Prefazione.
Chiamo Piccola morale il contenuto di questo libretto per esprimere una morale come a dire, alla mano e casalinga. Oltre a ciò, la ho detta piccola perchè non compiuta, nè ordinata a modo di trattato, ma in molte parti mancante, e a balzi come l’occasione portava. Insisto con forza su alcuni argomenti, di alcuni altri non fo che toccare le sommità; talora il discorso procede raccolto e poco men che da cattedra, tal altra sbrigliato e quasi da conversazione. Anche le partizioni non hanno precisione scrupolosa assai. Per verità ne feci uso, pù che altro, per dare una specie di riposo al lettore; ma in sostanza le materie trattate nell’una parte potrebbero frammischiarsi a quelle dell’altra, o almeno la loro disparità non apparisce tanto netta da credere indispensabile che stessero così separate.
Fatta questa confessione mi si permetta di mostrare che un qualche filo c’è tuttavia nel mio libretto, al quale può tener l’occhio chi abbia la pazienza di leggerlo da un capo all’altro.
Nella prima parte sotto il titolo di Osservazioni generali ho raccolto i fondamenti dell’operetta, esaminando come solitamente da noi si ragioni, e come all’incontro si dovrebbe; quindi le opinioni, i giudizii anticipati la certezza e somiglianti. Nella seconda, parte, intitolata Osservazioni pratiche, vengo a parlare de’ fatti, pero ancora in via generale; quindi dell’ozio, del tempo, e di alcune disposizioni o affezioni dell’animo nostro, cioè la speranza, la noia, il dolore, la perseveranza, e via discorrendo. Nella terza parte, intitolata Vizii e virtù, dò alcuni particolari della pratica morale, ossia i ritratti di alcune virtù, o che ad esse somigliano; come bontà, beneficenza, gratitudine, gentilezza, coraggio, per lo più raffrontate ai vizii loro opposti. E questo dopo alcune rijlessioni sopra certe apparenze degli uni e delle altre, e il concorrere gli uni nelle altre che fanno, o mostrano di fare, assai di sovente. Per ultimo la quarta parte, intitolata Costumi, si ristringe al modo onde tali vizii e virtù si praticano da tale o tale altro uomo, premesse qui pure alcune osservazioni generali sopra due principali categorie in cui potrebbesi dividere la nostra specie, e la grande difficoltà di conoscere gl’individui, ossia di ragionevolmente riferire a questo o a quello quanto indi si legge di particolare.
Si domanderà adesso, che specie di utilità mi sia avvisato di cogliere in questo incompiuto trattato, e perchè, avendone veduto la imperfezione, non siami ingegnato di rimediarvi. Rispondo primieramente, che il come furono scritti a principio questi capitoli impresse loro certa particolare fisonomia che non si poteva alterare senza rifarli del tutto. Soggiungo poi che nel loro stesso vario, e direi quasi cangiante colore, può avervi un allettamento a ricevere qualche utile consiglio di morale, per quelli ancora che di siffatti studii non pigliano troppo diletto. Solo che le cose da me pensate fossero vere, e conducenti l’uomo sulla via del suo meglio! Di che ben sento avere avuto vivissimo il desiderio, ma lascio al giudizio degli assennati il modo onde ho cercato di effettuarlo.
PARTE PRIMA. — OSSERVAZIONI GENERALI.
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Indice
Parte prima - I. Le opinioni.
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Quando da taluno si è detto sopra tale, o tal altro argomento: questa è la mia opinione, pare sia detto alcun che di sensato a un tempo e modesto. Eppure chi voglia considerare la frase con qualche attenzione dovrà confessare nulla avervi di più dissennato, e ad un’ora di più arrogante. Per condurre quest’esame con riposato discorso è bisogno non lasciarvi punto atterrire da quei motti volgari: tante sono le opinioni quanti sono i cervelli; — è conceduto a ciascuno avere le proprie opinioni; — bello è il mondo perchè composto di varie opinioni. Opinione e parere in questi casi significano la stessa cosa. Io sono quanto altri mai veneratore caldissimo delle sentenze racchiuse ne’ popolari proverbii, sempre più rispettabili come più antichi, e credo che ove si trovino alcuna volta o inesatti o falsi, la falsità e inesattezza non tanto sia loro propria, quanto del tempo che ne ha alterato la significazione, o dell’arbitrio di una troppa estesa applicazione. Parlando delle opinioni il fatto è appunto di quest’ultima guisa, come vedremo.
