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Indice
Al lettore
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l signor Irving, autore di Novelle tanto rinomate e per l’Inghilterra e per gli Stati-Uniti, e che or trovasi a Parigi, prestando ivi la dotta opera sua alla edizione di tutti i Classici inglesi, non è forse finora abbastanza conosciuto fra noi; nè alcuna traduzione, a quanto è noto al volgarizzatore della presente Novella, ha fin qui divulgato il nome di esso in Italia. Egli introduce per lo più i personaggi de’ suoi racconti a narrarli eglino stessi, con che si è legato ad uno stile meramente famigliare. La purezza aurea di questo stile, l’arte di adattarlo, senza che perda il suo carattere, ad esprimere efficacemente i più alti concetti e le immagini le più sublimi, la maestria di eccitare ogni genere di soavi sentimenti, la verità de' ritratti tolti dalla natura, la semplicità, la chiarezza, la rapidità e l’accorgimento di proporzionare tale rapidità al maggiore o minore interesse che destar possono ne’ leggitori le diverse parti degli stessi racconti, sono i pregi che gli hanno acquistata la giusta sua rinomanza; e molte cose ad encomio di questo dotto si leggono in un articolo del Quarterly Review del mese di marzo 1825. Abbiamo creduto far cosa gradita al Pubblico coll’offrirgli un saggio delle Opere di questo rinomato Inglese nella presente Novella.
Lo straniero misterioso
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olti anni fa, quando io era tuttavia giovinetto, e appena abbandonata l’Università di Oxford, si volle che il così detto gran giro desse l’ultima mano alla mia educazione. Credo che i miei di casa avessero già fatta indarno ogni prova per addimesticarmi colla saggezza, e che finalmente per una via più naturale cercassero un consimile intento dal moltiplicarmi fuor di patria le occasioni di conoscere gli uomini in società, e di conversare. Sembra almen questo il motivo per cui nove decimi de’ nostri giovinotti vengono mandati a girare il mondo. Nel decorso del mio viaggio rimasi qualche tempo a Venezia. L’indole bizzarra di questa città non mi dispiacque, e mi allettava assai certo tuono di mistero e romanzesco garbuglio che dominava in quel paese, delle maschere e delle gondole; ma soprattutto mi fece impressione un paio di neri languidetti occhi, che di sotto ad un zendaletto veneziano scoccavano strali al mio cuore inglese: quindi mi diedi a credere che col prolungare il mio soggiorno in Venezia avrei profittato nello studio degli uomini e delle usanze; o almeno lo diedi a credere ai miei congiunti: e questa credenza loro si confacea ai miei disegni.
Preparatissima era la mente mia ad essere scossa dalla singolarità ne’ caratteri e nel contegno diverso degl’individui; alla qual cosa aggiugnendosi che la mia fantasia era stata pasciuta di romantiche idee, associate fra noi alle idee che offre l’Italia, non farà maraviglia s’io divenni un cer- catore di avventure; e a questa mia propensione erano altrettanti svegliarini tutti gli oggetti che mi si affacciavano in questa vecchia sirena di città. Io tenea una serie di stanze in un superbo malinconico palagio posto sul Canal-Grande, un dì residenza di una di quelle Eccellenze, e che nella sontuosità de’ suoi avanzi attestava antica grandezza venuta meno. Il mio gondoliere era uno de’ più scaltriti nella sua classe, premuroso, faceto, intelligente, e non men degli altri suoi confratelli, composto ne’ modi e segreto, vale a dire, segreto con tutti eccetto col padrone. Non era passata una settimana ch’egli avea già aperte ai miei occhi tutte le cortine mistiche del paese ov’io dimorava. Garbavami quell’aria di mistero e di silenzio onde camminavano quivi tutte le cose; e quando talvolta, standomi alla mia finestra e su l’imbrunir della notte, io vedea una nera gondola correre via misteriosamente, nè mandando altra luce che il barlume languido di una lanterna, io non avea che a mettermi nella mia gondoletta da fresco, dare un segno, e tener dietro alla gondola. Ma questa ricordanza di giovanili follie mi fa deviare dal mio argomento principale. Veniamo al punto.
