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Aes rude, signatum e grave rinvenuto alla Bruna presso Spoleto

Autori vari · 1891 · Free in the US

17,954 words · about 1 h 15 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1891 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Aes_rude,_signatum_e_grave_rinvenuto_alla_Bruna&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Autori vari
Language
Italian
Published
1891
Length
17,954 words · about 1 h 15 min
Sections
6 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (6)
  1. Front matter under 1 min
  2. Introduzione about 2 min
  3. Capitolo I about 11 min
  4. Capitolo II about 21 min
  5. Capitolo III about 27 min
  6. Capitolo IV about 14 min

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Introduzione

Così scarsa e manchevole è la conoscenza che abbiamo intorno ai ripostigli di monete italiche primitive, che dobbiamo invero felicitarci di poterne finalmente studiare uno nella sua originale integrità.

Il ripostiglio di cui diamo conto, e che, grazie alla liberalità degli egregi direttori della presente Rivista, pubblichiamo quasi per intero nelle annesse tavole I-XV, occupa uno dei primissimi posti fra i ritrovamenti di tale specie, e viene a riempire una lacuna importante nella storia della monetazione italica; e più ancora nella storia generale del popolo romano.

Se il lettore avrà la pazienza e la costanza di seguirmi passo a passo, fino in fondo, nello studio di questo ripostiglio, tenendo fra mano l’opera del , Le monete dell’Italia antica, Roma, 1885, alla quale mi riporto per brevità e per la comodità dei confronti, troverà bene la ragione del secondo titolo dato al medesimo, e forse mi accorderà non essere pretenzioso, come a tutta prima potrebbe sembrare.

Con questo mio studio io credo di essere arrivato a un risultato superiore a qualsiasi aspettazione, compresa, per prima, la mia (cfr. nota n. 51).

Ho fatto, senza il più lontano preconcetto, l’analisi oggettiva del tesoretto della Bruna, e sono venuto grado grado a provare agli stessi miei occhi increduli, un fatto del più alto e largo interesse storico ed archeologico: cioè, che già la primitiva monetazione del bronzo e dell’argento dei Romani è lo specchio il più fedele ed eloquente della loro storia.

Nel tempo in cui non esistevano la stampa ed i giornali, il popolo romano, eminentemente pratico, trovò che la moneta, fatta per lo scambio, poteva a lui servire di mezzo per la divulgazione rapida ed ufficiale di tutti i suoi fasti religiosi, militari, politici e civili.

Io era arrivato ad una conclusione analoga studiando oggettivamente e tipologicamente le monete imperiali romane, ed in ispecie quelle di Traiano (Vedi Museo Italiano, Vol. II: Milani, Di alcuni ripostigli di monete romane; studi di cronologia e storia, p. 81 e 88, segg.); ma non mi sarei mai immaginato che la stessa idea nascesse spontanea nei Romani fin dal principio della loro monetazione, e trovasse sin dall’origine una applicazione tanto luminosa.

Abbiamo nelle più antiche monete romane i documenti contemporanei della storia di Roma : le narrazioni de’ più accreditati annalisti e dei nostri antichi poeti nazionali vengono, in massima, confermate come in un codice di Stato e in una Cronaca contemporanea; gli errori che sono negli annalisti vengono in parte corretti, e le lacune, in parte, perfettamente riempite.

Come il lettore vedrà, è un nuovo orizzonte che si apre al nostro sguardo, un orizzonte senza fine: io non posso che dare un saggio molto incompleto; ma sono nella convinzione d’essere sulla buona strada. Questa strada me l’ha aperta il connubio dell’archeologia dell’arte con la numismatica tipologica, la metrologia, la religione e la mitologia italica (ved. la nota n. 27) e la storia. Sottopongo questo saggio alla ponderazione ed alla critica dei dotti, domandando venia, ove, in materia cosi vasta, nuova e complessa, trattata in tanta brevità di tempo, mi fosse per avventura sfuggita qualche inesattezza, la quale non potrà tuttavia alterare la sostanza delle mie osservazioni.

Capitolo I

La scoperta di questo ripostiglio si fece casualmente nella primavera del 1890 presso la Bruna, nel comune di Castel Ritaldi, a pochi passi dal fosso Tatarena, quasi a centro fra Spoleto, Trevi e Todi, nel cuore dunque dell’Umbria.

