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Notizie per la vita di Carlo Botta
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uantunque avvenga sovente che la posterità non confermi i giudizj de’ contemporanei, sembra potersi senza tema assicurare che Carlo Botta verrà riguardato come uno degli uomini, i quali avranno fatto nel presente secolo più d’onore all’Italia.
Nato nel 1766 a San Giorgio, cospicuo Borgo in Piemonte, da Ignazio Botta, e da Delfina Boggio, dopo i primi rudimenti nelle lettere, si diede a seguire le orme paterne nell’arte salutare. Era Ignazio il quinto Medico per discendenza non interrotta di padre in figlio; e sperare quindi potea nel piccolo Carlo, che mostrava già tutta la propensione agli studj, un successore nella propria carriera.
Dotato di dolci costumi, e di rara moderazione, si fece notare nei primi anni della sua gioventù per uno di quegli spiriti, che avrebbe fatto sempre antecedere i giudizj della mente all’impeto delle passioni, e che l’ambizione, o l’interesse non avrebbe mai guidato nel cammino della via. Dice lo Scrittore d’una Notizia Istorica «che l’amore della verità lo conciasse ai principj dell’ordine moderno, e che a quelli si diede più per convinzione che per inclinazione; motivo, per cui, nel 1792, dopo aver ricevuto la laurea in Torino, dove si era applicato con successo alla Botanica e alla Medicina, fu come sospetto, arrestato». Ottenne la libertà nel 1794; e abbandonando la patria, passò in Francia.
Fin d’allora cominciò a pensare sul modo di elevarsi sopra la sfera comune; vide che l’Istoria moderna presentava un seggio da occupar in Italia; e quindi si rivolse a meditare sugli avvenimenti che aveano reso tanto fomoso il nome di Wasington nell’America settentrionale. Conobbe che dopo la morte del Salvini e del Cocchi scrivevasi in Italia con molta licenza; quindi cercò di formarsi lo stile nella letteratura degli Storici Toscani, e pare in special modo sul , sul , e sulla traduzione di Tacito del . Intanto esercitava la medicina all’armata dell’Alpi, che prese poi la denominazione d’armata d’Italia.
Giuntovi con quella nel 1796, scrisse un Trattato molto esteso sul Governo da darsi alla Lombardia; in esso, al contrario di molti altri, non carezzò i dominatori della sua patria; e l’anno di poi fu dal General Bonaparte inviato con una divisione dell’esercito Francese in Levante. Trovavasi a Corfù nel tempo, in cui vi regnò una grave malattia, che tornato in Italia egli fece conoscere nel suo primo libro dato alle stampe, intitolato Descrizione dell’Isola di Corfù.
Nel 1799 fu chiamato a far parte del Governo provvisorio del Piemonte, nominato dal General Joubert (il quale non conosceva pur di persona, unitamente a Giulio, e Bossi, assai noto nella let- teratura sotto il nome di Albo Crisso. Cessando dalle sue funzioni al l’arrivo di Musset Commissario Francese, fu nominato Amministratore del Dipartimento dell’Eridano; ma la invasione delle armate Austro-Russe nell’anno stesso lo costrinse a rifugiarsi in Francia di nuovo. Bernardotte, allora Ministro della guerra, l’inviò in qualità di Medico all’armata delle Alpi; e rientrò nella carriera politica subito dopo la battaglia di Marengo, essendo stato dal Primo Console nominato membro della Consulta di Piemonente, della Commissione esecutiva; e quindi della generale amministrazione della XXVII. Divisione militare.
Nel 1803 fece parte della deputazione del Piemonte, per l’unione di quella Provincia all’Impero Francese. Eletto al Corpo Legislativo, dal Dipartimento della Loira, fu scelto Vice-Presidente nel 1808: e rieletto l’anno di poi, si vide designato per la Questura, la qual non ottenne; ma fu nominato Cavaliere dell’Ordine della Riunione. Avendo biasimate alcune misure violente del supremo Reggitore della Francia, quando fu proposto la seconda volta per la Questura, l’Imperatore cancellò il suo nome dal foglio.