Fra i miei consueti divagamenti era quello di frequentare uno dei tanti casini che stavano sotto i portici della grande piazza di San-Marco. Io qui per solito m’intertenea e bevea il mio gelato in quelle lunghe notti estive, nelle quali il bel mondo in Venezia sta fuor di casa sino al mattino. Quivi io era seduto una sera; e ad una tavola posta di rincontro a me in quella sala stava un crocchio d’Italiani. Giocondo, animato mostravasi il loro colloquio, e condotto innanzi con la vivacità di modi e di gesti, che è propria della loro na- zione. Seriamente fra questi osservai un giovine, che, senza trovare, a quanto parea, alcun diletto, o prender parte nella comune allegria, pur sembrava mettere studio a comporsi ad ilarità come gli altri. Era egli alto e magro, e di una fisonomia che gli conciliava favore: avvenenti, benchè assai smunte, le sue fattezze. Una lucida nerissima capigliatura che, in leggiere anella formata, abbellivagli il capo, faceva antitesi con la pallidezza straordinaria delle sue guance. Corrugata erane la fronte, e vedeasi come i solchi che gli si scorgeano sul volto dovessero essere stati impressi dalle cure, non già dagli anni, chè niun non potea dubitare non fosse nel fiore di sua giovinezza. Pieni di espressione e di fuoco apparivano i suoi occhi, però stralunati e non mai fermi un istante; a guisa d’uom tormentato da qualche sbigottimento o stravaganza di fantasia. Notai che, ad onta di ogni suo sforzo per raccogliere le idee ai discorsi della brigata, nel volgere che facea adagio il capo all’intorno, non si stava mai dal guardarsi ad una spalla, e allora ritorcea il guardo, e parea preso da un subitaneo raccapriccio come alla vista di penosissimo oggetto. La stessa cosa da un minuto all’altro si ripetea, onde si era appena riavuto dall’ultima impressione, quando io vedea i suoi occhi avviarsi lentamente ad affrontare la successiva.
Dopo essere rimasta qualche tempo seduta ivi quella brigata, pagò il conto de’ gelati presi, e partì. Essendo stato ultimo a togliersi di là il giovine da me particolarmente notato, osservai che andando fuor della porta continuava a volgersi occhiate alla spalla nello stesso tenore di prima. Io era nell’età la più cedente di tutte l’altre ad ogn’impulso di romantica curiosità, nè potei resistere a quello di alzarmi e seguirlo. La brigata d’amici s’incamminava pian piano sotto i portici, discorrendola in allegria lungo la strada. Giunti questi alla Piazzetta, si fermarono in mezzo di essa per contemplare a lor bell’agio la vaga scena di una di quelle notti illuminate dalla luna, così chiare e splendenti sotto il puro cielo d’Italia, intantochè i raggi di questo pianeta, ripercossi dalla torre di San Marco, ne inargentavano il frontispizio e gli emisferi delle sue cupole. Mentre que’ colleghi di diporto manifestavano con animato dire il diletto di tale vista, io tenea gli occhi sul mio giovinetto. Egli solo sembrava estranio all’altrui soddisfazione, e concentrato unicamente in sè stesso. Quivi pure notai quella retrograda occhiata singolare e furtiva (tale era di fatto) che nel casino aveva eccitata la mia attenzione. Intanto la brigata andava innanzi, ed io seguivala; ma giunti al portico detto il Broglio, girarono attorno ad un angolo del palazzo del Doge, e gettatisi entro una gondola, in un subito mi sparirono.
Il volto, il contegno di questo giovine non mi si poteano dipartire dalla mente; e v’era nella sua fisonomia non so qual cosa che mi sollecitava in singolar guisa a prendermi pensiere di lui. Uno, o due giorni dopo lo trovai nella galleria delle pitture. Dovetti fare ottimo concetto della sua intelligenza perchè discernea d’un guardo i lavori de’ più maestri pennelli; e alcune osservazioni che i suoi compagni gli strappavano dal labbro, dimostravano quanto fosse famigliarizzato con questa bell’arte. Pure il suo buon gusto balzava straordinariamente da estremo ad estremo. In Salvator Rosa lo allettavano le scene le più selvagge e solitarie; in Raffaele, Tiziano e Correggio, i più dilicati lineamenti di femminile beltà; l’avreste veduto fisare in questi lo sguardo con entusiasmo passeggero, e che sembrava unicamente dovuto ad una momentanea distrazione. Ma quivi nemmeno cessava mai da quella misteriosa occhiata, retrograda, e da quel rifuggire abbrividito di chi s’abbatte col guardo in un terribile oggetto.