Un contadino, zappando la terra, s’imbattè dapprima nel quadrilatero tav. IV-V, il quale infatti pre- senta sul bacile del tripode la traccia della zappata, indi trovò quattro assi del tipo tav. XIV. Li portò subito al suo padrone, certo Sig. Francesco Venturi e questi, recatosi il giorno dipoi sul luogo di trovamento, frugando la terra e guardando meglio, raccolse tutti gli altri pezzi che compongono il tesoretto cioè, quattro altri quadrilateri di aes signatum interi due quadrilateri spezzati, tav. XII-XIII, il pezzo di aes rude, tav. I, e quattro altri assi librali, unitamente a pochi frammenti di vasi fittili ed alcuni avanzi animali.

Il detto Sig. Francesco Venturi portò il prezioso deposito a Roma, e lo fece vedere alla Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti. Quivi tutti quei pezzi furono creduti falsi, ed una mistificazione; ed il medesimo erroneo giudizio essendo stato confermato al Venturi anche da un notissimo antiquario romano, questi se ne tornò avvilito e scornato al proprio paese.

Il Venturi ritenne presso di sé gli screditati oggetti fino al Novembre decorso, quando, venuto in rapporto con l’esperto negoziante di antichità sig. Giuseppe Pacini di Firenze, potè ben presto, e con sua non piccola soddisfazione, concludere la vendita dell’intero tesoretto. 11 negoziante Pacini pagò per esso una cospicua somma (circa L. 9000), e non si sbagliò a giudicarlo fuori d’ogni sospetto. Quando egli venne a mostrarmelo, io rimasi come intontito, e non credeva ai miei occhi, vedendo dei pezzi di così straordinaria rarità, in tale conservazione, e con patina e caratteri tali, da non lasciare il benché menomo dubbio sulla loro autenticità.

Io potei studiare questo insigne deposito nel breve tempo che rimase nelle mani del negoziante Pacini; ne trassi le fotografie, leggermente ridotte, che servirono alle annesse fotoincisioni, e feci eseguire i calchi d’ogni singolo pezzo nell’officina del R. Museo Etrusco Centrale, a prò del Museo stesso, nella previsione della ulteriore dispersione degli originali. Il Museo nostro, per mancanza di fondi e per le naturali pretese del Pacini, non poteva ormai più aspirare a siffatto acquisto. Non più tardi dei primi di gennaio il signor Pacini aveva trovato il compratore dell’ intero ripostiglio nella persona del sig. Dottor Tommaso Capo, noto amatore di Roma, il quale pur troppo ne ha già iniziata la dispersione, mettendone in vendita una parte in una pubblica asta.

Questa la storia veritiera del ritrovamento, e le peripezie finora subite dal ripostiglio.

I frammenti di vaso e gli avanzi animali raccolti insieme coi pezzi di aes grave, furono ricuperati in seguito alle mie premure dal sig. Giuseppe Pacini e da lui ceduti a me. Fra breve io gli esporrò nel Museo Etrusco Centrale, insieme coi calchi sopraddetti; intanto qui ne porgo la particolareggiata descrizione:

a) Due frammenti di ventre di grosso e robusto dolio di stoviglia primitiva. Lo spessore varia da 0,027 a 0,036; il pezzo più grande misura 0,09 × 0,21. L’argilla è quasi nera nell’interno (anima) e rossastra esternamente.

b) Ansa di anfora a nastro (larga 0,05), attaccata alla relativa bocca. Si può presumere che la bocca del vaso avesse un diametro da cent. 15 a 20. L’argilla è d’impasto fine cinereo con spalmatura esterna di color rosso mattone.

c) Frammento di ciotola di bucchero nero ordinario, esternamente brunastra, forse coperchio del vaso b; diametro presumibile 0,15.

d) Frammento di bocca di olla mezzana di terra rossa ordinaria (spessore 0.07).

e) Fondo di vaso di terra giallognola finissima, pertinente, secondo ogni probabilità, ad una piccola olla o ad una tazza italo-pelasgica.

f) Femore frammentario di cavallo.

g) Altri avanzi di scheletro animale, e dente di cavallo.

Ecco dopo ciò, la descrizione dei diciassette pezzi monetari che compongono il tesoretto vero e proprio:

1 — Tav. I. — Spezzato mediano di quadrilatero primitivo cuneiforme a facce liscie.

Larghezza, comprese le bave irregolari, 0,082-0,096; lunghezza media 0,060; spessore 0.049. Peso gr. 1367,5.

È coperto da un denso strato di ossido ferruginoso, tanto da sembrare piuttosto ferro che bronzo, siccome i simili spezzati di aes rude e signatum del deposito di Cere (V. , Le monete dell’Italia antica, p. 2 e 7).