Nell’ozio, di cui godevano allora tutti i membri d’un Corpo legislativo muto, diedesi a porre in ordine quanto aveva scritto sulla guerra della Independenza delle Province unite d’America, e la pubblicò nel 1810 per la prima volta in Parigi. Parve a molti che varj modi di quella istoria, benché usati da Scrittori Toscani, fossero antiquati; altri poco degni della nobiltà dell’Istoria; e pochissimi altri improprj, colpa della lontananza dell’Autore dall’Italia. In quanto alla composizione dell’Opera fu giudicata univer- salmente degna dei primi onori. Ma i difetti di elocuzione agevolmente togliere si possono, e tutti i suoi veri amici desiderano ch’egli di per se stesso lo faccia. Secondo quello che scrisse l’
( . . . . Stanca in tal guisa, e sazia «Muore anzi tempo ogni laudevol brama, «In chi scrivendo merca Itala fama).
egli non raccolse frutto veruno da quest’opera, benchè assai ne raccogliesse il Traduttore, e coloro che la pubblicarono posteriormente in Italia.
Nel 1814 non fece più Parte del Corpo Legislativo, e dopo il 20 Marzo 1815 fu nominato Rettore all’Accademia di Nancy. Al ritorno del Re Luigi XVIII. rimesse egli stesso al suo predecessore la carica esercitata con integrità; e quantunque nominato di poi a quella di Rouen, non ne godè lungamente. Egli rimase, come tuttora rimane, senza impiego, e senza pensione.
Libero allor da ogni cura, scrisse la Storia d’Italia dal 1789 al 1814, di cui non altro diremo fuorchè vede l’Italia moltiplicarsi l’edizioni all’infinito. Pubblicatasi splendidamente in Parigi nello scorso anno 1824, in 4 tomi in 4 pei torchi di Giulio Didot il maggiore, essa avrà luogo nelle più scelte Biblioteche; non senza un segreto rammarico di chiunque rifletta, che dopo la pubblicazione di due opere tanto insigni, l’Autore non si trova in quello stato di largo vivere, di cui abbisognano i coltivatori delle lettere, e che dovuto sarebbe alle sue illustri fatiche.
Poco dopo terminata la storia d’Italia, scrisse in Francese un’altra opera, intitolata Storia de’ Popoli d’Italia, la quale fa parte d’una Biblioteca del Secolo XIX., che si pubblica a Parigi in cento Volumi. Prende in quella a descrivere gli avvenimenti accaduti in Italia dal secolo di Costantino sino al 1789; e la rapidità con cui è stato costretto a narrare tanti avvenimenti, che in breve spazio ha riuniti, non ha nociuto alla chiarezza, e all’interesse, che ha saputo spargervi.
Pare che gli Amici lo sollecitino a continuare l’istoria del Guicciardini. Niuno può farlo meglio di lui, quantunque il periodo, che succedette al primo terzo del Secolo XVI. star non possa in paragone coi quaranta anni che lo precederono.
I grandi meriti di Carlo Botta come prosatore hanno fatto quasi obbliare che egli è autore di un Poema in Versi Sciolti, intitolato Cammillo, o Veja conquistata pubblicato nel 1816, il quale serve a mostrare quanto giovi in Italia lo scrivere bene in versi per iscrivere ottimamente in prosa.
Avvertimento degli editori
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Questi documenti sono stati estratti, e fedelmente tradotti dalla numerosa Collezione in 7 Volumi pubblicatasi a Parigi nel 1816. Quindi a quella rimandiamo per le prove d’autenticità, che ce ne potessero venir dimandate. È poi superfluo fare avvertire che gli Autori scrivevano in mezzo all’esaltazione delle passioni, ed ogni lettore accorto ed istrutto saprà giudicare di per se stesso rettamente del valore delle espressioni, riflettendo alle circostanze che le dettarono.
I. Bonaparte dà conto al Direttorio della situazione dell'esercito, e della condizion politica rispetto a Genova
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rrivato già da varj giorni all’esercito, di cui ho preso sin da jeri il comando, io debbo ragguagliarvi di tre cose essenziali 1. dei dipartimenti di Valchiusa, delle bocche del Rodano, del Varo e delle Basse-Alpi; 2. della situazione dell’esercito, di quanto ho fatto e di quanto spero di fare; 3. della nostra condizione politica rispetto a Genova.
I quattro dipartimenti del Circondario dell’esercito non hanno pagato nè imprestito forzato, nè contribuzioni in grano, non effettuato il pagamento dei foraggi voluto dalla legge del 7 Vendemmiatore, nè incominciato a fornire il terzo cavallo. Procedesi con molta lentezza da queste Amministrazioni; ne ho fatto ad esse doglianza in iscritto ed in persona, e ne ho avuto speranza di maggiore attività in oggetti cotanto essenziali all’esercito.
