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Trattatelli estetici

Luigi Carrer · 1838 · Free in the US

58,922 words · about 4 h 8 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1838 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Trattatelli_estetici&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Luigi Carrer
Language
Italian
Published
1838
Length
58,922 words · about 4 h 8 min
Sections
47 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (47)
  1. Front matter under 1 min
  2. ESTETICA GENERALE. under 1 min
  3. Parte prima - I. L'unità. about 6 min
  4. Parte prima - II. L'unità negli estremi opposti. about 4 min
  5. Parte prima - III. Grazia, eleganza, smorfia e affettazione. about 7 min
  6. Parte prima - IV. La bellezza e suoi giudici. about 5 min
  7. Parte prima - V. L'affettazione. about 5 min
  8. Parte prima - VI. L'oscurità. about 6 min
  9. Parte prima - VII. L'originalità. about 6 min
  10. Parte prima - VIII. Il sentimento e l'espressione. about 3 min
  11. Parte prima - IX. Arte e mestiere. about 5 min
  12. Parte prima - X. L'espresso ed il sottinteso. about 7 min
  13. Parte prima - XI. Fantasia del cuore. about 5 min
  14. Parte seconda under 1 min
  15. Parte seconda - I. Il gesto. about 8 min
  16. Parte seconda - II. Indovinelli, sciarade, anagrammi, polisensi, acrostici, freddure, ec. ec. about 7 min
  17. Parte seconda - III. Varia significazione delle parole. about 5 min
  18. Parte seconda - IV. Le parodie. about 6 min
  19. Parte seconda - V. Le allegorie. about 7 min
  20. Parte seconda - VI. Le similitudini. about 4 min
  21. Parte seconda - VII. Gli album. about 6 min
  22. Parte seconda - VIII. Abuso di alcune parole. about 5 min
  23. Parte seconda - IX. Le citazioni. about 6 min
  24. Parte seconda - X. I giornali. about 7 min
  25. Parte seconda - XI. Poesie popolari. about 12 min
  26. Parte seconda - XII. I ritratti. about 5 min
  27. Parte seconda - XIII. Decrepitezza della poesia moderna. about 5 min
  28. Parte seconda - XIV. L'età delle traduzioni. about 3 min
  29. Parte seconda - XV. Letteratura omeopatica. about 4 min
  30. Parte seconda - XVI. Le necrologie. about 4 min
  31. Parte seconda - XVII. Difetti dei giovani letterati del nostro tempo. about 5 min
  32. Parte seconda - XVIII. Le controversie di conversazione e di giornale. about 5 min
  33. Parte terza. - Osservazioni personali. under 1 min
  34. Parte terza - I. Il merito e le circostanze. about 8 min
  35. Parte terza - II. L'arte e l'artista. about 5 min
  36. Parte terza - III. Ragguaglio delle menzogne degli scrittori. about 8 min
  37. Parte terza - IV. Di alcune accuse date agl'ingegni creatori. about 4 min
  38. Parte terza - V. Gli anonimi. about 4 min
  39. Parte terza - VI. Dei giudizii di alcuni uomini illustri intorno sè stessi. about 7 min
  40. Parte terza - VII. I Titani. about 12 min
  41. Parte terza - VIII. L'uomo e il letterato. about 4 min
  42. Parte terza - IX. Ingenuità involontaria. about 5 min
  43. Parte terza - X. Gli uomini così detti di tavolino e i magazzini di cose. about 5 min
  44. XI. Menti che insaccano e menti che stivano, e ciò che ne segue about 4 min
  45. Parte terza - XII. I posteri e i contemporanei. about 5 min
  46. Parte terza - XIII. Vantaggi inavvertiti della censura. about 4 min
  47. Parte terza - XIV. Grappolo di spropositi in un articolo sopra Vincenzo Monti. about 8 min

Continue:

Front matter

ct

Indice

ESTETICA GENERALE.

ct ct

Indice

.

Parte prima - I. L'unità.

ct ct Quando si vuol dire bellissima ad una composizione si dice comunemente la è di getto. Una tal frase, come l’altre tutte che sono diventate proprietà comune, e di cui il significato, tuttoché astruso, vuolsi afferrare subitamente da chicchessia, merita di essere esaminata.

