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Storia dei fatti de’ Langobardi

Paolo Diacono · 1826 · Free in the US

65,767 words · about 4 h 36 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1826 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Storia_dei_fatti_de'_Langobardi&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Paolo Diacono
Language
Italian
Published
1826
Length
65,767 words · about 4 h 36 min
Sections
25 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (25)
  1. Front matter under 1 min
  2. Capo II about 1 min
  3. Capo III under 1 min
  4. Capo IV about 1 min
  5. Capo VI about 2 min
  6. Capo VII about 1 min
  7. Capo VIII about 1 min
  8. Capo V about 1 min
  9. Elenco delle opere about 3 min
  10. Errata Corrige about 1 min
  11. Governo ed indole de' Longobardi about 6 min
  12. Indice about 36 min
  13. Indice II about 18 min
  14. Legislazione de' Longobardi about 7 min
  15. Libro I about 26 min
  16. Libro II about 23 min
  17. Libro III about 29 min
  18. Libro IV about 35 min
  19. Libro V about 33 min
  20. Libro VI about 36 min
  21. Prefazione about 3 min
  22. Proemio about 2 min
  23. Rettificazioni about 3 min
  24. Tavole about 3 min
  25. Vita di Paolo Diacono about 6 min

Continue:

Front matter

ct ct ct ct

ct

ct ct ct ct ct ct ct ct

Capo II

ct ct llo stesso modo anco i Vinili (cioè la gente Langobarda, che poscia felicemente regnò nell’Italia) originarj della Germania, quantunque altre cagioni si raccontino della loro emigrazione, pervennero dall’isola che chiamasi Scandinavia, della quale fa men- zione nei libri da lui scritti sulla storia della natura. Questa isola adunque, secondo quello che ci fu riferito da chi l’ha veduta, non può dirsi tanto posta nel mare,

quanto per la pianura dei margini: adacquata dalle onde marine, che circondan le terre. Poichè adunque i popoli in quella stabiliti crebbero in tanta dismisura da non poter più tutti insieme abitare, si narra che tutta la moltitudine dividendosi in tre parti, abbiano tirata la sorte, qual parte dovesse abbandonare la patria, e andar in traccia di nuove sedi.

Capo III

ct ct iò fatto, quella parte cui toccò la sorte di allontanarsi dal suolo natìo, e di an- dar cercando estranie campagne, elettisi due capitani, Ibore ed Ajone, i quali erano fratelli, di fiorita età giovanile, e sopra gli altri valorosissimi, detto addio ai parenti e alla patria, s’incamminò alla cerca di terre dove abitare, e dove stabilire la loro sede. Questi due Capi aveano la madre; la quale si chiamava Gambara, donna quanto poteva esser fra loro d’acuto ingegno ed ottima consigliera, della cui prudenza nella dubbietà degli affari moltissimo confidavano.

Capo IV

ct ct on credo fuor di proposito il differire un istante il seguito della narrazione; e (poichè il mio stile s’aggira ancora sulla Germania) un miracolo ivi celebratissimo con alcune altre cose brevemente manifestare. Negli estremi confini della Germania verso tramontana, sulla riva dell’Oceano, sotto altissima rupe vedesi una spelonca, dove sette uomini (non si sa fin da qual tempo) giacciono immersi in lungo sopore, non solamente illesi nei corpi, ma eziandio nelle vesti, talmentechè serbandosi questi per tanto corso di anni affatto incorrotti , da quelle indomite e barbare nazioni sono tenuti in venerazione. Costoro, per quanto si può dedurre dall’abito, si direbbon Romani. Mentre cert’uomo fu stimolato dall’avidità a spogliare uno di questi, si narra che sul fatto gli si seccaron le braccia, onde il castigo di lui spaventò gli altri di modo, che alcuno non ardì più toccarli. Chi sa per qual benefizio la Providenza per tante età li conservi? Forse che (non potendo altro che cristiani stimarsi) per la loro predicazione saranno un giorno quelle genti chiamate a salvamento.

