Read here

Il bel paese

Antonio Stoppani · 1876 · Free in the US

167,360 words · about 11 h 43 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1876 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Il_bel_paese_(1876)&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Antonio Stoppani
Language
Italian
Published
1876
Length
167,360 words · about 11 h 43 min
Sections
31 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (31)

Continue:

Front matter

fi ct ct ct ct ct

ct ct ct

ct

Agli Istitutori

ct

Si può egli applicare alle nazioni quell’adagio nosce te ipsum (conosci te stesso), che la sapienza dell’antichità ha posto come base della sapienza dell’individuo? L’autore di questo libro crede talmente di sì, che riterrebbe tempo gettato quello che si impiegasse a dimostrarlo. La cognizione della sua storia, delle sue costituzioni, delle sue leggi, de’ suoi diritti, de’ suoi doveri, delle sua forze, del suo essere insomma, forma la sapienza di una nazione. Qual campo immenso è aperto alla letteratura popolare quando riconosca la santità e l’altezza della propria missione!... Non contesta l’autore alle scienze morali e politiche il primo posto nel nobile aringo. Egli sa benissimo che il mondo fisico non desterà mai quell’interesse che desta il mondo morale. Un libro che abbia per oggetto la cognizione del mondo fisico non caverà una lagrima, non farà perdere un minuto di sonno. Tutti gli incanti della natura non valgono un affetto; tutta la scienza non vale un atto generoso. Una Lucia inginocchiata ai piedi dell’Innominato; una madre che, protendendo le sue, abbandona nelle braccia di un monatto il corpo della figlioletta, faranno sempre maggiore impressione di tutte le più belle descrizioni dell’universo: il quadro del Lazzaretto colpirà sempre più che tutt’insieme i quadri dell’Humboldt. Ma quale conseguenza si intenderebbe dedurne? Che le scienze naturali, di cui nessuno sconosce l’importanza, non possano prestare alimento alla letteratura popolare? Che non siano chiamate alla loro volta a completare quella cognizione che un popolo deve avere di sè? Può darsi anzi il caso che un ordine di ammaestramenti, il quale volesse considerarsi per sè come il meno necessario al progresso di un popolo civile, meriti, per intanto, una certa preminenza; e sarebbe, p. es., quando se ne verifichi maggiore il difetto.

Nelle condizioni politiche, che resero per tanto tempo gl’Italiani stranieri all’Italia, precisamente in un tempo in cui le scienze naturali (nominatamente la geologia e la fisica terrestre) ebbero tanto incremento al di fuori, siamo arrivati a ciò che gli Italiani conoscono assai meglio la costituzione fisica dell’altrui che del proprio paese. Non è necessario trattare col volgo per persuadersene; mentre le stesse persone più colte e meglio educate, si trovano sovente in difetto delle nozioni più elementari circa le condizioni fisiche, i fenomeni geologici, le naturali bellezze, le ricchezze scientifiche e le riprese industriali del paese, appena abbiano bisogno di oltrepassare i confini della regione da cui traggono un nome, che troppo spesso si suole sostituire a quello d’Italiano. Che più? Le scienze stesse, benchè interrogate nel campo più definito delle specialità di ciascuna, si colgono sovente in difetto: chè più facilmente troverete un fisico, un geologo, un naturalista, il quale vi discorra della Francia, dell’Inghilterra, dell’America, delle regioni polari o equinoziali, che un altro il quale vi intrattenga dell’Italia.

Il presente libro è ben lontano dalla pretesa di soddisfare ad un bisogno così grande e così evidente. Se non primo, certamente fra i pochi libri popolari che abbiano per oggetto la cognizione fisica del paese, gli basterebbe d’esser tale che raccomandasse agli scrittori ed ai lettori questo genere di letteratura, il quale può avere uno sviluppo immenso, come quello che attinge alla natura, il cui studio è sorgente inesauribile di cognizioni, di diletto e di pratica utilità.