I proverbii: tante opinioni quanti cervelli; — bello il mondo perchè infinitamente variato nelle opinioni, son giusti per quello che suonano; ma potrebbero diventare assurdi, chi gli riferisse senza accorgimento a tutti o a troppi i soggetti. Ci hanno degli argomenti intorno a’ quali è conceduto di portare una o altra opinione, ce ne hanno di quelli intorno a’ quali è follia averne altro che una, o, a meglio dire, intorno a’ quali non c’è luogo a opinione veruna. Che altro è opinione, o parere che si voglia chiamare, se non tal modo di vedere un oggetto, quando più siano i modi secondo i quali può essere veduto? Sicchè ove non ci ha questa molliplicilà di apparenze ivi non può essere moltiplicità di giudizii, e in generale ove trattasi di veder chiaramente ivi non e luogo a parere, nè la nobiltà della nostra anima se ne dee contentare. Chi dicesse: quanto a me sono d’avviso ch’ei ci abbia una città presso il Bosforo così detta Costantinopoli; che ne pensereste di quest’uomo ne’ suoi avvisi così singolare? O di quesl’altro: quanto a me son d’opinione quando mi accada ammalarmi, che sia da ricorrere al medico per averne consiglio? Davvero che assai di sovente mi è tocco di udire pronunziate queste medesime frasi sopra argomenti non punto dissomiglianti da quelli fino a qui riferiti.
Se la fortuna (che ha voluto fare di me uno scombircheratore di articoli, quando pure mi abbia fatto da tanto) mi avesse assegnato il possedimento di un campo fecondo di messe migliore che non sono le grame parole, sarebbemi piaciuto proporre uà premio non piccolo alla soluzione del problema seguente: prescrivere, per quanto è possibile all’umano discorso, i confini oltre a’ quali è colpa, o stoltezza, o viltà il contentarsi della propria opinione. E dico anche viltà, perchè molli per sola viltà si rimangono dal porsi su quel cammino che senza più gli condurrebbe alla scoperta del vero. Fra tante operette d’inutile o sofistica metaHsica che vanno attorno, non sarebbe desiderabile la pubblicazione di un’operetta siffatta? O non avrebbe forse lettori come soverchia? E a me sembra che potrebbe servire niente meno che di principale e solido fondamento a tutta la morale in anima e in corpo: tanto sarebbe il dire: intorno a questo o quell’altro principio non può avervi opinione, quanto dire: questo o quest’altro principio è fondato sopra le regole eterne della verità e della giustizia, e da esse può dedursi per via di seguila induzione, piana ed aperta a tutte le intelligenze.
Non vorrei per questo mi si credesse parti- giano dell’intolleranza, e accanito contro alla libertà delle opinioni. La giustizia umana, sempre limitata e fallibile nelle sue conclusioni, deve rimanersi contenta di combattere le opinioni allora soltanto che giungono all’atto; finchè non sono più che pensiero altro è il giudice cui si compete farne sentenza. Chi ha organalo secondo regole d’inaccessibile antiveggenza la macchina umana, quando avesse voluto altrimenti, avrebbe lasciata possibile quella finestretta, tante volte e in tante guise descritta, per cui fosse dato di leggere nel cuore de’ nostri fratelli ciò che vi ha di più occulto. Ma dove il braccio della giustizia non giugne deve pur farsi udire la voce della coscienza, chi voglia meritare veramente il sacro titolo di galantuomo. Misero chi a credersi tale gli basta non aver mai provato la stretta delle manette! Pensare che possano avervi opinioni sopra certi principii egli è lo stesso che togliere a quei principii il loro pregio di assoluta ed immutabile verità; egli è lo stesso che addormentare la propria anima in una codarda indifferenza per ciò che vi ha di più nobile e di più santo; egli è lo stesso che riputarsi dissacrati dall’obbligo di professare que’ principii con generoso coraggio, e di spendere, ove occorra, per essi le forze del proprio ingegno e la propria vita. Lasciamo gli esempi più solenni che potrebbero addursi, i quali varrebbero forse ad imprimere a questo scritto un carattere troppo severo e poco meno che da predicante; tocchiamo cose lutto affattoo domestiche, e ricorrenti pressochè ad ogni passo.
