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Trattato della pittura

Leonardo da Vinci · 1890 · Free in the US

121,944 words · about 8 h 32 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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About this book

Author
Leonardo da Vinci
Language
Italian
Published
1890
Length
121,944 words · about 8 h 32 min
Sections
20 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (20)

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Front matter

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Prefazione dell'editore

L’Unione cooperativa editrice, nell’iniziare i suoi lavori con la presente pubblicazione, sente il dovere di esprimere la propria riconoscenza a quanti, soccorrendola di consiglio e di aiuto, le permisero di accingersi con fidanza alla sua prima prova.

La benevolenza e l’incoraggiamento di S. E. il deputato F. Mariotti, sottosegretario di Stato per la Pubblica Istruzione, il quale si compiacque di suggerire la stampa di questo Trattato; la gentile condiscendenza dell’illustre senatore M. Tabarrini, che dettandone l’elaborata Prefazione concesse di presentarlo al pubblico sotto gli auspici del chiaro suo nome; l’opera zelante, amica, affettuosa dell’onorevole deputato A. Maffi, che agevolò alla Cooperativa il compito assuntosi; i graditi servigi prestati dall’onorevole deputato V. Armirotti; i preziosi suggerimenti dei chiarissimi signori G. Bobbio, G. Chiarini, G. Cugnoni, R. De Cesare, A. Fantoni, G. Mazzoni, D. Melegari, G. Mestica ed E. Monaci; la promessa dell’onorevole senatore A. Messedaglia, degli onorevoli deputati R. Bonghi e F. Martini e dei chiarissimi signori C. Calisse, I. Giorgi, D. Gnoli, E. Novelli, G. Tomassetti ed O. Tommasini, di concorrere ai lavori che a questo faranno seguito, costituiscono un insieme di simpatie che rendono l’Unione cooperativa editrice dubbiosa di non avere risposto adeguatamente ad esse.

E la gratitudine degli editori è pur dovuta alla ditta G. C. Sansoni di Firenze, la quale, per mezzo del signor prof. G. Biagi e del signor G. Ceccherini, contribuì a rendere questo volume ancor più pregevole coll’autorizzare a trarre dalla sua accuratissima edizione delle opere del Vasari la Vita del Da Vinci, corredata di nuove note e del Commentario del prof. G. Milanesi.

A tutti questi collaboratori l’Unione cooperativa editrice rende grazie.

Roma, gennaio 1890.

Contenuto del volume

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Prefazione di M. Tabarrini

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fi Questa ristampa del Trattato della pittura di Leonardo da Vinci è il primo tentativo di una Società cooperativa di tipografi, i quali, lavorando a tempo avanzato per proprio conto, intendono di mettere in luce libri di facile smercio e di provata utilità. Questo fatto di operai intelligenti e laboriosi che si associano per produrre e porre in commercio i prodotti dell’arte loro, ci sembra che meriti di essere incoraggiato, più per il suo valor morale che per le sue conseguenze economiche, sulle quali non vogliamo qui disputare. E il valor morale del fatto sta nell’associarsi col capitale, frutto del risparmio, e coll’opera diretta da volontà concordi e ben disposte, al fine di far cosa utile agli associati e di giovamento all’universale. Ed infatti essi non intendono di sfruttare la malsana curiosità del tempo nostro divulgando colla stampa romanzi e novelle, ove col pudore sono offesi i sentimenti più nobili della natura umana, cose a cui non badano tipografi di nome e ricchi di capitali e di materiale tipografico, ma vogliono scegliere libri che onorino le lettere e intendano piuttosto a migliorare che a corrompere.

Promessa di questi lodevoli intendimenti è intanto questo primo volume, che essi offrono ai loro concittadini; e dal quale sperano onesto guadagno ed anche l’approvazione di quanti vedono negli umili principî delle cose l’importanza degli effetti che possono derivarne nell’avvenire.