Si direbbe che il popolo italiano (intendo quella minoranza che si occupa di leggere) reclami da’ suoi uomini di scienza questo genere di letteratura. Vedete quanta ressa di pubblicazioni popolari che hanno per oggetto la storia naturale. Per sventura sono per la massima parte traduzioni di opere straniere, ai quali a mala pena troviamo da contrapporre qualche libro nostrano, come quelli del Lioy, o di alcun’altro troppo meno meritevole di menzione. Ma stranieri o nazionali che siano quei libri, i quali sono ora letti avidamente dal popolo, quanti ne contiamo sull’Italia? L’autore non sa citarne alcuno. Almeno quelli che si leggono rispondessero in genere al bisogno di scienza che ha il popolo. Non si vuol negare che ve ne siano di utili; di quelli ove la forma popolare e l’intento di recar diletto non tradiscano il rigore della scienza, la santità del vero. Ma non son tali certamente, per citare un esempio, quelle opere di , che hanno inondato l’Italia, e a cui la nostra gioventù, gli stessi uomini serî, corrono dietro con sì vergognosa passione. Al così detto romanzo storico si sostituisce il romanzo scientifico. Uguale mostruosa miscela di vero e di falso; uguale intento a dilettare l’imaginazione piuttosto che ad arricchire la mente, mentre finora non possiam dire certamente che il romanzo scientifico abbia trovato il suo Manzoni. Quando non si possa distinguere fra verità ed errore, è meglio ignorare. E quando poi si voglia sapere, anche nelle scienze fisiche e naturali, parmi, ripeto, che si debba cominciare col nosce te ipsum, col conoscere cioè la storia fisica e naturale del nostro paese.

In questo ci può servire di modello la nazione con noi confinante, che va meritamente superba, forse sopra tutte le altre, di una letteratura scientifica veramente nazionale nel nostro senso, atta cioè a coltivare, anche dal lato del bello descrittivo e delle ricchezze scientifiche, il sentimento nazionale. La letteratura svizzera possiede tre opere stupende di questo genere, cioè: Les Alpes Suisses, di ; Les Alpes, di ; e La vita degli animali nella regione delle Alpi (Das Thierleben der Alpenwelt), di . A queste bisogna aggiungere quell’altra più scientifica di tutte: Le monde primitif de la Suisse, di . Queste opere ebbero nella Svizzera e al di fuori un successo immenso, l’onore di diverse edizioni e di traduzioni in diverse lingue. Ma il mondo fisico della Svizzera si riduce, possiam dire, alle Alpi; mentre il nostro mondo è assai più vasto, e infinitamente più ricco di fenomeni e di naturali bellezze. Alle bellezze ed alle ricchezze scientifiche delle Alpi, noi aggiungiamo quelle così diverse dell’Appennino; e quando avremo descritto i nostri ghiacciai, le nostre rupi e le gole delle Alpi e delle Prealpi, troveremo altri nuovi mondi da descrivere; le emanazioni gazose, le fontane ardenti, le salse e i vulcani di fango, i veri vulcani o vivi o spenti, il Vesuvio, l’Etna, poi ancora il mare e le sue isole, i climi diversi, le diverse zone di vegetazione dalla subtropicale alla glaciale, e così via discorrendo, chè l’Italia è quasi (non balbetto nel dirlo) la sintesi del mondo fisico.

Sta a vedere se il presente libro soddisfi in qualche parte al bisogno, a cui si accennava, di una coltura speciale degli Italiani. Certamente l’autore non ha intralasciato nulla perchè l’esito rispondesse al buon volere. Il piano del libro è del resto semplicissimo. Senza obbligarsi ad una traccia regolare, come si farebbe in un trattato, l’autore, pigliando la veste di uno zio naturalista che racconta ai nipoti, percorre da un capo all’altro

descrivendone le naturali bellezze; arrestandosi ai principali fenomeni di cui cerca di rendere intelligibili la natura e le cause. Non trascura intanto, dove gliene si presenta il destro, di additare le riprese industriali della nazione, e di eccitare il sentimento del bello e del bene morale, nella convinzione che chi scrive un libro popolare non debba mai dimenticarsi che il bene morale è la base della vera libertà e del benessere di un popolo.