Dire, per esempio, di un tale: posso ingannarmi, ma ne ho opinione come d’un tristo, è frase trita e ripetuta a ogni poco. Chi la pronunzia, in forza di quell’eccettuazione posso ingannarmi, crede aver posta al sicuro la propria coscienza; e sì pure dicendo: ne ho opinione, anzichè dire egli è tale, presume che l’umana moderazione e carità non possano andare più oltre. Primieramente: che è questo reputare ribaldo il vostro fratello, quando non ne abbiale le prove più palpabili e più lampanti? E quando pure potesse esserci conceduto nella perplessità del giudizio gettarci senza più alla condanna, crediamo che tutti quelli ai quali vengono proferite simili frasi abbiano fallo quel tanto d’indagini che si domanda a renderle almeno tollerabili? Passiamo ad altro, per togliere se ci vicn fallo la stucchevole monotonia al nostro dire. Molti vi sono a’ quali, per parlare di cose che punto non conoscono, basta poter premettere: questa è la mia opinione. Ma per avere una anzichè altra opinione, anche sopra materia ove l’averne sia senza offesa alla convenienza, credete non occorrano cognizioni? Se il cieco dicesse: io ho opinione che tal quadro privilegii per bellezza di colorilo sopra lai altro, non sarebbe ragionevole rispondergli: che opinione potete aver voi di tali cose? Statevene a della degli altri, tanto e non più vi è concesso. Oh sono pur troppi que’ ciechi che accampano opinioni loro proprie sopra i colori! Sicchè egli pare da tutto questo, che oltre all’avervi alcuni argomenti che escludano le opinioni, v’abbiano persone escluse dal portare opinione veruna sopra alcuni argomenti.
A conoscere però quanta falsità e contraddizione vi sia nel discorso di cotestoro, che si credono a sufficienza protetti dal baluardo delle predilette loro frasi: questa è la mia opinione, sono di questo pavere, mi sembra che basti considerare come siano essi franchi e spediti a vociferare tutto quello che hanno nell’anima senza esserne interrogati. Ma, domando io, dacchè la vostra è opinione e non altro, perchè vi sbracciate a metterla fuori?. Non vi accorgete che con questa faccenda che vi date contraddite alle vostre modeste parole, e mostrate apertamente che mentre dite non altro aver in mente che un’opinione vi è avviso poi che la sia nel fatto una massima necessaria ad essere saputa ed abbracciata da tutti? Oh! ciò fanno solamente perchè loro si contraddica, e si persuadano del contrario. Provatevi a discorrere con questi tali, che non hanno sopra ogni cosa salvo che semplici opinioni e pareri! Non si difende con più ferocia e con più accanimento un assioma, di quello essi ne mostrino a provar vere ed irrepugnabili le modeste loro opinioni, i loro umili pareri.