La situazione amministrativa dell’esercito è dolorosa, ma non disperata. L’esercito sarà d’ora innanzi provvisto e di buon pane e di carne, ed ha già ricevuto qualche anticipazione sul soldo arretrato.
Le tappe per la strada del Rodano e del Varo sono provviste, e la mia cavalleria, i miei carriaggi e la mia artiglieria sono già da cinque giorni in movimento. In breve io pure marcierò. Un battaglione ha tumultuato; ha ricusato di partire da Nizza, col pretesto di non aver nè scarpe, nè danari; ho fatto arrestar tutti i granatieri, partire il battaglione, e, quando esso è stato nel mezzo di Nizza, gli ho mandato un contr’ordine, e fattolo pas-
sare per da tergo. È mio intendimento di congedar questo corpo, e d’incorporare i soldati negli altri battaglioni, non avendo gli ufficiali spiegato il necessario zelo. Questo battaglione composto di soli dugento uomini, è noto pel suo spirito sedizioso.
L’esercito mi ha ricevuto con fiducia; io sono particolarmente contento dell’accoglienza fattami dal Generale Scherer, il quale, e pel suo leale contegno, e per la sua sollecitudine in darmi tutte quelle notizie che mi potevano essere utili, ha meritato il mio gradimento. La sua salute sembra realmente alquanto guasta. Le cognizioni morali e militari ch’egli possiede, congiunte ad una gran facilità di parlare, lo renderanno forse utile in qualche impiego d’importanza.
La nostra condizione rispetto a Genova è assai pericolosa; si è tenuto un pessimo contegno, si è fatto troppo, o non abbastanza, ma fortunatamente non ne avverrà altro male. Il Governo di Genova ha genio e forza più che non credesi; con esso non v’ha che due partiti da prendere; o impadronirsi di Genova per via di un subito assalto, il che per altro è contrario alle vostre intenzioni e al diritto delle genti; oppure viver con esso in buon’armonia, nè volerne trar denaro, sola cosa che da lui si stima.
II. Bonaparte informa il Direttorio delle mosse del nemico, di aver migliorata la condizione dell'esercito, e di averlo disposto a dar battaglia
ct Io ho trasferito gli alloggiamenti ad Albenga. La mossa che ho trovato incominciata contro Genova ha tratto l’inimico dalle sue stanze d’inverno. Egli ha passato il Po, ed ha portato i posti avanzati a Dey, seguitando la Bormida e la Bocchetta, e lasciandosi Gavi alle spalle. Beaulieu ha pubblicato il Manifesto, che vi mando, ed a cui risponderò il giorno susseguente alla battaglia. Io sono contristato e sommamente malcontento di questa mossa contro Genova, tanto più inopportuna; in quanto che ha obbligato quella Repubblica a mettersi sulle difese, ed ha riscosso l’inimico, che io avrei potuto sorprendere all’improvviso: ciò ne costerà alcuni uomini di più.
Il Re di Sardegna dal canto suo apparecchiasi alle armi; egli ha fatto una leva di soldati prendendoli tra i giovani da’ quindici anni in là.
Io ho trovato ad Oneglia de’ marmi di qualche valore; ho ordinato se ne facesse la stima, e mettessersi all’incanto nella riviera di Genova; lo che potrà procurarci trenta in quarantamila lire.
La compagnia Flachat, che ha l’appalto dei grani e la compagnia Collot che ha quello della carne, si comportano bene: esse ci danno dei buonissimi grani, ed il soldato comincia ad avere della carne fresca. L’esercito è in una penuria spaventevole: grandi ostacoli mi restano ancora a superare, ma sono superabili: la miseria vi ha fatto mancare la disciplina, e senza disciplina non vi può esser vittoria. Io spero che ciò s’aggiusterà prontamente; già tutto cangia d’aspetto; fra pochi giorni noi saremo agli assalti.
L’altr’jeri ho fatto riconoscere i luoghi verso Cairo; le guardie avanzate dell’inimico sono state rovesciate, ed abbiamo fatto alcuni prigionieri. L’esercito piemontese è forte di cinquantamila uomini di fanteria, e di cinquemila di cavalleria, ed io non posso disporre che di quarantacinquemila uomini in tutto, essendo molte truppe statemi trattenute alle spalle, ed oltre il Rodano.
Chauvet, primo intendente, è morto a Genova: è questa una vera perdita per l’esercito, poichè egli era attivo, intraprendente. L’esercito ha concesso una lagrima alla sua memoria.