Pigliando per ciò le mosse dalle Alpi, discorre dell’alpinismo moderno come di un nuovo elemento educativo; descrive le principali rocce alpine, le cascate, i ghiacciai, intrattenendosi principalmente della teoria glaciale, che ha tanta parte nella geografia fisica e nella geologia di quella regione. Passa in seguito a dare un’idea delle Prealpi, descrivendo una delle più belle fra le valli prealpine, che gli porge occasione di discorrere delle caverne e dei fenomeni che si presentano nelle caverne. Disceso al mare ne descrive i grandiosi spettacoli, la levata del sole, la tempesta, la fosforescenza notturna. Nell’Appennino considera specialmente tutti i fenomeni così interessanti per la scienza e per l’industria di cui è ricca quella catena, più che di naturali bellezze: tratta cioè, dei petrolî e dell’industria petroleifera, delle salse, dei vulcani di fango, delle fontane ardenti, cercando di dare un’idea esatta delle leggi che presiedono ovunque alle manifestazioni secondarie dell’attività vulcanica. Una diversione ad una delle più rinomate caverne delle Prealpi, gli offre il destro di mostrare quanto possa divenire interessante anche in Italia lo studio del regno animale. Si porta, in seguito, al gruppo, così poco noto e in condizioni così speciali, delle Alpi Apuane, che gli danno argomento di intrattenersi sopra uno dei primarî rami dell’industria nazionale, quella dei marmi. Termina finalmente nella regione vulcanica, che è tanta parte dell’Italia meridionale e delle isole. Il Vesuvio e l’Etna, i due grandi vulcani dell’antichità e della moderna storia naturale d’Italia, gli giovano a mettere in evidenza le leggi che governano quelle manifestazioni primarie della vulcanicità, per cui l’Italia è la più interessante fra le regioni fisiche d’Europa. Le note scientifiche e filologiche che soccorrono abbondantemente al testo, furono suggerite dall’idea che questo libro possa opportunamente addottarsi come libro di lettura nelle scuole primarie e magistrali.

In questa esposizione di fenomeni e di leggi, mentre l’autore ha studiato di dare al suo libro una forma, quanto gli fosse possibile, facile ed attraente, non ha creduto che, per raggiungere lo scopo, gli fosse permesso di scostarsi nemmeno d’una linea dalla verità. Egli ha inteso di scrivere un libro strettamente scientifico, cioè rigorosamente vero. Il verisimile n’è affatto escluso. Se c’è invenzione, essa è tutta di forma; consiste cioè nell’avergli dato la forma antichissima di un dialogo, dividendolo in tante serate, fingendo che abbia luogo in un dato crocchio, con incidenti di conversazione opportuni a intavolarlo e a svolgerlo nel modo possibilmente meno nojoso, più chiaro e più confacente in tutto e per tutto (sempre nell’intenzione dell’autore) allo scopo istruttivo ed educativo del libro. Anzi non si può dire che questo tenga all’invenzione nemmeno per la forma; poichè l’autore non fa qui che esporre, conversando, ciò che conversando ha narrato tante volte e suol narrare a fanciulli e non fanciulli, in famiglia e fuori. Sicchè non andrà guari che il lettore intenda che non si tratta d’uno zio imaginario, e di gite imaginarie, ma d’uno zio in carne ed ossa, che ha fatto davvero quelle gite da cui trae l’argomento delle sue narrazioni, le quali sono d’una fedeltà al vero decisamente scrupolosa, specialmente quando si tratta di fatti che possono interessare la scienza ed impegnare l’adesione dei lettori. L’autore crede d’insistere su questo punto della fedeltà al vero, perchè ne ha fatto il dogma fondamentale della sua professione di scrittore.

Narrando ciò che egli stesso ha veduto e sentito, l’autore ha la coscienza di avere assicurato al suo libro ciò che esige specialmente la moderna letteratura, cioè la verità. Riducendo ad una serie di conversazioni famigliari ciò di cui è solito intrattenersi coi parenti, cogli amici, colle persone più famigliari, potrebbe anche lusingarsi che al libro non dovesse mancare il pregio della naturalezza. Quanto al dilettare e istruire, all’unire cioè l’utile al dolce, che deve massimamente cercarsi dalla letteratura popolare, pensò che sarebbe meglio riuscito tenendosi nel campo de’ suoi studî speciali. Se poi voleva che quanto è pascolo dell’intelletto, divenisse possibilmente nutrimento del cuore, e spinta al perfezionamento morale, doveva procurare che non si scompagnasse mai l’uomo dalla natura, nè la natura dall’uomo. Se si proponeva finalmente come scopo speciale di soddisfare al bisogno sentitissimo che hanno gli Italiani di conoscere l’Italia, doveva tenersi, salvo qualche opportuna digressione, entro i confini dell’Italia. Nello stile cercò di esser chiaro; nella lingua corretto. Un libro che avesse per fondamento il vero, per pregio la naturalezza, per scopo l’istruzione e il miglioramento morale, e in pari tempo soddisfacesse sia pure per minima parte a un gran bisogno della nazione, e fosse scritto con chiarezza e proprietà, dovrebbe essere un buon libro, n’è vero? Lo sarà poi? Ne giudicherà il lettore. L’autore volle soltanto dargli i termini, sui quali possa, se gli piace, determinarsi a leggerlo, per poterlo in seguito giudicare.