Il getto, chi ben considera, non è sempre il più artifizioso de’ lavori, e non è quello certamente in cui spicchi nel suo maggior lume l’individuale abilità dell’artista. Perchè dunque pigliare a prestito dall’arti una frase che nella sua applicazione potrebbe sembrare inesatta? O meglio, da qual lato si dee prenderla, a trovarvi quella verità e convenienza che la rese accettabile universalmente? Nel getto egli è da considerare la unità nel suo più alto ed esteso si- gnificato. Unità nel concetto e nell’esecuzione; ossia corrispondenza somma congiunta a somma velocità. Non bisogna confondere la frase di cui parliamo con l’altra che dice: è cosa tutta d’un getto. In questa seconda la significazione è limi tata e riguarda un altro ordine d’idee. I trattatisti, che spendono molte parole in proposito di certe loro arbitrarie unità, farebbero, a parer mio, opera molto bella dimenticandone alcune per meglio dichiarare la vera. Quel concepimento di un’opera che non te la dà, come a dire, tutta d’un pezzo, è da rigettarsi come imperfetto. Tanto è ciò vero, che uno studio grandissimo si pone a’ trapassi con la mira di nascondere il partire che fa l’autore dal proprio soggetto per indi tornarvi; appunto come, ove il getto si faccia in parecchi stampi, s’invoca il soccorso della lima a tor via quel più ch’è possibile delle commessure. Di qui la necessità del grande scrittore di vivere sempre co’ fantasmi, se cosi vogliamo chiamarli, della propria mente, e di conversare continuamente con essi, affinchè lo scostarsene non tolga al suo lavoro quella bella apparenza di continuità, senza la quale nè manco i lettori saranno allettati a scorrerlo, come suol dirsi, tutto d’un fiato. Che attenzione devo io prestare ad un fatto, di qual importanza deve esso sembrarmi, quando chi lo racconta s’interrompe ad ogni poco per dire una galanteria alla signora che gli sta presso, per badare se il lampadario che ha sovra la testa si regga a dovere, e simili altre distrazioni che ben palesano la poca parte che l’animo prende alla narrazione? Non altrimenti accade a chi legge un libro di cui le prime dieci pagine appariscono visibilmente scritte d’inverno al tepor del camino, le dieci seconde tra gli alberi e le fontane della villa. Quante volte mi succede di dire a me stesso, mentre leggo qui l’autore depose la penna e andò a fare una passeggiata; qui fu interrotto dalla visita di un seccatore; qui lo prese la noia e si addormento. E allora, che voglia posso sentirmi io stesso di continuare?

Esaminando la cosa più seriamente, la vastità dell’ingegno in che consiste, se non nel saper comprendere d’un guardo solo un numero maggiore di oggetti, di quello sogliano gli altri nomini a cui l’ingegno non è più che mezzano? Pochi sono quelli, cui la natura fosse tanto matrigna da non conceder loro che veder sappiano successivamente quanto altri potè vedere di lancio. La gagliardia delle impressioni, che sono atti a ricevere certi animi sovranamente squisiti, nasce da ciò, che in essi riflettonsi simultaneamente compendiate le parti tutte di un dato oggetto, e vi cagionano quella forte e complessiva visione che li rapisce nell’entusiasmo; laddove gli altri non sono commossi che un po’ alla volta, quando da tale, quando da tal altra parte del medesimo oggetto, sicchè al sorvenire del- la seconda impressione la prima è un po’ raffreddata, e sì l’una che l’altra non possono mai esser gustate nella loro generalità, ossia nelle relazioni più intime che vi hanno fra loro. Perchè quando l’ammirazione ha tocco l’ultimo grado vengono a mancar le parole? Appunto perchè, a voler esprimere intera quell’ammirazione, si richiederebbero parole che comprendessero un significato più generale di quello comprendono d’ordinario; e quindi egli è forza limitarsi a certe frasi generali di bello, perfetto, maraviglioso, che lasciano all’anima indovinare ciò che la lingua non è capace di esprimere. La subitaneità adunque e la copia concorrono a formare l’unità. Potrà sembrare a taluno che quanto si è detto abbia riguardo piuttosto agli uditori o spettatori di un’opera, che agli autori; credo però che da questo tale si vorrà avvertire che il primo spettatore di qualsiasi opera egli è l’autore, al quale è conceduto vederla nella propria mente, prima che altri sulla carta, o nella tela, o dove che sia. Tal altro potrà aurora dire: dovremo dettare, tutto d’un fiato, com’è desiderabile che leggano gli altri il nostro libro quando lo avranno tra mano? Questa interrogazione! non può farsi che da scherzo, e mostrando di frantendere il significato delle parole. Soffiatevi il naso, tossite, levatevi a prender|aria, tra periodo e periodo, tra frase e frase, se cosi vi piace, ma non ne date indizio ai lettori, altrimenti vi so dir io, che tornati al lavoro l’uditore vi sarà scappato dinnanzi.

