Front matter
GIOVANNI VOLFANGO GOETHE
RICORDI
DI
Prefazione
Goethe venne in Italia nel settembre del 1786, e vi si trattenne poco meno di due anni. Egli era in allora in età di trenta sette anni, ed aveva pubblicata già parte delle sue opere, fra le quali il , che fu la prima a stabilire la sua fama, non solo in Germania, ma in Europa. Il desiderio di visitare la penisola era sorto in Goethe fin da quando, tuttora ragazzo, egli contemplava le incisioni dei monumenti di Roma del Piranesi, le quali stavano appese alle pareti dell’anticamera, nella casa di Francoforte sul Meno dove era nato, e quando prestava accolto, coll’avidità propria dei fanciulli d’ingegno svegliato, alle narrazioni entusiaste sull’Italia di suo padre, il quale vi era stato nella sua giovinezza. Se non che, il viaggiare non era in allora cosa facile, siccome in oggi. Assorto totalmente dallo studio, da occupazioni di vario genere, dalle relazioni sociali; trattenuto inoltre in patria da vincoli che non è sempre facile spezzare, anche quando se ne riconosce la neces- sità e lo si vuole, Goethe dovette lasciare trascorrere tutta la sua giovinezza senza potere soddisfare il suo vivo desiderio di vedere l’Italia, e Roma specialmente. Intanto questo suo desiderio non era mai venuto meno in lui, ed anzi aveva finito per acquistare tale un grado d’intensità, ch’egli non esitava a qualificarlo malattia morale, principio di monomania, essendo quella sua brama giunta al punto di doversi egli astenere dal leggere i classici latini, perchè quella lettura, riportando i suoi pensieri all’Italia ed a Roma sopratutto, che avrebbe voluto conoscere, e dove non si era potuto recare ancora, lo faceva troppo soffrire.
Finalmente nel settembre del 1786 si trovò in grado di potere partire dalla Germania, e da Carlsbad, dove si trovava a quell’epoca, senz’averne fatta parola ad altri che al duca di Sassonia Weimar, dal quale dipendeva per ragioni d’impiego, e che gli promise il segreto, scese in Italia per la via del Brennero, e per Verona, Vicenza e Padova venne a Venezia, dove si trattenne un quindici giorni. Quindi per Ferrara e Bologna, senza fermarsi (che Iddio glie lo possa perdonare!) più di tre ore a Firenze, tanta era la furia che lo spingeva a Roma, proseguì il viaggio per Perugia e Foligno, ed il primo di novembre si trovava nella città eterna, e vi poteva quietare. Vi si fermò tutto l’inverno, ed al fine di febbraio del 1787 si portava a Napoli, dove si tratteneva tutto il marzo, ed in principio di aprile sbarcava a Pa- lermo. Visitava buona parte della Sicilia, dove non è comodo in oggi viaggiare nell’interno, ed era ben peggio allora; ed alla metà di maggio era di ritorno a Napoli. In principio di giugno si portava di bel nuovo a Roma, ed ivi si tratteneva quasi un anno, non avendola abbandonata che alla metà dell’aprile del 1788 per fare ritorno in Germania; ed allora, giustizia vuole che io dica, che essendo sazio il suo desiderio di vedere Roma, nel passare per Firenze vi si fermò più di tre ore, da quanto ho letto in altri, poichè la sua corrispondenza, ovvero narrazione del suo viaggio, cessa colla sua partenza da Roma.
Egli la pubblicò molti anni dopo il suo ritorno in patria, divisa in due parti, intitolate, la prima Italiänische Reise (Viaggi in Italia), la quale comprende il periodo dalla sua partenza da Carlsbad, fino a quella da Napoli per Roma, al suo ritorno dalla Sicilia; la seconda con il titolo di Zweiter Römischer Aufenthalt (secondo soggiorno in Roma) la quale giunge sino alla sua partenza da quella città, per restituirsi in Germania. Per eseguire quella pubblicazione Goethe non fece altro, fuorchè radunare le lettere che durante il suo soggiorno in Italia aveva scritte a vari suoi amici in Germania, e specialmente ad Herder ed alla signora di Stein, aggiungendovi, per il secondo soggiorno in Roma, durante il quale la corrispondenza cessa di essere regolare e quasi quotidiana, come nella prima parte, una notizia in fine di ogni mese, riassuntiva di quanto aveva fatto o visto durante quel mese. Per tal guisa, come ben si può comprendere, l’opera non gli deve avere costata molta fatica, e si presenta, nella seconda parte sovratutto, in forma alquanto sconnessa, ovvero scucita, come dire si voglia.
