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Indice
Sopra una colonia italiana stabilita in Sciotel
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«Da tre anni a questa parte ci erano pervenute alcune scarse e confuse notizie intorno a ciò che tentavasi in Alessandria d’Egitto da tre Italiani, il padre Stella, Bartolomeo Zucchi ed Alessandro Bonichi, per la fondazione d’una colonia agricola nel paese dei Bogos in Abissinia.
«Ci si parlò di un contratto di cessione del territorio di Sciotel, retto da uno sceh tributario del re d’Abissinia e del vicerè d’Egitto, fatta da questo capo al padre Stella e suoi compagni; così pure della partenza di questi Italiani per l’Abissinia insieme ad alcuni agricoltori e a qualche operaio. Circa un anno dopo ci giunse la notizia della morte di Pompeo Zucchi, e con nostra sorpresa, qualche mese appresso, vedemmo la vedova sua consorte giungere a Firenze per dimandare consigli ed aiuti dal nostro governo.
«Essa proveniva direttamente dall’Abissinia, e da un colloquio che avemmo con questa intrepida ed avventurosa giovane ci fu dato conoscere lo stato della colonia nei primi tempi che colà si era stabilita. Essa ci descrisse con vivi colori le lotte che aveva dovuto sostenere contro la natura e gli uomini, e più con quella che con questi. La conoscenza che lo Stella aveva del paese, delle lingue di quei popoli e delle loro usanze, la sua influenza ed il coraggio dei suoi compagni, valsero grandemente, se non ad impedire del tutto le istintive scorrerie dei vicini, almeno a renderle rare e di poco conto; ma non così avvenne di quelle degli elefanti, dei rinoceronti e degli animali feroci, contro i quali dovettero contrastare lungamente prima di riportarne vittoria.
«Le prime loro capanne vennero scoperchiate, e talune atterrate dalle proposcidi degli elefanti allettati dal fieno che le cuopriva; le prime loro seminagioni di riso e di durba, sorte rigogliose dal suolo, furon poste a soqquadro e ricacciate sotterra dalle peste di quelli enormi quadrupedi; un fontanile scavato poco lungi dall’abitato, quantunque munito di mura, venne dai rinoceronti atterrato e convertito in un pantano d’acque melmose. I cani di guardia, i somieri, i bovi e gli armenti venivano loro decimati dalle bestie feroci, leoni, leopardi e pantere, le cui frequenti scorrerie erano sempre seguite da qualche vittima.
«Più d’una volta le iene, a notte avanzata, riescirono a penetrare entro la capanna destinata a cucina, attiratevi dall’odor delle ossa, o da qualche rimasuglio di carne della sera. I serpi erano così famigliari, che una notte la giovine, nell’atto di coricarsi, trovò uno di enorme grandezza avvoltolato fra le coltrici.
«Queste ed altre dannose e pericolose peripezie, di cui essa ci fu freddissima narratrice, cominciarono a dileguarsi in seguito al servizio di vigilanza organizzato fra loro, durante la notte, ai molti fuochi tenuti vivi, ai frequenti colpi di schioppo tirati al menomo indizio di un pericolo qualunque, e cessarono poi quasi interamente dopo l’ostinato lavoro da essi fatto di atterramento d’alberi e di piante spinose, per farne palizzate e siepi da recingere le abitazioni ed i campi.
«Le cose dell’incipiente colonia erano avviate a buon fine, quando l’apparizione di alcuni stranieri, condottisi probabilmente colà coll’intenzione di surrogarsi ai pochi Italiani proprietari del luogo, suggerì allo Stella d’inviare la signora Zucchi in Italia. Quando ci avvenimmo in essa a Firenze, il giorno appresso il suo arrivo, pareva decisa a correre tutte le sale dei Ministeri ed a giungere fino al gabinetto privato di S. M. il Re. Ma quale esito avessero queste sue pratiche non ci fu dato conoscere, anzi rimanemmo, da quel colloquio in poi, tanto all’oscuro di tutto, che se una lettera da Suez del signor console Lambertenghi al presidente della Società Geografica non ci fosse venuta in mano, nulla più avremmo saputo di questi nostri concittadini.