Tornai spesso ad incontrarlo al teatro, alle feste, alle musiche, al passeggio ne’ giardini di San Giorgio, agli spettacoli grotteschi della piazza di San Marco, tra la folla de’ mercanti alla Borsa di Rialto. Sembrava di fatto cer- casse i luoghi d’unione, e andasse ansiosamente in traccia del passatempo e ancor dello strepito; ma poi non mostrava prendere la menoma parte alle cose che gli accadevano innanzi, o fossero serie, o piacevoli. Sempre il vedevate come immerso in qualche penosa meditazione, sempre agitato da una tetra preoccupazione di mente; sempre quelle ripetute stravaganti vicende dell’occhiata volta alla spalla, e ritrattane con successivo terrore. Io non sapea su le prime spiegare a me stesso se tale stranezza derivasse in lui da un timore di essere arrestato, ovvero ancora da insidie paventate per la sua vita. Ma in entrambi i casi, perchè andar così attorno senza ritegni? Perchè avventurarsi così a tutte l’ore, io tutti i luoghi della città?
Divenni ansioso di conoscere questo straniero verso cui mi attraea quella fantastica simpatia, che non è tanto rara, nè priva di scambievolezza fra i giovani. La sua mestizia avea tratta su i miei occhi una malia che aumentavano, non ne dubito, la commovente espressione del suo volto e le grazie delle sue forme, perchè i pregi della bellezza producono il loro effetto anche fra persone del medesimo sesso. Pur mi rimaneva a superare quel senso, non so s’io dica di diffidenza, o collegialesco imbarazzo, che prende noi Inglesi ogni qual volta cerchiamo contrarre vincoli di sociale scambievolezza cogli stranieri: lo vinsi; e col frequente incontrarmi col mio giovine nel casino, me gli ficcai, posso dire, in famigliarità da me stesso. Non dovetti, per vero dire, lottar molto con la ritrosia dell’individuo ch’io stava procacciandomi amico; egli sembrava anzi uomo da far briga per aver compagnia, e niuna cosa piaceagli meno del restar solo.
Laonde quando s’accorse che le mie premure per lui erano sincere, si abbandonò affatto alla mia amicizia. Mi cercava come s’io fossi la sua tavola del naufragio. Avrebbe per intiere ore camminato meco su e giù per la piazza di San Marco; seduto nelle mie stanze, parca non sapesse partirne sino a notte ben avanzata. Desiderò finalmente avere comune meco anche il tetto; nè domandava meglio di potere, sempre che non mi desse aggravio, passar le ore continuamente al mio fianco. Nè tutto ciò, a quanto appariva, perchè egli ritraesse della mia società uno straordinario diletto, ma piuttosto perchè lo scopo ardente d’ogni sua brama era la vicinanza d’un ente umano che gli fosse affezionato. «Spesse volte (egli dicea) ho udito parlare della sincerità degl’Inglesi. Ringrazio Dio per avere finalmente fra questi trovato un amico».
Non per questo mostrò mai volersi giovare della mia amicizia, che al mero scopo di essere sicuro in me di un compagno. Egli non cercò mai aprirmi il suo cuore, entro cui parea si fosse posto stabilmente un dì que’ rodenti cordogli che non trovano sollievo nè dal tacere nè dal parlare.