Se queste pagine avranno la fortuna, pur troppo rara, di uscire dalle mura delle scuole di città, per diffondersi nelle campagne, in seno alle Alpi, nelle montagne dell’Appennino, al piede del Vesuvio e dell’Etna, insegneranno agli abitanti di quelle contrade ad apprezzare un po’ meglio le riprese, di cui la natura non fu avara alle diverse provincie d’Italia.

Serata I. - Da Belluno ad Agordo

ct

ct Il ritorno dalla campagna, 1. — Il mio uditorio, 2. — Le Alpi Carniche, 3. — Un equipaggio mal equipaggiato, 4. — La gola del Cordèvole, 5. — Agordo, 6. — Una milizia sotterranea, 7. — Festa di nuovo genere, 8.

1. L’Ognissanti, il dì de’ Morti, S. Carlo, S. Martino, sono tutti sinonimi per que’ cittadini, che hanno la buona fortuna di rifarsi in campagna delle fatiche sostenute, o che dovevano sostenere in città. Tutti insieme quei nomi descrivono un certo breve periodo di tempo, oltre il quale i villeggianti, vogliano o non vogliano, debbono aver lasciata la vita eccezionale per la normale, la poetica per la prosastica, la varia per la uniforme, insomma la vita libera e lieta della campagna per la vita schiava ed uggiosa della città.

I venti soffiano gelati dalle cime nevose delle Alpi: dalle nubi, che coprono di un bigio uniforme il sereno del cielo, e accorciano un giorno già corto, cadono le pioggie fredde ed uggiose: le brine imbiancano i campi, presaghi di più bianca canizie. Spento è il sorriso dei colli: i giardini sono spogli di fiori: le piante vanno perdendo una chioma già ingiallita e rada. Lo squallore di tutta la campagna rende men doloroso l’addio.

Le sponde de’ laghi, le immense distese dei campi, gli ameni villaggi, dove poc’anzi risuonavano i gridi di liete brigate, sfolgoreggiavano i cocchi, le livree, gli strascichi, rientrano nella loro quiete, si rinchiudono nella loro semplicità. La campagna ritorna campagna, e campagna nel suo ideale più bello; quella campagna, che i cittadini non gustano mai, o solo talvolta uscendo dalle mura furtivi e fuor di tempo. Oh! quanto è bella anche d’inverno. Di primavera poi.... Per tutto al di fuori si fa intanto quella quiete, quel silenzio, palpabile, visibile, che si spande nel fitto del bosco, quando, al cadere del vento, cessa ogni stormire di fronde.