«La lettera porta la data del 18 aprile p. p. ed è del tenore seguente:
«Da tre anni a questa parte un nucleo d’Italiani, alla cui testa trovasi il padre Stella, notissimo viaggiatore delle regioni abissiniche, un certo signor Pompeo Zucchi, e un tal signor , formarono il disegno di fondare una colonia nel paese dei Bogos.
«All’oggetto indicato, il padre Stella ottenne dall’estinto re Teodoro d’Abissinia la concessione del territorio di Sciotel che fa parte del paese dei Bogos.
«Questo paese confina al N. col deserto di Nubia, all’O. con Barka, al S. colla provincia abissinica di Hanasen, all’E. colla spiaggia deserta del mare. — Estensione 25 miglia tedesche Elevazione da 3 a 5500 p. sul livello del mare. — Terreno fertilissimo, ma non coltivato che nella valle del Bogos verso il Barka dove sono dei campi di grano. Sono di danno ai campi i torrenti montani e le marcie degli elefanti. — Popolazione 10,000 abitanti circa, distinta in gente libera e soggetta con leggi tradizionali. Le questioni generali sono discusse in pubblico dai capi di famiglia. Paga un tributo annuo di 1000 talleri al governatore abissinese di Hanasen, il quale manda a levarlo da un suo rappresentante, che vi prende degli ostaggi fino al pagamento.
«La capitale Keren è ai 4,469 sul livello del mare a gradi 15° 46/1“ lat. N. e 38° 20‘‚ longit. Grenwich. Conta 350 capanne di paglia, e, una chiesa di pietra costruita dal padre Stella, ed ora servita da missionari francesi.
«Da Massauah vi si può andare per due vie: l’una per Saati, Ajlat, Gamhad, Azus, Beja, Brestian, Murrar, Nuret, Amba-Saul, Quobet-Anseba e giunge a Keren. Dura 5 a 6 giorni sempre per monti e valli viaggiando da 4 a 6 ore per giorno con camelli; l’altra per la spiaggia del mare si distacca dalla prima ad Azus e valicando i torrenti Sciob e Sebka si eleva a Mascialib, d’onde discendendo verso S.-O. nella valle di Anseba raggiunge. Keren.
«Allo sbocco del Sebka lo Stella pretende trovarsi un porto, non apparente dalle carte di Morersby e dell’Heuglin, rimpetto all’isola Harat.
«La stagione secca dura dal marzo al maggio,
quella della pioggia dal maggio al settembre; e la più bella dal settembre al maggio.
«In questa stessa lettera il console Lambertenghi trascrive quanto gli venne comunicato dal Bonichi in una missiva direttagli a Suez.... «Io rimango a Sciotel , dice il Bonichi, nella veduta e nella speranza di riuscire col signor Stella a quivi fondare uno stabilimento agricolo-commerciale italiano, giacchè mi addolora il pensiero, che una località come quella che noi possediamo debba da noi essere abbandonata e quindi usufruita da Europei di altre nazioni, e che già vi agognano, e si sforzano a farvi sparire l’elemento italiano. Chè anzi ella in proposito può renderci qualche utile servigio, facendoci avere qualche notizia sulle vere intenzioni del nostro governo, di cui dall’agosto in poi non ho saputo altro, e procurandoci coi mezzi e colle relazioni che avrà, sia in Egitto come in Italia, Francia o Inghilterra, la pubblicazione nei giornali di un avviso esprimente: — Che Ferdinando Bonichi e G. Stella, italiani dimoranti a Sciotel, fra i confini dell’Egitto e dell’Abissinia, accettano ed eseguiscono commissioni per provvista di bestie feroci ed animali selvaggi viventi, da inviarsi in Europa per conto dei committenti, a patti e condizioni da stabilirsi in ogni relativa commissione; dirigendosi ai medesimi Bonichi e Stella per la via e posta di Massauah. — Gli animali che possiamo provvedere, oltre una variata quantità di uccelli, non escluso lo struzzo, sono le diverse specie di gazzelle ed antilopi, la giraffa, i leopardi, i leoni, gli elefanti ed i rinoceronti ed ogni altra specie di prodotti animali e vegetali del paese».