III - Bonaparte al Direttorio. Si descrive la penuria dell'esercito, lo spirito di sedizione che vi si è manifestato, la posizion presa per dar battaglia
ct Voi troverete qui annessa la lettera scrittami dal general Colli, comandante supremo dell’esercito piemontese, e la risposta, che io gli ho dato, spero che questa sarà conforme alle vostre intenzioni. La tesoreria ci spedisce sovente delle lettere di cambio, le quali sono protestate, com’è avvenuto recentemente di una di 162,800 lire sopra Cadice; lo che aumenta i nostri imbarazzi. Io ho trovato questo esercito non solo in penuria di tutto, ma senza disciplina ed in una continua insubordinazione. Il malcontento era tale, che alcuni malvagi erano giunti a dominarlo: vi si era formata una compagnia del Delfino; e vi si cantavano canzoni contro alla rivoluzione. Io ho fatto tradurre davanti ad un Consiglio Militare due uffiziali imputati d’aver gridato Viva il Re. Suppongo che la missione del cittadino Moulin, come negoziatore, fosse relativa a trame consimili, delle quali vado cercando ostinatamente il filo. Accertatevi, che la calma e l’ordine vi ritorneranno; qui tutto va preparandosi. Io ho fatto occupare l’importante posizione di.... così nell’orig.
Quando voi leggerete questa lettera, noi già ci saremo battuti. La tesoreria non ha mantenuto la sua parola: invece di 500,000 lire, ella non ne ha mandate che 300,000; ma ciò non ostante, andremo avanti.
IV - Lallement fa conoscere a Bonaparte le mosse dei nemici, le disposizioni degli animi per i Francesi, e la condotta da tenersi
ct Con la lettera, che vi siete compiaciuto di scrivermi ai 7 di questo mese, io ho ricevuto jeri quella del ministro delle relazioni estere, che vi era annessa. Siate persuaso che io non lascerò di porre in opera tutti i mezzi che saranno in mio potere, onde procacciarmi le notizie da voi desiderate, e che debbono concorrere al buon esito delle vostre operazioni.
Successivamente ho ragguagliato al ministro della Repubblica a Genova di tutto ciò ch’è avvenuto a mia notizia; essere cioè entrati in Lombardia, pel territorio veneto, 17 in 18,000 uomini, de’ quali 2000 di cavalleria leggiera, e 60 pezzi d’artiglieria di differente calibro; essere in questo numero compresi due reggimenti di emigrati al soldo dell’Inghilterra, i quali hanno traversato le terre del Papa per andare ad imbarcarsi a Civitavecchia; ed esser giunti a Milano 900 uomini di cavalleria napoletana, i quali sono passati parimente per la Marca d’Ancona. La riunione generale è a Pavìa. Assicurasi inoltre, che tra Inspruck e Trento, nel Tirolo, evvi una riserva di 20,000 uomini, de’ quali 6000 di truppe regolate, e 14000 di milizie. Le truppe austriache, al dir dei Milanesi medesimi, sono in cattivo stato, eccettuata la cavalleria; la maggior parte di esse è composta di gente attempata, di giovani da’ 15 a’ 16 anni, e di reclute pollacche, fatte in Gallizia, che marciano per forza, e disertano a compagnie, quando possono; e quelli che ho veduto giunger qui, mi hanno assicurato che tutti i loro compatriotti procureranno di far lo stesso, allorchè saranno comandati contro i Francesi. Essi mi hanno di più suggerita l’astuzia, che io ho parimente indicata, di porre avanti alle vostre colonne alcuni pollacchi vestiti alla pollacca onde possano da loro farsi riconoscere. Voi ne avete alcuni a Savona, e fra gli altri il Maggiore Stratzkowski, che potreste a tal fine impiegar utilmente.
Quanto all’umore degli abitanti, e singolarmente dei Milanesi, sono essi mal sodisfatti del loro Arciduca, e lo disprezzano; desiderano una mutazione di governo, e l’attendono dall’arrivo dei Francesi fra loro; ma non bisogna darsi a credere che siano per fare il minimo moto in favor dei Francesi, finchè non siano fatti certi, poter essi assicurarli per sempre dal ritorno dell’imperio austriaco. Converrà dunque inspirar loro fiducia, mediante una disciplina severa, e serbando intatte le proprietà, la religione, i costumi. Oggi essi ci temono, perchè i pre- ti ed i nostri nemici gli hanno sempre ingannati circa i nostri disegni; finiranno coll’averci in stima, e voi potrete dettar loro le leggi che crederete atte ad assicurare il trionfo e la gloria della Repubblica.