Vicino alla spezzatura inferiore, da una parte, come si nota anche nella vignetta, c’è un piccolo e leggero segno biforcato in rilievo, il quale, non continuando nella parte superiore, credo accidentale, proprio della fusione, e non confrontabile quindi col noto ramo secco degli spezzati di forma analoga editi dal Garrucci, tavv. VII, IX, X, LXVII.

Secondo la distinzione fatta dal , pagina 5 a, questo nostro pezzo dovrebbe già nominarsi aes signatum, perchè fuso, com’egli definisce, «dentro staffe chiuse». Le staffe, anziché chiuse, sono però semiaperte, come è dimostrato dalla grossa bava; e poi manca nel nostro esemplare quel deciso segno monetario con cui sono improntati i citati analoghi esemplari di aes signatum vero e proprio.

La duplice spezzatura a martello (cfr. Garrucci, p. 26) lascia supporre che il pezzo intero originale fosse cuneiforme e di peso circa triplo.

Nel Museo di Firenze esiste uno spezzato mediano di aes rude, quadrangolare, cuneiforme, affatto simile (a), il quale pesa gr. 3350, con queste misure: lungh. 0,128, largh. 0,105, spessore 0,060. Due altri spezzati estremi, di simile tipo, lisci, con bave come sopra, pure esistenti nel Museo di Firenze e d’ incerta provenienza, pesano: b) gr. 640; lungh. 0,065, largh. 0,050, spess. 0,050; c) gr. 325; lungh. 0,054, largh. 0,044, spess. 0,020.

2. — Tav. II-III. — Quadrilatero regolare leggermente convesso da ambe le facce.

D/ — Tripode tozzo, un po’ sghembo, di tipo arcaico.

R/ — Àncora tozza, con branche irregolari, di tipo arcaico, alta 0,154.

Buona conservazione, ma non fresco.

Lung. 0,178; larg. 0,085. Peso gr. 1830,5.

Patina con lustri brunastri, quasi plumbei, coperta da tartaro verde chiaro (carbonato idrato di rame) e macchie azzurre (solfato di rame). Il codolo della fusione alla base del tripode è tronco e cavernoso. Presso la crux dell’ancora (ceppo) si nota una grossa subbollitura del bronzo, la quale compensa il metallo deficiente alla radice del codolo.

Nel centro del lebete si osserva il chiodo tondo con cui la zampa leonina mediana era attaccata al lebete stesso. Altre differenze di questo esemplare con quello del Museo Britannico (, tav. XV) e con quelli successivamente descritti nn. 3-4, saranno notate nel cap. III.

3. — Quadrilatero simile al precedente, leggermente convesso da ambe le facce.

D/ — Tripode di tipo regolare slanciato.

R/ — Àncora di tipo regolare svelto (alt. 0,160).

Bella conservazione, esemplare quasi fresco.

Lung. 0,185 ; largh. 0,082. Peso gr. 1677,2.

Patina con lustri plumbei-brunastri, tartaro omogeneo verde chiaro, in qualche punto azzurro.

Alla base del tripode è visibile la radice tonda del codolo, tagliato di netto.

4. — Tav. IV- V. — Quadrilatero simile al precedente, leggermente convesso dalla parte del tripode e piano dall’altra parte.

D/ — Tripode di tipo regolare.

R/ — Àncora di tipo regolare, poco più alta che nell’esemplare precedente, e con asta poco più grossa.

Bella conservazione, esemplare fresco.

Lung. 0,183 ; larg. 0,086. Peso gr. 1544,5.

Patina e tartaro come sopra. Il codolo della fusione, alla base del tripode, è tronco e ritagliato dentro la linea normale del quadrilatero.

Si badi che, in tutti e tre i nostri esemplari, l’àncora ha l’estremità inferiore piana e non tonda come apparisce nell’unico esemplare intero di questo tipo conosciuto e pubblicato: Mus. Brit., pr. Genzano, di gr. 1494,53 (, tav. XV; -Blacas, IV, tav. I-II).

5. — Tav. VI-VII. — Quadrilatero con ambe le facce piane e bava nitida rettilinea.

D/ — Aquila di fronte e testa a destra, con ali spiegate e la folgore negli artigli.

R/ — Pegaso veloce a sinistra e sotto: '.

Conservazione mediocre; però il pegaso bello e abbastanza fresco. Esemplare corroso e deficiente al bordo inferiore; rotto e mancante all’estremità dell’ala sinistra dell’aquila; guasto, dall’acqua o dall’uso, dalla parte dell’aquila, dove sono quasi svanite le ali e la folgore. Perciò il peso originale doveva essere sensibilmente maggiore dell’attuale.