Una divorante malinconia straziavane l’animo, e parea gli inaridisse perfino il sangue entro le vene. Non era questa, no, una placida malinconia, una infermità di cuore del comune genere, ma una mortale agonia che andava estinguendo in lui ogni fonte di vita. Io m’accorgea talvolta che la sua bocca era arsiccia e di febbricitante; ansava, anzichè respirare; gli occhi carichi di sangue; pallide e livide le guance, a quando a quando listate da striscie d’un rosso languido, infausto splendore dell’incendio che gli consumava le viscere. Quando il mio braccio univasi al suo, dando in moti convulsivi, se lo premeva al seno; parea che le sue mani involontariamente vi si attaccassero; un sudor freddo gli trascorrea per tutte le membra.
Io mi provava a ragionare seco lui intorno a questa malinconia, e avrei pur voluto trar fuori dal suo labbro qual ne fosse l’origine. Rifuggiva egli dal farmi qualunque confidenza a tale proposito. «Non cercate sapere donde derivi (egli dicea): sapendolo, non potreste alleggerirla, e nol vorreste nemmeno. Al contrario perderei la vostra amicizia; e questa... (Così dicendo mi premea, posseduto da violenta agitazione, la mano: «questa, lo sento, mi è troppo cara per non arrischiarla».
Io m’ingegnava ridestare in lui la speranza, rappresentandogli la sua gioventù, l’abbondanza di piaceri che abbelliscono a migliaia la vita: essere questi la più salutevole reazione per un cuore pieno di giovinezza, medicar questi ogni ferita. «Sii via! coraggio! (io gli dicea) non v’è affanno sì grave che sia più forte degli anni in un giovine» — «No, no (egli ripetea, facendosi scricchiolare i denti, e battendosi, con la forza della disperazione, il petto per più riprese): Qui sta, qui! radicato profondamente, qui si beve il sangue del mio cuore, qui ingrandisce, qui giganteggia, intantochè questo si restrigne, si annienta. Sta in mia compagnia un terribile rammentatore che non vuol mi riposi mai, mai! che mi segue a passo a passo, e a passo a passo mi seguirà finchè mi abbia spinto entro il sepolcro».
Così parlandomi portò involontariamente una di quelle sue atterrite occhiate sopra la spalla, e la ritrasse più anche del solito inorridita. Non potei finalmente resistere alla tentazione di fargli alcun cenno allusivo ad una singolarità di gesti, ch’io attribuiva unicamente a qualche malattia nervosa. Fu un istante ricondurlo io a tale idea, farsi il suo volto, rosso no, paonazzo, afferrarmi egli convulso con entrambe le mani.
«Per amor di Dio! (esclamò con acutissima voce) non parlate di questo più mai! Lungi da noi questo argomento, mio amico! Voi non potete portarmi sollievo; assicuratevi, non lo potete, ma bensì accrescere il peso de’ tormenti ch’io soffro. Verrà il giorno che saprete ogni cosa».
Certamente non tornai più su tale argomento; e fosse pur forte la curiosità che mi spronava, troppa era ancora la compassione inspiratami dai suoi patimenti, che mi vietava ogni più lungo intromettermi ne’ suoi segreti. Tentai più di una via a fine di divagarne la mente, e di stoglierla dalle costanti meditazioni che la tenevano assorta; e m’accorsi che secondava questi miei sforzi fin quanto potea, perchè nulla eravi ne’ suoi modi che sentisse indocilità o fantastisco dispotismo; al contrario più di una circostanza mi provò quanto egli fosse sincero, generoso, modesto in ogni suo atto. Non ispiegava sentimento che non isvelasse nobiltà e grandezza d’animo in lui. Ben lontano dall’immaginarsi che la sua sfortuna dovesse essere a carico di chicchessia, non sollecitava nemmeno l’altrui commiserazione. Parea gli bastasse sopportar silenziosa la soma de’ suoi mali, e solo chiedea sopportarla al mio fianco; ma questo suo chiedere era il muto insinuante atteggiamento di chi riconosce la compagnia che gli fate siccome un caritatevole favore; un tacito ringraziamento che si leggea ne’ suoi occhi, un sentimento di gratitudine, sol perchè io non lo respigneva da me.
