed acquisiti, quelli della patria, e de’ propri amici, è Sublime; i tratti dell’antica cavalleria sono bizzarri; i duelli, resti malaugurati di quest’ultima, figli di una falsa idea dell’onore, sono crudeli sciempiaggini. Il tristo allontanamento dal chiasso del mondo, quando ha per causa una giusta sazietà, è nobile. La pietà solitaria degli antichi eremiti non era che bizzarra. I chiostri, e tutti gli avelli a fior di terra, distinti a rinserrare l’esistenza tutta viva, sono follie. Egli è sublime di dominar le proprie passioni, senza alcun altro soccorso, che quello dei principii: le mortificazioni della carne, i voti, e tante altre virtù monacali di questa importanza, sono delle follie: carcami ammassati così all’avventura, alcuni stracci, certi amuleti, ed ogni altro cencio di simil natura, senza eccettuare le stelle del gran Lama, sovrano del Thibet, sono follie. Nell’opere di spirito e di gusto, le poesie di e di , appartengono al nobile; quelle di , e di al genere gigantesco. Le metamorfosi di sono mellonagini, e i racconti delle fate nate da quelle francesi frenesie, sono le più miserevoli di tutte le scempiagini che siansi mai immaginate. Le poesie anacreontiche sono ordinariamente vicinissime a quel che chiamasi goffaggine.

Le produzioni dell’intelligenza applicata agli oggetti i più Sublimi, secondo, ch’essi s’indiriggono, con più, o meno successo al sentimento del bello e del sublime, possono ricevere egualmente queste diverse denominazioni. L’idea metafisica della grandezza incommensurabile dell’universo, le meditazioni della metafisica, dell’eternità, la provvidenza, l’immortalità dell’anima, presentansi con dignità e brillano di un vero Sublime: di più, vien disonorata la filosofia da una folta di sottigliezze vuote di senso, e il pretendere alla profondità non impedisce che le quattro figure sillogistiche non meritano d’esser poste tra le scolastiche scioccherie.

Nelle qualità morali, la sola virtù è Sublime. Ciò nullameno alcune ve ne sono che sono amabili e belle, che, quando accordansi colla virtù, le si possono considerar come nobili, senza aver precisamente il dritto d’essere annoverate tra i sentimenti virtuosi. Dilicata e complicata insieme è la materia da doversi esaminare: mal saprebbesi certamente chiamar virtuosa una disposizione dell’anima, sorgente di azioni tali cui possa bene collegarvisi la virtù, ma che, non entrando con essa in lega se non che occasionalmente, potrebbero offendere le immutabili regole della giustizia e del dritto. Una certa bontà, la di cui origine trovasi ordinariamente in un vivo sentimento di pietà, per sua natura è bella ed amabile; giacchè mostra, per la sorte degli altri uomini, quell’interesse di benevolenza, cui guidano egualmente i principj d’una sana morale; e pure tal felice disposizione, cieca alle volte, sovente ravvicinasi alla debolezza. Supponghiamo in fatti che tal sentimento a modo vi signoreggi che vi inclini a soccorrere co’ vostri danari un paltoniere, essendo voi al tempo stesso indebitato, e che vi ponete pel soccorso che voi gli offrite, nell’impotenza di satisfare personalmente ai rigorosi doveri della rettitudine; è omai evidente che la vostra risoluzione non ha potuto emergere da un divisamento senza dubbio virtuoso, giacchè questo non v’impegnerebbe già a sacrificare una sacra obbligazione a quel momentaneo offuscamento. Per contrario, lorchè una universal benevolenza pel genere umano è divenuta, per voi, un principio al quale sommettereste del continuo le vostre azioni, resta ancor la pietà per gl’infelici; occupando però un punto di vista più sublime, bilanciasi in una giusta proporzione colla massa de’ vostri doveri; se la generale amorevolezza di cui siete voi largo alla specie vostra, è un motivo di dividere le altrui sofferenze, lo è pur d’obbedire a quella giustizia, alle cui leggi le azioni d’ogni dabbenuomo debbono andar sottoposte. Da che questo sentimento ha preso il carattere di generalità che conviengli, esso è Sublime, e per la stessa ragione, più freddo; giacchè sarebbe difficile che ci gonfiasse il nostro seno ogni giorno di tenerezza per privati interessi, e che nell’occasione di ogni male straniero, i nostri occhi si affogassero nel pianto. Altrimenti il destino dell’uom virtuoso sarebbe di sciogliersi in lagrime senza fine, a guisa di Eraclito, e tutta questa bontà d’un cuor compassionevole per tutti non perverrebbe che a farne un tenero poltrone.