Avevo letto quel libro alla sfuggita, sono molti anni, quando non mi difettavano per certe altre occupazioni, e poco tempo mi rimaneva da dedicare alla lettura di cose geniali, ma per dir vero, non mi era rimasta impressione troppo favorevole di quell’opera dell’autore del Faust. Avevo trovato poco dilettevoli tutte quelle sue digressioni geologiche; quelle sue continue notizie meteorologiche; m’erano parse strane lo sue teorie in questi particolari; e mi aveva urtato i nervi quella preoccupazione costante de’ suoi pensieri, delle sue sensazioni, de’ suoi scritti, de’ suoi lavori, di quella sua eterna Ifigenia. Talune sue osservazioni poi mi erano pure sembrate peccare di soverchia ingenuità, potersi dire quasi puerili. Così pure mi aveva fatto senso lo scorgere, che l’autore passava talvolta sotto silenzio assoluto cose notevolissime, spendendo per contro molte parole attorno ad altre, le quali per certo non le meritavano. Per esempio, non gli avevo potuto perdonare di non avere scritto una parola da Palermo intorno allo stupendo duomo di Monreale, e di avere dedicata tutta una lunga lettera, alle stramberie di pessimo gusto del principe di Palagonia. Però, comunque fossero le cose, chiusi in allora il libro, e per lunghi anni non pensai più nè a Goe- the, nè a’ suoi viaggi in Italia; quando nello scorso autunno il volume di questi mi venne per caso sotto mano in villa, ed in un momento in cui non tenevo altro libro sul tavolo, che solleticasse la mia curiosità. Lessi le prime pagine di quello, senza nessuna intenzione di andare più oltre; se non che, una pagina dopo l’altra, mi trovai avere finito il libro, ed allora mi parve che io lo avessi giudicato, anni sono, con troppa severità. Che sia stato forse, perchè i giovani, ignari tuttora delle difficoltà della vita, sono meno portati all’indulgenza che i vecchi, i quali ebbero a far prova di quelle?
Io non lo so. Quello che io so bensì, si è, che io lessi per la seconda volta quel libro con piacere, e che indipendentemente dal fatto, che qualunque scritto uscito dalla penna di un gran genio, quale si fu il Goethe non può essere privo di merito, nelle teorie geologiche, le quali mi erano sembrate strane alla prima lettura, mi parve scorgere alla seconda, per quanto valgo a portarne giudizio, l’intuizione di scoperte fatte più tardi. Così pure nelle continue osservazioni sul bel tempo e sulla pioggia, sulle nuvole e sui venti, le quali mi avevano prodotta la prima volta l’impressione di un bolletino meteorologico, credetti ravvisare l’omaggio reso da un abitante delle contrade settentrionali, allo splendore del nostro sole, alla limpidezza della nostra atmosfera, alla mitezza del nostro clima, benefici inestimabili dei quali Iddio fu largo al nostro paese, e per i quali noi non gli professiamo tutta quella gratitudine che pure gli dovressimo, perchè siamo assuefatti a goderli fin dai primi anni.
Parimenti mi sembrò, che fra tanti e tanti, i quali vivono alla giornata, senza darsi mai ombra di pensiero nè dello scopo della loro vita, nè delle loro idee ovvero sensazioni, potesse essere esempio pregevole quello di uomo di raro ingegno il quale se ne preoccupa anche di soverchio, e che in ogni caso poi, non potesse che riuscire di ottimo esempio l’operosità fisica ed intellettuale di Goethe, il quale tutto voleva vedere, tutto conoscere, tutto studiare; che nel soggiorno di poco più di un mese a Napoli, faceva per ben tre volte la salita al Vesuvio, ai piedi del quale nascono, vivono, e muoiono migliaia e migliaia di persone, senza provare mai il desiderio di salire su quella vetta, che pure scorgono di continuo davanti ai loro occhi; che tormentato dal mal di mare, serbava tanta energia di volontà, da ridurre durante quello, in versi un suo dramma.