Dovetti accorgermi che la malinconia è un mal contagioso; questo s’introdusse quasi furtivo nella mia mente, già si frammettea a tutti i miei passatempi, e a gradi a gradi m’intristiva la vita; tuttavia non sapea risolvermi a sciogliermi dalla vicinanza di una creatura che si tenea stretta a me come al suo solo sostegno. E vaglia il vero: il mio amico avea tal nobiltà d’animo, che i lampi di questa rischiaravano ad ogni istante le nubi del suo tristo umore, e penetravano la parte più intima del mio cuore. Di una bontà liberale, le mani di lui stavano sempre aperte al bisogno de’ suoi simili; affettuosa e spontanea la sua carità, che al merito della cosa donata non limitavasi, egli si metteva ad un livello con gl’individui beneficati. Il tuono della voce, l’ardenza caritatevole delle occhiate, abbellivano di maggior pregio i suoi doni, e sbalordivano il supplicante mendico, fatto attonito da una generosità la più rara, la più affabile, da una generosità che partiva dal cuore, non dalla mano soltanto. Per dir vero sembravami scorgere in questa sua medesima generosità qualche cosa che si avvicinasse ad atto volontario di spregio di sè medesimo, e come espiatorio, perchè dinanzi al povero facea poco men che umiliarsi, «Qual diritto ho io agli agi e alle ricchezze? (avrà talvolta bisbigliato fra sè medesimo). Qual diritto, finchè l’innocenza va vagando avvolta ne’ cenci e nell’abbiezione?»
Il tempo del carnevale arrivò, e io sperava qualche buon effetto da tanti argomenti di allegria che in tale stagione e in questa città come spontanei si presentavano. Io mi traeva seco lui in mezzo alla immensa calca di vari ordini che popolava la piazza di San-Marco. Noi frequentavamo i teatri dell’Opera, i ridotti delle maschere, le sale da ballo. Tutto indarno. Il suo malore non si dipartiva da lui, e ne crescevano i gradi. Egli si mostrava ad ogn’istante più torvo ed agitato. Spesse fiate, dopo essere tornati in compagnia da qualche carnevalesca gozzoviglia, io entrava nella sua stanza, e mi toccava trovarlo steso col capo in giù sopra un sofà, con le mani attaccate alla sua bella capigliatura, e leggere in tutto il suo aspetto i contrassegni di uno straordinario delirio.
Passò il carnevale; la quaresima sopravvenne; la settimana di Passione arrivò. Assistevamo una sera in un di quei tempii ad una delle solenni funzioni che correvano allora, mentre stava eseguendosi uno di quegli spartiti di musica vocale e stromentale, famosi in Italia, che era allusivo alla morte del Redentore.
Io avea notato altre volte quanto fosse prevalente su quell’animo il potere della musica; ma in tal circostanza straordinariamente lo fu. Allorchè una ricca armonia di note tutte empiva le maestose navate del tempio, parventi si accendesse di un ferver più che usato; volgea gli occhi all’insù tanto, che il bianco di questi solo vedessi; le sue mani stavano giunte insieme con tanta forza, che le dita s’improntavano su la carne. Ma quando si venne a quel tratto di musica che esprimeva la mortale agonia del Dio Uomo, la faccia del mio amico si chinò a gradi a gradi fino a toccargli il ginocchio; e allorchè risonarono per tutta la chiesa quelle commoventi parole che esprimono Gesù morì, diede in uno scoppio non frenabile di singhiozzi. Io non lo avea mai per lo addietro veduto piangere, perchè il suo stato fu mai sempre di agonizzante, piuttosto che d’uomo addolorato: onde trassi buon augurio da queste lagrime, nè volli interromperle. Terminata la funzione, uscimmo della chiesa. Si attaccò al mio braccio nell’avviarci a casa, e dava divedere ne’ suoi modi un non so che di ammollito e ammansato, ben diverso da quelle nervose agitazioni alla cui contemplazione mi avea per lo innanzi assuefatto. Parlando de’ sacri canti che aveva ascoltati: «La musica (egli disse) è veramente voce del Cielo; non mai per l’addietro avea fatto tanta impressione su i miei sentimenti la storia del sacrifizio cui si è assoggettato il Salvatore del mondo... Sì, buon amico (egli continuò, giungendo le mani con forza, e com’uomo fuori di sè stesso), or vedo che vive un Redentore per me».