— «Questo grido di dolore che ci perviene dal confine del deserto, dalle frontiere dell’Africa cristiana, ci stringe il cuore. Il governo non ha risposto, il governo non risponde; l’Italia non ci pensa, l’Italia non si ricorda di noi! Ecco la querela che ci giunge dai quattro venti, da tutte le parti della terra, ove v’ha Italiani che s’industriano di cominciare, e che si sforzano di far davvero.
«Ora continuiamo a riferire quello che intorno ai prodotti abissinici scriveva al governo uno dei nostri più diligenti consoli.
«La cera, le pelli e le penne di struzzo che spedisconsi in Europa provengono in parte dall’Abissinia per la via di Massauah, ma la quantità maggiore di questi prodotti scende il Nilo e si confonde colle merci più comuni che giungono al Cairo dal Sudan e dalla Nubia.
«Non v’ha viaggiatore che abbia percorsa l’Abissinia e non sia rimasto sorpreso della fertilità non meno che della bellezza di quel paese e bontà del suo clima. Fra gli Inglesi, che nella loro marcia sopra Magdala seguirono, come è noto, la parte più elevata e meno abitata di esso, vi fu chi scrisse: — Se noi c’impadroniremo del paese lo beneficheremo immensamente: non vi è commercio che non possa prosperare; quali terreni per l’agricoltore! quante greggi potrebbero nudrirsi sui verdeggianti suoi declivi! Sopra ogni tre miglia quadrate si potrebbero raccogliere tante pelli da somministrare i guanti a tutta Parigi durante una stagione di carnevale. L’Abissinia può ora dirsi scoperta, non mancheranno coloro che preferiranno di andare a cercar ivi la fortuna, anzichè nelle lontane regioni dell’Australia e della Nuova Zelanda! —
«Gl’Inglesi non s’impossessarono di questo paese, ma uno dei loro più risoluti e intelligenti ufficiali, il colonnello Kirkam, divenne, poco appresso la loro partenza, l’aiutante e il consigliere del già loro alleato, il principe Kassa del Tigre. Onnipotente presso il principe, egli organizzò un corpo di truppe disciplinate e atte a mantener la pace in quella provincia, a difendere la strada costruita dagl’Inglesi tra Senafe e la baia d’Anesley, e a proteggere i negozianti stranieri che visitano il paese.
«Il principe stabilì poi un servizio di posta settimanale tra Massauah ed Adouah sua capitale, abolì tutti i dazi sul commercio, fondò una fiera o mercato generale in quest’ultima città, e si dichiarò inoltre disposto a concedere gratuitamente le terre incolte del suo dominio a quelle estere compagnie che si proponessero di impiegarle alla coltivazione del cotone, dell’indaco, del caffè e dello zucchero.
«Aperto il canale, l’Abissinia sarà il paese delle ricche produzioni tropicali, più facilmente e prontamente accessibile dal Mediterraneo e direi da tutta Europa. Chi non vede l’avvenire che le aspetta? Chi non sarà tentato di tirar partito dalle saggie disposizioni del principe Kassa?
«Adesso queste cose le sappiamo: il governo ha le relazioni, i giornali hanno le notizie. Vedremo se sapere è potere».
I
Nel giorno 22 febbraio del 1867 m’imbarcai a Suez, a bordo del Samanut diretto per Jambo nella terra del Jemen, con una numerosa ciurma di ghagiz-babà, di cui una parte sbarcò. Colà ebbi tosto occasione di osservare le cerimonie di quei viaggiatori alla vista della loro terra santa; dopo di che la nave fece rotta per Gedda nell’Arabia deserta.
Arrivai a Jambo al 2 di Marzo, e là furono messi a terra altri pellegrini che dirigevansi alla Mecca.