Questa ristampa dell’opera di Leonardo, per quanto condotta accuratamente sulle migliori edizioni che se ne fecero in Italia, messe a riscontro col codice Vaticano, non ha l’ambizione di dare un testo genuino avvalorato da tutti i sussidi della critica moderna. Il fine che si proposero gli editori, di rendere il libro di Leonardo accessibile al maggior numero dei lettori, anche mezzanamente istruiti, e soprattutto agli artisti, condusse alla necessità di ammodernare l’ortografia e l’interpunzione, di togliere gli arcaismi che rendevano oltremodo difficile l’intelligenza del testo, seguendo per lo più la lezione adottata dal nella edizione pubblicata a Roma nel 1817. Condotta così la stampa, non si fece nè più nè meno di quello che avevano fatto i precedenti editori italiani. Se non che si studiò con maggiore accuratezza la collazione del codice Vaticano, correggendo ovunque le altre edizioni se ne erano scostate, e ponendo ai loro luoghi le giunte che in quello confusamente si trovano. Chi guardi l’edizione del codice fatta con grande apparato di dottrina da a Vienna nel 1882, si persuaderà facilmente, che il testo lasciato in quella forma antiquata e scorretta, se avrebbe appagato la critica, la quale esige oggi, non senza ragione, la fedele riproduzione dei testi, non avrebbe sicuramente cresciuto lettori a questa novella ristampa. E di questa opinione furono il comm. ed il prof. , che primi incoraggiarono l’Unione cooperativa editrice, e le consigliarono la riproduzione del libro della pittura di Leonardo.

Queste cose sulle intenzioni degli editori volevano esser dette sul bel principio, perchè questa ristampa venga giudicata per quello che è, non per quello che altri forse avrebbe potuto desiderare che fosse. Leonardo scrisse questo libro della pittura verso il 1498 per la scuola che Lodovico Sforza aveva fondata a Milano, dalla quale uscì quella bella schiera di pittori e scultori che fiorì per assai tempo in Lombardia, mantenendo sempre il suo carattere che partecipa insieme della scuola toscana del quattrocento e della romana di Raffaello e dei suoi imitatori. Chi volesse peraltro paragonare la scuola di Leonardo all’Accademia fondata più tardi dai Caracci a Bologna, troverebbe nel confronto che le differenze sono assai maggiori delle somiglianze. I Caracci intendevano di ritardare con norme convenzionali la decadenza dell’arte; mentre Leonardo mirava a dare all’arte fiorente il sussidio della scienza. E scienziato, nel senso che allora poteva darsi a questa parola, era veramente Leonardo, il quale col genio inventivo di cui era dotato, nelle sue osservazioni sui fatti naturali, anticipò alcune delle scoperte moderne. Questo libro della pittura, come gli altri sulla prospettiva e sulla luce e sulle ombre, sono raccolte di precetti pratici dedotti con grande acutezza dai teoremi della geometria, dell’ottica e della meccanica, scienze non formate ai suoi tempi in corpo di dottrina, ma che egli intravvedeva in embrione cogli occhi della mente.

Si dirà forse che tutti questi precetti riguardano piuttosto la parte tecnica che il concetto dell’arte; ma è appunto la parte tecnica che può formar soggetto d’insegnamento, mentre tutto quello che è idealità e sentimento, se l’artefice non l’ha dentro di sè, nessun maestro sarà capace d’insegnarglielo. Leonardo applicava alle sue opere gli inse- gnamenti che dava ai suoi allievi, e quali effetti sapesse ritrarne lo dicono i suoi quadri divini, che in tutti i tempi formarono la meraviglia del mondo; lo dice il disprezzo in cui quegli insegnamenti si tengono oggi da coloro che ingombrano le sale delle pubbliche esposizioni con dipinti tirati giù alla brava senza studi e senza concetto, che sono oltraggi alla natura ed all’arte. Con tutti i progressi che hanno fatto ai dì nostri le scienze applicate alle arti, i precetti di Leonardo crediamo che abbiano sempre un valore grandissimo; e sebbene alcuni si potessero oggi dimostrare con maggior rigore di principi scientifici, pure è sempre vera l’osservazione del fatto da cui sono dedotti. E non è da meravigliare che questo maestro dell’arte tanto studiasse nei minimi particolari i suoi dipinti, da parere ai contemporanei che perdesse il tempo ninnolandosi in apparecchi senza costrutto; perchè è soltanto con questo studio e con questi avvedimenti scrupolosi che si può fare d’un ritratto di donna, come la Gioconda, un capo d’opera da stare a pari coi dipinti di grandiosa composizione.