Entro le mura della città si svolge affatto contraria la scena. L’inverno è la stagione cittadina per eccellenza: la stagione dei convegni, degli studî, degli affari. Le porte della città, quasi altrettante foci di fiumi, riversano in quel mare magno la popolazione dispersa. È un curioso spettacolo il vedere quella serie di equipaggi, che hanno un’impronta così caratteristica; quelle pariglie, che non han nulla di pari; quei cocchieri improvvisati; quella popolazione di reduci, così variopinta. Donne avviluppate nei loro scialli; bambini con tutte le gradazioni di tinta sulle guancie, dal bianco all’incarnato, dall’incarnato al rosso, dal rosso al pavonazzo, dal pavonazzo al livido, intirizziti dal freddo, tramortiti dal sonno, rotto bruscamente da una levata anticipata, con tanto di broncio per l’idea del ritorno al chiuso. Bauli davanti, di dietro, di sotto, di sopra: cassette, fardelli d’ogni peso, d’ogni forma: involti e battuffoli majuscoli e minuscoli, che contendono il posto alle gambe, alle costole de’ viaggiatori. Aggiungi, secondo i casi, altri pezzi caratteristici di quello strano conglomerato. Un pajo di capponi, avanzi di una stia, che supplì tante volte al difetto del macellajo, nelle improvvise invasioni di ospiti affamati: funghi secchi, malva, camomilla. Aggiungi i trofei dei bambini e delle bambine: un vaso di fiori, da collocarsi sulla loggia verso corte: un uccelletto, fatto preda dal fratello di latte del padroncino, e che viene a morire di stento in città: un cagnolino, regalato dal fattore: un micino donato dalla fattora: e così via via. Conosco un bambino che se ne veniva portando seco dalla campagna una coppia di topolini, forse per un tentativo di acclimazione di bestie così rare. In fine tutti quegli equipaggi portano scritto, in mille caratteri diversi, lo stesso motto.... Ritorno dalla campagna.

Questa descrizione, per vero dire, sente un po’ troppo delle reminiscenze di un tempo che fu. Ora le ferrovie hanno usurpato assai, e diminuita la poesia di quel ritorno universale. I reduci si riversano a sgorghi potenti, quasi travolti da un torrentaccio, gonfiato ad intervalli da diluvî temporaleschi: una folla che attende si fonde ad intervalli con una folla che arriva; e risuonano i saluti, e scoppiano i baci e si fa in grande ed in pubblico sulle soglie delle città, ciò che prima si faceva alla spicciolata ed in privato su quelle delle case. Il brio, il rumore, diluito sopra una immensa superficie, tutto si condensa entro quell’angusta macchia, come isola circolare nell’immensa pianura, che si chiama Milano. Milano si ridesta, si commove, si agita, come lo svenuto, che sente rifluire il sangue nelle vene al cessare della sincope. Tutto è moto nelle vie, brillanti dell’estate di S. Martino; nelle botteghe, o di nuovo aperte o rifornite; nei caffè dove echeggiano gli eh!... gli oh!... i ben tornato!...; nelle case di cui molte sono nuove ai loro stessi abitatori, intesi a ripartirvi le esili masserizie, ed a riparare i danni del S. Michele. L’anno, l’anno vero, che si misura, non col giro del sole, ma col giro delle nostre abitudini, ricomincia, direbbesi, con quel rumore di ruote, con quel cigolio di perni, con quello stridere d’ingranaggi, con quel fragore così vario e monotono ad un tempo con cui si rimette in movimento un grande opificio meccanico, rimasto fermo alcun tempo pel bisogno periodico di riparazioni.

La gran macchina gira, gira.... All’alba gli operai e le operaje, che fluiscono, come il sangue al cuore, dalle regioni perimetriche, alle interne della città. Allo spuntar del sole i bambini, accompagnati alla scuola, freddolosi, col riso sulla bocca o i lucciconi agli occhi, ad uno, a due, a tre, a gruppi formidabili di sei, di sette, non distinti l’uno dall’altro, che per ciò che distingue le canne di un organo, portando tutti nella uguale fisonomia stereotipata la fede di nascita. Più tardi, ed anche troppo, il mondo stanco degl’impiegati, che si distribuiscono ai rispettivi scanni. Più tardi ancora le signore azzimate, leccate, incipriate, che hanno l’incarico di passare in rivista tutte le botteghe di mode e di novità, di squadrarsi da capo a piedi, e di inventariarsi a vicenda, mentre studiano intanto quale piega minacci di prendere la moda della stagione. Tutto è vita, tutto è moto. Gli spazzacaminelli, levando l’acuto strido, molleggiano sui due piedini d’ebano, battendo il selciato, col moto oscillatorio della calamita. I venditori di latte, di caldarroste, di fandonie, tutti gridano a loro modo, sicchè li distingui l’uno dall’altro come si distinguono le bestie di un gran serraglio all’ora del pasto. La sera poi le conversazioni, i teatri, la galleria Vittorio Emanuele.... Ma finiamola.