Una seconda sorte di sentimento, in rapporto col precedente, e che, come quello, non manca nè di bellezza, nè di amabilità, ma in cui non rinviensi la base di alcuna solida virtù, è la compiacenza, o vero quella inclinazione che ci porta a renderci piacevoli agli altri mercè di amichevoli modi, d’una deferenza ai loro desideri, e d’una conformità della nostra condotta alle loro opinioni o ai loro interessi. Questo principio, d’un amenità seducente, è bello, e la pieghevolezza d’un simile cuore procede da un naturale benevolente; tuttavolta indarno aspirerebbe quest’ultimo all’onor della virtù, da che può aprir le dighe ad ogni fatta di vizj, quando una più elevata morale e più severa per conseguenza, non pone a loro dinanzi il limite che non è loro permesso di oltrepassare. Giacchè, senza il pensare che questa compiacenza per la società, in cui abbiam noi le nostre abitudini, divien sovente ingiustizia per gli esseri collocati al di fuori di questo stretto precinto, l’uomo il quale sacrifica, senza alcuna misura, a tale umore, è suscettibile di darsi in preda ai più deplorabili ec-

cessi, non per immediata inclinazione, ma per un effetto della sua lusinghiera e deplorabile facilità a uniformarsi a tutti i gusti. Il desio troppo vivo di piacere altrui il condurrà a vicenda ad essere un buggiardo, uno sfaccendato, un bevitore, se col rendersi il tristo scherno d’una inclinazione, bella sì in se stessa, ma frivola, da che non lasciasi guidare da principii, non s’impone le regole che formano la salvaguardia d’ogni buona condotta.

In conseguenza, la vera virtù non può esser fondata che sui principii che la rendono d’altrettanto più sublime e più nobile quanto saranno essi universali. Non si riferiscono questi a regole speculative, ma all’intima coscienza di un sentimento ch’esiste in seno a tutti gli uomini, e che si allarga ben più lungi che le particolari sorgenti della pietà e della compiacenza. Stimo di abbracciare tutto quello ch’io intendo nella mia denominazione quando io dico essere Il sentimento della bellezza e della dignità dell’umana natura, in cui trovasi da prima un principio d’universale benevolenza, ed in seguito di stima generale per la specie; e se tal sentimento sarebbe pervenuto alla sua più grande perfezione in qualche umano cuore, quest’uomo in vero amerebbe e stimerebbe se stesso, ma solo perchè farebbe parte di quel bell’insieme di esseri sui quali si spargerebbe il suo vasto e nobile sentimento. Subordinando si fattamente le nostre picciole inclinazioni personali e particolari ad una sola che assunse quel grado di latitudine, ci è dato di lusingarci di contenere ogni nostra benevola inclinazione in giusti limiti, di assegnare a ciascuna di esse convenevoli proporzioni, e di dare al nostro carattere quella grazia imponente, che forma la bellezza della virtù.

In considerazione della debolezza dell’umana natura, e della poca forza che il generale sentimento della morale, come l’abbiam noi annunziato, potrebbe avere sul comune degli uomini, mise la Provvidenza nel nostro seno le ausiliarie disposizioni, come supplemento della virtù, le quali, destinate a inclinare verso le belle azioni certi uomini poco suscettibili di lasciarsi diriggere dai principii, hanno pure per impiego di accelerare, presso gli altri, lo slancio e la tendenza verso le grandi cose. Due sorgenti di belle azioni sono la compiacenza e la pietà, che, senza quelle, affogate sotto il peso d’un vile interesse, forse non si osserverebbero mai; ma, come lo si è da noi osservato, non portano essa l’augusta impronta della virtù, sebben vadano annobilite dalla loro affinità che vi hanno e ne ricevono egualmente il suo nome. Posso io dunque chiamarle virtù adottive, e quella che fondasi sui principii, vera e pura virtù. Quelle sono seducenti e belle; questa poi è sol sublime e rispettabile. Dinotasi il naturale in cui allignano i primi sentimenti colla qualificazione di Buon cuore; e con quella di Buono l’uomo che ne và dotato; nel mentre che ragionevolmente si attribuisce un cuor nobile all’uom virtuoso per principii, e che vien decorato col bel titolo di Giusto. Queste virtù adottive rassomigliano pertanto alla vera in questo che egualmente contengono il sentimento d’immediato piacere nelle buone e benevole azioni. In fatti, l’uomo animato da questo spirito, senza alcuna mira ulte- riore e per solo effetto di quel dolce istinto di compiacimento, tratterà con voi in un modo civile ed amichevole, e proverà un sincero dolore all’aspetto dell’altrui malanno.

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