Leonardo è veramente una delle più grandi e geniali figure del rinascimento, uno degli ingegni più universali e originali che abbia avuto l’Italia. In quell’epoca singolare che non ha riscontro altro che nel più bel secolo della Grecia antica, l’Italia ebbe una fecondità portentosa d’uomini di genio che le assicurarono il primato nelle lettere e nelle arti, mentre il resto d’Europa stentava ad uscire dalle tenebre del medio evo. Il carattere di quell’epoca era la bellezza e l’eleganza che scaturivano da tutte le manifestazioni della vita. Il brutto e il deforme, non che rappresentarsi, neppure si concepivano. Era una fioritura spontanea d’ingegni che sentivano tutte le armonie del bello e sapevano rappresentarlo in tutte le sue forme.

L’arte era il lusso di quei tempi, e le Corti dei Medici, degli Estensi, degli Sforza, dei Gonzaghi erano scuole di costumi gentili e ritrovo geniale di artisti e di poeti. Le fantasie del e dell’ riflettevano la vita spensierata di quelle Corti, le quali nulla avevano del feudale, come le Corti di Francia e di Alemagna; ma, venute su nelle città da supremazie più o meno consentite di cittadini potenti, avevano serbato il carattere civile ed erano aperte a tutti gli uomini d’ingegno senza privilegi di caste, senza predominio di spade. Anche il cristianesimo sembrava aver rimesso della sua austerità e dei suoi terrori, e la Corte dei Papi era tutta piena dello spirito del secolo. E questo spirito era tanto civile e tanto innovatore, da non sembrare temerario il pensare che forse, se non era la riforma teologica di , molte rivendicazioni di libertà in Italia si sarebbero potute conseguire per il solo effetto della cultura universalmente diffusa, della potenza dell’ingegno universalmente riconosciuta.

Ma perchè il rinascimento, con tanto splendore di conati, oltre i miracoli dell’arte, non produsse nulla di grande nelle istituzioni politiche? Perchè si consumò senza lasciare dietro di sè altro che poemi, quadri e statue? Perchè l’Italia ne uscì più misera, più serva, più corrotta?

Fra le molte ragioni che si potrebbero addurre di questo fatto capitalissimo nella nostra storia, ci fermiamo a questa sola che ne comprende molte altre. Al rinascimento mancò un’alta idea morale che facesse mirare ad un fine degno l’opera di tanti ingegni, mancò il concetto d’una patria grande che rendesse operative nel campo dei fatti le forze che si perdevano nelle vane speculazioni.

Quelle generazioni educate all’eleganza non avevano il sentimento della forza che produce l’azione, un fine alto da raggiungere che nobilitasse i prodotti dell’ingegno. Michelangelo era un gigante solitario in mezzo alle rovine, pensoso sui destini del mondo; , forse il solo vero poeta del rinascimento, cantava sul serio le prodezze della cavalleria già ridotta a favola dall’Ariosto, e gli entusiasmi della fede in mezzo a gente che più non pensava al Sepolcro di Cristo. Tutti gli altri appariscono decoratori di quel grande festino, nel quale nè il paganesimo risorgeva, nè il cristianesimo si purificava. Così nella politica la scaltrezza era tenuta scienza di Stato, e l’Italia, alle potenti monarchie d’Europa che ne facevano il campo delle loro ambizioni, rispondeva non con armi concordi, ma con sotterfugi di leghe e di trattati oggi conclusi, domani disdetti; ma tutte le astuzie e le furberie non le bastarono, e cadde preda del vincitore.

Leonardo da Vinci è forse il solo grand’uomo che rileghi il rinascimento ai tempi moderni. Il suo genio universale, che in sè congiungeva quanto ha di più peregrino l’arte e di più applicativo la scienza, presentiva il grande moto scientifico che si sarebbe destato in un prossimo avvenire. Egli invocava l’esperienza come interprete dei segreti della natura; la quale teneva come maestra delle superiori intelligenze. Per queste intuizioni delle quali abbondano i suoi trattati ed i suoi appunti, ove egli pose quasi senza saperlo i germi dell’ottica, dell’idraulica e della meccanica, Leonardo si può dire che dia la mano a .