Lung. 0,165; larg. 0,099. Peso gr. 1396.

Patina velata dalla crosta verde del tartaro il quale, in qualche punto, specialmente dalla parte dell’aquila, è d’un bell’azzurro cupo.

Del codolo appena si scorge la traccia presso la coda del pegaso.

L’esemplare nostro sta per peso e tipo in istretto rapporto coi seguenti esemplari:

a) Museo Britannico, già Guadagni (Garrucci, tav. XXIV), peso gr. 1391.

b) Esemplare ignoto ed inedito, da me veduto presso Lady Hudson in Firenze, il quale ha patina brunastra, è molto corroso dall’acqua, e pesa gr. 1420.

Il più pesante esemplare di questo tipo, è quello del Museo Kircheriano (c), proveniente da Velletri, di gr. 1696,35 (Garrucci, tav. XXIII).

6. — Tav. VIII-IX. — Quadrilatero a facce piane leggermente traente al rombo, con bave nitidissime.

D/ — Toro soffermo a destra, con testa di fronte.

R/ — Toro soffermo a sinistra, con testa di fronte.

Esemplare intatto, freschissimo.

Lung. 0,165; larg. 0,092. Peso gr. 1347,8.

Il tartaro oscura un poco la perfetta conservazione e la stupenda freschezza del pezzo, il quale è notevolmente superiore agli altri due esemplari autentici conosciuti:

a) Coll. Bumbury a Londra, di gr. 1790,15. (Mus. Pembroke, III, 116; , XXXVII, 1-2).

b) Gabinetto di Parigi, di gr. 1385,90. (Garrucci, tav. XX ; -Babelon, I, pag. 3-4).

7. — Tav. X-XI. — Quadrilatero a facce piane.

D/ — Caduceo con lemnisco svolazzante e cappio a destra.

R/ — Tridente con lemnisco svolazzante e cappio a destra.

Esemplare intatto, molto fresco.

Lung. 0,183 ; larg. 0,089. Peso gr. 1143,2.

Patina brunastra, velata dal tartaro verde e, in un punto, macchiata d’azzurro (solfato di rame). Il codolo tagliato netto in linea normale.

I quattro esemplari conosciuti di questo tipo pesano ciascuno circa mezzo chilogr. più del nostro :

a) Museo Kirch., (Bomarzo), gr. 1686,36.

b) Parigi: , tav. XVI ; Cohen, Monn. Republ., tav. LXXIII, di gr. 1680,15.

c) Firenze: Carelli, tav. XXXIX, 1, gr. 1628.

d) Vaticano: Visconti, Periodico di Storia e Diritto, etc, 1880, pag. 63, gr. 1678.

8. — Tav. XII. — Spezzato di quadrilatero, circa metà dell’intero; tecnica corrispondente ai quadrilateri nn. 2-4; ma con facce quasi piane (cfr. il n. 4).

D/ — Metà inferiore di lama di gladio o parazonio romano.

R/ — Metà inferiore del relativo fodero, desinente in doppia voluta.

Buona conservazione, rotto sopra uno dei bordi longitudinali. — Lung. 0,087 a 0,088; larg. 0,090. Peso gr 765.

Patina con tartaro, come sopra, fortemente macchiata d’azzurro.

Sta particolarmente in rapporto con l’esemplare (a) intero del Museo di Napoli, già Borgiano, proveniente da Velletri (, tav. LXIX, 2), del peso di gr. 1898,14, rinvenuto insieme al quadrilatero col pegaso (Garrucci, tav. XXIII).

L’altro esemplare (b) intero di questo tipo, meno conservato, esistente nel Museo Britannico, già Guadagni, pesa gr. 1698,14. Si confronti anche lo spezzato del ripostiglio di Ariccia nel Museo Kircheriano, esibente le parti superiori della spada e del fodero (Garrucci, tav. XIII, 2 a, b; gr. 573).

9. — Tav. XIII. — Spezzato di quadrilatero a facce piane; poco più di un terzo dell’intero.

D/ — Pollo senza cresta in atto di beccare, e tracce dell’astro che sormontava la sua testa.

R/ — Rostro di nave (vedi cap. III).

Buona conservazione, un po’ consunto dalla parte del pollo. — Lung. 0,068; larg. 0,087. Peso gr. 540.

Patina come sopra, coperta da tartaro verde ed azzurro.