V - Il Direttorio esecutivo invia a Bonaparte il progetto di sorprendere con una marcia ardita la Santa Casa di Loreto, e impadronirsi dei di lei tesori
ct Il Direttorio esecutivo manda a Voi, cittadino Generale, l’estratto di una memoria, che gli è stata presentata, e dalla quale ha creduto che voi potreste trarre qualche profitto. Non vi propone già il Direttorio l’insensato progetto di esporre 10,000 uomini ad una marcia di quarantacinque leghe in un paese nemico, con lasciarsi alle spalle un esercito e delle fortezze, e senza potere trasportar seco i necessarj viveri; ma ha pensato essere forse possibile di pervenire al fine proposto, commettendo l’esecuzione del progetto ad un corpo di partigiani, cui comandasse un capitano ardito ed intraprendente. Tentate dunque questa impresa, se voi pure siete di questo parere, e se conoscete nell’esercito un uomo capace di porla ad effetto.
ct Genova non debb’essere lontana da Loreto più che quarantacinque leghe: non sarebbe egli possibile sorprendere la Santa Casa ed involarne gl’immensi tesori, che da quindici secoli la superstizione vi accumula? Se ne fa ascendere il valore a dieci milioni di sterlini. Diecimila uomini mossi segretamente, e destramente condotti, verrebbon a capo di una tale impresa con la maggiore facilità. Resta una difficoltà: la strada non è diretta, e convien passare per l’Appennino. Tuttavia con dell’ardimento, non nella esecuzione, per cui non se ne richiede che poco o niuno, ma nel progetto, voi farete la più stupenda operazione a pro della Finanza, e che d’altronde non apporterà danno che a pochi frati. Dieci mila uomini bastano a questa impresa. La loro occulta mossa ne assicurerà l’evento. L’esercito potrà al bisogno secondarli.
VI - Il Direttorio approva l’arresto del negoziatore Moulin, e invita Bonaparte a rispettarne la qualità. Si parla della famosa giornata di Montenotte
ct Il Direttorio esecutivo ha ricevuto, cittadino Generale, la vostra lettera de’ 17 germile, con la copia di quella che vi è stata scritta dal general Colli, e della vostra risposta relativa all’arresto del cittadin Moulin. L’oltraggio fatto alla dignità nazionale da questo generale nemico, mandandovi, come negoziatore, un fuoriuscito, giustifica il partito da voi preso di arrestarlo, e il Direttorio l’approva: ma dovete solamente ritenerlo in luogo di sicurezza, e non chiamarlo in giudizio, attesa la qualità di che è rivestito.
Voi non ignorate, cittadino Generale, di quale e quanta importanza giudica il Direttorio essere la campagna d’Italia: egli è convinto dell’assoluta necessità, che particolarmente su codesto teatro della guerra sieno i primi successi strepitosi. Voi avete sodisfatto alla sua aspettazione nella famosa giornata di Montenotte; ed ei riguarda con interesse uguale alla fiducia che ha in voi riposto quella che gli dimostrate sul progresso delle vostre operazioni.
VII. Il Direttorio esecutivo al General Bonaparte.
ct Il Direttorio esecutivo ha ricevuto, cittadino Generale, per mezzo di un secondo corriere, la novella della vittoria di Millesimo. I gloriosi attestati della nazionale gratitudine, che il corpo legislativo ha decretato darsi al valoroso esercito d’Italia, per questa battaglia e quella di Montenotte che aveala preparata, dispensano il Direttorio dallo estendersi di più sulle lodi da lui meritate: si ristringe dunque a congratularsi col Generale, a’ di cui talenti ed attività debbonsi principalmente attribuire queste vittorie, per le disposizioni da lui date e pel buon successo che ne ha ottenuto; egli commette di mandare ai generali francesi che lo hanno sì prosperamente secondato ed ai prodi che hanno vinto sotto i loro ordini, l’attestato della sua soddisfazione e di quella di tutti i veri amici della libertà.
Un governo repubblicano accoglier sa coloro che rendono essenziali servigj alla patria. Egli debbe incoraggiar gli uomini che dai loro sentimenti patriottici e dalla intrepidezza, compagna dei soldati francesi, sono guidati a delle azioni che illustrano il loro paese.