Ma anch’egli come dovè sentire la miseria del suo tempo! Non curato dai Medici a Firenze, male accetto a Leone X a Roma, egli dovè acconciarsi con Lodovico il Moro a Milano, che non aveva neppure la prodezza ed il coraggio che erano virtù della sua schiatta. Caduto il Moro, non trovò miglior partito che quello di porsi ai servigi di Cesare Borgia, altro scellerato della risma dello Sforza; e lo seguì, come ingegnere militare, nella impresa delle Romagne. Mancatogli anche questo, si ridusse ad allogarsi con Francesco I, che ambiva portare in Francia la cultura italiana, e morì in terra straniera, a Cloux presso Amboise, nel 1519.

Da queste considerazioni sul rinascimento di cui Leonardo fu una delle figure più originali, non sarà inutile trarre qualche conseguenza. E la più evidente è questa: che gli uomini d’ingegno non bastano a salvare le nazioni quando è smarrito il principio morale direttivo delle azioni umane. Vera rerum nomina amisimus, gridava nel Senato di Roma quando Catilina trovava apologisti; e lo stesso si poteva dire all’Italia del secolo xvi, quando in Cesare Borgia si sperava un salvatore. Allorchè sono alterate le nozioni del bene e del male, l’anarchia delle menti si fa strada all’anarchia dei fatti. E all’anarchia dei fatti pose fine la spada di Carlo V. — Se ne può dedurre anche questo: che una civiltà non si rinfranca se non tornando al principio che l’ha generata. Il rinascimento volle evocare almeno nelle forme la civiltà pagana dimenticando il cristianesimo, e per questo l’opera sua riuscì infeconda di grandi effetti, nè fu difesa contro la forza incivile che la oppresse. Le nazioni che abbracciarono la Riforma uscirono dalla lotta più ritemprate e più forti di noi Latini, perchè la civiltà che istaurarono era in fondo cristiana. È inutile cavillare sui fatti; la civiltà nostra, fondata sul cristianesimo, non può altro che fiorire o perire con lui.

Tornando ora al principio donde mossero le nostre parole, osserviamo che Leonardo da Vinci nel rinascimento rappresenta la divinazione dell’avvenire, e in questo senso egli è forse il più gran genio di quel secolo meraviglioso. Che se anch’egli dovè piegarsi alle miserie morali del tempo, dipingendo i ritratti delle donne amate dallo Sforza ed aiutando le imprese del Valentino, serbò nell’anima una virtù che lo inalzava al di sopra della più gran parte dei suoi contemporanei.

Se il risorgimento, almeno nella sua forma esteriore, ci si rappresenta un gioioso carnevale di principi, di politici, di poeti, di artisti, gente spensierata che sciupa tanto ingegno quanto sarebbe bastato a molte generazioni, non era sicuramente nato per divertire la folla chi scriveva queste parole, che ripetiamo volentieri alla gioventù nostra, come conclusione di questo nostro discorso: «Non allegate mai la vostra poverezza che non vi permetta di studiare e di rendervi abili: lo studio delle virtù serve di nutrimento all’anima e al corpo».

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Vita di Leonardo da Vinci

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fi Grandissimi doni si veggono piovere dagl’influssi celesti ne’ corpi umani, molte volte naturalmente, e soprannaturali talvolta; strabocchevolmente accozzarsi in un corpo solo, bellezza, grazia e virtù in una maniera, che dovunque si volge quel tale, ciascuna sua azione è tanto divina, che lasciandosi dietro tutti gli altri uomini, manifestamente si fa conoscere per cosa, com’ella è, largita da Dio e non acquistata per arte umana. Questo lo videro gli uomini in Lionardo da Vinci, nel quale oltra la bellezza del corpo non lodata mai a bastanza, era la grazia più che infinita in qualunque sua azione; e tanta e sì fatta poi la virtù, che dovunque l’animo volse nelle cose difficili, con facilità le rendeva assolute. La forza in lui fu molta, e congiunta con la destrezza; l’animo e ’l valore, sempre regio e magnanimo; e la fama del suo nome tanto s’allargò, che non solo nel suo tempo fu tenuto in pregio, ma pervenne ancora molto più ne’ posteri dopo la morte sua.