Il nostro spezzato corrisponde al tipo ben conosciuto dell’esemplare di Parigi (, tav. XIX, gr. 1525,25). L’esemplare intero del Museo Britannico (Garrucci, tav. XVIII; gr. 1491,70); è di tipo alcunché diverso (cfr. specialmente il tridente). Analoghi al nostro, sono i seguenti spezzati:

a) Museo Kirch. (Vulci), spezzato opposto al nostro, quindi coi delfini visibili, gr. 572,33 (, tav. XVII, 2).

b) Museo di Napoli (Borgia), gr. 654,15.

c) Collezione Blacas, gr. 395.

10. — Asse librale di forma lenticolare, con bordo ripreso.

D/ — Testa d’Apollo diademata a d., con capelli fluenti.

R/ — Testa d’Apollo diademata a d., con capelli fluenti, simile a quella del diritto.

Bella conservazione, fresco. — Diam. 0,069. Peso gr. 352.

11. — Asse simile al precedente, fresco.

Diam. 0,070. Peso gr. 345,5.

12. — Tav. XIV, 1. — Asse simile al precedente.

[Nella tavola è riprodotto il diritto con testa d'Apollo corrispondente all'esemplare precedente].

Esemplare fresco, il più perfetto della serie. — Diametro 0,072. Peso gr. 339.

13. — Asse simile al precedente.

Esemplare poco usato. — Diam. 0,067. Peso gr. 332,8.

14. Tav. XIV, 2. — Asse simile al precedente.

[Nella tavola è riprodotto il rovescio con testa d'Apollo di tipo notevolmente diverso. Il tipo del diritto è ancora diverso; cfr. le osservazioni fatte più sotto].

Esemplare fresco. — Diam. 0,067. Peso gr. 331,5.

15. — Asse simile al precedente. Esemplare poco usato.

Diam. 0,067. Peso gr. 327,5.

I diametri sono presi tutti nel punto dove gli assi sono più larghi, cioè sulla linea che unisce il naso all’occipite. Sotto il collo, tutti gli esemplari mostrano il taglio del codolo della fusione. Gli assi nn. 10, 11, 12, di maggior diametro, sono sensibilmente elittici, mentre gli assi nn. 13, 15 sono quasi tondi.

La patina è generalmente di color plumbeo con lustri verdoni e quasi neri ; tartaro verde chiaro, in qualche punto azzurro, come nei quadrilateri. I nn. 12 e 15 al diritto, ed i nn. 10, 11 al rovescio, presentano delle macchie gialle d’ossido ferruginoso, come l’aes rude n. 1. Ciò dimostra che sono stati a con- tatto con qualche oggetto di ferro.

Circa i tipi della testa d’Apollo, è rimarchevole negli esemplari 10, 12 l’analogia stilistica o tecnica e perfino simiglianza spiccata con la nota testa ideale di Alessandro il Grande.

La trattazione dei capelli nei diversi esemplari presenta qualche piccola divergenza. Nei nn. 11, 14, 15 le ciocche sono più minute. Il diadema è poco visibile nei nn. 12, 13, chiaro solamente verso il vertice del capo ; negli altri esemplari gira in forma di cordone intorno alla nuca, nascondendo interamente il cocuzzolo.

Le teste del rovescio corrispondono in tutti gli esemplari, meno nel n. 14, con le teste del diritto. La trattazione più fine dei capelli dei nn. 11, 14, 15 si osserva da ambe le parti. Nel n. 14 la testa del rovescio riprodotta nella tav. XIV, 2, assume un carattere assolutamente diverso dall’ordinario, più italico che greco. Il viso, alto 0,033 nei nn. 10, 12, 13, 15, è alto 0,040 nel n. 14, e 0,035 nell’esemplare n. 11, dove si osserva la prima trattazione fine dei capelli. La larghezza dalla punta del naso alla nuca rimane pressoché la stessa in tutti e sei gli esemplari. Nella testa n. 14 (rovescio) gli occhi sono trattati in altro modo, non più alla maniera alessandrina; la fronte e le arcate sopracigliari non sono cosi sporgenti; le cavità degli occhi, cosi profonde e caratteristiche negli altri esemplari, sono quivi assai meno sentite. Nello stesso n. 14 il mento è più tondo e le guance più piatte.

16. — Tav. XIV a. — Asse librale di forma lentioolare con bordo ripreso.

D/ — Testa di Giano bifronte imberbe.

R/ — Testa di Mercurio a sinistra.

Conservazione mediocre, poco usato.

Diam. 0,068. Peso gr. 294,5.

(Cfr. , tav. XXXVII).