Mi parve inoltre che quelle pagine rivelassero un senso squisito delle bellezze naturali, che noi non apprezziamo abbastanza, per quella stessa cagione la quale ci rende poco men che indifferenti allo splendore del nostro sole, alla limpidezza della nostra atmosfera, alla mitezza del nostro clima. Parimenti mi colpì in quelle pagine, il giusto criterio delle cose pratiche, al quale io non mi sarei, per dir vero, aspettato da un poeta, e che farebbe onore a qualunque spirito positivo.
Per ultimo mi sembrò che potessero porgere interesse abbastanza generale le nozioni intorno al modo di viaggiare di meno di un secolo fa, cotanto diverso da quello dei giorni nostri, non che i cenni intorno agli usi ed ai costumi in Italia a quell’epoca, quali comparivano agli occhi di un forastiere, e parimenti mi parve, che certe pagine, quali ad esempio quelle che narrano la scena dell’autore scambiato per un emissario austriaco dagli abitanti di Malsesine sul lago di Garda, quando stava disegnando le rovine di quell’antico castello; le usanze ed i costumi di Venezia, quali ce li rappresenta nelle sue comedie il ; la discussione nel palazzo ducale di Venezia della lite intentata alla consorte del doge; le serate artistiche di Frascati, presiedute del conte di Riefenstein; il pranzo a Napoli in casa della principessina bizzarra e ricciuta; la visita a Palermo alla famiglia del Cagliostro; quella a Catania al principe ed alla principessa di Biscari; le scene comiche con quel cervello balzano del vecchio e burbero governatore di Messina; la descrizione del viaggio avventuroso per mare, da Messina a Napoli; l’ultima serata passata a Napoli presso la principessa Giovine, ed altre pagine ancora, fossero tali, da farsi leggere con diletto da chiunque. Mi sembrò pertanto in complesso, che il libro potesse riuscire, nella prima parte, (che quella del secondo soggiorno a Roma, quasi tutta personale, porge interesse di gran lunga minore, e per apprezzarla converrebbe essere Tedesco, ed avere come tutti i Tedeschi il culto di Goethe) uno di quei libri piacevoli senz’essere però frivolo, che valgono ad alleviare la noia di una giornata piovosa in villa, ovvero di quella, più lunga ancora a trascorrere, di viaggio nel carozzone della ferrovia, sopra una strada che si percorra per la centesima volta.
Mi trovavo per l’appunto in villa. Non pioveva, che l’autunno nello scorso anno fu di tale inarrivabile bellezza, che chi sa quante pagine mai avrebbe ispirato al Goethe se lo avesse potuto godere, ma non avevo occupazione. Per fare una cosa, tradussi gl’Italiänische Reise, e poichè ho sostenuta la fatica del tradurli, pubblico la mia versione, augurandomi di poterla trovare talvolta sul tavolo di un villeggiante il quale non si diverte, o vederla nelle mani di un qualche compagno di viaggio in ferrovia, il quale, prima di dare di piglio al libro, minacciasse addormentarsi per assenza di diletto. Che se poi questa mia lusinga dovesse incontrare la sorte che tocca per lo più alle speranze, alle lusinghe, vale a dire il disinganno, non vi sarà gran male. Il culto dei Tedeschi per Goethe non ne soffrirà detrimento per certo; ed il traduttore de’ suoi Italiänische Reise non si darà soverchio pensiero se si dirà, ch’egli avrebbe potuto impiegare meglio le ore del precoce suo otium cum dignitate, sinonimo questo troppe volte, per chi conobbe vita meno disutile, di noia, e di sbadigli. E da questi, la scampi Iddio, benigno signor lettore!