Per estendere alquanto il discorso, e dar ad esso quella importanza che da sè non avrebbe riferendosi ai soli lavori d’arte, potrebbesi osservare che questa stessa unità vuol esser studiata e possibilmente osservata eziandio nel costume di ogni uomo. In questo caso l’uso amerebbe che la si chiamasse piuttosto coerenza. Questa coerenza rende l’uomo tetragono a’ colpi della ventura sia favorevole sia nemica. E qui ancora richiedesi una certa velocità. Bisogna per altro che c’intendiamo, affinchè non sembri che io voglia fare il panigirico dell’impetuosità e della precipitazione. So anch’io ch’egli si vuole andar lenti nell’operare; ma, e forse che questa lentezza non è richiesta anche nei lavori d’arte? Ciò non esclude la subitaneità della visione.

Tra chi conosce subito il buono e il rio di un’azione, e giovasi poi del tempo e del ragionamento a meglio accertarsene, e chi ha bisogno del tempo e del ragionamento per quella cognizione, quale credete voi sia migliore? Ne più nė meno accade all’artista, che afferrata l’idea generale, e come a dire dominante del suo lavoro, v’impiega attorno lo studio ad attuarla. Ciò che abbiamo detto di certe opere può dirsi egualmente di certe azioni: sono buone non c’è a dire; ma non sono di getto. È generoso il tratto di Tiburzio, ma non potete a meno di sentirvi l’esitazione per la quale passò la sua anima prima di adagiarsi in quella nobile volontà. Sofronia non dice male di chicchessia, a voler esser giusti; ma ci vedete nel suo discorso la continua propensione a farlo, e il continuo contrasto in cui è colla propria lingua. Se fa l’elogio di qualche persona, come per verità non manca di fare assai volte, voi ci trovate sempre uno staccato, un contorto in quelle sue riprese frequenti, in quella lentezza con cui pronunzia certe parole, quasi meditando le successive, che vi fa presumere l’ommissione di qualche idea interposta, o per lo meno la non sempre completa espressione delle manifestate. Bisogna pur fare qualche caso anche del tempo, il quale, da volere a non volere, è pure in qualche guisa dominatore dell’uomo; e sovente tra l’intenzione e l’atto frapponendosi Pesitazione, questa, tuttochè inattiva, ha forza di rodere le altre due, di lor natura attivissime. L’abitudine presa d’operar il bene, anzichè scemare il pregio dell’umana ragione, è farmaco efficacissimo a quella parte di naturale nequizia, ch’è propria pur troppo di tutti gli uomini. Egli è pur vero che il bello ed il buono si danno mano! Il bello delle arti è rappresentazione della bontà che deve avere la propria sede nel cuore; e quindi verissima in questo senso la sentenza di chi disse, anche negli autori aversi a considerare prima il cuore indi l’ingegno. Le mostruosità non fanno specie. Giustissimo per altra parte il pregio che si fa della coerenza nelle umane azioni, in quanto l’unità che si richiede nel bello è richiesta pure nel buono, e la coerenza pure delle parti produce quella frase lavoro di getto, che dall’esperienza è tratta a significare la bontà di un lavoro anche non materiale.

Parte prima - II. L'unità negli estremi opposti.

ct ct L’erba che spunta fra le screpolature di un muro in rovina; un’allegra brigata che si raccoglie a gozzovigliare sopra un terreno ingombro di sepolture; un giovanotto che s’infiamma all’amor delle lettere con fra la mano le prose del Tasso, nelle quali quest’ingegno divino lamenta le proprie miserie; tutti questi ed innumerevoli altri accozzamenti di fatti contraddittorii, che ad ogni ora ci cadono sotto gli occhi, mi furono più volte cagione di pensare alla unità che appunto risiede negli estremi opposti, e questa considerazione mi aperse la strada a parecchie conclusioni, che vorrei credere non del tutto vane.

Primieramente quanto all’arti e alle lettere rimane dimostrata la verità di quel principio che mi accadde altra volta di dichiarare con lunghe parole in proposito del sottintesi, essere, cioè, proprio dell’artista ingegnoso lo scegliere, non potendo tutte, quella fra le varie faccie dell’oggetto che prende a rappresentare, la quale rende più facilmente presumibili l’altre. Ciò giova ad un tempo alla brevità e alla semplicità; doti che non è molto facile altrimenti il trovare accompagnate, senza che scambievolmente si nocciano.

In questa parte gli antichi raggiunsero una grande eccellenza; eccellenza proporzionata al grande studio che ci ponevano. Anzichè fiaccare la mente in una lunga esercitazione sopra la stessa idea, come molto spesso accade ne’moderni, cercavano di eccitare vivamente le idee estreme contermini ad altre che lasciavansi congetturare. I moderni all’incontro, escludo que’ sommi pei quali non possono le consuetudini contemporanee, vogliono tutto abbracciare, tutto distendere, sminuzzar tutto; di qua, a fronte di una somma sollecitudine di precisione, una somma indeterminatezza.