Io pure discesi in unione a tre miei compagni: il piemontese Lazzarista padre Stella, cosidetto Abum-Goithana-Johanes, il piemontese Q. M. Colombo e lo spagnuolo Glaudios Breanzon. Vi fummo accolti dal sig. Gasparoli, dirigente postale e sanitario, presso il quale restammo fino al 6, in attesa del vapore per Suakin della Nubia, nel quale poscia venimmo ricevuti.
Il padre Stella, che godeva di grande autorità in Abissinia, ove era già da molti anni stabilito, era un missionario dipendente dal governo francese. Ed egli esercitandovi il suo ministero, aveva tentato di raccogliere intorno a sè un nucleo di Europei, dediti all’agricoltura ed ai negozi, e vagheggiava l’idea di fondare in quelle prospere regioni una colonia.
All’uopo egli aveva più e più volte sollecitato a Parigi l’assistenza e la protezione del Governo; ma sebbene lusingato da promesse, ogni sua istanza era rimasta senza effetto.
Date perciò le sue dimissioni, si era deciso di recarsi in Italia per ricorrere a quel Governo, acciò gli accordasse protezione ed assistenza per fondare una colonia italiana nel paese dei Bogos.
Partito all’uopo da Massaua, contava in pochi giorni di porre il piede sulla Penisola.
In viaggio però, fatta conoscenza dello spagnuolo Breanzon, proveniente dal Samhar — ov’era stato in esplorazione per trovarvi una miniera di carbone — venne, per certi progetti di quest’ultimo, distolto dal suo viaggio e condotto in Cairo per presentarsi a Pompeo Zucchi ed al celebre , che appunto allora colà si trovavano.
Ivi furono presi gli opportuni concerti per fondare la colonia; ivi, a mezzo del piemontese Colombo, col quale io, reduce dal Trentino, avevo stretto amicizia al mio giungere al Cairo, mi associai a quell’impresa, e partii con essi al 6 marzo per Suakin, ove, dopo la sosta di otto giorni, ci unimmo ad una carovana diretta per Cassala, e partimmo.
Lungo e faticoso fu il nostro viaggio, pel genere degli ostacoli che s’incontrarono: il caldo, la sete e le bestie feroci.
Un incidente spiacevole venne tosto a funestarci.
Lo Spagnuolo, nel secondo giorno dell’intrapreso cammino, si era sbandato, e per ben 26 ore non lo vedemmo ricomparire essendosi egli smarrito per le foreste. Vari fortunali di sabbia ci travagliavano, e fummo anche ad un pelo d’essere assaliti dalle fiere.
Una notte, lasciato il Colombo colla carovana, ci staccammo in tre per provvederci d’acqua, e siccome la notte era fitta e tenebrosa, entrammo senza accorgerci in una spelonca nella quale girammo per ben tre ore, e fummo costretti ad accendervi spessi e grandi fuochi allo scopo di tener lontane le fiere.
Fatta acqua, ci avviammo per raggiungere la carovana, ma le bestie da soma che avevamo con noi ci fecero travagliare in modo singolare, e a tal segno, ch’io fui persino costretto ad adoperare il calcio del mio fucile che si ruppe sulla testa d’uno degli animali.
Dopo alquante ore arrivammo all’accampamento in cui trovavasi la carovana, e ci diemmo a cuocere alcune tortorelle uccise durante il giorno. — Trascorsa la notte, partimmo di buon mattino, per poter riposare nelle ore più calde, e cammin facendo incontrammo pascoli ameni, ricche mandre di gazzelle e d’antilopi cui diemmo la caccia spesse volte. Ma a cagione della sollecitudine colla quale viaggiavamo, e pel troppo ardore del sole, ci riuscì assai di rado di colpire qualche buona selvaggina; però nelle ore di riposo, secondo la qualità del sito in cui sostavamo, avemmo qualche felice risultato. Le tappe che si facevano erano sempre in siti non troppo ameni, vale a dire fra selve, onde, a qualunque improvviso assalto, potessimo nasconderci o difenderci. Nelle notti accendevamo vari fuochi intorno a noi allo scopo d’impedire l’avvicinarsi di qualche animale feroce; non ostante a ciò, nel primo periodo del nostro viaggio, ci trovavamo felici; i nostri volti erano sereni, gli spiriti tranquilli, poichè una dolce lusinga ci teneva compagnia e spera- vamo in un felice ed onorevole risultato della nostra intrapresa; la fondazione cioè d’una colonia italiana in Abissinia.