Da Carlsbad al Brennero
Alle 3 del mattino partii di soppiatto da Carlsbad. La compagnia la quale aveva voluto festeggiare con tanta amorevolezza il 28 agosto, mio giorno natalizio, avrebbe pure avuto qualche diritto a trattenermi ancora; ma oramai non era più il caso d’ulteriore indugio. Salii, affatto solo in una sedia di posta, non recando meco altro che un portamantello ed una valigia, e prima delle otto, con un mattino tranquillo, alquanto nebbioso, arrivai a Zwota. In alto stavano grandi striscie di nubi pesanti; al basso erano più leggiere, la quale cosa mi parve presagio favorevole. Dopo una state pessima, speravo avere almeno un bell’autunno. Quando arrivai, verso il mezzodì, ad Eger splendeva un limpido sole; pensai in allora che la latitudine di quella località era pure quella della mia città natale, e mi rallegrai di pranzare di bel nuovo in una stupenda giornata, sotto il cinquantesimo grado.
Toccata appena la Baviera, s’incontra la badia di Waldsassen possessione stupenda di quei membri del clero, i quali furono avveduti prima degli altri uomini. Giace in fondo ad una valle, o per meglio dire di un vero bacino, al centro di stupende praterie, attorniate da colline di dolce pendìo, e fertilissime. Le proprietà del monastero si sten-
dono, a grande distanza, tutto all’intorno. Il terreno è formato di argilla, e di ardesia decomposte. Il quarzo che si trova pure nei monti di questa specie, e che non si scioglie nè si decompone, rende la terra mobile, leggiera, e pertanto fertile. Le acque scendono all’Eger ed all’Elba, e si continua a salire sino a Thirschenreuth. Da questo si scende verso mezzogiorno, e le acque vanno al Danubio.
Mi formo facilmente un’idea di ogni contrada, osservando attentamente il corso delle acque, la loro direzione, ed il bacino, ovvero conca fluviale, a cui appartengono; e dopo di ciò, anche nelle regioni le quali non si percorrono che alla sfuggita è facile formarsi un idea pure del complesso dei monti e delle valli. Da quel punto comincia una strada postale di tale bontà che non la si potrebbe immaginare migliore, imperocchè la ghiaia granitica, e la terra argillosa si collegano per tal modo, da formare una massiciata dura, compatta, e liscia, quanto mai si possa dire. Per contro, non è nè bella, nè fertile la contrada attraversata da quella strada stupenda; non si scorgono che pianure sabbiose, ed in parte anche paludose. Siccome però si scende sempre, si viaggia rapidamente verso i confini della Boemia.
Troverete indicate nel fogliolino annesso a questa mia le varie stazioni. Mi basti per ora accennare che il mattino seguente, verso le dieci, arrivai a Ratisbona, e che pertanto avevo impiegato trentanove ore a percorrere questi ventiquattro miglia e mezzo di strada. Allorquando cominciava a spuntare di bel nuovo il giorno, mi trovavo fra Schwanendorf e Regenstauf; e tosto mi avvidi, che percorrevo contrada più fertile; il terreno non era più di monti decomposti, ma bensì formato di alluvione. I fiotti e la marea, in epoche remotissime, avevano trattenute le acque pluviali in tutte le valli secondarie le quali ora le versano in quella del Danubio, e quindi erano sorte in modo naturale quelle colmate, le quali sono ora tutte occupate dalla coltivazione. Si può fare questa osservazione in vicinanza a tutti i corsi d’acqua, di grande o di scarsa portata, e con questa norma è facile conoscere prontamente, se un terreno sia o nò addatto all’agricoltura.
La posizione di Ratisbona è propriamente amena, i dintorni allettavano a fondarvi una città, ed anche quivi non ha ommesso il clero di pensare a sè. Pressochè tutto il territorio della città gli appartiene; ed in questa le chiese sorgono a fianco alle chiese, i monasteri a fianco ai monasteri.