Conchiudasi: anche questa la è una delle tante amabili ipocrisie disseminate pel mondo, per la quale altro è quello che si dice, altro quello che s’intende. Chi si vergogna di contraddire a principii incommutabili e solennemente promulgali ha ricorso alla frase: per me la penso al tal modo, ci ho qtiesla opinione. Dove sarebbero costretti, adoperando la piena loro vista, di veder cose che loro spiacessero, si contentano di confessarsi infermi degli occhi, e pe’ quali gli oggetti, anzichè essere, non altro possano che parere. Con questa loro pecorina modestia, a non dire volpigna, si fanno avanti intridendo di bava tutti que’ luoghi per dove passano, e tutte quelle persone alle quali si accostano. Hanno ricorso alla medesima antifona certi balordi arroganti, che credono di far apparire tentacoli di antiveggenza i lunghi orecchioni della ignoranza. Se non che chi non ha conosciuto il somaro alle orecchie, il conosce ai calci che tira, e all’ostinazione onde vuole restarne ad ogni costo ove s’è da prima piantato. E si gli uni che gli altri, e tutta la intìnita moltitudine di quelli pe’ quali tanto vale il bianco che il nero, ne vanno assolti, o che sperano, a cagione di non aver altro che opinioni e pareri, del dovere che corre ad ogni uomo di amare il vero appassionatamente e di promoverlo con efficacia. E se il mondo fosse tutto composto di questi cotali, sarebbe non più che cadavere abitato da vermi, cui solo ufficio si è il rodere e lo strisciare.
Parte prima - II. La certezza.
Vi è mai accaduto di affacciarvi oggi col pensiero a quella sentenza, che ieri o l’altro sembravavi impossibile ad essere contraddetta, e trovare un’infinità di ma e di pure a ridirvi sopra? Vi fo questa domanda sicuro che dobbiate rispondermi di si, avendovi in concetto per un verso di sincerissimi, e per l’altro d’uomini capaci di veder nelle cose i molti lati che hanno, anche i meno appressabili ed apparenti. La sicurezza che dobbiate rispondermi affermativamente è in me nata da una non breve e non interrotta esperienza fatta sopra me stesso, e da un esame un po’ attento sugli scritti degli autori più coscienziosi, paragonando i tempi fra loro secondo ne suggerisce la critica giudiziosa. Al vedere come anche gli uomini meglio fondamentali vacillino ad ogni poco nelle loro opinioni e si ricredano, si è fatta minore la malinconia che mi aveva preso al sentirmi a quando a quando in lite con me medesimo.
Non deve sembrar strana questa debolezza del nostro intelletto, che non è senza dubbio la meno deplorabile delle sue malattie, quando si consideri da quante cose possiamo essere ritardali ne’ nostri giudizii. Lasciate da parte le passioni più gagliarde e solenni che mandano tutto a soqquadro, e fanno apparire gli oggetti tinti di un solo colore che non è proprio di nessuno in particolare, non basta un poco di squilibrio negli umori, una digestione non compiuta a dovere, un’alterazione qualunque nell’atmosfera, a vibrare o rilassare le nostre fibre, e quindi cagionare confusione, perplessità, lentezza nelle nostre idee e in tutto l’ordine de’ nostri discorsi? La mano che scorre sullo stromento è pur sempre la stessa, perchè non dirò che il scilocco e la tramontana operino sull’anima direttamente, ma le corde non rendono il solito suono, e quindi egli è indarno cercare armonia. Ben spesse volte potremmo dire a noi stessi, quando ci sembra che la nostra ragione offuscata da troppo spessi vapori esca in qualche sentenza bislacca e contraria a quanto si era da noi pensato per lo innanzi, ciò che l’accorta femminetta ebbe animo e ingegno di dire al Macedone: mi appello dalla sentenza del re preoccupato, al re stesso libero da preoccupazione.
Molto disgustosamente ci accade ancora talvolta di travedere, anzichè vedere, la verità, e mentre da un lato non abbiamo bastanti motivi per tenerci certi del fatto nostro, per l’altro una quasi larva di quello che cerchiamo ci si aggira per l’intelletto, e da noi inseguita, come i fuochi dei cimiterii, striscia, lingueggia, e non si lascia appressare. Credo sia questa la condizione più dolorosa della nostra mente, il nostro amor pro- prio rimane da ciò mortalmpnte ferito, presentandoglisi davanti la meta ad ogni ora, e rimanendo ad ogni ora convinto della propria inabilità ad arrivarla. Forse che questa verità veduta a mezzo, traverso un velo, solamente di fianco, o che altro dir si voglia, sia stalo il principale eccitamento per molti a gettarsi senza badar più che tanto nella voragine sterminata dello scetticismo. Per non acconciarsi ad essere costretti a dubitare qualche volta e di qualche cosa, si contentano di dubitar sempre e di tutto, come ho udito farsi da taluno troppo dedito al vino, che per non manifestarsi fuori del senno a certe ore, attesa la gozzoviglia in cui si era immerso, vi stava sepolto dalla mattina alla sera, studiandosi che paresse in lui non più che effetto d’infelice natura ciocchè in altri si ha per nauseosa singolarità di abusale vivande.