2. Tutto questo era un esordio, per dirvi, che anch’io ritornai alla città. La sera mi recai tosto alla casa, dove abita il gruppo maggiore, quasi direbbesi il nerbo, di un piccolo esercito di nipoti, e dove si radunano a volte a volte gli altri. Era precisamente il giovedì dopo S. Martino dell’anno di grazia 1871, ed era anche la prima sera di convegno. Ve li trovai tutti, bambini, mamme, babbi, oltre un gruppo di conoscenti grandi e piccoli. Non vi dico, per modestia, la festa che mi hanno fatta, e specialmente il chiasso, lo squittire dei bambini, i quali pensarono tosto ch’io avrei loro raccontato, come faceva talora nell’anno precedente, una bella storiella.

Dopo i convenevoli, ecco l’inevitabile: racconta! racconta!

«Raccontarvi?... così subito?... che cosa?...».

«Raccontaci, raccontaci!...» E qui chi saltella, chi batte palma a palma, chi ti trascina per la mano, chi per le falde dell’abito. E bisogna sedere e, quel ch’è peggio, raccontare. L’impresa è difficile. Di solito tu siedi senza nemmeno aver fissato il soggetto della narrazione. Ti vedi dattorno bambini d’ambo i sessi: alcuni appresero appena a distinguere la destra dalla sinistra (a furia di fare il segno della santa croce); altri invece sanno già conjugarti senza intoppo anche il verbo cuocere; e ve n’ha taluno che già parteggia per Pompeo o per Cajo Cesare. Chi non vuol saperne d’altro che delle panzane; chi già sente la smania dell’apprendere e del vederci a fondo. Poi vengono le mamme che, presenti col solo pretesto di far zitto, di correggere le smorfie, di dar sulla voce alle sgraditaggini dei loro bambini, han gusto di udire, pigliano interesse alla narrazione, fanno il critico se fa d’uopo, costituiscono insomma la porzione esigente del pubblico. Non parlo poi dei babbi e dell’altre persone più serie, che ti ascoltano per compiacenza, ma ti obbligano ad ogni tratto, senza avvedertene, a cambiar stile, e a dir cose che proprio pei fanciulli non farebbero.

Ecco la posizione in cui mi trovai fin da quella prima serata.

«Che cosa debbo raccontarvi?» ripetei.

«Una bella panzana», risposero in coro i piccini.

«Ma se ne ho vuoto il sacco».

«Ebbene inventane dell’altre».

«Oggi non mi dà l’estro».

«Ebbene», scappò a dire Camilla, «narraci qualche cosa dei tuoi viaggi».

«De’ miei viaggi?... Misericordia!... Ma io non fui nè tra gli Indiani che muojono stringendo con gran devozione la coda di una vacca; nè tra i Groenlandesi che mungono la renna e scavansi nel ghiaccio i palazzi; nè tra i Chinesi, che infilzano il riso con due stecchi grano per grano, mentre noi se ne ingolla un centinajo ad ogni cucchiajata; nè tra i selvaggi dell’Australia che fanno allesso e arrosto de’ cristiani....». «Eppure tu hai viaggiato; sei sempre in giro», insistè la Camilla.

«È vero; ma i miei non sono viaggi. Sono d’ordinario corse di pochi giorni, sempre sempre in Italia, e per que’ miei studî, ai quali non spero che voi pigliate nessun interesse».

«E questo è male»: osservò seriamente il più serio dei babbi, volgendosi ai fanciulli. «Voi non siete ghiotti che di cose meravigliose, di cose dell’altro mondo, e vi pare che non ci sia nulla di bello e di buono in tutto ciò che sa di nostrano. Intanto si vien su che non si sa nulla del nostro paese, peggio che se fossimo forestieri giuntivi l’altro dì. Non si sa nulla nè delle bellezze naturali che presenta quest’Italia nostra, mentre ci ringalluzziamo al sentirla chiamare un giardino; nulla di quell’infinita varietà di condizioni fisiche, che interessano immensamente la scienza; nulla delle molte riprese che l’Italia offre all’industria, cui lamentiamo pigra, arretrata e tributaria agli stranieri. Giacchè lo zio di queste cose può parlarvi con cognizione di causa (qui io feci per modestia una smorfia), dovreste pregarlo a farlo, a farlo sovente, e così imparereste alcun che di quanto giova sapere....».