Il Danubio mi ricorda la parte antica di Magonza. A Francoforte il fiume ed i ponti porgono migliore aspetto, ma qui, dal fiume, la vista si presenta propriamente bene. Mi affrettai di portarmi al collegio dei gesuiti, dove vi era lo spettacolo che danno gli allievi in ogni anno; vidi il fine dell’opera, ed il principio della tragedia. Quei giovani non recitavano male, non erano inferiori a qualsiasi compagnia di dilettanti, ed erano pure vestiti, non solo bene, ma splendidamente. Ed anche questa pubblica rappresentazione mi persuase sempre più dell’accortezza dei gesuiti. Nulla trascurano di quanto vale ad acquistare influenza, e lo sanno trattare con amore, e con avvedutezza. In questo caso non è quistione di prudenza, quale la si considera in astratto; la è soddisfazione provata in una cosa, compartecipazione ad un godimento di un atto della vita. Nella stessa guisa che questa compagnia potente e numerosa accoglie nel suo seno fabbricanti d’organi, scultori, indoratori, possiede pure fra suoi membri tali che conoscono il teatro, che hanno inclinazione per questo, e nello stesso modo che adornano splendidamente le loro chiese, sanno pure, accorti quali sono, piegarsi ai gusti mondani, innalzando un teatro, intorno al quale nulla vi ha a ridire.
Oggi io vi scrivo sotto il quarantesimo nono grado di latitudine e la giornata è buona. Il mattino però era fresco, ed anche qui tutti si lagnano dell’umidità, e del freddo della state; oggi però la temperatura è dolce, e questa altezza di clima, propria della vicinanza dei grandi fiumi, è pienamente consentanea alla mia natura. Le frutta qui non sono punto straordinarie; ho mangiato buone pera, ma sospiro per l’uva e per i fichi.
Voglio ancora tornare ai gesuiti, i quali mi preoccupano, e traggono a sè la mia attenzione. Le loro chiese, i loro campanili, tutti i loro edifici hanno aspetto grandioso, imponente, che ispira agli uomini, senza che neppure questi se ne avvedano, rispetto. Nella decorazione delle loro chiese fanno tale uno sfoggio d’oro, d’argento, di metalli, di marmi preziosi, che deve propriamente acciecare i poveri, i quali pongono il piede in quelle. Purchè producano impressione, non rifuggono neppure talvolta dal ricorrere al cattivo gusto, la qual cosa è del resto consentanea all’indole del culto esteriore cattolico; ma fin’ora non ho visto altri che sappiano trarne profitto con tanta accortezza, con tanta costanza, quanto i gesuiti. Tutto presso questi vi concorre; non si ristringono dessi, al pari degli altri ordini religiosi, ad antiche pratiche le quali hanno perduto la loro efficacia; sanno piegarsi allo spirito dei tempi, ravivare colla magnificenza, colla splendidezza, il sentimento religioso.
Si adopera qui per le costruzioni una singolare qualità di pietra, di aspetto cupo, antico, di natura porosa, la quale si potrebbe dire una specie di porfido. È di colore verdastro, misto di quarzo e di ampi tratti di giaspo, nel quale si trovano campi più piccoli di forma rotonda, che paiono quasi breccia. Avrei pure desiderato di portarne meco un campione, ma la pesa molto, ed ho fatto giuramento di non caricarmi più di sassi in questo viaggio.
Partii di Ratisbona ieri, poco prima del mezzo giorno. Presso Aburg si percorre una bella contrada, dove il Danubio volge le sue acque fra rupi calcari, fin presso Saale. La calce vi è densa, come presso Osteroda nell’Harz, in generale però porosa. Arrivai a Monaco alle sei del mattino, ma non essendomivi quivi trattenuto guari più di dodici ore, poco ne potrei dire. Nella galleria dei quadri mi trovai alquanto spostato; ho d’uopo assuefare di bel nuovo i miei occhi a contemplare dipinti. Vi sono però cose pregevoli, e gli schizzi di Rubens della galleria del Lussemborgo, mi procurarono molta soddisfazione.
Vidi pure un bellissimo modello della colonna Traiana. Il fondo è di lapis lazzuli, le figure sono in oro; e quantunque non la si possa dire opera d’arte seria, però la si contempla con piacere.