C’è un altro vantaggio nel far sì che un estremo s’intenda per l’estremo opposto. Il lettore, o semplice spettatore che sia, rimanendo da quello che l’artista gli mette innanzi non più che incitato a comprendere ciò che rimane nascosto, crede di fare da sè indovinando, e si applaude come di una scoperta. Le idee che gli entrano per tal via nel cervello, o gli affetti che in tal modo germogliano nel suo animo, anzi- che venutigli dal di fuori, li crede nati in sè stesso, e quindi li accarezza come proprii figliuoli, si tiene ad essi tenacemente abbracciato, li difende con ogni guisa di coraggio e di pertinacia.

Una delle prove più palesi di quanto abbiamo detto finora si è l’ironia. Vedete bene, ella comincia appunto dove il suo opposto finisce; potrebbesi dire che prendesse le fila che pendono all’estremità della tela, per intrecciarle nel suo nuovo lavoro. Vuol essa inspirare il disprezzo? Incomincia dalle più smaccate adulazioni, iperboleggia nelle lodi, profonde i superlativi: a prima giunta non sapresti ben dire se continui ancora l’apoteosi, e la diffamazione è di già incominciata.

Se non fosse vero il proverbio gli estremi si toccano, come potrebbesi trovar ragione al ridere che si fa talvolta vedendo chi sdrucciola o incespica per modo alquanto bizzarro? Ho udito dire a taluno che ciò possa nascere da convulsione, e per un moto quasi simpatico propagatosi alla vista di que’ scontorcimenti che fa per lo più chi scivola o inciampa. La cosa ha dell’astruso, e dell’incerto, e per poco non direi dell’assurdo: laddove il dire che quelle incomposte attitudini, tenendo molto della caricatura, eccitano il riso, che dalla caricatura si risveglia solitamente, è secondo ragione, o che parmi, e non è punto difficile ad essere inteso.

Questo pensiero, che gli estremi concorrano a vicendevolmente compenetrarsi, rende sensibile quel profondo elemento di unità, che, come risiede in tutte le opere della natura, così viene ad essere rivelato da tutte pure quelle dell’arte. Di qui la tristezza genera soavità; i sentimenti vigorosi inducono gli uomini ad affratellarsi; fra la desolazione non resta di sorgere la speranza. Hanno bene inteso la verità di tali principii que’ critici che rimproverarono a Shakespeare il ridicolo ch’egli nou si guarda d’instillare nei luoghi più patetici de’ suoi drammi? Quanto è più commovente chi ignaro del proprio destino s’indugia a motteggiare nell’ora che brevissima gli rimane ad essere sopraggiunto dal carnefice, di chi stempera il suo dolore nelle esclamazioni, e vuole trascinare a viva forza altrui compassione sul proprio cammino! Si dirà che il miscuglio del serio e del ridicolo, per modo che se ne giovino a vicenda, non si pratico dagli antichi. Primieramente nella generalità di questa massima ci sarebbe che ridire: in secondo luogo è da por meute, che prendendo essi di preferenza il sensibile a fondamento delle loro imitazioni, doveano rimanere di necessità entro più angusta periferia.

Passando ora dalle arti al costume, chi avesse dinnauzi agli occhi della mente questa relazione che ci ha fra gli estremi opposti, si guarderebbe da molte ridicole e nocevoli pratiche della vita. Toccherò leggermente questo punto, perchè il troppo approfondarlo non mi conduca ad alimentare privati rancori, e l’uso bruttissimo delle indiscrete allusioni. Uno sfarzo soverchio è troppo facile indizio di povertà, l’esagerate eleganze esteriori lasciano sospettare assai agevolmente una interiore rozzezza. Se al tuo saluto non ci aggiugnessi la stretta di mano ti avrei per più amico; sarei più inclinato a dar fede al tuo racconto, senza quella troppo sensibile commozione che mi dimostra il tuo volto. Bada bene alla tremenda unità degli estremi opposti. Vorrei che molti leggessero il bell’apologo del Parini, che ha per titolo i Ciarlatani. Oh quanto spesso, trovandomi fra due che si accapigliano quistionando, e vogliono ciascuno essere di preferenza creduti in un racconto che fecero con circostanze del tutto opposte, mentre gli spettatori sopraffatti dalle parole, sbalorditi dagli urli, per poco non dissi, domati dai gesti, applaudiscono a chi ha lingua più sciolta, polmoni più atti, e braccia più vigorose, vo fra me e me ripetendo:

E ciò anche quando una delle parti sia assente, giacche tanto fa per un lato il silenzio, quanto lo schiamazzo per l’altro. Gli estremi si toccano, negli estremi opposti c’è l’unità. Ho imparato a rispettare Licinio come fiore di galantuo- mo udendo le parole di Aristo che lo predicavano a tutta gola furfante.