E per altra parte si ha egli a rinnegare l’esercizio della propria ragione, o presumere in sè stessi tanta tranquillità di giudizio da saper dire: oggi il cervello non mi regge, e quindi non mi fo a ragionare? Ella è pur questa la sola via che rimanga a chi non voglia trovarsi ad ogni poco alle prese col dubbio. La stampa di una verità compresa quando che fosse, e prego i miei lettori di prendere la similitudine con qualche discrezione, bisognerebbe serbarla nella memoria a quella maniera che siamo solili ritenere la fisonomia di persona di cui non ricordiamo il nome. Al rivedere di quella persona, il cuore, mentre ancora la memoria ci è muta ad ogni notizia più singolare, ne va dicendo se quella persona ci fosse o no cara, se l’abbiamo veduta in luoghi e in tempi aggradevoli o se il contrario, e molte voile ancora sopra queste indeterminatissime premesse avviamo il nostro dialogo, durante il quale ci vengono a mano a mano dinnanzi alla memoria il nome e la condizione, e per dirla in breve il quale, e il quanto, e ogni cosa di colui che fino a quel punto non altri era che l’Innominato.
Similmente riferendoci alla certezza in cui fummo altra volta di una data proposizione, e progredendo sopra questo dato coi nostri ragionamenti, ci accadrà molto spesso che la verità ne balzi d’improvviso agli occhi, scappando da qualche angolo inavvertito del nostro cervello ove stavasene ricantncciata. Vorremmo per altra parte spendere tutta la nostra vita nel dubbio? E parmi che anche del dubitare si possa dire come di molti altri abiti, i quali benchè a principio riescano fastidiosi come contrarli e nocenti alla nostra natura, giungono finalmente a farsi amare per via della lunga e continua ripetizione e a convertirsi in una nuova e singolare natura addossata a quella primitiva che avevano nascendo sortito comune co’ nostri fratelli. E non credasi tuttavia che io m’intenda non doversi porre di nuovo ad osarne quella che in certo tempo ci e sembrato verità, quando alcune valide ragioni in contrario si rappresentino al nostro intelletto; solamente domando anche in ciò conveniente misura, e che si faccia sempre ragione dell’importanza del tempo, che non è dato all’uomo solamente per specolare, ma ben anco, e più propriamente, per operare.
A qual proposito ho io cianciato di questi dubbii e di queste certezze? E quale importanza può avervi in simili discussioni? Facilissima la risposta. Una delle maggiori calamità che possano cadere addosso ad un galantuomo è la tendenza alla perplessità in quanto pensa ed opera nella sua vita; come per altra parte anche chi non conosce questo genere di miseria, proprio pur troppo della maggior parte degli uomini, userà ne’suoi giudizii di una rigidezza poco caritatevole e poco discreta. Guai a chi non ha mai dubitato, e a chi dubita sempre! Atteniamoci ad alcune reminiscenze che confortino i nostri timori; siano esse il faro luminoso a cui possa levarsi il nostro occhio per trovare un indirizzo e una via nella notte burrascosa della nostra navigazione. Quando ci vengono meno le realtà, ristoriamoci nelle visioni. Egli è il rettile che ha bisogno delle sue trombe, cui allunga e contrae secondo il bisogno per camminare securamenle; ma dentro di noi vi è alcun che di vivace e di attivo che deve tenerci luogo dei tentacoli necessarii agli animali sprovveduti delle nostre più nobili facoltà. Ciò che si slancia fuori di noi, indipendente da quanto ne circon- da, se nou in quanto se ne giova come di ministri e di servi, fabbrichi a sè stesso un nido di cara e consolante certezza ove rifugiarsi nell’ore più difficili e più sconsolate. Non abbiano su di esso predominio la fortuna, il tempo e le vicende miserabili della vita; tetragoni a tutti i colpi, sappiamo esser certi, anche quando ci sia tolta dagli occhi la verità, la quale alcuna volta non per altro ci è tolta che per renderci più soave la sua viala quando ne venga fatto di riconquistarla.