Nella sala delle sculture antiche ho potuto persuadermi facilmente, che i miei occhi non sono punto esercitati a quella vista, e per non sprecare il tempo, mi vi trattenni poco. Molte cose non mi producono impressione, senza che io valessi a rendermi conto del motivo. La mia attenzione fu fissata da un Druso; mi piacquero molto due Antonini, e così ancora alcuni altri oggetti. Convien pure dire che le sculture non sono disposte molto favorevolmente, tuttochè si sia voluto ornare la sala dove stanno, e la volta, specialmente, di questa porga buon aspetto; se non che il tutto avrebbe d’uopo di essere mantenuto con maggiore cura, e con più nettezza. Nel gabinetto di storia naturale trovai oggetti pregevoli, del Tirolo specialmente, dei quali avevo visto già campioni in piccolo, ed anzi taluni ne possedo.
Trovai una donna la quale vendeva fichi, ed essendo i primi che io abbia gustato, mi parvero eccellenti, ma l’uva sotto il quarantottesimo grado, non si può dire ancora buona. Qui tutti si lagnano dell’umidità e del freddo, e questa mane nell’arrivare trovai una nebbiaccia, alla quale si sarebbe quasi potuto dare nome di pioggia. Durante tutta la giornata poi, il vento soffiò freddo, dai monti del Tirolo. Guardando in direzione di quelli, dall’alto di un campanile, li vidi tutti coperti di nuvole. Ora, mentre vi scrivo, il sole che sta per tramontare illumina tuttora la sommità di quello stesso campanile, il quale sorge davanti alla mia finestra. Vogliate avermi per iscusato se io vi parlo così di sovente del vento, del sole, e della pioggia. Il viaggiatore per terra, quasi al pari di quello in mare, trovasi alla dipendenza del tempo, e sarebbe pure spiacevole dovessi trovare, viaggiando, un autunno altrettanto cattivo, quanto la pessima state che io m’ebbi stando a casa. Ora mi avvio ad Innspruck. Lascio ogni cosa a diritta ed a sinistra, per obbedire unicamente all’impulso, col quale ho dovuto contrastare anche troppo a lungo.
Pare che il mio angelo custode abbia voluto dire amen al mio Credo, e lo ringrazio di avermi portato qui, in una giornata cotanto bella. L’ultimo postiglione mi diceva essere questa la prima, di tutta la state. Mantengo la mia segreta superstizione che il tempo vorrà durare bello; però converrà che i miei amici siano disposti a perdonarmi, se loro terrò ancora discorso del vento e della pioggia.
Allorquando partii da Monaco, alle cinque del mattino, il cielo si era colà rischiarato; ma i monti del Tirolo erano tuttora coperti di dense nubi, ed anche gli strati di quelle, nelle regioni inferiori, punto non si muovevano. La strada saliva, e si vedeva al basso correre l’Isar, sopra un letto ghiaioso. Ivi si può comprendere il lavoro delle correnti antichissime del mare. Trovai in vari strati di granito pezzi analoghi a quelli delle mie collezioni, avuti in dono da Knebeln.
La nebbia sul fiume e sulle praterie cominciò squarciarsi quà e là, finalmente si dileguò del tutto. In quella valle ghiaiosa dell’Isar, la quale si prolunga per varie ore, si scorgono terreni fertilissimi, al pari di quelli della valle del Regenfluss. Ad un punto si traversa l’Isar in uno stretto, le cui pareti salgono a ben cinquanta piedi di altezza. Si arriva a Wolfsrathausen, posto sotto il quarantottesimo grado. Il sole era diventato cocente, nessuno si affidava al tempo bello; tutti lamentavano la state trascorsa, tutti si lagnavano della provvidenza, la quale non pare stanca di mandare il mal tempo.
Intanto mi avvicinavo ai monti, i quali si venivano sviluppando sempre più.