Parte prima - III. Grazia, eleganza, smorfia e affettazione.

ct ct Anche la bellezza può non piacere; e quando non piace, che cosa le manca? La grazia. Che cosa è ella mai questa grazia? Non direbbe forse male chi la chiamasse l’anima della bellezza. Del bello si possono per certa tal quale maniera dichiarare i confini, le proporzioni, appunto come si fa dei corpi, ma della grazia non è possibile parlarne con tanta precisione. Appena appena ci sarà dato intenderne alcuna cosa per via di confronti, appena appena indicare alcuna fra quelle note che le sono proprie. Certo è ch’essa parla più sensibilmente e più efficacemente della bellezza, e l’anima intende fino all’ultima sillaba di quel muto linguaggio. Non è dunque senza ragione e senza utilità che ci occupiamo con qualche amore in questo argomento.

Altro è grazia, altro eleganza. È necessaria questa distinzione, trattandosi di cose che possono essere assai facilmente scambiate una per l’altra. Non siamo primi a notare questa differenza; ci studieremo tuttavia nel ripetere le al- trui osservazioni di non essere tuttaffatto gazze, che nulla aggiungono e nulla tolgono a quel tanto onde furono indettate. La grazia è cosa più naturale che non è l’eleganza, e per conseguenza può taluno farsi elegante, na sarebbe fatica gettata che s’industriasse a diventare grazioso. La grazia è qualche cosa di più intrinseco, di più immedesimato con noi stessi, l’eleganza resta, come a dire, al di fuori, e si limita agli esteriori adornamenti.

Passiamo agli esempi. Vi parrebbe che si potesse dire un’occhiata elegante? Un elegante sorriso? Bensì con tutta proprietà chiamereste quell’occhiata e quel sorriso graziosi. Dite il somigliante di un gesto, di una qualsivoglia altra movenza della persona. Quando udite di una signora ch’ella è elegante, non vi si presentano subito al pensiero l’esteriorità tutte del suo abbigliamento? All’incontro quando udite ch’ella è graziosa, non correte subito colla fantasia al suo discorso, alle sue maniere, a tutto ciò in somma ch’è particolare a lei sola, e in cui non hanno parte ne la sartora, ne la crestaia?

La grazia viene in soccorso dell’eleganza, e similmente dall’eleganza è aiutata la grazia. Ma è da notare che alla grazia non manca presso che mai l’eleganza, questa molte volte si vede scompagnata da quella. E donde ciò? Appunto per venirci la grazia da sola natura, l’eleganza potersi in qualche guisa acquistare. Chi ha il dono della grazia ha il sentimento dell’eleganza, di cui la grazia potrebbe chiamarsi il compimento. Una graziosa signora non sarà mai inchegantemente abbigliata. Qui s’intende di quella eleganza generale, che non dipende dalle accidentalità dei tempi o delle opinioni, e nel giudicare della quale concorrono tutti i gusti.

Ma chi giudicherà della grazia, chi dell’eleganza? Di questa il gusto, di quella il sentimento. Questo ancora deriva da quanto abbiamo premesso. Il gusto è deputato a giudicare di ciò in cui entra l’arte; a giudicare di qualità naturali non è bisogno di gusto, e basta il sentimento proprio di tutti gli uomini. Si domanderà forse, onde avvenga che anche nel giudicar della grazia accade di ritrovare una qualche discrepanza di opinioni. Al che rispondiamo che molte volte grazia ed eleganza sono in tal modo inviscerate una nell’altra, da non potersi ragionevolmente distinguere a quale di loro la diversità de’ giudizii si riferisca. Molte volte ancora crediamo spontanea voce del sentimento ciò ch’è conseguenza di alcuni principii ai quali abbiamo conformato il nostro gusto.

La grazia diminuisce o rende tollerabile un’ imperfezione, l’eleganza può invece renderla più spiacevole e farla maggiormente apparire. Un difetto confessato con grazia può ottenere facilmente perdono; il dipingerlo con eleganza lo rende forse più schifoso, e la manifestazione diventa un insulto. Ciò che ci viene da natura porta in sè una tacita scusa di molta forza per chi abbia buon cuore e retto giudizio, e la grazia, prerogativa affatto naturale, come s’è detto, imprime questo carattere negli oggetti intorno ai quali si aggira. L’eleganza abbellisce, e provoca per conseguenza il nostro buon gusto, che in molti casi non altro significa fuorchè la nostra malignità, e il cercar modo di segnalare la nostra accortezza nel non lasciarsi vincere dagli artifizii, e nello spingere più là che possiamo le nostre presunzioni.