I più piccini non si mostrarono molto contenti della conclusione di quella paternale. I più grandi però la trovarono almeno abbastanza ragionevole: poi entrarono nell’idea che io potessi anche così narrare qualche cosa di non assolutamente nojoso; per cui si conchiuse che, almeno in via di esperimento, avrei raccontato qualche cosa delle mie corserelle in Italia.

3. «Ove debbo cominciare?...» domandai, tanto per darmi tempo a pensare.

«Dove ti sei recato nelle scorse vacanze?» chiese Giovannino.

«In diversi siti; ma la corsa che mi lasciò maggior impressione è quella che ho fatto nell’Alpi Carniche».

«Una porzione della grande catena; n’è vero?» domandò la Marietta.

«Certamente: quell’ultimo tratto più orientale che si eleva a nord-est delle provincie venete. Le Alpi Carniche sono infine le montagne del Bellunese e del Friuli, e presero il nome dalla Carnia, che è una vasta regione del Friuli. »Quelle montagne non si sentirebbero mai a nominare dagli Italiani che non siano i loro stessi abitatori. Eppure vi so dire che sono il non plus ultra per chi sa apprezzare le alpine bellezze. Gli Inglesi, che hanno buon naso, le hanno già odorate da lungo tempo e non andrà molto che la corrente dei viaggiatori si volgerà da quella parte forse con maggior foga che dalle parti della Svizzera. Che montagne!... che gole!...».

«Via» soggiunse la Marietta, «bisognerà pur dircene qualche cosa».

«Già.... sarà il meglio che io vi descriva quel mio viaggetto.... Se vi annojerete peggio per voi.... Dunque, per portarvi subito sui luoghi, nello scorso settembre mi recai a Belluno, alla porta, dirò così, del gran teatro delle Alpi Carniche, che si apre colla gola del Cordévole. Erano già le ultime ore del giorno.

4. »Mi avevano narrato tante meraviglie di questa gola.... me l’avevano dipinta così incantevole.... e trovarmi lì a dover contendere di minuti col sole, ostinato a volersi coricare all’ora precisa che suole ogni anno ai 16 di settembre!...

»L’Esposizione industriale bellunese, una delle tante che divisero in quest’anno, e fors’anco sciuparono, le forze morali e intellettuali degl’Italiani, aveva attirato a Belluno un mondo di gente. L’Esposizione era interessante, sopra tutto sincera; ed io godei certamente dell’occasione di veder concentrate, in una bella mostra, le riprese di un distretto, ricco di prodotti naturali, e più ancora di attività e di genio artistico e industriale. Ma vo-

levo essere ad Agordo la sera ad ogni costo, e non c’era nemmanco una rozza giubilata, che non fosse tornata in servizio attivo per quella occasione solenne. Quand’anco mi fossi deciso a passare la notte a Belluno, i pochi e meschini alberghi riboccavano talmente di forestieri, che bisognava rassegnarsi a prendere alloggio sotto l’azzurro padiglione del cielo.

»Cerca, ricerca, prega e supplica, finalmente eccoti un vetturale fossile.... fossile davvero, vi dico, il poveraccio! bianco di pelo, grinzuto, curvo sotto la soma degli anni; doveva averne tanti da farne due vite. E il cavallo? fossile anch’esso; chè a vederlo così scheletrito, sembrava proprio un di quegli anoploteri che il genio di Cuvier trasse alla luce dagli strati ove giacevano sepolti da tante migliaja d’anni.