Il Direttorio vi avvisa aver con sollecitudine condisceso alla domanda che Voi gli avete fatta del grado di generale di brigata pel cittadino Rampon, comandante della ventunesima mezza brigata. A questi egli scrive una lettera di congratulazione, che troverete qui annessa unitamente al suo brevetto, che il Direttorio vi commette di consegnargli. Ha creduto parimente il Direttorio dover confermare la promozione da Voi fatta del cittadino Lasnes al grado di capo di brigata della trentanovesima mezza brigata, in luogo dell’ufficiale che la comandava, morto sul campo dell’onore.
Un altro sforzo, cittadino Generale, e tolto sarà ogni ostacolo all’avanzamento del vittorioso esercito che voi conducete. Nel momento in cui il Direttorio vi scrive debbe essere stato dato l’assalto a Ceva, ed i soldati francesi avranno valorosamente investito il campo trincerato dei Piemontesi sotto questa fortezza. Un vasto campo vi si apre davanti, il Direttorio ne ha misurato tutta l’ampiezza: le instruzioni che vi ha date, gli schiarimenti che con la presente vi aggiunge, e che le circostanze gl’impongono di mandarvi, i vostri militari talenti non meno che il valore delle truppe che vi obbediscono, faranno sì che il percorrerete con gloria, e in una maniera degna della Repubblica per la quale combattete. Gli ordini che il Direttorio vi trasmise, allorchè vi annunziò essere voi stato eletto a Condottiero dell’esercito d’Italia, hanno già stabilito le basi di questa impresa. Ora dunque non farà che accennarvi il modo con cui dovete condurvi nelle diverse circostanze, in che naturalmente potrete dagli avvenimenti della guerra esser posto.
La prima ipotesi che deve formarsi è quella che più si riferisce alle speranze che danno al Direttorio l’esercito d’Italia, ed i talenti ed il zelo del generale che n’è al comando. Tutto ne porta a credere che dopo avere ottenuto un buon successo a Ceva, dopo esservi impossessato di questo Forte, il terrore si spargerà in tutto il Piemonte; la corte di Turino sarà costretta di abbandonare Cuneo, Mondovì e le altre sue piazze alle loro proprie forze; di raccogliere le sue truppe per difendere Turino, e di cercare per via di sforzi, che l’attività vostra e le disposizioni militari che darete sapranno render vani, di opporsi ulteriormente alla mossa che una parte dell’esercito d’Italia far potrebbe contro quella capitale. Il Re sardo fors’anco, atterrito da’ vostri successi, inquieto delle turbolenze che suscitar potrebbonsi in Turino stessa, rinunzierà finalmente alla lega, cui per Sua sciagura si è congiunto. E non è inverosimile, che nelle attuali circostanze egli si muova a sollecitare una pace che ha pertinacemente tenuta lontana, e che ora può solo sperare dalla generosità francese.
Il Direttorio ha riservato esclusivamente a sè la facoltà, che la Costituzione gli dà di negoziar la pace; egli nondimeno crede utile di comunicare a voi, cittadino Generale, alcune delle basi, sulle quali fa disegno di stabilirla.
Una lega offensiva e difensiva col Re di Sardegna sarebbe indubitatamente la più vantaggiosa alla Corte di Turino; l’assicurerebbe non solo la Sardegna, dove i torbidi non sembrano durare se non per la speranza di essere secondati da noi; ma procurerebbe alle truppe Sarde, mediante un assalto combinato con i motori delle truppe Francesi verso Tortona, Alessandria e Valenza, l’importante invasione del Milanese. Questa lega finalmente ci renderebbe sicura la totale espulsione della Casa d’Austria fuori d’Italia; ma la penuria di danaro nel Piemonte, la poca fiducia di che gode la Corte di Turino, e il guasto del paese per le fatte campagne, allontanano l’idea della possibilità di una lega tanto desiderata, e che volterebbe improvvisamente le forze piemontesi contro gli Austriaci, nostri ostinati nemici. Tutt’al più potrebbesi forse esigere, che una parte delle truppe della Corte di Turino si unisse a quella della Repubblica, mentre il rimanente delle truppe Sarde sarebbe saviamente ridotto in uno stato per cui non avremmo a temerne nel progresso di questa guerra, quand’anche gli Austriaci ottenessero dei vantaggi, ed obbligassero di nuovo i Piemontesi ad unirsi con loro. Tuttavia, se la Corte di Turino, mossa dalla speranza di poter fare entrare le sue truppe nel Milanese (di cui la Francia le assicurerebbe la possessione) voltasse subitamente le sue forze contro i soldati dell’Austria, in tal caso diverrebbe necessario l’avere alcune piazze importanti per pegno della sua fedeltà verso di noi. Tortona ed Alessandria, Cuneo, Susa ed il Forte d’Icilia star dovrebbono per sicurtà della fede del Re di Sardegna alla lega che dal Direttorio sarebbe con lui conclusa.