Ci separammo la notte. La stanza di lui non era distante dalla mia; e mi accorsi che per qualche tempo egli stava in faccende. Intanto mi prese il sonno; ma dovetti svegliarmi prima del far del giorno. Mi vedo alla sponda del letto il mio giovine amico vestito da viaggio, e tenendo in mano un piego suggellato, e un fardello che posò sopra la tavola.
«Addio, amico mio (egli mi disse) sto avventurandomi ad un viaggio lontano; ma prima ch’io parta, vi lascio queste ricordanze di me. Entro quel piego suggellato troverete le particolarità della mia storia. Quando le leggerete, io mi troverò ben lontano da voi; nel ricordarvi di me, deh! nol fate mai con senso di avversione! Voi mi siete stato un vero amico. Avete versato balsami sopra un cuore lacerato; ma non potevate rimarginarne le ferite. Addio! Permettete ch’io vi baci la mano. Mi sento indegno di abbracciarvi. In questa s’inginocchiò; mi prese la mano, ad onta d’ogni mio sforzo per impedirglielo, e la coperse di baci: le quali novità mi sopraffecero tanto, che io avea perduta sin la parola. Nondimeno ci troveremo ancora (soggiunse in fretta; poi lo vidi correre verso la porta; ma tornò addietro per aggiugnere queste parole in solenne tuono pronunziate): «Non però in questo mondo! in questo mondo mai più!» Si lanciò anche per una volta alla sponda del mio letto; mi prese la mano; se la strinse al cuore e alle labbra: si precipitò fuor della stanza.
Il Baronetto non potè essere in tempo di raggiugnere l’amico, e vane furono in appresso le sue sollecitudini per averne conto. Aperse il piego suggellato che ne racchiudea un altro parimente suggellato, e una carta che mettea il primo piego sotto la salvaguardia dell’onore di chi lo avea ricevuto, affinchè non ne togliesse i sigilli che dopo trascorsi sei mesi. Lo stato d’uomo quasi delirante in cui trovavasi questo infelice, non parve al Baronetto di natura forte abbastanza che gli desse diritto a non secondare questa eccitazione fatta all’onore, e lasciò decorrere i sei mesi, dopo i quali aperse il secondo piego che contenea la seguente
Storia del giovane italiano
ct ct Nacqui a Napoli. I miei genitori, benchè di nobile stato, non possedeano sostanze che a questo fossero proporzionate, o per dir meglio, il padre mio desideroso di fare una comparsa superiore a quella che le sue forze gli permettevano, tanto spendea nel mantenimento del palagio, in carrozze e in servitori, che il suo patrimonio andava ogni dì restrignendosi. Di due fratelli io era il minore, e guardato per ciò con occhio d’indifferenza dal padre che, mosso da un orgoglio ingenito di famiglia, divisava la-
sciare erede di tutto l’asse domestico il primogenito. Diedi, sin da fanciullo, contrassegni di un’indole eccessivamente irritabile: tutte le cose faceano violenta impressione su la mia mente. Ancora bambino, fra le braccia di mia madre, e prima di avere imparato a parlare, la musica avea una sorprendente efficacia per eccitarmi a mestizia, o ad allegria. Cresciuto alquanto negli anni, continuava ne’ miei sensi la medesima elasticità: onde per un nulla io dava nei parossismi or della gioia or della rabbia: per la qual cosa io era divenuto il trastullo de’ conoscenti e de’ servi di casa, che di questa irritabilità del mio temperamento si prendevano giuoco. Mi venivano a mano a mano somministrati i motivi di piangere, ridere, andare in furia per intertenimento della compagnia, che trovava un gran diletto nel vedere come tanta tempesta di varie passioni travagliasse così un corpicciuolo ancora pigmeo. Questi signori non pensavano abbastanza, o se ci pensavano, se