A questo punto sarà facile intendere che la grazia si fa amare, l’eleganza ammirare. Il diletto che deriva da quella è più durevole e intenso, da questa procede un diletto più passaggiero e superficiale. Può avervi una condizione d’animo, una stagion della vita in cui l’eleganza ne venga a noia; la grazia giugne sempre opportuna. Le diverse età, i diversi stati, domandano grazie diverse; ma ce ne hanno per tutte e per tutti. Anche un rimprovero può esser fatto con forme eleganti, ma irrita un animo che sia naturalmente gentile ed intelligente.

Tutti abbiamo sortito da natura, qual più qual meno, una disposizione alla grazia. Basterebbe che ognuno di noi operasse secondo natura ad essere sotto certi rispetti graziosi. Perche i fanciulli Ci sono così cari? Auche per questo, che quanto da essi si fa e fatto naturalmente, e quindi con grazia. Ma certi principii mal posti, e peggio praticati, corrompono in noi il primo germe delle primitive inclinazioni, ci fanno operare a ritroso e fuor di natura, e quindi sempre spostati, sempre violenti, pensiamo col cervello d’altri, prendiamo a prestito le altrui parole, nulla abbiamo in noi che ci sia proprio, e quindi nulla abbiamo che possa veramente chiamarsi grazioso.

Oltre la facoltà di pensare e operare con grazia c’è anche quella di rimanere più o meno impressionati dagli oggetti graziosi. Una facoltà può dirsi all’altra gemella. Quante grazie cadono inosservate per colpa di chi non sa vagheggiarle! Anche in questo lo studio dell’eleganza può apportare gran danno. Siccome l’uso immoderato di certi cibi e di certe bevande rende il nostro palato inetto a gustare i blandi sapori delle vivande e dei vini più confacenti alla nostra salute, così il soverchio studio dell’eleganza ne fa diventare indifferenti ed ottusi alla grazia. Fortunato chi mantiene difesa dalla contagiosa influenza di certi esempi la propria anima! Quanti piaceri gli sono apparecchiati da assai tenui cose!

La grazia può ella stare colle passioni? Senza dubbio; il che non può dirsi certamente dell’eleganza. Anzi dov’entra eleganza, ivi potete dire assai francamente non avervi passione. È graziosa la malinconia, è grazioso il pudore, ma più di tutto è graziosa l’innocenza. Anzi potrebbe dirsi ch’ivi non è vera grazia ove non è innocenza. Dopo questo sarà facile giudicare fin dove esser possa grazioso il sorriso. L’eleganza s’innesta anche al vizio. Può avervi eleganza in una calunnia; provatevi, se vi dà l’animo a farla graziosa. Una poesia poco decente potrà chiamarsi elegante, non crederei di poterla chiamare graziosa.

Egli è da por mente che la grazia non cangi natura e non diventi smorfia, appunto come l’eleganza può diventare affettazione. Nulla può avervi di tanto malagevole quanto il segnare l’ultima linea oltre la quale non è conceduto passare, chi di grazioso non voglia mutarsi in ismorfioso. Avvertano bene, le donne singolarmente, per le quali sembrano fatte le grazie, a non creder tali le smorfie. Lo stesso gesto, lo stesso inchino, la stessa rivolta di capo, che in Felicita è grazia, è smorfia in Aspasia. Chiamati a scegliere tra smorfia ed affettazione, per poco non diciamo quella essere peggiore di questa.

Lo spirito d’imitazione, che dà origine a tanti lagrimevoli errori, cagiona eziandio la più parte delle smorfie e delle affettazioni. Quanto dispetto ne prendo al veder ricopiate certe attitudini, certi movimenti, certe foggie di discorso tutte proprie di tale o tal altra persona! Illusi breve ora dalla rassomiglianza, ci lasciamo andare ad una piacevole commozione, quando un minimo che discordante dal tipo che portiamo nell’ani- ma, ci fa avvertiti del nostro inganno; e dove ci sembrava a principio aver trovato la grazia, ne si affaccia la sinorfia bruttissima in quella vece. A rimanere piacevolmente impressionati da quel cotal rientramento di labbro, conviene che sia quel labbro e non altro; a sentirsi percossi nell’anima da quelle cotali repentine alzate di voce, la vuol essere quella voce e non altra; se non è quella mano che racconci i capelli in quel cotal modo, se non sono quelle ciglia che in quella cotal foggia si corrughino quasi a meditazione, questi atti saranno smorfie e non altro, e in luogo del cara, che apertamente o sotto voce siamo tentati di pronunziare, ci verrà sulla bocca chi sa mai qual altra parola.