Capo VI

ct ct on molto lontano dal lito, di cui abbiamo parlato, contro la parte occidentale, dove il mare Oceano stendesi all’infinito, trovasi quella profondissima voragine di acque, che con usitato vocabolo chiamiamo ombilico del mare, di cui si narra che due volte al giorno inghiotta e vomiti i flutti, siccome se n’ha la prova in tutti quei lidi ove massimo è il flusso e riflusso dell’onde. Una simile voragine, ossia vertigine, dal Poeta Virgilio è chiamata Cariddi, e da lui si asserisce ne’ suoi versi esser dessa nello stretto della Sicilia. Il vortice, di cui parlammo, spesso attrae le navi nella sua rapina con tanta velocità che imitano il cader delle saette per l’aere in quell’orrendo baratro fatalmente periscono. Ma non di rado nell’atto di sommergersi, rimbalza- te con repentino slancio dalla mole delle onde, son respinte da lungi con la stessa rapidità, colla quale da principio furono attratte. Dicesi pure, esservi un’altra voragine a questa simigliante, fra l’Isola di Bretagna e la Provincia Gallica; al che aggiungon fede i lidi dei Borgognoni e degli Aquitani, i quali due volte al giorno di subitanee inondazioni si coprono in guisa, che se taluno trovisi più che non convenga prossimo alla riva difficilmente si salva. Onde si vedono i fiumi di quelle regioni con velocissimo corso rifluire verso le proprie sorgenti, e perciò le loro dolci acque cangiarsi in amare. L’isola Evodia è distante circa trenta miglia dal lido dei Borgognoni; e in questa per testimonianza degli abitatori odesi il mormorìo delle acque che scorrono verso la detta Cariddi. Ed io ho udito un certo nobilissimo Gallo raccontare, che alquante navi, già dalla tempesta malconcie, un momento dopo furono da quella Cariddi inghiottite. Un solo di coloro che erano in quelle navi (morti tutti gli altri compagni) mentre ancor vivo galleggiava sulle onde, dall’impeto della loro correntìa fu trasportato fino all’orlo di quell’orribile abisso; sicchè mirando spalancato quel profondissi- mo immenso caos, nell’atto che quasi morto dalla paura s’aspettava di precipitare là dentro, in un subito, fuori d’ogni speranza trovossi seduto sopra uno scoglio; poichè trascorse tutte le acque che doveano essere assorbite, rimasero scoperti i margini di quel baratro. E mentre quivi stavasi ansioso fra tante angustie, appena pel terror palpitante, e aspettando ancora la morte prolungata per pochi istanti, ecco repente dal profondo rimbalzare quasi smisurate montagne di acque, e le navi che erano state ingojate nuovamente apparire; laonde passandogli presso una di quelle, con quanto maggiore sforzo ei potè ad essa appiccossi, e in un attimo, quasi volando, trasferito in vicinanza del lido scampò dalla morte; e fu egli medesimo poco dopo il narratore del proprio pericolo. Anche il nostro mare, cioè l’Adriatico, il quale benchè in minor copia, pure si spande egualmente sulle spiaggie delle Venezie e dell’Istria, è da credersi che abbia somiglianti piccoli e riposti meati, dai quali le acque nel ritirarsi sono assorbite, e poi nuovamente rigettate a inondare la spiaggia. Ora, tali cose accennate, torniamo al cominciato ordine della narrazione.

Capo VII

ct ct sciti adunque i Vinili di Scandinavia condotti da Ibore ed Ajone, e arrivati in un paese che chiamasi Scoringa, ivi si trattennero parecchi anni. A quel tempo Ambri ed Assi, Capitani dei Vandali aveano assalito tutte le vicine provincie. Costoro, gonfj per molte vittorie, mandarono legati ai Vinili, intimando, che o pagassero tributo ai Vandali, oppure si apparecchiassero a sostenere la guerra. Allora Ibore ed Ajone consigliati da Gambara loro madre, deliberarono esser meglio il difendere la libertà col ferro, di quello che col tributo disonorarla; perciò mandarono in risposta ai Vandali, amar essi piuttosto combattere che servire. Erano allora i Vinili nel fior dell’età giovanile, ma pochi di numero, siccome quelli che d’un’isola non molto vasta formavano appena la terza parte.