Veramente mirabile e celeste fu Lionardo figliuolo di ser Piero da Vinci; e nella erudizione e principj delle lettere arebbe fatto profitto grande, se egli non fusse stato tanto vario ed instabile. Perciocchè egli si mise a imparare molte cose; e incominciate, poi l’abbandonava. Ecco, nell’abbaco, egli in pochi mesi ch’e’ v’attese, fece tanto acquisto, che movendo di continuo dubbj e difficultà al maestro che gl’insegnava, bene spesso lo confondeva. Dette alquanto d’opera alla musica; ma tosto si risolvè a imparare a suonare la lira, come quello che dalla natura aveva spirito elevatissimo e pieno di leggiadria, onde sopra quella cantò divinamente all’improvviso. Nondimeno, benchè egli a sì varie cose attendesse, non lasciò mai il disegnare ed il fare di rilievo, come cose che gli andavano a fantasia più d’alcun’altra. Veduto questo, ser Piero, e considerato la elevazione di quello ingegno, preso un giorno alcuni de’ suoi disegni, gli portò ad Andrea del Verrocchio ch’era molto amico suo, e lo pregò strettamente che gli dovesse dire, se Lionardo attendendo al disegno farebbe alcun profitto. Stupì Andrea nel veder il grandissimo principio di Lionardo, e confortò ser Piero che lo facesse attendere; onde egli ordinò con Lionardo ch’e’ dovesse andare a bottega di Andrea: il che Lionardo fece volentieri oltre a modo: e non solo esercitò una professione, ma tutte quelle, ove il disegno s’interveniva; ed avendo uno intelletto tanto divino e maraviglioso, che essendo bonissimo geometra, non solo operò nella scultura, facendo nella sua giovanezza di terra alcune teste di femine che ridono, che vanno formate per l’arte di gesso, e parimente teste di putti che parevano usciti di mano d’un maestro; ma nell’architettura ancora fe’ molti disegni così di piante come di altri edifizj, e fu il primo ancora, che giovanetto discorresse sopra il fiume d’Arno per metterlo in canale da Pisa a Fiorenza. Fece disegni di mulini, gualchiere, ed ordigni che potessino andare per forza d’acqua: e perchè la professione sua volle che fusse la pittura, studiò assai in ritrar di naturale, e qualche volta in far modegli di figure di terra; e adosso a quelle metteva cenci molli interrati, e poi con pazienza si metteva a ritrargli sopra a certe tele sottilissime di rensa o di panni lini adoperati, e gli lavorava di nero e bianco con la punta del pennello, che era cosa miracolosa; come ancora ne fa fede alcuni che ne ho di sua mano in sul nostro Libro de’ disegni: oltre che disegnò in carta con tanta diligenza e sì bene, che in quelle finezze non è chi vi abbia aggiunto mai; che n’ho io una testa di stile e chiaro scuro, che è divina: ed era in quell’ingegno infuso tanta grazia da Dio ed una demostrazione sì terribile, accordata con l’intelletto e memoria che lo serviva, e col disegno delle mani sapeva sì bene esprimere il suo concetto, che con i ragionamenti vinceva e con le ragioni confondeva ogni gagliardo ingegno. Ed ogni giorno faceva modegli e disegni da potere scaricare con facilità monti e forargli per passare da un piano a un altro, e per via di lieve e di argani e di vite mostrava potersi alzare e tirare pesi grandi: e modi da votar porti, e trombe da cavare de’ luoghi bassi acque, che quel cervello mai restava di ghiribizzare; de’ quali pensieri e fatiche se ne vede sparsi per l’arte nostra molti disegni, ed io n’ho visti assai. Oltrechè perse tempo fino a disegnare gruppi di corde fatti con ordine, e che da un capo seguissi tutto il resto fino all’altro, tanto che s’empiessi un tondo; che se ne vede in istampa uno difficilissimo e molto bello, e nel mezzo vi sono queste parole: Leonardus Vinci Accademia. E fra questi modegli e disegni ve n’era uno, col quale più volte a molti cittadini ingegnosi che allora governavano Fiorenza mostrava volere alzare il tempio di San Giovanni di Fiorenza, e sottomettervi le scalee senza ruinarlo; e con sì forti ragioni lo persuadeva, che pareva possibile, quantunque ciascuno, poi che e’ si era partito, conoscesse per sè medesimo l’impossibilità di cotanta impresa.