Patina plumbea a lustri nerastri, con tartaro verde, in qualche punto azzurro.

Codolo della fusione visibile sopra la testa di Giano. Sotto il collo il bordo e la bava delle matrici nitidissime. La tecnica nella trattazione del bordo è del tutto peculiare.

17. — Tav. XIV b. — Asse librale simile al precedente.

Esemplare poco più usato. — Diam, 0,064. Peso gr. 289.

Patina e tartaro come sopra.

Capitolo II

La descrizione del ripostiglio della Bruna ci ha già dato occasione di fare delle osservazioni intrinseche, tecniche e tipologiche, sui singoli pezzi; ma studiandoli ulteriormente nei riguardi estrinseci, nel loro insieme, ed in rapporto con i monumenti congeneri, essi ci conducono alla constatazione di vari fatti numismatici ed a deduzioni di non lieve importanza per la storia della primitiva monetazione italica.

Primieramente, prendendo in considerazione i cocci rinvenuti insieme col ripostiglio, dobbiamo notare che i due frammenti a, per la loro qualità e robustezza, sono i soli che potrebbero riferirsi al recipiente (dolio od olla) dentro cui era stato deposto il tesoretto; il quale, prescindendo da due assi a testa d’Apollo, simili ai nn. 10-15 suddescritti, che mi dissero essersi ritenuto il ritrovatore o il primo proprietario, e prescindendo pure da qualche altro pezzo, forse perduto fra la terra, ha il rispettabile peso complessivo di chilogr. 14,213, pari a libbre romane 43 1/2: in cifra tonda dunque circa 50 assi librali ordinari, laziali o romani (vedansi gli ultimi assi descritti, nn. 16-17, in confronto col peso ordinario dei più antichi assi romani librali).

Anche il deposito di Vulci rinvenuto nel 1828 presso il Ponte della Badia, il quale ha più d’ogni altro stretta analogia col nostro, secondo la magra notizia che abbiamo del medesimo presso (La moneta primitiva, p. 11), si trovò «dentro una rozza olla mezzanetta, cinque palmi sotto terra» . Gli altri frammenti di vaso b-c ed i resti animali f-g, accennano: o alla esistenza di antichissimo abitato presso il luogo di rinvenimento, o alla suppellettile di qualche tomba, presso cui fosse seppellito, come spesso accade di vedere, il cavallo del defunto. Il peculiare colore della patina si addirebbe all’una come all’altra ipotesi. Il fondo di tazzina italo-pelasgica e, di comune uso nel secolo VI a. C, ed il frammento c di ciotola di bucchero etrusco od italico, mi richiamano alla mente le scodellette di terra giallognola a decorazione geometrica, appunto di fabbrica italo-pelasgica, e l’orciuolo di bucchero, rinvenuti insieme con otto pezzi di aes rude in un sepolcro circolare in muratura, scoperto presso l’antica Collatia (v. , Civiltà Cattolica, 1880, s.e XI, voi. IH, p. 718). Se però l’aes rude di Collatia (oggi Lunghezza), come il grande deposito di aes rude rinvenuto a Cervetri, di cui ha dato notizia lo stesso (loc. cit., e Monete dell’Italia antica, p. 2, tav. I-V), può bene riportarsi all’ultima epoca rappresentata dalla stoviglia di fabbrica italo-pelasgica (fine del sec. VI a. C, o, al più tardi, principio del sec. V), il nostro ripostiglio è, come vedremo, d’epoca assai posteriore; né il fondo di tazza pelasgica può mai avere con esso verun rapporto.

L’epoca del nascondimento del nostro ripostiglio viene, a primo tratto, determinata dagli assi nn. 10-15, i quali, per la semplice osservazione da noi fatta a pag. 23 circa lo stile o il tipo alessandrino della testa d’Apollo, devono assolutamente essere posteriori alla influenza ellenistica nel Lazio e nella Campania.

Quasi al medesimo risultato cronologico era arrivato anche il nel diligente studio intorno all’aes grave romano. Egli, considerando la forma superiore della prora di nave usata dai Romani nella più antica loro moneta di bronzo (p. 36 e segg.), dovette concludere ch’essa appartiene al tempo Alessandrino, e che non potè essere adottata dai Romani prima del 330-306 a. C.

I pesi degli assi a testa d’Apollo, tutti superiori nel nostro ripostiglio al peso normale della libbra romana (da gr. 352 a gr. 327,5), non possono fare difficoltà, quando si consideri lo stretto legame tecnico stilistico, tipologico e metrologico che passa fra la serie di aes grave, cui essi spettano e quella di Luceria nell’Apulia.