Capo VIII

ct ct arra a questo luogo l’antichità, che essendo andati i Vandali a implorare da Vodan la vittoria contro i Vinili, ed avendo quegli risposto, che l’avrebbe concessa a coloro che primi avesse veduto al levar del sole, in quel punto siasi presentata Gambara a Frea moglie di Vodan, chiedendo la vittoria pei Vinili, e che Frea abbia dato il consiglio, che le donne dei Vinili lasciati cadere i capelli sciolti giù per la faccia gli accomodassero a guisa di barba, e all’albeggiare in compagnia degli uomini s’affacciassero a Vodan, collocandosi da quella parte ov’egli per una finestra era solito guardare verso l’oriente; e così sia stato fatto: onde Vodan vedendole nel nascer del sole abbia detto: E chi sono cotesti Langobardi? Al che Frea aver soggiunto, che a coloro ai quali egli avea dato il nome donasse pur la vittoria; e così Vodan ai Vinili averla concessa. Cose da ridere, e da non prestarvi niuna

fede: poichè la vittoria non si deve alla possanza degli uomini, ma al volere del cielo.

Capo V

ct ct questo luogo sono prossimi gli Scritobini (così chiamasi quella gente); tra i quali anco nella state si mantiene la neve, nè d’altro si cibano, come d’inclinazione non dissimili dalle bestie, fuorchè di carni crude di animali selvatici, e in oltre le loro irsute pelli accomodano ad uso di vestimenta. Costoro, secondo la lingua barbara, traggono l’etimologia dal saltare, essendochè saltando con certo artifizio d’un legno a guisa d’arco ricurvo assalgon le fiere. Fra loro abita un animale che ha qualche somiglianza col cervo, della pelle del quale tutta ispida di peli, io ho veduto una veste a guisa di tonaca che arrivava al ginocchio, la qual veste, come si dice, usano gli Scritobini. In questi luoghi circa il solstizio d’estate, per alquanti dì si vede una luce chiarissima anche di notte, e i giorni sono assai più lunghi che altrove: come per lo contrario nel solstizio invernale, benchè sia la luce del giorno, tuttavia non vi si vede il sole, e i dì sono brevissimi, e lunghe le notti più che in qualunque altra parte. Il che avviene perchè quanto più lontano tu vai dal sole, tanto più lo stesso sole apparisce più presso alla terra e più le ombre s’allungano. E anco in Italia circa il dì della Natività del Signore, come scrissero gli antichi, all’ora sesta nell’ombra della statura umana si misurano nove piedi. Io pure trovandomi in un luogo della Gallia Belgica, che si chiama la villa del Turone, misurando l’ombra del mio corpo, la trovai di piedi diecinove e mezzo. Così all’incontro, di mano in mano che verso il mezzogiorno tu ti approssimi al sole, sempre più s’abbreviano l’ombre; di modo che nel solstizio di estate mostrandosi il sole nel mezzo del Cielo, nell’Egitto, in Gerusalemme e in quelle vicinanze non si vede alcun’ombra. Ma nel- l’Arabia in quel medesimo che il sole è sopra il mezzo del Cielo scorgesi verso Aquilone, e le ombre viceversa si vedono contro mezzogiorno.

Elenco delle opere

ct delle opere scritte da Paolo Diacono, come pure dei manoscritti esistenti; e delle edizioni che di esse se ne fecero.

1.Storia dei Vescovi di Pavia Ms.

ML|2. Vite dei Vescovi di Metz. | ML | |ML|Pubblicate da Marquardo Freero nella raccolta degli Storici di Francia l’anno 1613 in Annover presso il Wechelio nella parte I. pag. 171.