Le quali ragioni, inducendo a credere che la Corte di Turino, nel momento in cui vedrassi costretta a domandarci la pace, si troverà nell’assoluta impotenza di continuare la guerra, hanno fermato l’animo del Direttorio. Eccovi, cittadino Generale, alcune delle basi su le quali il Direttorio proponesi di stabilir questa pace, se rinunziar deve alla speranza di una lega offensiva e difensiva, utile ad ambi gli Stati:
1. Disarmamento generale del Piemonte;
2. Riduzione delle truppe piemontesi ad uno stato che nulla ci dia a temere durante il corso della presente guerra;
3. Passaggio nell’Isola di Sardegna della maggior parte e dei migliori corpi che saranno conservati.
4. Occupazione delle fortezze e piazze d’Alessandria o Tortona, Ceva e Cuneo, e quelle d’Icilia e di Susa, con stipulazione che le tre ultime dovrebbono smantellarsi alla pace generale, o alla pace particolare con la Corte di Torino.
5. Somministrazione in natura degli oggetti d’ogni genere, di cui le truppe della Repubblica abbisogneranno nel corso della guerra attuale non meno che dei mezzi di trasporto, e lo stabilimento nel Piemonte degli spedali militari e delle fabbriche degli oggetti necessarj all’esercito d’Italia.
La seconda ipotesi che pone il Direttorio si è quella in cui il Re di Sardegna, o per ostinazione, o per la speranza che avesse ancora di stranieri soccorsi, volesse perseverare nella guerra. Le prime istruzioni che vi ha dato il Direttorio prescrivono qual modo tener dovete in questa condizione di cose; tentar cioè di far insorgere i popoli del Piemonte, secondarvi i fautori di un governo repubblicano, e trarre da quel paese tutto il bisognevole all’esercito d’Italia; ma sarebbe cosa imprudente l’inoltrarsi di troppo nel Piemonte, e solo di esso occuparsi: ne seguirebbe che gli Austriaci avrebbono modo di ristorarsi delle loro perdite ed aprirsi l’adito ad ottener qualche vantaggio.
Farà dunque di mestieri (e voi potete, cittadino Generale, disporre anticipatamente questa mossa) agire sul vostro fianco destro, rispignere gli Austriaci oltre il Po, e dirigere i vostri maggiori sforzi verso il Milanese. Genova dopo la disfatta dei soldati dell’Austria, non vorrà persistere a negare i soccorsi che ci sono indispensabili. La fermezza e l’energia degli agenti francesi presso questa Repubblica, e la loro savia e regolare condotta, degna in tutto di quella che ve gli tiene, faranno tornare i Genovesi a quei doveri, d’onde non avrebbono dovuto mai allontanarsi. Essi più non ricuseranno di lasciarvi occupar Gavi nel modo ed agli stessi patti con che v’impadroniste di Vado; e se eglino fossero sì malconsigliati da opporsi ai nostri successi che assicurano la loro esistenza, usate la forza per impadronirvi di quella fortezza. Del resto il Direttorio confidasi intieramente nella vostra prudenza, ed è persuaso che in queste difficili transazioni (che la lontananza non gli permette di determinare stabilmente) voi vi comporterete con sagacità e convenienza.
Tali sono gli schiarimenti che dopo i vostri successi il Direttorio ha creduto dovere aggiungere alle istruzioni, che già date vi aveva. Egli non può dubitare un momento che non siate per profittare delle vittorie riportate dall’esercito. A voi, cittadino Generale, non potrassi al certo rimproverar mai il vergognoso riposo di Capua.
VIII - Bonaparte accenna i suoi successi contro l'esercito Piemontese, e comunica al Direttorio ciò che pensa doversi fare in avvenire
ct Le nostre truppe hanno occupato la città di Cuneo, dove stavano di presidio 6,000 uomini. Io non posso dubitare, che voi non siate per approvare la mia condotta, poichè si tratta di un’ala d’un esercito che accorda una sospensione d’armi, per darmi tempo di batter l’altra; si tratta di un Re che si rimette pienamente alla mia discrezione, rilasciandomi tre delle sue più forti piazze, e la più ricca metà de’ suoi Stati.