Parte prima - III. Da opposte cagioni effetti conformi, e di nuovo della certezza.
Molte sono le vie che conducono a Roma, dice un proverbio; e potrebbesi soggiungere che da cagioni opposte succedono il più delle volte effetti del tutto conformi. A taluno è giovato il coraggio quel tanto che ad altri la codardia; l’ignoranza fu per Ambrogio quel che la scienza per Sebastiano. Gli uomini, che pur credono rendere conto a sè stessi della meta a cui tendono, dovrebbero assai spesso contentarsi d’intendere la via per cui s’incamminano. La più parte di noi interrogati: dove n’andate? potrebbe senz’altro rispondere: dove le gambe ci portano; e a chi soggiungesse: e con qual fine? con quello solamente di mutar passi e tirare innanzi. Non voglia-
mo con questo tessere l’apologia della spensieratezza e dell’imprudenza tutte le proposizioni hanno due facce, sia presa la nostra unicamente dal lato di rendere gli uomini meno sicuri delle regole loro suggerite dal proprio intendimento, e meno maravigliati di que’ subitani rivolgimenti con cui si compiace la fortuna di ridurre a nulla i meglio ordinati disegni.
Mi fermo ad un esempio molto comune che ho parecchie volte considerato, e sempre con certo senso di maraviglia. All’udire alcuni uomini abbracciati con tutta la volontà ad una idea che li possiede parrebbe che non potessero rimanerne distolti per forza di ragioni che loro siano addotte in contrario. Considerando per una parte quella singolare fermezza, e per l’altra la titubazione ch’è propria degli uomini in generale, vorrebbesi conchiudere che una grande scienza e una grande certezza fossero cagione di quell’ammirabile immobilità. No signori: molte volte chi è meno certo di una proposizione, chi è men provveduto delle cognizioni necessarie a comprenderne la falsità o la giustezza, è quegli che si mostra più caparbio ed irremovibile. Onde ciò? Da varii motivi secondo i varii casi, spesse volte da parecchi di que’ motivi ad un tempo. V’ha chi non intende la forza dell’obbiezione che gli viene fatta, e si attiene al principio contrario soltanto perciò che gli penetrò nel cervello anteriormente. Altri intende le obbiezioni, ma diffida del proprio giudizio; ossia non si sente animo di condurlo ad atto, simili a coloro cui sembra in sogno di essere inseguiti e non possano muovere un piede a fuggire. La condizione di cotestoro è pur deplorabile! Si attengono a un solo ramo, forse il più fragile dell’albero e pendente sur un precipizio, e quando sentono ch’esso comincia a spiccarsi dal tronco, anzichè afferrarne altro, si stringono più fortemente a quel primo a costo di rovinare con esso. Torniamo a ripeterlo, sono pur deplorabili quest’infelici!
I loro discorsi hanno sempre il ritornello di quella idea a cui non possono mai sottrarsi, corno fosse un prestigio. Parlate con un pedante di drammaturgia, vi dirà per primo che ci vogliono le unità. Mostrate ad esso che ci sono delle unità arbitrarie, che fanno contro all’ordine naturale delle cose, udrete soggiugnervi: che ci vogliono pur sempre delle unità; provatevi a ripigliare ch’egli e appunto per amore della vera verità che volete sceverare da essa quanto v’è di fittizio, il pedante, come aveste contraddetto il suo principio, non rimarrà di ripetere: senza unità non v’è bello, il bello non può mai scompagnarsi dall’unità. Di simili ritornelli ne udrete ad ogni poco, solo che vogliale badare ai discorsi che fannosi comunemente. Dopo reiterate osservazioni ho conchiuso di non prestare gran fede alla dottrina di chi mi parla colla ricorrenza continua della medesima idea. Egli è come di chi ha sempre in bocca onestà e compassione: quando fai qualche contratto con essi provvediti del miglior causidico che abbia la contrada; e se ti accade di esser colto da qualche infortunio non battere mai alla loro porta.