ML|3. Vita di S. Arnolfo vescovo di Metz. | ML|Pubblicata dal Surio nel tom. IV; da Pier Piteo in fine del Testamento di Carlo Magno, e da Mabillon negli atti de’ SS. Benedettini nel sec. II. pag. 158.

ML|4. Omeliario, o Lezionario | ML|Pubblicato da Matteo Colino, Basilea anno 1557.

5. Omelia sopra la vita ed atti di s. Benedetto Ms.

ML|6. Poemetti due sulla vita e miracoli di s. Benedetto. | ML| Per Giov. Miller, Augusta 1515. Per Prospero Martinengo, Roma 1590.

ML|7. Poemetti due sulle vite dei SS. Scolastica e Mauro. | ML | |Per Prospero Martinengo, Roma 1590.

ML|8. Vita di S. Gregorio Magno in tre libri Mss., e la stessa pubblicata colle stampe tra gli opuscoli dei Padri da Tomaso Galletto, dalla grande società dei librai nel tomo III dell’opere di quel pontefice. | ML | |Lione 1615. Parigi 1675.

ML|9. Vita di S. Cipriano vescovo e martire. Vita di S. Germano patriarca di Costantinopoli. Vita di S.Pietro di Damasco. | ML | |Mss. esistenti nella biblioteca Casinense.

ML|10. De vita et miraculis Patrum Emeritensium cum notis Thomae Vargas. | ML | |Antuerpiae 1638.

ML|11. Sylloge Chronologica | ML | |Ms. nella bibl. Casinense.

ML|12. Discorsi sopra i Vangeli Mss. | ML | |Nella bibl. Casinense.

13. Comentario sulla regola di S. Benedetto Ms.

ML|14. Inni sacri, pubblicati dal cardinale Tommasi in fine del suo Salterio. | ML | |Romæ. Tinassi 1683

15. Altro Inno sacro pel martire S. Mercurio, pubblicato da Pietro Piperno Beneventano nel lib. V. cap. XX. De effectibus magicis.

ML|16. Simile sull’Assunzione della B. V., che comincia: Quis possit amplo famine praepotens etc. | ML | |Ms. della Chiesa Beneventana.

17 Simile sopra S. Gio. Battista; che comincia: Ut queant laxis resonare fibris etc.

18. Epitafio sul sepolcro d’Ildegarda moglie di Carlo Magno, che leggesi negli annali di Mabillon tomo II. lib. XXV. anno 783.

ML|19. Simile sopra la tomba di Rotaide figlia di Pipino, che è stampato nell’opera De origine gentis Francorum del padre Tommaso d’Aquino. | ML | |ML|Parigi. Bertier 1644.

ML|20. Simile in versi sui sepolcri di Adeleide e di altra Ildegarde, figlie di Carlo Magno, che si leggono stampati nel frammento di Storia di Paolo: De Caroli Magni regis majoribus ac ejus liberis, pubblicato da Andrea Du Chesne. | ML | |ML|Parigi. Cramoissy 1636.

ML|21. Simile sopra il sepolcro di Arichi duca di Benevento, pubblicato da Camillo Pellegrino nella Storietta Longobarda dell’anonimo Cassinese P. 235. | ML | |ML|Napoli. 1643.

22. Continuazione d’Eutropio, cioè da Valentiniano e Valente fino a Giustiniano, pubblicata da Elia Vineto — Amsterdam 1625. Simile edita in . . . . Firenze 1723. Simile edita in . . . . Venezia dagli eredi Manuzii colle correzioni di Erasmo e di Gio. Battista Egnazio.

23. De Gestis Langobardorum Lib. VI. Mss. Della stessa si fecero edizioni: dall’ Ascensio l’anno 1514, da Giovanni Miller Augusta 1515, da Giovanni Frobenio Basi- lea 1532, la stessa tradotta da Lodovico Domenichi, Venezia - Giolito 1548; da Francesco Rafelengio in-8° Leiden 1595; dal Lindenbrogio, Amburgo 1611; dal Freere, Annover 1613; dal Grozio pubblicata tra gli Scrittori della Storia Gotica, Amstedam - Elzevirio 1655; dagli Anissonj, Lione 1677.