Voi potete ora dettar quella pace, che più vi aggrada, al Re di Sardegna; vi prego di non dimenticare la piccola isola di San Pietro, la quale ci sarà per l’avvenire più utile che non la Corsica e la Sardegna riunite: Se voi gli concedete la porzione del Milanese, che io sono per conquistare, conviene il facciate a condizione che egli debba mandare 15,000 uomini per secondarci e guardar quel paese dopo che noi ce ne saremo impadroniti. In questo mezzo tempo io passerò l’Adige col vostro esercito, ed entrerò in Alemagna pel Tirolo; nel qual caso, è necessario il tenersi da noi in deposito, sino alla pace generale, le piazze ed i paesi che occupiamo. Conviene di più aggiungere per condizione al Re, che nel giorno, in cui i quindicimila Piemontesi passeranno il Po, debbe egli consegnarci la città di Valenza.
Le mie colonne sono in movimento; Beaulieu fugge, ma il raggiungerò; imporrò qualche milione di contribuzioni al Duca di Parma: egli vi farà proposizioni di pace; ma non ne siate troppo solleciti, onde io abbia tempo di fargli pagare le spese della campagna, rifornir di munizioni i nostri magazzini, e risarcire i nostri carriaggi a sue spese.
Se voi non accettate la pace col Re di Sardegna, s’è vostro intendimento di deporlo dal trono, fa duopo che lo teniate a bada per qualche tempo, e quindi me ne diate avviso, che io m’impadronirò di Valenza e marcierò su Turino.
Io avvierò 12,000 uomini contro Roma, quando avrò battuto Beaulieu, ed obbligatolo a ripassar l’Adige; e quando sarò sicuro che voi verrete agli accordi col Re di Sardegna, e mi manderete una parte dell’esercito delle Alpi. Per ciò che riguarda Genova, io credo doversi da voi domandarle 15,000,000 per indennizzamento delle fregate e bastimenti presi ne’ suoi porti, e che sieno giudicati, come traditori della patria, coloro che hanno fatto ardere la Modesta, e chiamato gli Austriaci.
IX - Bonaparte a Carnot. Parla delle occupazioni di Cuneo, Ceva, e Tortona, e delle circostanze che debbono favorire le altre sue operazioni militari
ct La tregua conclusa tra il Re di Sardegna e noi mi apre l’adito a comunicare per la parte di Turino, e risparmiar così la metà del cammino; potrei dunque ricevere i vostri ordini e conoscere le vostre intenzioni intorno alla direzione che dee darsi all’esercito.
Cuneo, Ceva e Tortona sono in mio potere; in breve passerò il Po ed entrerò nel Milanese; in questo tragitto, io mi propongo d’imporre una taglia al Duca di Parma e fargli pagar cara la sua ostinazione.
Se il Re di Sardegna sospettasse, prima che io ne avessi avviso, che voi non voleste accordar la pace, potrebbe farmi un brutto scherzo. Per ciò, non volendo voi la pace con la Sardegna, procurate che sia io quegli che ne lo renda inteso, onde possa coglier il tempo a me più opportuno, e che i suoi agenti a Parigi non ne ab-
bian sentore. Se poi concludete la pace col Re, ordinate ciò che far si deve rispetto a Genova, Parma, e Roma.
Beaulieu ha tuttavia con sè 26,000 uomini ben forniti: egli ne aveva 38,000 al cominciar della campagna, ed io non ne ho che 28,000; egli ha 4,000 uomini di cavalleria, io non ne ho che 3,600, ed in cattivo arnese.
La Corte di Turino e quella di Vienna promettevansi da questa campagna favorevoli successi: gli eserciti combinati erano di 75,000, io gli ho battuti con 35,000; adesso mi abbisogna soccorso; l’esercito delle Alpi può darmi 15,000 uomini.
Il Generale Chateauneuf Randon doveva restituirmi i 3,000 uomini, che si ritenne a Nimes, e ch’erano destinati per qua; con questo rinforzo l’Italia è vostra, ed io posso nel tempo stesso muovermi contro Napoli e Mantova, massimamente se mi è dato di battere, come spero, gl’inimici fra poco.
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The end
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