La posizione di Benedictbeuer è stupenda, e sorprende al primo aspetto. Si scorge in una fertile pianura un vasto e lungo casamento bianco, quasi addossato ad una rupe di grande altezza. Si continua a salire a Kochelsee, e più in alto ancora, propriamente nei monti, a Wolchensee. Ivi salutai le prime vette nevose, e mentre stupivo tuttora di trovarmi già cotanto vicino alle montagne ricoperte di neve, udii che ieri, al punto stesso dove mi trovavo, vi erano stati lampi, tuoni, e che sui monti vicini era caduta la neve. Si sperava bene da quel temporale, e dalla prima neve caduta si voleva trarre argomento di mutazione favorevole del tempo. Le rupi che mi circondavano erano tutte di formazione calcare, e di quella la più antica, la quale non contiene ancora pietrificazioni.
Questa catena di monti calcari si stende, senz’interruzione di sorta, dalla Dalmazia al San Gottardo, ed oltre. Hacquet ha visitato la maggior parte di questa catena, la quale si appoggia ai monti primitivi ricchi di quarzo e d’argilla.
Erano le quattro e mezzo, allorquando arrivai a Wallensee, ed ad un ora di distanza da questa località, mi avvenne un caso curioso. Incontrai un uomo il quale portava un arpa, accompagnato da una sua figliuola, ragazza di undici anni all’incirca, che il padre mi pregò di nel mio legno. Egli continuò a portare il suo stromento, ed io feci sedere al mio fianco la ragazza, la quale prima allogò con molta cura sotto i suoi piedi una scatola piuttosto grande, e nuova. La ragazza era una creaturina graziosa, educata, ed assuefatta di già a girare il mondo. Era stata di già con sua madre a piedi alla Madonna di Einsiedeln, e stavano sul punto d’intraprendere il pellegrinaggio ben maggiore di S. Giacomo di Compostella, allorquando la madre venne a morire, e non potè compiere il suo voto. Quella ragazza aveva grande divozione per la Vergine; diceva nulla potersi fare, che fosse bastante, ad onore della Madonna. Narrava avere visto co’ propri occhi una casa rovinata tutta quanta, compreso il piano terreno, da un grande incendio, ed un imagine della Madonna sotto vetro che stava sopra la porta, rimasta totalmente illesa, la qual cosa non si poteva spiegare in altra maniera, che per mezzo di un miracolo evidente. Aveva fatti tutti i suoi viaggi a piedi; ultimamente aveva suonato a Monaco alla presenza del principe elettore, e si era fatta sentire da ventuna persone di grado principesco. Parlava propriamente benino; aveva occhi neri, grandi e belli, una fronte intelligente, che talvolta si corrugava a serietà. Parlava con grazia, con naturalezza, sovratutto allorquando apriva le labbra a sorriso fanciullesco; per contro quando taceva pareva stesse riflettendo, e faceva con il labbro superiore una smorfia propriamente curiosa. Le parlai di molte cose, dessa rispondeva sempre a senso, e faceva pure osservazioni giuste. Mi domandò il nome di un albero. Era quello un grande acero, il primo ch’io avessi incontrato per istrada. Dessa pure lo aveva osservato, e dacchè ne incontrammo poi vari altri, si rallegrava tutta di poterli distinguere dalle altre piante. Mi disse che si portava per la fiera a Bolzano, dove supponeva fossi diretto io pure, e mi disse che qualora io l’avessi incontrata colà, avrei dovuto farle regalo di un ricordo della fiera, cosa che io le promisi. Soggiunse che voleva mettersi colà, per la prima volta la cuffia nuova di cui aveva fatto acquisto a Monaco, con i suoi guadagni, e che intanto me la voleva far vedere. Allora aprì la scatola, e non mancai di farle complimento per la bella cuffia, riccamente guernita di pizzi, e di nastri.
D’un altra cosa ancora ci rallegrammo assieme. Dessa mi assicurò che il tempo sarebbe durato bello. Portavano seco quei due il loro barometro, ed era questo l’arpa. Allorquando i tuoni di quella salivano, era indizio di tempo buono, ed oggi erano saliti di molto. Accettai l’au- gurio, e ci separammo di ottimo umore, nella speranza d’incontrarci di bel nuovo, presto.