Quando il nostro discorso volesse riferirsi agli scrittori e agli artisti, la verità dei principii finora esposti si farebbe assai più sensibile. Ciò che finora avrà per avventura potuto sembrare assai frivolo, acquisterebbe importanza e dignità anche agli occhi de’ meno indulgenti. Ma noi, paghi di aver tracciata la via secondo la quale possono farsi molte utili applicazioni, lasciamo ad altri la cura di farle. Consiglieremo bensi in generale quanti vivono, uomini e donne, a non isforzarsi di comparire graziosi, ma paghi di quanto fu loro conceduto da natura, studiare invece di ornarsi di una conveniente eleganza. E quauto agli smorfiosi, siccome anche in letteratura ce ne hanno, li preghiamo a non volere considerare con troppa severità queste nostre riancie, se mai si avvisassero che la miglior via a farsi riputare sapienti quella si fosse di censurare come le altre azioni così ancora gli scritti del loro prossimo. Quanto saremo loro obbligati se vorranno in vece mostrarsi graziosi, anche quando credessero che non ci fosse riuscito di dettare elegantemente!

Parte prima - IV. La bellezza e suoi giudici.

ct ct A definire la bellezza provaronsi con varia fortuna ingegni sommi e mediocri; a renderne il vero, pieno, intelligibile concetto non è riuscito nessuno. Sono cose che meglio intendensi per sentimento, che per via di discorso. Bando dunque alle definizioni, e alle distinzioni sottili, che tormentano l’intelletto senza possibilità d’acquetarlo. Imitiamo l’industria di chi, non potendo abbattere d’un solo tratto di scure una qualche gran pianta, si fa a pertugiarla di molti colpi tutto all’intorno, fino ad assottigliare per modo quel vastissimo tronco, che possa rimanere afterrato da un’ultima scossa. Le definizioni recidono di lancio ogni questione la peggio intralciata, ma vogliono essere adoprate sopra argomenti che le comportino, e, come s’è detto, questa materia della bellezza non soffre di venire a questo modo determinata. Fermiamoci quindi a discorrere del modo ond’essa si considera generalmente da diversi generi di persone, e vediamo se tenendo questo modo indiretto ci vien fatto di carpire alcuna utile deduzione.

Mi sembra che in tre guise diverse, da tre diverse specie di genti si faccia ragione della bellezza. Sono in primo luogo di quelli che considerano la bellezza in sè stessa, assolutamente, ossia secondo alcune regole generali ed astratte, che applicano all’uopo con pertinace esattezza a qualsivoglia l’oggetto che loro si offra da giudicare nel proposito della bellezza. E questa la noiosissima generazione dei pedanti, che armati di certi loro principii, cui chiamano norme infallibili di bellezza, rimangono inflessibili a sentenziare secondo quelli la bontà e malvagità d’ogni opera d’artista. Non veggo a chi meglio che a costoro possa riferirsi l’antichissima favola dell’inumano Procuste, e del suo inumanissimo letto. Vanno costoro a vedere un quadro, una statua? Sfoderano subito, come appunto gli avessero in tasca, i bei paroloni di concorso di linee, sbattimenti d’ombre e di luce, partito, panneggiamento, risalto, e più ch’altro quel terribile costume, tanto facile ad essere offeso da’ gran maestri, quanto ad essere osservato da’ picciolini; e dove alcun che sporga o rientri dalla misura, gridano subito la croce addosso all’artista, il quale, tutto che non intenda quel gergo, e contempli l’opera propria tra malinconico e dispeltoso, pure si acconcia per l’avvenire a ricreare i concelti della propria mente secondo il senno di quelle ciancic. Sono pure questi medesimi pedanti, che, all’ascoltare o tragedia o commedia che sia, mentre altri ingenuamente ride o piange senza badar più che tanto, notano il come dell’andare e del venire d’ogni personaggio, e se la scena rimanga vota, o si muti frammezzo l’atto, ed è questo il meglio che sanno dirti, chiamati a dar giudizio del merito del dramma. Perchè non vanno essi ancora, quando alcuno gl’interroga se tale o tal altra donna sia bella, a misurare di quanto lo spazio ch’è tra il naso e le ciglia sia diverso da quello ch’è tra esso e la bocca, e così d’ogni altra parte? Che altro fece per essi lo studio fuorchè il confinarli noli’ abbaco? Non e’ è divario da essi a quel gramo usuraio, che mai non rimane dal sommare, sottrarre, moltiplicare e dividere; e condotto a un ballo, è straniero a tutto quello che vi si fa, tranne alla somma delle candele che novera una per una, dei ballerini che gli passano davanti ad esser sommali uno per uno, con tutto quel resto d’operazioni aritmetiche che può suggerire l’andirivieni e le varie vicissitudini della festa.