Era tanto piacevole nella conversazione, che tirava a sè gli animi delle genti; e non avendo egli, si può dir, nulla, e poco lavorando, del continuo tenne servitori e cavalli, de’ quali si dilettò molto, e particularmente di tutti gli altri animali, i quali con grandissimo amore e pacienza governava: e mostrollo, chè spesso passando dai luoghi dove si vendevano uccelli, di sua mano cavandoli di gabbia e pagatogli a chi li vendeva il prezzo che n’era chiesto, li lasciava in aria a volo, restituendoli la perduta libertà. Laonde volle la natura tanto favorirlo, che dovunque e’ rivolse il pensiero, il cervello e l’animo, mostrò tanta divinità nelle cose sue, che nel dare la perfezione di prontezza, vivacità, bontade, vaghezza e grazia, nessuno altro mai gli fu pari. Vedesi bene che Lionardo per l’intelligenza dell’arte cominciò molte cose, e nessuna mai ne finì, parendoli che la mano aggiugnere non potesse alla perfezione dell’arte nelle cose che egli s’imaginava: conciossiachè si formava nell’idea alcune difficultà sottili e tanto maravigliose, che con le mani, ancora ch’elle fussero eccellentissime, non si sarebbono espresse mai. E tanti furono i suoi capricci, che filosofando delle cose naturali attese a intendere la propietà delle erbe, continuando ed osservando il moto del cielo, il corso della luna e gli andamenti del sole.

Acconciossi dunque, come è detto, per via di ser Piero, nella sua fanciullezza all’arte con Andrea del Verrocchio, il quale facendo una tavola, dove San Giovanni battezzava Cristo, Lionardo lavorò un angelo che teneva alcune vesti; e benchè fosse giovanetto, lo condusse di tal maniera, che molto meglio delle figure d’Andrea stava l’angelo di Lionardo; il che fu cagione ch’Andrea mai più non volle toccar colori, sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse più di lui. Li fu allogato per una

portiera, che si aveva a fare in Fiandra d’oro e di seta tessuta per mandare al re di Portogallo, un cartone d’Adamo e d’Eva, quando nel paradiso terrestre peccano: dove col pennello fece Lionardo di chiaro e scuro lumeggiato di biacca un prato di erbe infinite con alcuni animali, che in vero può dirsi che in diligenza e naturalità al mondo divino ingegno far non la possa sì simile. Quivi è il fico, oltra lo scortar delle foglie e le vedute de’ rami, condotto con tanto amore, che l’ingegno si smarrisce solo a pensare come un uomo possa avere tanta pacienza. Evvi ancora un palmizio che ha la rotondità delle ruote della palma lavorate con sì grande arte e maravigliosa, che altro che la pazienza e l’ingegno di Lionardo non lo poteva fare; la quale opera altrimenti non si fece, onde il cartone è oggi in Fiorenza nella felice casa del magnifico Ottaviano de’ Medici, donatogli non ha molto dal zio di Lionardo. Dicesi che ser Piero da Vinci, essendo alla villa, fu ricercato domesticamente da un suo contadino, il quale d’un fico da lui tagliato in sul podere aveva di sua mano fatto una rotella, che a Fiorenza gnene facesse dipignere: il che egli contentissimo fece, sendo molto pratico il villano nel pigliare uccelli e nelle pescagioni, e servendosi grandemente di lui ser Piero a questi esercizj. Laonde fattala condurre a Fiorenza, senza altrimenti dire a Lionardo di chi ella si fosse, lo ricercò che egli vi dipignesse suso qualche cosa. Lionardo arrecatosi un giorno tra le mani questa rotella, veggendola torta, mal lavorata e goffa, la dirizzò col fuoco; e datala a un tornitore, di rozza e goffa che ella era, la fece ridurre delicata e pari; ed appresso ingessatala ed acconciatala a modo suo, cominciò a pensare quello che vi si potesse dipignere su, che avesse a spaventare chi le venisse contra, rappresentando lo effetto stesso che la testa già di Medusa. Portò dunque Lionardo per questo effetto ad una sua stanza, dove non entrava se non egli solo, lucertole, ramarri, grilli, serpe, farfalle, locuste, nottole ed altre strane spezie di simili animali; dalla moltitudine de’ quali variamente adattata insieme cavò un animalaccio molto orribile e spaventoso, il quale avvelenava con l’alito e faceva l’aria di fuoco; e quello fece uscire d’una pietra scura e spezzata, buffando veleno dalla gola aperta, fuoco dagli occhi, e fumo dal naso sì stranamente, che pareva monstruosa ed orribile cosa affatto: e penò tanto a farla, che in quella stanza era il morbo degli animali morti troppo crudele, ma non sentito da Lionardo per il grande amore che portava all’arte. Finita questa opera, che più non era ricerca nè dal villano nè dal padre, Lionardo gli disse che ad ogni sua comodità mandasse per la rotella, che quanto a lui era finita. Andato dunque ser Piero una mattina alla stanza per la rotella, e picchiato alla porta, Lionardo gli aperse dicendo che aspettasse un poco; e ritornatosi nella stanza, acconciò la rotella al lume in sul leggio, ed assettò la finestra che facesse lume abbacinato; poi lo fece passar dentro a vederla. Ser Piero nel primo aspetto, non pensando alla cosa, subitamente si scosse, non credendo che quella fosse rotella, nè manco dipinto quel figurato che e’ vi vedeva; e tornando col passo a dietro, Lionardo lo tenne, dicendo: Questa opera serve per quel che ella è fatta; pigliatela dunque, e portatela, chè questo è il fine che dell’opere s’aspetta. Parse questa cosa più che miracolosa a ser Piero, e lodò grandissimamente il capriccioso discorso di Lionardo; poi comperata tacitamente da un merciaio un’altra rotella dipinta d’un cuore trapassato da uno strale, la donò al villano, che ne li restò obbligato sempre mentre che e’ visse. Appresso vendè ser Piero quella di Lionardo secretamente in Fiorenza a certi mercatanti cento ducati, ed in breve ella pervenne alle mani del duca di Milano, vendutagli trecento ducati da’ detti mercatanti.