Giunto qui, e costretto a fermarmivi, riuscii a trovare un punto di riposo tranquillissimo, che non avrei potuto desiderarlo migliore. Passai una giornata che non dimenticherò tanto facilmente. Parti da Mittelwalde alle sei; il cielo era sereno, soffiando un venticello che spazzava le nubi. Faceva però freddo, quanto lo potrebbe fare nel febbraio. Ma quando comminciò a splendere il sole, i monti ricoperti di foreste, le rupi calcari grigie che sorgevano quà e là fra le vette nevose, si venivano staccando in un cielo azzurro, limpidissimo, producendo colpo d’occhio stupendo, il quale variava ad ogni istante.
Presso Scharnitz s’entra nel Tirolo. Il confine è guardato da una fortezza, la quale chiude la valle, appoggiandosi ai monti. Questa si presenta benissimo; dall’uno dei lati la rupe è fortificata, dall’altra sorge ripida, verticale a grande altezza. A partire da Seefeld la strada diventa sempre più interessante, e mentre da Benedictbeuer non si faceva altro che salire sempre dall’una all’altra altura, e che le acque scendevano nel bacino dell’Isar, ora lo sguardo scendeva nella valle dell’Inn, e sorgeva davanti a me Itzingen. Il sole era verticale e caldo, e fui costretto allegerire i miei abiti, che mi è forza variare di soventi nella giornata, per le continue mutazioni della .
Presso Zierl la strada scende nella valle dell’Inn; la contrada è bellissima, ed oggi con un sole limpido e splendido, la si poteva dire propriamente stupenda. Il postiglione spingeva i suoi cavalli più di quanto avrei desiderato; non aveva ancora udita la messa, e voleva arrivare ad Innspruck in tempo per sentirla, tanto più ricorrendo oggi la Natività della Madonna. Camminavamo sempre nella valle dell’Inn, e passammo davanti una rupe calcare altissima, tagliata a picco, la quale porta nome di parete o muro di Martino. Avrei nutrito fiducia di potere arrivare anche senza il soccorso di un angelo al punto dove vuolsi siasi arrampicato l’imperatore Massimiliano, e scenderne; ma ad ogni modo la sarebbe stata sempre impresa temeraria.
Giace Innspruck stupendamente collocato in una valle ampia e fertile, circondato da alte rupi, e da monti. Volevo dapprima fermarmi colà, ma non vi era modo di potervi riposare. Mi divertii per poco tempo con il figliuolo dell’albergatore, giovane vivacissimo; così, poco a poco mi si presentano varie specie di persone. La città trovavasi tutta addobbata a festa per solennizzare la Natività della Madonna. Tutti si avviavano a Wilden, punto di pellegrinaggio, ovvero santuario a tre quarti d’ora della città, nei monti, e verso le due, nel partire, il mio legno spartiva in due quella folla variopinta, lieta, e chiassosa.
Partendo da Innspruck la strada diventa sempre più pittorica. Si entra in una gola, dove corre un affluente dell’Inn, e la vista varia ad ogni istante. Mentre la strada sale sù per una rupe ripida, e quasi la si può dire scavata in quella, la pendice di fronte scende più dolcemente al basso, e trovasi benissimo coltivata. Si vedono sorgere sulle rupi fra i boschi, o posare su piccoli alti piani villaggi, case, casipole, capanne, il tutto colorito accuratamente di bianco. Ad una certa altezza lo spettacolo cangia; si scorgono pascoli, i quali salgono fino alla sommità dei monti.
Imparai molte cose per il mio sistema della creazione del mondo; nulla però di veramente nuovo, d’inaspettato. Pensai molto al modello di cui vi ho parlato le tante volte, per mezzo del quale vorrei rendere accessibile ad ognuno quanto mi preoccupa nel mio interno, e che non è possibile presentare allo sguardo, nella natura stessa.
Poco per volta l’oscurità venne crescendo; i particolari si perdevano; non si scorgeva più che la vista in com- plesso, ma sempre più grandiosa, più splendida. Questa pure a sua volta disparve, se non chè, non tardò a ricomparire ai raggi della luna sorta sulle vette nevose, ed aspettai che il giorno venisse a rendere la luce a questa gola alpestre, nella quale io mi trovavo, stretto ai confini fra il mezzodì ed il settentrione.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Ricordi di viaggio in Italia nel 1786-87.