24. Compendio dei 20 libri de Verborum significatione di S. Pompeo Festo colle stampe di Guglielmo Lemario 1595.

25. De Caroli Magni majoribus et de rebus Pipini et Caroli Magni, pubblicata dal du Chesne tra gli scrittori della Storia di Francia tomo II. pag. 201 e 205. Parigi Cramoissy 1636.

26. Epistola ad Abatem Theudemarum.

Errata Corrige

ct | ct

Pag. 4. l. 14. -- Mengoti | Mengotti

« 22. l. ult. -- Bono Volcazio | Bonaventura Vulcanio

« 24. I. 13. -- questo | esso

« 35. 1. 9. -- di lui a convertirsi | di lui, chiamata Gisa, a convertirsi

« 47. nel titolo -- XXIII. | XXIV.

« 76. l. 23. -- Bono Volcazio | Bonaventura Vulcanio

« 83. l. ult. -- (2) | (1)

« 94. l. 20. -- (1) | (2)

« 96. l. 15. -- (2) | (1)

« 103. l. 1. -- arrese ed | arrese ad

« 104. 1. 15. -- chiamò | chiamo

« 105. l. 21. -- al capo 28. del lib. 11. | va cancellato

« 127. l. 11. -- Sisiunio | Sisinnio

« 171. l. 17. -- prima | va cancellato

« 201. nel titolo -- XVIII | XVII

« 203. I. 16. -- croci; | croci,

« 226. 1. 23 -- Govio | Giovio

« 225. 1. 21. -- priu | prius

« 243. l. 7. -- Arialdo | Arialdo

« 253. l. 23. -- Vellejo di Patercolo | Vellejo Patercolo

Governo ed indole de' Longobardi

ct ct ct ct ct ct ct

olendo paragonare la proporzione tra il popolo vittorioso ed il vinto, dal cangiamento della lingua si possono trarre i più probabili indizj. Secondo questa norma apparisce che i Lombardi dell’Italia e i Visigoti della Spagna erano men numerosi che i Franchi ed i Borgognoni; ed i conquistatori della Gallia a loro volta, debbano cedere alla moltitudine dei Sassoni ed Angli che quasi sradicarono l’idioma dei Brettani. La favella italiana moderna si è formata appoco appoco, mediante il mescolamento delle nazioni; la goffaggine dei barbari nel delicato maneggio delle declinazioni e delle conjugazioni, li ridusse ad usare gli articoli ed i verbi ausiliari; e molte nuove idee furono espresse con voci Teutoniche. Non pertanto il fondo principale de’ termini tecnici e familiari si scorge derivato dal latino; e se avessimo sufficiente contezza degli obso- leti, rustici e municipali dialetti dell’antica Italia potressimo rintracciare l’origine di molti vocaboli che forse erano rigettati dalla classica purità di Roma. Un numeroso esercito non costituisce che una picciola nazione, e le forze dei Lombardi furon tosto diminuite dal ritirarsi che fecero i ventimila Sassoni, i quali, spregiando una dipendente condizione, se ne tornarono, dopo molte audaci e pericolose avventure, alla nativa lor terra. Formidabile era l’estensione del campo di Alboino; ma l’ampiezza d’un campo facilmente si conterrebbe nella circonferenza di una città, ed i marziali abitanti di esso si troverebbero radamente sparsi sopra la superficie di un vasto paese. Alboino nel calare giù dalle Alpi, conferì al suo nipote, primo duca del Friuli, il comando di quella provincia e del popolo, ma il prudente Gisulfo avrebbe scansato il pericoloso ufficio se non gli fosse stato concesso, di scegliere, tra i nobili Lombardi, un numero di famiglie sufficiente a formare una perpetua colonia di soldati e di sudditi. Nel progresso della conquista non fu possibile compartire la stessa facoltà ai duchi di Brescia o di Bergamo, di Pavia o di Torino, di Spoleto o di Benevento; ma ciascuno di questi, e ciascu- no dei loro colleghi, si stabili nel distretto assegnatogli con una mano di seguaci che si raccoglievano sotto il suo stendardo in tempo di guerra, e comparivano dinanzi al suo tribunale in tempo di pace. Libera ed onorata era la dipendenza loro: restituendo i doni ed i benefici che avevano accettato, essi potevano passare, insieme