ne crucciavano poco, di alimentare una irritabilità che potea tornarmi fatale. Di sì fatta maniera, io divenni una piccola creatura dominata dalle passioni, prima che la ragione si fosse in me svolta. Giunsi fra poco a quegli anni che non più il trastullo della brigata, ma ne divenni il tormento. Mi si attaccarono le malizie e i gusti di coloro che mi aveano tribolato, e divenni increscevole ai miei maestri col mettere in pratica quelle lezioni ch’eglino stessi mi aveano insegnate. Morì mia madre, e il mio regno di viziato fanciullo ebbe termine. Non andò guari che le persone non trovavano più alcuna necessità di blandirmi o tollerarmi: nel far la qual cosa nulla avrebbero guadagnato, perchè io non era il favorito del padre mio. Laonde soggiacqui appunto al destino che provano in simili casi i fanciulli viziati: trascurato da tutti, o se pensavano a me, non era che per mortificarmi o contraddirmi. Tal trattamento fu fatto soffrire di buon’ora ad un cuore che, se pur mi è lecito farmi giudice su tale argomento, era per sua natura inclinato oltre ogni dire alla benevolenza e alle più soavi affezioni. Mio padre, come ho già detto, non mi vide di buon occhio in nessun tempo; ma in sostanza egli non mi aveva mai ben giudicato: mi credeva un caparbio, un capriccioso, un ente privo di cuore. La sostenutezza in vece de’ suoi modi, l’austerità disdegnosa delle sue occhiate, queste mi respignevano dalle sue braccia. Non ho mai cessato dall’averne presente alla memoria il ritratto, allorchè avvolto egli nella sua senatoria veste di seta, la facea cigolare col suo camminar pomposo ed altero. Questo fasto valse tanto a sgomentare la mia giovine immaginazione, ch’io non seppi mai avvicinarmegli con quella confidente affezione per lo più connaturale ai fanciulli.
Ogni affetto di mio padre era andato a collocarsi sul mio fratello maggiore. Questi doveva essere l’erede del titolo e delle dignità della famiglia: quindi tutto a lui doveasi sagrificare, e me pure non meno che l’altre cose. Era deciso ch’io dovessi dedicarmi alla Chiesa, e si credea troncare per questa via al mio mal talento e a me medesimo i modi o di rendere più grave il peso degli anni e delle cure a mio padre, o di mettermi in opposizione cogl’interessi di mio fratello. In quella giovanissima età pertanto, prima che la mia mente si schiudesse al mondo e ai suoi diletti, quando io non avea ancora conosciuto alcuna cosa oltre i recinti del paterno palagio, fui mandato ad un convento, cui soprastava in grado di superiore un mio zio, alle cure del quale venni interamente affidato.
Questo mio zio, ritirato affatto dal mondo, non ne avea mai apprezzati, perchè non gli avea mai assaporati, i piaceri, e ravvisava nella rigidissima negazione di sè medesimo la gran base della cristiana virtù. Egli pensava che i temperamenti d’ognuna fossero simili al suo, o volea, se non altro, che al suo si conformassero. Il suo carattere e le sue consuetudini prevaleano su la Congregazione da lui governata: onde la più malinconica e squallida schiatta di viventi non era mai stata veduta prima di questa unirsi in vincolo di società. Il loro ospizio medesimo parea fatto di per sè stesso allo scopo di destare tutte le tetre idee che accompagnano la solitudine. Situato questo convento in una cupa gola di monti, australi al Vesuvio, non era almen rallegrato da belle prospettive in distanza, chè tutte le chiudeano quelle sterili vulcaniche alture. Un torrente che precipitava giù dai monti strepitava contro le mura di quell’edifizio, intanto che le aquile strillavano intorno alle cime delle sue torri.