Ma poco dopo, un lieve malumore venne ad interporsi fra la comune serenità, originato dalla condotta del nostro Spagnuolo, che potrei chiamare la cancrena della spedizione, e della quale non fummo sollevati se non all’epoca dell’annullamento d’ogni nostra speranza circa la fondazione della colonia.
Un giorno, cammin facendo, venni insultato dallo Spagnuolo senza che io gliene avessi dato plausibile motivo. Essendo andati noi tutti a cacciare attraverso il Barka, lo Spagnuolo, benchè non avesse colto alcun uccello, ma sprecato bensì molta polvere e fatto mille rodomontate, pretendeva da me delle munizioni; ciò ch’io dovetti negargli, dappoichè non ne aveva a sufficienza, e quel tanto di cui era in possesso, lo conservava più per difender la mia vita che per isprecarlo inutilmente. Ebbi perciò a ricevere i più fieri insulti, a punirlo dei quali io stava già per sfidarlo alla pistola; ma il signor Stella mi rattenne, pregandomi a non voler compromettere in faccia agli indigeni, fino dal principio, la nostra impresa e metter in rilievo ai medesimi la poco edificante concordia e fratellanza tra gli Europei.
Però, appena giunti al nostro accampamento, approfittando della circostanza che lo Spagnuolo ingrugnito, era rimasto assai più indietro, mi sottrassi, all’insaputa di tutti, per attenderlo al suo arrivo e chiedergli conto, almeno a parole, del suo indelicato procedere; ma egli, e fu meglio forse per tutti e due, non so per quale altro sentiero si fosse avanzato, cosicchè quand’io, stanco di aspettarlo mi ridussi fra i nostri, me lo vidi già al posto, seduto al suolo, ragionando pacificamente.
Sembra però che il destino s’incaricasse della mia vendetta giacchè, alcuni giorni dopo, il nostro rodomonte versò in tale pericolo da doversene ricordare con raccapriccio per tutta la vita.
Eravamo usciti un bel mattino, e viaggiavamo lungo una immensa foresta, assai fitta e frastagliata, rallegrati dalle soavi melodie delle diverse specie d’uccelli ed internandoci poco a poco in una piccola gola, allorchè uno dei nostri s’accorse della mancanza dello Spagnuolo. Di ciò tuttavia, per alcune ore non femmo gran caso, conoscendo, per molte antecedenze, la sua smania di errare per le foreste allo scopo di millantare il suo coraggio ed il suo sangue freddo nei più gravi pericoli.
Vedendo però che le ore passavano, ci rivolgemmo agl’indigeni chiedendo se lo avessero veduto o se qualche indizio potessero fornirci; ed uno di loro, l’ultimo che seguiva sopra un camello la carovana, ci rispose di averlo veduto attraversare la foresta nel senso opposto a quello, pel quale noi eravamo diretti. E a dire il vero, l’indigeno non aveva mancato di esortarlo a starsene in compagnia dicendogli: Venite dietro a noi, altrimenti andrete ad ismarrirvi; e se ciò vi accade in questa fitta foresta, arrischierete di non trovarci più.
Al che il millantatore, sfoggiando parole di coraggio spartano, aveva risposto: essere capace quanto un indigeno di percorrere in ogni senso quelle selve, e non temere di alcuna cosa.