Fece poi Lionardo una Nostra Donna in un quadro che era appresso papa Clemente VII, molto eccellente; e fra l’altre cose che v’erano fatte, contraffece una caraffa piena d’acqua con alcuni fiori dentro, dove, oltra la maraviglia della vivezza, aveva imitato la rugiada dell’acqua sopra, sì che ella pareva più viva che la vivezza. Ad Antonio Segni, suo amicissimo, fece in su un foglio un Nettuno, condotto così di disegno con tanta diligenzia, che e’ pareva del tutto vivo. Vedevasi il mare turbato ed il carro suo tirato da’ cavalli marini con le fantasime, l’orche ed i noti, ed alcune teste di dèi marini bellissime; il quale disegno fu donato da Fabio suo figliuolo a messer Giovanni Gaddi, con questo epigramma:

Vennegli fantasia di dipingere in un quadro a olio una testa d’una Medusa, con una acconciatura in capo con uno aggruppamento di serpe, la più strana e stravagante invenzione che si possa imaginare mai; ma come opera che portava tempo, e come quasi interviene in tutte le cose sue, rimase imperfetta. Questa è fra le cose eccellenti nel palazzo del duca Cosimo, insieme con una testa d’uno angelo, che alza un braccio in aria, che scorta dalla spalla al gomito venendo innanzi, e l’altro ne va al petto con una mano. È cosa mirabile che quello ingegno, che avendo desiderio di dar sommo rilievo alle cose che egli faceva, andava tanto con l’ombre scure a trovare i fondi de’ più scuri che cercava neri che ombrassino e fussino più scuri degli altri neri, per fare che ’l chiaro, mediante quegli, fussi più lucido; ed infine riusciva questo modo tanto tinto, che non vi rimanendo chiaro, avevon più forma di cose fatte per contraffare una notte, che una finezza del lume del dì: ma tutto era per cercare di dare maggior rilievo, di trovar il fine e la perfezione dell’arte. Piacevagli tanto quando egli vedeva certe teste bizzarre, o con barbe o con capegli degli uomini naturali, che arebbe seguitato uno che gli fussi piaciuto, un giorno intero; e se lo metteva talmente nella idea, che poi arrivato a casa lo disegnava come se l’avesse avuto presente. Di questa sorte se ne vede molte teste e di femine e di maschi, e n’ho io disegnate parecchie di sua mano con la penna nel nostro Libro de’ disegni tante volte citato; come fu quella di Amerigo Vespucci, ch’è una testa di vecchio bellissima, disegnata di carbone, e parimenti quella di Scaramuccia capitano de’ Zingani, che poi ebbe messer Donato Valdambrini di Arezzo, canonico di San Lorenzo, lassatagli dal Giambullari. Cominciò una tavola della Adorazione de’ Magi, che v’è su molte cose belle, massime di teste; la quale era in casa d’Amerigo Benci dirimpetto alla loggia de’ Peruzzi, la quale anche ella rimase imperfetta come l’altre cose sua.