colle famiglie loro, nella giurisdizione di un altro duca; ma l’assenza loro dal regno veniva punita di morte come delitto di diserzione militare. La posterità dei primi conquistatori gettò profonde radici nel suolo, cui per ogni motivo d’interesse e d’onore erano vincolati a difendere. Un Lombardo nasceva soldato del suo re e del suo duca; e le assemblee civili della nazione spiegavano le bandiere, e prendevano il nome d’un esercito regolare. Le paghe e le ricompense di quest’esercito si ritraevano dalle provincie conquistate, e le triste impronte della ingiustizia e della rapina ne disonorarono la distribuzione, la quale non venne effettuata sin dopo la morte di Alboino. Molti fra i più ricchi italiani furono spenti o banditi: diviso andò il rimanente fra gli stranieri, e sotto il nome di ospitalità s’impose un tributo, che obbligava i nativi a pagare ai Lombardi una terza par- te dei frutti della terra. In meno di settant’anni questo sistema artifiziale fu abolito, e si soggettarono i fondi stabili ad una dipendenza più semplice e solida. O il proprietario Romano era cacciato via dal più forte ed insolente suo ospite; ovvero l’annuo pagamento del terzo del prodotto si permutava, con più equo accordo, in una proporzionata cessione di terreni. Sotto il dominio di questi stranieri padroni, le faccende dell’agricoltura nella coltivazione del grano, delle viti, e degli ulivi erano esercitate con degenerata perizia ed industria dalla mano degli schiavi e dei natii. Ma le occupazioni d’una vita pastorale erano più confacenti all’indolenza de’ barbari. Nelle ricche praterie della Venezia essi ristorarono ed immogliarono la razza de’ cavalli, pe’ quali quella provincia era stata illustre una volta, e gl’Italiani mirarono con istupore una razza di buoi e di bufali. La spopolazione della Lombardia, e l’ampiazione delle foreste, somministrarono un vasto campo ai piaceri della caccia. Quell’arte maravigliosa che ammaestra gli uccelli dell’aria a riconoscere la voce e ad eseguire i comandi del loro signore era rimasta incognita al raffinato ingegno de’ Greci, e de’ Romani. La Scandina- via e la Scizia producono i più animosi e più trattabili falconi: ammansati essi vennero ed educati da questi erranti abitatori, sempre usi a stare a cavallo e nel campo. Questo favorito passatempo dei nostri antenati, fu introdotto dai barbari delle provincie Romane; e le leggi d’Italia reputavano la spada, ed il falcone come di egual dignità ed importanza nelle mani di un nobile Lombardo.

Così rapido fu l’influsso del clima e dell’esempio, che i Lombardi della quarta generazione rimiravano con curiosità e timore i ritratti dei selvaggi loro antenati. Raso era di dietro il loro capo, ma le ispide ciocche ricadevano sugli occhi e sulla bocca, ed una lunga barba rappresentava il nome ed il carattere della nazione. Consisteva il loro vestire in larghi abiti di tela, giusta la foggia degli Anglo-Sassoni, ornati al loro modo di larghe striscie di svariati colori. Portavano le gambe ed i piedi avvolti in lunghi calzari ed in sandali aperti, ed eziandio nella serenità della pace la fedele spada continuamente pendeva al loro fianco. Eppure questo strano apparato e l’orrido aspetto sovente ricoprivano una buona, gentile e generosa indole; e come cessata era la furia del terrore, i prigionieri ed i sudditi rimanevano alle volte sorpresi dell’umanità del vincitore. I vizj dei Lombardi erano l’effetto delle passioni, dell’ignoranza e dell’ebbrietà; più lodevoli erano le virtù loro, come quelle che non venivano infettate dall’ipocrisia de’ sociali costumi, nè imposte dai rigorosi freni delle leggi e della educazione.