La giornata frattanto volgeva rapidamente al suo fine, e poi, tra la compassione e lo sdegno, andavamo ragionando sulla probabilità d’una disgrazia, sulla critica condizione in cui poteva trovarsi, sia pei pericoli esterni, sia pel patimento di fame e di sete, quando pure non avesse avuto ad assaggiare gli artigli delle fiere, dai quali difficilmente avrebbe saputo scampare.
Si avvicinava la sera, e stringendocisi il cuore all’idea del suo pericolo, ci consultammo sul partito da prendere. Infatti spedimmo alcuni indigeni in diverse direzioni sulle traccie dello smarrito; ma essi, dopo alcun tempo, ritornarono senza risultato.
Passò così la notte. Alla mattina seguente, per tempissimo, prima di far coricare i camelli, presi le mie armi e, invitato Colombo a seguirmi, uscimmo, inoltrandoci per la foresta allo scopo di tentare un ultima prova per rinvenire qualche traccia di lui.
Ci stendemmo uno da destra l’altro da sinistra, senza però allontanarci di tanto che non giungessimo ad intendere la nostra voce, e proseguimmo così per qualche ora, facendo, parecchi tiri di fucile e gridando a squarciagola il nome di Glaudios. Tutto si rese inutile. Scoraggiato dal triste esito, mi decisi di ritornare alla carovana, al quale scopo chiamai per nome Colombo, acciò mi raggiungesse; ma con mia grande sorpresa egli non mi rispose, perchè s’era scostato di troppo. Mi smarrii, e mi tenni perduto. Mi travagliavano due dubbi: l’uno sulla mia esistenza, l’altro sullo smarrimento anche di questo secondo compagno. Nessuna traccia mi restava della parte per la quale Colombo si fosse diretto, ma siccome è naturale, io pensai ch’egli potesse essersi avvicinato alla carovana; per la qualcosa io stesso partii da quel sito e mi diressi approssimativamente alla volta da cui era venuto, fortunatamente riuscendo vicino all’accampamento.
Un sospetto però venne tosto ad assalirmi, e fu quello che l’accampamento non fosse il nostro; per la qual cosa m’avanzai di soppiatto. La mia gioia fu tale, nell’accorgermi d’aver raggiunto la carovana, che non me ne poteva persuadere. La causa della mia diffidenza era stata però naturalissima; poichè nel ritornare dal sito in cui era avvenuto lo smarrimento di Colombo, io, senza accorgermi, aveva preso una via affatto diversa da quella percorsa dapprima; e allorchè d’un tratto mi vidi a qualche distanza dall’accampamento, non potei capacitarmi che fosse il nostro, ma dubitava piuttosto che potesse essere una carovana straniera. Pensava quindi che avrei potuto esser veduto e fatto prigioniero, forse anche privato di vita; per cui, ondeggiando fra il timore e la speranza, mi andava inoltrando colla massima circospezione, finchè mi fu dato di scorgere alcuno dei nostri compagni.
Allora accelerai il passo, e dopo tanti affanni, giunsi festeggiato da tutti e dallo stesso Colombo, il quale, più felice di me, eravi arrivato già da due ore.
Cucinammo allora un po’ di the, e dopo averlo sorseggiato, ripigliammo il cammino, rassegnati sulla sorte infelice dello Spagnuolo.
Circa alle 10 antim. giungemmo ad una cisterna, ove le carovane sogliono far sosta per approvvigionarsi d’acqua, la quale viene conservata in otri di pelle di montone, detti gherbe, e si beve abbastanza calda, lungo il viaggio. Quivi scaricammo i camelli e legammo ad alcuni cespugli gli altri animali, dopodichè ci diemmo a far fuoco per ammannire un po’ di minestra. Non tralasciammo del pari di fabbricarci alla meglio un riparo contro i raggi del sole ai quali troppo vivamente ci trovavamo esposti. Mentre davasi compimento a codeste varie operazioni, non mancavasi, di tratto in tratto, di argomentare sullo smarrimento dello Spagnuolo formando le più strane conghietture sul suo conto.
Poco dopo, quando meno potevamo pensarcelo, eccoci lo Spagnuolo propriamente in faccia a noi, trafelato, ansante, con una faccia da moribondo da far pietà ai sassi, e scortato da un indigeno.