È falsa regola per giudicare della certezza generata in noi da una data proposizione il coraggio e la pertinacia con cui da noi si difende la proposizione suddetta. Questo coraggio e questa pertinacia sono all’incontro indizio molte volte del dubbio che ci travaglia. Non sono soliti di camminare solleciti per istrada, battendo i piedi o zufolando, quelli che a notte tarda non vanno senza paura? Fate conto che i nostri acerrimi difensori di proposizioni, che non hanno ben inlese, zufolano e pestano i piedi potentemente, perchè altri gli creda convinti di ciò intorno a cui essi medesimi sanno di non esserlo punto. Da queste riflessioni deve essere nata quella sentenza, che chi in una questione ingiuria e schiamazza mostra di starsene dalla parte del torto. Sarebbe strano l’udire taluno il quale dicesse a tal altro con cui disputasse: vossignoria difende la propria opinione con tanta imperturbalità e confidenza, che mi farehbe sospettare che non ne fosse del tutto persuasa. Eppure un tal discorso, che nell’apparenza, confessiamo, avrebbe dello strano, sarebbe molte volte verissimo nella sostanza! Dunque, risponderà più d’uno, la verità vuol essere difesa con esitazione e quasi balbet- tando? No, mai; ma quanti sono i casi nei quali possiamo credere di avere propriamente la verità dalla nostra parte? Oltrechè, come abbiamo fino da principio notalo, quanto diciamo si vuol prendere con discrezione, e come discorso di chi si pone al pericolo di toccare un estremo col solo fine di ritirare le genti dall’estremo opposto.
Parte prima - IV. La credenza e la credulità.
Pochi hanno, credo, la diffidenza in quell’orrore che ho io; pochi in maggior concetto la buona fede. Quella può considerarsi come forza nemica che risolve e disperde, questa come forza propizia che raccoglie e congiunge. Dalla prima procedono virtù passive e colpe vigliacche; dalla seconda virtù attive e magnanimi errori. La virtù si trova frequentemente in compagnia della seconda; il delitto non può far lega che rado, o mai, colla prima. Concorrono nella buona fede il cuore e l’ingegno; quando parla da diffidenza il cuore sta zitto. Ma perchè dunque si ha un certo, quasi dirò, involontario disprezzo della buona fede, quando ecceda anche un poco soltanto i limiti della prudenza? Perchè un certo involontario rispetto, o per lo meno una certa involontaria ammirazione per la diffidenza, quando anche sia delle più ributtanti? Perchè nel primo caso, sentir su- bito odore di balordaggine; nel secondo, attribuire anche i trascorrimenti della ragione a soverchianza d’ingegno?
Molte sono le cose che potrebbero dirsi in questo proposito; a me basterà di notare per ora una di quelle che stimo principali cagioni a siffatti torti giudizii, il confondere cioè colla credenza la credulità, quantunque tra loro grandemente diverse. Sì, il fondamento de’ gravi errori ne’ quali incorriamo a giudicare della buona fede sta in questo, che prendiamo presso che sempre il credere per sinonimo d’ignorare. Credere non è sapere, mi si risponde; ma io soggiungo, che credere non è né anche ignorare. Se io ascoltassi un tale parlare una lingua da me non intesa, potrei dire ragionevolmente di prestar fede a quel dato racconto, che in quella data lingua mi fosse fatto? A ben considerare la cosa, altro non è il prestar fede al detto d’altrui, salvo che il far altri depositario di quel capitale di buon senno che crediamo ci abbia dato madre natura; nel che alcuna volta ci accade che il capitale ne frutti, alcun altra che rimanga scemato, secondo la dose di buon giudizio e di alacrità che ha colui, cui affidiamo di fare in vece nostra un uffizio tanto importante quanto si è quello del ragionare. In due modi si può da noi fare questa cessione rilevantissima; o assolutamente senza limitazione di tempo e di argomenti, in riguardo alla persona; o spezialmente, rispetto ad un solo fatto e dentro un dato confine di tempo. Sempre però richiedesi in prevenzione un esame, più accurato ed esteso nel primo caso, più sbrigativo, ma da dover essere indi a poco ripetuto, nel secondo. Ciò posto, può egli dirsi che il credere ignorare, e che la buona fede sia da confondere culla dappocaggine?