I Lombardi possedevano la libertà di eleggere il loro sovrano, ed avevano il buon senso di non usare ad ogni volta di questo pericoloso privilegio. Le pubbliche loro entrate derivavano dai prodotti della terra e dagli emolumenti della giustizia. Allor quando gl’indipendenti duchi consentirono che Autari salisse sul trono del suo genitore, essi dotarono l’ufficio regale colla metà netta dei respettivi loro dominj. I più orgogliosi nobili aspiravano all’onore di servire presso la persona del loro principe. Egli rimunerava la fedeltà de’ suoi vassalli col precario donativo di pensioni e di benefizj, ed espiava i mali della guerra con ricche fondazioni di monasteri e di chiese. Giudice in tempo di pace, generale in tempo di guerra, egli mai non usurpava i poteri di legislatore solo ed assoluto. Il re d’Italia convocava le assemblee nazionali nel palazzo, o più probabilmente nei campi di Pavia: il suo gran consiglio era composto degl’individui più eminenti pei natali e per le dignità loro; ma la validità, non meno che l’esecuzione de’ suoi decreti, dipendeva dall’approvazione del popolo fedele, del fortunato esercito dei Lombardi. Circa ottant’anni dopo la conquista dell’Italia, le costumanze loro, conservate dalla tradizione, furono trascritte in latino teutonico, e ratificate dal consentimento del principe e del popolo, s’introdussero alcuni nuovi regolamenti, più conformi all’attuale loro condizione; l’esempio di Autari fu imitato dai più saggi suoi successori, e le leggi dei Lombardi si son riputate le meno imperfette de’ codici barbari. Fatti dal loro coraggio sicuri di possedere la loro libertà, que’ rozzi, ed impazienti legislatori erano incapaci di contrappesare i poteri della costituzione, o di discutere le delicate teorie del governo politico. Degni di morte venivano giudicati i delitti che minacciavano la vita del Sovrano o la salvezza dello stato, ma l’attenzione delle leggi era specialmente volta a difendere le persone e le proprietà dei sudditi. Secondo la strana giurisprudenza di que’ tempi, il delitto di sangue poteva redimersi con una mul- ta; non pertanto l’alto prezzo di novecento monete d’oro dimostra il giusto sentimento che avevano del valore della vita di un semplice cittadino. Le ingiurie meno atroci, come una ferita, una rottura, un colpo, una parola di vilipendio, venivano misurate con diligenza scrupolosa e quasi ridicola; e la prudenza del legislatore incoraggiava l’ignobil pratica di barattare l’onore e la vendetta con una comparazione in denaro. L’ignoranza dei Lombardi, sia nello stato di pagani, che di cristiani, porse un implicito credito alla perversità e ai danni della stregoneria; ma i giudici del secolo decimo settimo avrebbero potuto essere ammaestrati e confusi dalla sapienza di Rotari; il quale decide l’assurda superstizione, e protegge le fortunate vittime della popolare e giudiziale crudeltà. Lo stesso spirito d’un legislatore, superiore al suo secolo ed al suo paese, può rinvenirsi in Liutprando, il quale condanna, nell’atto che lo tollera, l’empio ed inveterato abuso dei duelli, osservando per la sua propria esperienza, che la causa più giusta viene sovente oppressa da una fortunata violenza. Qualunque merito scoprir si possa nelle leggi dei Lombardi sono esse il genito frutto della ragione de’ barbari, che mai non ammisero i vescovi d’Italia a sedere nei loro consigli legislativi. La successione de’ loro re si contraddistinse per abilità e valore; la turbata serie dei loro annali è adorna di grati intervalli di pace, di ordine, di domestica felicità, e gl’Italiani godettero un più mite, e più equo governo che non verun altro dei regni fondati nelle rovine dell’impero Occidentale.

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