Avvenne che morto Giovan Galeazzo duca di Milano, e creato Lodovico Sforza nel grado medesimo l’anno 1494, fu condotto a Milano con gran riputazione Lionardo al duca, il quale molto si dilettava del suono della lira, perchè sonasse; e Lionardo portò quello strumento ch’egli aveva di sua mano fabbricato d’argento gran parte, in forma d’un teschio di cavallo, cosa bizzarra e nuova, acciocchè l’armonia fosse con maggior tuba e più sonora di voce; laonde superò tutti i musici che quivi erano concorsi a sonare. Oltra ciò, fu il migliore dicitore di rime all’improvviso del tempo suo. Sentendo il duca i ragionamenti tanto mirabili di Lionardo, talmente s’innamorò delle sue virtù, che era cosa incredibile. E pregatolo, gli fece fare in pittura una tavola d’altare dentrovi una Natività, che fu mandata dal duca all’imperatore. Fece ancora in Milano ne’ frati di San Domenico a Santa Maria delle Grazie un Cenacolo, cosa bellissima e maravigliosa; ed alle teste degli apostoli diede tanta maestà e bellezza, che quella del Cristo lasciò imperfetta, non pensando poterle dare quella divinità celeste, che all’imagine di Cristo si richiede. La quale

opera rimanendo così per finita, è stata dai Milanesi tenuta del continuo in grandissima venerazione, e dagli altri forestieri ancora; atteso che Lionardo s’imaginò e riuscigli di esprimere quel sospetto che era entrato negli apostoli, di voler sapere chi tradiva il loro maestro. Per il che si vede nel viso di tutti loro l’amore, la paura e lo sdegno, ovvero il dolore di non potere intendere lo animo di Cristo: la qual cosa non arreca minor maraviglia, che il conoscersi allo incontro l’ostinazione, l’odio e ’l tradimento in Giuda; senza che ogni minima parte dell’opera mostra una incredibile diligenzia; avvengachè insino nella tovaglia è contraffatto l’opera del tessuto d’una maniera, che la rensa stessa non mostra il vero meglio.

Dicesi che il priore di quel luogo sollecitava molto importunamente Lionardo che finissi l’opera, parendogli strano veder talora Lionardo starsi un mezzo giorno per volta astratto in considerazione; ed arebbe voluto, come faceva dell’opere che zappavano nell’orto, che egli non avesse mai fermo il pennello; e non gli bastando questo, se ne dolse col duca, e tanto lo rinfocolò, che fu costretto a mandar per Lionardo, e destramente sollecitarli l’opera; mostrando con buon modo, che tutto faceva per l’importunità del priore. Lionardo, conoscendo l’ingegno di quel principe esser acuto e discreto, volse (quel che non avea mai fatto con quel priore) discorrere col duca largamente sopra di questo: gli ragionò assai dell’arte, e lo fece capace che gl’ingegni elevati talor che manco lavorano, più adoperano; cercando con la mente l’invenzioni, e formandosi quelle perfette idee, che poi esprimono e ritraggono le mani da quelle già concepute nell’intelletto. E gli soggiunse che ancor gli mancava due teste da fare: quella di Cristo, della quale non voleva cercare in terra e non poteva tanto pensare, che nella imaginazione gli paresse poter concepire quella bellezza e celeste grazia, che dovette essere quella della divinità incarnata. Gli mancava poi quella di Giuda, che anco gli metteva pensiero, non credendo potersi imaginare una forma da esprimere il volto di colui, che dopo tanti benefizj ricevuti avessi avuto l’animo sì fiero, che si fussi risoluto di tradire il suo signore e creator del mondo; pur, che di questa seconda ne cercherebbe, ma che alla fine, non trovando meglio, non gli mancherebbe quella di quel priore tanto

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