Il credere senza esame di sorte, ch’è credulità, non è cedere la porzione del nostro intendimento perchè sia adoperata alluopo da altri, come abbiamo detto accadere nella credenza; nessuno difatti può concedere ad altri ciò che non possiede egli stesso. Il credulo adunque noa può dirsi che creda, bensì che ignori e lasci ad altri il sapere. Qualunque sia la lingua nella quale altri gli parli, per esso è tutto uno; tanta cura si prende egli del significato delle parole, quanta della coscienza e dell’ingegno del parlatore. Si farebbe a questo imbecille un onore ch’egli non si merita, con aggregarlo a quella comunione di sapienti che si regolavano secondo il principio dell’Ipse dixit. Tra il maestro e il discepolo non c’è divario; hanno ambidue la stessa autorità al suo tribunale. Il teologo giovinetto, che, udendosi dire dal maestro dell’asino che volava, corse alla finestra a vedere, non era de’creduli, ma de’ credenti; e anzichè dar luogo alle beffe de’ suoi compagni, col magnanimo assoggettamento del proprio intelletto alla ragione di quello, cui correva obbligo sopra ogni altro di mantenersi e dimostrarsi verace, palesò assai per tempo l’acuto ragionatore ch’egli sarebbe diventato, e come avrebbe saputo sorvolare i particolari, o farsene scala per ascendere alla confemnlazione dell’infinito. Ma Gregorio che strignesi nelle spalle, e contentasi di dire: quando lo ha detto il tale sarà vero (senza prima conoscere che genere di verità sia poi quella onde si parla, e quale relazione ci corra tra essa verità e chi ne parla), Gregorio, dico, è credulo e non credente.
Dopo questa importantissima distinzione fra credenza e credulità, è da por mente ad un altro errore assai grossolano e comune, cioè di pensare che quanto più cieca è la credulità tanto più torni ad onore di quello in cui si ripone. Ma, domando io, che onore ne verrebbe alla bellezza che fosse tale giudicata da un cieco? Chi si terrebbe onoralo dagli omaggi di un pazzo? Non altrimenti accade della stolida credulità di certuni, colla quale si pensano far manifesta la propria devozione. Molto simili sono costoro a que’ lodatori stucchevoli, che non ti lasciano aprir bocca che prima non ti abbiano dato dell’uomo grande; o meglio a que’ servi balordi, i quali come cominci a dir loro di doverne andare in qualche sito, e di porsi a qualche faccenda, si mettono in via, o cacciano le mani all’opera, senza prima ascoltare nè dove andare, nè che far si debbano. — Credereste? — Già. — Ier sera... — Appunto. — Girando la cantonata che mette... — Non c’è dubbio. — Mi scontrai in... — Ci avrei scommesso! Questa è formula di discorso che udrete ripetere assai di sovente, cangiata forse alcun poco nell’espressioni, ma poco diversa nella sostanza. Tra questa balorda credulità, che mortifica le più nobili facoltà del nostro intelletto, e la malvagia diffidenza che le pervertisce, per poco che la mia scelta non rimarrebbe perplessa, in onta a quel mio naturale ribrezzo del sospettare che ho fin dalle prime confessata. Al credulo si fa rugginosa la memoria, si spunta la volontà, l’attitudine al raziocinio rimane prostrata. Non così del credente, il quale tenendo sempre vivi in sè stesso i fondamenti del retto discorso, gl’impiega a condegnamente apprezzare quel tale cui ne deve far dono.
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