In secondo luogo sono da ricordare coloro i quali non hanno altra guida a giudicare della bellezza salvo le impressioni che ne ricevono. Giudici incompetenti anche questi, alquanto però più rispettabili di que’ primi, in quanto la loro sentenza, sebbene incompleta, si fonda sopra solida base, ch’è la natura umana, ed ha una parte di verità incontrastabile. Ciò che in essi vi ha di difettoso circa il giudicare sta espresso nel detto di quell’antico pittore: olà ciabattino, non più là della scarpa! E se fosse pure invenzione di qualche bell’ingegno, vale più assai quella frase di un lungo trattato. I grandi artisti fecero sempre un gran caso del giudizio pronunziato dagl’idioti intorno alle opere loro, cosi ne avessero fatto meno di quel de’ pedanti! L’Italia, non foss’altro, avrebbe forse in cambio della Conquistata un poema da competere colla Liberata. La grande virtù di chi voglia far proprio vantaggio delle osservazioni degl’idioti sta in ciò, di avvertire alla relazione che ci ha tra la persona e l’oggetto che le si presenta. Manca all’idiota la facoltà del generalizzare, ma per quanto si riferisce alle sensazioni individuali, esse sono in lui bene spesso assai più vivaci che negli altri, e può renderne conto più distintamente, se non con parole, col linguaggio efficacissimo del pianto, del riso, delle mutazioni del volto, e di tutte quell’altre foggie di manifestare l’animo interno anteriori ad ogni civile congregamento.

Sono per ultimo quelli che, non ignari delle opere precedute e delle osservazioni fatte intorno all’arte, e quantunque atti a paragonare le proprie colle altrui sensazioni, per trarne norme di giudizio più generali, mantengono tuttavia in una bella indipendenza di sentimenti il proprio animo, e, se cosi possiamo dire, hanno per mano sinistra la teorica e per destra la pratica, giovandosi d’ambedue a un solo fine, e regolando i movimenti di ciascheduna secondo è loro dettato dall’intelletto e dal cuore loro proprio. Sono questi gli uomini eccellenti, vuoi nel produrre opere d’arte maravigliose, vuoi nel giudicarne: sono questi la cui incontentabilità, si naturale ad ogni nomo, si ripiega su quello che rimane a fare, anzichè sul fatto, e quindi più solleciti nell’indagare che acerrimi nel distruggere; animi in cui più del dispetto può il desiderio, e che preferiscono lo stimolare chi è in corso all’aggravare la mano su chi è caduto. È una leggiadra calunnia, più che mai divulgata al tempo nostro, il pensare che quelli i quali non ammettono certe regole, coniate a modo loro dai pedanti, siano poi insofferenti d’ogni regola. Oh se sapessero quanti ostacoli vede il Genio frapporsi a’ generosi suoi passi, i quali, non che additare, la mediocrità di chi vuol fargli da maestro non sa nè manco immaginare! La vede il Genio quella bellezza, di cui il pedante non sa disegnargli che il nudo carcame, la vede persona viva e complessa quale appare all’idiota, cui manca il modo per ottenerla quel tanto ch’ei vuole, o richiamarla a sè davanti, partita. E questo modo lo trova egli il Genio alcuna volta, interrogando sensazioni che il gramo erudito non conobbe, e che l’illetterato fece inavvertitamente palesi; e come abbia trovato questo modo arcano di perpetuare il bello, ossia di rendere sensibili le forme archetipe e intellettuali, eccoti la passione degl’infelici cognati che loro smuore sul volto al cadere del libro, la rivelazione delle mistiche angoscie della Gran Madre nei canti di Pergolesi, la dispensiera del nettare eterno che contende col vento a poggiar sull’Olimpo ove la manda Canova. Il senso di que’ versi divini, l’armonia di quelle note divine, la leggiadria di quelle forme divine, sono dai pedanti più lodate che intese, più intese che lodate dagl’idioti; e dagli animi privilegiati a inspirarsi alla immagine del bello e intese e lodate, e da taluno, a cui il privilegio della natura fu più segnalato, talvolta pur riprodotte.

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