»Vi risparmio la descrizione del calesse; e piuttosto vi monto con altri due compagni di sventura. Il curvo Automedonte si pone a cassetta, e il cavallo muta i primi passi con una certa voglia che quasi mi convince di giudizio temerario. Tranquillo e rassegnato, mi accovaccio adunque nel mio cantuccio, mi chiudo ben bene nel mio soprabito per difendermi dalla brezza della sera, e avanti! colla speranza che la velocità del cavallo mi permettesse di godere almeno le primizie degl’incanti che mi erano stati promessi. Ma sì!... Non eravamo ancora usciti di paese che la povera bestia mostrava di ricordarsi dei molti anni passati. Ben fu presto il cocchiere ad assestarle un buon colpo di frusta; ma appunto allora il percosso arrestossi di botto, quasi chiedesse ragione dell’ingiuria. — Come? dopo tanti anni di fedele servizio!... — Le bestie che non hanno ragione, l’hanno spesso più assai degli uomini; e questo era il caso. Dàgli, ridàgli, era tutt’uno. Dovemmo persuadere il vetturale di una cosa, di cui era al certo persuasissimo: che conveniva cioè lasciar andare il cavallo a suo modo. E infatti la bestia, come ci avesse intesi, riprese le sue mosse, e andava, andava come il fulmine, voglio dire a zig-zag (non vi venisse mai in mente che io voglia usare la similitudine nel senso che l’usan tutti). 5. »Il giorno si facea pallido, quindi bruno; e quando eravamo al momento di cominciare a deliziarci in quelle selvatiche bellezze, addio chi t’ha visto! era notte fatta. — Che prò adunque da quella gita? che ci vorrai descrivere o raccontare?... — Eppure, il credereste? Io non saprei ancora decidere se avrei goduto di più percorrendo quella gola di giorno. Era una bella notte, vedete: una notte cupa, senza lume di luna, ma serena. La lentezza del cavallo ci lasciava tutto l’agio di contemplare; ed era quello veramente il luogo e l’ora della contemplazione. La valle che si andava sempre più restringendo, disegnava una lista di cielo, tesa sulle cime dei monti a modo di nerissima tela, a lembi fantasticamente frastagliati da rupi così acute che parevano le aguglie del Duomo, e così bianche da crederle illuminate dalla luna. L’oscurissima zona era un trapunto di lucidissime stelle, tremule, luccicanti, come punti d’oro sulla gramaglia sventolante di una bandiera. La stella polare, quasi sempre in vista, pareva indicarci la via per entro la buja gola; le due Orse apparivano e sparivano alternamente, ora mostrandosi per le profonde scanalature delle gigantesche pareti della valle, ora celandosi dietro un gruppo di rupi dentate. Vedevasi attraversata obliquamente alla valle la Via Lattea, a guisa di una bianca sciarpa di finissimo velo, fluttuante fra il cielo e la terra. Se volgevo indietro lo sguardo, là in fondo, ove la valle confondeva le due sponde nelle fitte tenebre, scorgevo il gruppo delle Plejadi, la cui luce piove così dolce, così tranquilla.

»La valle intanto si rendeva sempre più angusta, riducendosi a una vera gola, di cui la notte accresceva mirabilmente l’orrore. Si decantano da tutti le meraviglie della Via Mala; e a ragione la Via Mala è la più meravigliosa delle gole alpine. Ma lasciatemi dire che, avendola percorsa più volte, io la trovo un pochino uniforme; per ciò anche un pochino monotona. La gola del Cordévole è ugualmente angusta, orrida e cupa; ma, tagliata a picco in seno a quelle dolomie di straordinaria bianchezza, sulle quali da tanti secoli si esercita con tanta efficacia l’azione multiforme dell’atmosfera, prende aspetti così varî e così bizzarri, e al tempo stesso è così fredda ed austera (quasi dicevo implacabile), che i suoi contorni si stampano indelebilmente nella fantasia. Per ricordarmi d’impressioni altrettanto forti e profonde, bisogna ch’io ritorni colla memoria a’ miei giorni più belli, agli anni delle impressioni prime e più sincere, quando, giovine e baldo, percorrevo la prima volta la Via Mala: o quando nella valle della Tamina cercavo le sorgenti termali di Pfäffers, cacciate in fondo a quella gola, larga appena da sei a dodici metri, e camminavo per parecchi minuti sopra un ballatojo stretto e sdrucciolevole, col torrente sotto, a dodici metri d’altezza, che spaventosamente muggiva, e di sopra l’arco delle pareti, che riunendosi un tratto mi chiudevano proprio nel seno della montagna. Solo per entro a quegli abissi dell’Alpi Svizzere posso dire d’aver provato forse più viva, che in seno alla gola agordina, la sensazione potente di quella bellezza indefinibile, che non può esprimersi fuorchè accozzando insieme due parole, in apparenza tanto ripugnanti fra loro: il bello orrido. Quella gola era veramente orrida e bella del pari.

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…