La serie a testa d’Apollo, fin dal tempo di e (, p. 60), fu stabilita così:

{|

|- |As | align= center|D/ e R/ |Testa d’Apollo |- |Semis | align= center|" " |Pegaso veloce |- |Triens | align= center|" " |Protome di cavallo |- |Quadrans | align= center|" " |Cignale corrente |- |Sextans | align= center|" " |Testa di Dioscuro (Vulcano) |- |Uncia | align= center|" " |Grano d’orzo o frumento |}

né il , che da trent’anni teneva dietro alla medesima (tav. XXXIII-XXXIV, p. 18), potè modificarla; solamente egli credette di attribuirla piuttosto al paese dei Falisci, cioè a Saura Faliscorum, anziché al paese dei Volsci, com’era stata riferita da Marchi e Tessieri e dal Hist. de la Monn. rom., I, p. 186).

Dalla statistica dei rinvenimenti dell’aes grave di tale serie, la quale ora si estende dalla Calabria al Tirolo, e comprende anche l’Umbria, ciò solo si può concludere, che così questa serie, come quella a testa giovanile di Giano, pure rappresentata nel nostro ripostiglio, venivano accettate con particolare favore in tutta Italia.

Circa alla lettera ' sull’asse a testa d’Apollo dell’esemplare del Museo Kircheriano, la spiegazione datane dal , tav. XXXIII, 2, non ha valore, potendosi spiegare meglio che come iniziale di un epiteto apollineo, quale iniziale della città, o del popolo, o della provincia presso cui tale serie è stata emessa.

Come Garrucci interpretava Apollo-Soranus, io potrei, a maggior diritto, interpretare semplicemente Apollo-Sol, oppure Apollo-Sabus — Sabinus, che in sostanza ha il medesimo significato di Sol e Soranus (cfr. -Jordan, Griech. Mythol., II, p. 275); e metterei così in armonia l’epiteto apollineo col nome del popolo cui ascrivere il detto asse, cioè i Sabini, Sabatini e Samniti (= Sabnites, e Safineis), sempre il medesimo popolo osco (cfr. Preller-Jordan, op. cit., I, p. 8, nota 1). Nel medesimo paese dei Volsci parecchie sono le colonie latine il cui nome comincia da s: Signia, Sora, Setia, Suessa-Pometia, Satricum; e vedremo ben presto che la s del citato asse a testa diademata di Apollo deve, secondo ogni probabilità, per non dire con certezza, interpretarsi come iniziale appunto di città.

Chiunque abbia famigliare la storia dell’arte greca, e insieme abbia studiato la tipologia delle monete greche ed italo-greche di Pool, , Gardner, , etc., non potrà disconoscere la stretta analogia stilistica esistente fra la testa d’Apollo di origine ellenistica ionico-attica dei nostri assi (tavola XIV, 1) e la testa, di Ercole coperta dalla spoglia nemea, anch’essa di origine ellenistica ionico-attica, e specificamente macedonica, degli assi di Luceria.

La testa di Apollo di stile italico dell’asse, tav. XIV, 1, come è dimostrato dal peso e dalle osservazioni fatte di sopra (pag. 25, 26), è posteriore, e non anteriore, al tipo prettamente ellenistico; ed è appunto notevole, che come in questo, così generalmente in tutti i pezzi di aes grave italico, là dove il carattere dell’arte italica è più accentuato, tanto più tarda è l’epoca rispettiva dei medesimi, in confronto coi pezzi di aes grave simili di accentuato carattere greco. Naturalmente, nell’Italia dei Romani, il prototipo si prendeva sempre dal mondo greco, per quanto era pratico e possibile; indi via via assumeva forma e carattere nazionale.

Tanto la testa di Apollo coi capelli fluenti, quanto quella di Ercole giovanile coperta dalla spoglia nemea, sono comuni, e strettamente legati alle prime monete d’argento che i generali romani, in virtù dell’imperium militare. batterono sotto la loro autorità e col loro nome nazionale ' in Campania, allorché questa provincia cominciò a subire il loro giogo (a. 338-318 a. C.; , Hist Num., p. 28) (XX). Anche il pegaso volante, tipo del semisse della serie