Era sì tenera, quando venni confinato in questa prigione, l’età mia, che perdei presto ogni distinta ricordanza delle scene lasciatemi addietro. Laonde svolgendosi la mia mente, desumea da questo convento e dalle sue vicinanze il concetto dell’Universo, e credea l’Universo un deserto. Così una intempestiva tinta di malinconia andò infondendosi nel mio carattere, e gli spaventosi racconti e di diavoli e di mali spiriti fattimi da quei frati atterrirono tanto la mia giovine fantasia, che ne contrassi quella facilità a ricevere le superstiziose impressioni, dalle quali non ho potute veramente liberarmi più mai. Parea che nel travagliare l’accensibile mia fantasia mettessero tanta cura, quanta per prendersi sollazzo di me ne avea adoperata la malignità, de’ servi nella mia casa paterna. Mi rammento tuttavia di quali spaventi costoro nudrirono la fervida mia immaginazione durante un traboccamento del Vesuvio. Tra noi certamente e il vulcano stavano i monti, ma il tremendo suo ribollire crollava i più saldi fondamenti della Natura; e i continui tremuoti minacciavano farci rovinare addosso le torri del nostro convento. Una lurida infausta luce stendessi di notte tempo sul firmamento, e rovesci di ceneri portate dal vento calmavano l’angusta valle in cui ci stavamo. I frati intanto parlavano della terra divenuta come un alveare sotto i nostri piedi; di correnti di lava liquefatta che sconcano pe’ suoi canali; di caverne di fiamme sulfuree ruggenti nel centro della medesima e abitate dai demonii e dai dannati; di golfi di fuoco che stavano a bocche aperte per ingoiarci: leggende cui si accordava in vero la sinistra musica del rimugghiar cupo de’ monti che facea crollar ogni muro del monasteri.
Uno di questi frati era stato pittore, ritiratosi poscia dal mondo e venuto ad abbracciare questo genere di sconsolata vita in espiazione di qualche sua colpa: uom malinconico assai, il quale continuando nella solitudine della sua cella a coltivare l’arte che avea professata al secolo, volea che anche questa gli divenisse un modo di penitenza, perchè s’intertenea facendo o su la tela o in cera ritratti di volti e figure umane sformate dall’agonia della morte, o ridotte in tutti gl’immaginabili stati di disfacimento. Vedeansi nelle sue dipinture delineati i misteri orribili de’ sepolcri e delle salme umane divenute lurido banchetto degli scarafaggi e de’ vermi. Ritorsi il passo, persino abbrividito, da una tal galleria; pure col tempo la mia immaginazione, forte quanto mal regolata, m’indusse a cogliere con ardore questa opportunità d’instruirmi sotto la scuola del frate nella pittura. Ogni cosa nuova, qualunque fosse, mi giovava almeno a divagarmi dagli aridi studii e dalla monotonia de’ doveri del chiostro. Fattosi in breve tempo abile alquanto il mio pennello, gli squallidi miei dipinti vennero giudicati degni di decorare alcuni altari della chiesa.
In tale spiacevole via s’innoltrava una creatura non aliena per indole alle soavità del sentimento e ben fornita d’immaginazione. Quanto era di caro e piacevole nel mio carattere veniva rintuzzato, e nulla ne scaturiva che non fosse inutile ed inamabile. Fervido di temperamento, vivace, gioviale, rapido nel concepire e nell’eseguire, io sembrava una essenza formata alle più tenere espansioni del sentimento; ma una mano di piombo aveva atterrate tutto le migliori mie prerogative. Io non sapea meditar nulla che terrore ed odio non fosse. Odiava mio zio; odiava i frati; odiava il convento entro cui mi aveano murato; odiava l’Universo; e odiava quasi me stesso per trovarmi un ente capace di nodrire tant’odio, e tanto odioso com’io supponea.
Io mi avvicinava all’età di sedici anni quando, in certa occasione, mi fu permesso accompagnare uno de’ nostri frati che andava in missione in un luogo distante di lì. Lasciataci presto dietro le spalle la trista valle ov’io era stato imprigionato diversi anni, e dopo un breve cammino in mezzo a que’ monti, si scoperse alla mia vista il voluttuoso paese che si dilata intorno alla baia di Napoli. Potenze del cielo! Ove mi credei io trasportato, allor quando portai all’intorno lo sguardo sopra una vasta estensione di deliziosa ed aprica contrada, tutta rallegrata da boschetti e vigneti; sul Vesuvio a destra che sollevava la biforcuta sua cima; a sinistra su l’azzurro Mediterraneo e le incantatrici sue coste, ornate di splendide città e di sontuose ville; sopra Napoli, sopra la nativa mia Napoli che raggiava di lontano — di lontano a malgrado della distanza.
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