a testa d’Apollo, ed il cavallo galoppante, sormontato dall’astro solare, tipo di un molto discusso e raro asse a iscrizione latina arcaica, trovato nelle terre di Luceria ed attribuito a tale città (, tav, LXIII, 3; cfr. p. 34 e 41), li abbiamo nelle dette monete romano-campane: il cavallo in quelle più antiche (338-318 a. C), inscritte '; il pegaso. in quelle poco posteriori (318-268 a. C), inscritte ' (cfr. Garrucci, tav. LXXVI, 12, 19; 4-8). I tipi poi si intrecciano e si allacciano cosi, che le monete romano-campane col pegaso (didrammi e dramme) offrono al diritto la testa di Ercole; quelle col cavallo, la testa di Apollo laureato (Garrucci, tav. LXIII, 3), o diademato (Garrucci, p. 41), coi capelli fluenti: inversamente di quel che succede nell’aes grave di Luceria e nella serie a doppia testa di Apollo. Dicasi altrettanto della protome di cavallo brigliato o frenato, propria dell’asse di Luceria, come della protome di cavallo libero (pegaso) del triente della serie a doppia testa di Apollo, che pure abbiamo nelle più antiche monete romano-campane (Garrucci, tav. LXXVII, 20-22). Quanto al cignale corrente del quadrante della nostra serie, l’abbiamo più tardi nelle monete di bronzo coniate a iscrizione osca di Capua (Garrucci, tav. LXXXVII, 13-14); la testa di Vulcano (non Dioscuro, v. più oltre p. 49 e seg.) con pileo e capelli fluenti, l’abbiamo tal quale nelle dramme di Aisernia nel Sannio (262 a. C, Garrucci, tav. XC, 21-22), desunto dalle monete di Lemno e di Lampsaco (, p. 466, fig. 280); i grani d’orzo o di frumento dell’oncia, propri anche della serie di Luceria (Garrucci, tav. LXIV, 7, il tipo più comune è la spiga di grano, simbolo equivalente, li abbiamo tanto nelle più piccole monete d’argento (oboli) e di bronzo di Metaponto in Lucania, coniate al tempo di Pirro sotto la soggezione romana (300-280 a. C.), quanto nelle monete di Ascoli nell’Apulia (300-279 a. C).

La relazione dei tipi della serie a doppia testa d’Apollo coi tipi specialmente propri della Campania e dell’Apulia, mi pare così rimarchevole e stringente, da non potersi invero spiegare assegnandole la patria attribuitale dal Garrucci. — Non vi può esser dubbio: il luogo d’ origine di questa serie va cercato verso il mezzogiorno: o all’ estremo confine dei Volsci (p. es. Sora), o addirittura nella Campania. Qui ci soccorre la S del citato asse del Museo Kircheriano (, tav, XXXIII, 2), la quale ci addita la città che non poteva confondersi con nessun’altra: Suessa Aurunca, l’unica colonia latina inclusa nella Campania che abbia per iniziale la lettera S.

Suessa, datasi ai Romani nel 344 a. C. e capitale degli Aurunci od Ausonii dopo la distruzione di Aurunca (337 a. C, , VIII, 15), si trovava chiusa al di là del Liris (Garigliano) e al di qua del Volturno, posto avanzato eminentemente strategico (Rocca Monfina) sulla via diretta (Appia) che menava a Capua. Questa città fu per i Romani il baluardo e la chiave del dominio sulla Campania, alla quale fu più tardi aggregata. Essa, da loro colonizzata nel 313 a. C., battè moneta d’argento con iscrizione latina, ', secondo il sistema romano-campano (didrammi attici), e fu la principale, se non l’unica, zecca romano-campana avanti la conquista di Capua; né cessò di battere moneta d’argento e di bronzo se non al tempo dell’asse sestantale, come è dimostrato dal bronzo coniato.

I suoi tipi monetari specifici sono improntati al culto solare Apollineo (l’Apollo o Febo degli Ausonii; cfr. , lib. VI e VII), ed al giuoco del cavallo dei desultores (ἀναβάται dei Greci. , V, 9, 2), di cui vantava l’origine insieme con Taranto (Liv., XXXV, 28): da una parte la testa laureata di Apollo con capelli fluenti (, tav. LXXXII, 33-34; , Ancient coins, tav. 44, 10), stile preciso dell’asse fuso che noi le attribuiamo; al rovescio il desultore con i due cavalli e la palma della vittoria. Il pegaso del semisse ed il cavallo del triente stanno in relazione col culto solare (Bellerofonte) e col desultore; mentre la testa duplicata di Vulcano dell’oncia, allude bene alla rocca Monfina, di natura vulcanica, in corrispondenza col ' di Aesernia e col prototipo di Lemno e di Lampsaco, rappresentato, come dio primordiale, anche nel fastigio principale del tempio di Giove Capitolino.

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