Sebbene la sua improvvisa comparsa avesse dovuto procurarci un misto di stupore e di allegrezza, pure tanto era il disgusto che il suo pessimo contegno aveva in noi ingenerato, che lo guardammo colla massima indifferenza e senza punto chiedergli notizie dell’accaduto.
Della qual cosa, essendosene egli accorto, si diede a manifestare il suo malumore ed a sfogare la sua bile sopra l’indigeno che lo aveva accompagnato e col quale avviò una disputa che pareva dovesse tramutarsi in aperto conflitto.
Il signor Stella si frappose chiedendo qual fosse il motivo del diverbio, e, rivoltosi all’indigeno, ottenne da lui gli schiarimenti domandati.
Gli narrò questi come avesse in sulla sera ritrovato lo Spagnuolo sconcertato, abbattuto, affranto per fame e per sete e stanco dal lungo errare per la foresta, il quale gli aveva chiesto, con gesti in luogo di parole, un soccorso immediato. Fu perciò che egli, l’indigeno, siccome scortava una mandra di vacche, si era prestato con tutta sollecitudine e lo aveva saziato con latte.
Lo Spagnuolo gli aveva domandato eziandio il favore d’esser rimesso sulla buona via, anzi d’esser possibilmente guidato a noi, promettendogli un tallero di compenso se mai riuscisse a scoprirci ed a raggiungerci. Infatti, dopo averlo ristorato alla meglio, ed a seconda del patto stabilito, l’indigeno aveva adempiuto al suo dovere; ed ora, credendosi in diritto della pattuita mercede, rifiutava il mezzo tallero che Glaudios gli offeriva slealmente in luogo dell’intiero che gli doveva.
Il nostro eroe spagnuolo minacciava per di più il pover uomo di maltrattamenti e. percosse; alle quali smargiassate l’indigeno non corrispose con atti di violenza nè di manifesto corruccio, ma, avanzandosi con una dignità tutta fredda, propria dell’etiope, francamente concluse: «O mi date il tallero che mi avete promesso o voi non proseguirete il vostro viaggio; poichè la vostra testa me ne compenserà. Badate a non usare a lungo della vostra stolta prepotenza, poichè voi siete in luoghi nostri, e quand’anche vi fosse dato di uccidermi, il mio sangue chiederà vendetta ai miei fratelli, i quali, di quanti qui siete, non ne lascieranno uno, e di voi non resterà capello sopra capello. La vostra vita era pur, poco dianzi, nelle mie mani e s’io avessi preveduto la vostra slealtà, a quest’ora il vostro corpo sarebbe stato divorato dalle fiere o fornirebbe un lauto pasto agli avoltoi».
C’era veramente di che arrossire alle parole dell’Etiope. Lo Spagnuolo infatti aveva offerto colla sua condotta un motivo più che plausibile alle osservazioni dell’indigeno, e la nostra vantata civiltà europea aveva dovuto ricevere una eloquente e meritata lezione dalle labbra d’un selvaggio.
L’autorità e la perizia del sig. Stella valsero però a raccomodare la faccenda; la questione venne in breve appianata: l’indigeno ebbe la sua mercede e si ritirò non senza però imprecare alla mala fede degli Europei.
II
Il miraggio — Burrasca di sabbia — Testardaggine d’un asina — Altro alterco fra compagni — I ladri del deserto — Il leone all’agguato — Caccia ai pappagalli e alle gazzelle — Passeggiata per Cassala.
Terminata la lite tra Glaudios e l’Etiope, ci riposammo, e più tardi, dopo un discreto pranzo, ricaricammo i camelli, e rimontati i nostri boríki, proseguimmo il viaggio, sotto un calore eccessivo, attraverso un immenso tratto di sabbia.
Lungo quel tragitto ebbi anch’io l’opportunità di vedere il tanto decantato miraggio del deserto. Questo fenomeno mi abbagliava, senza comprenderne a prima giunta l’arcano, e con immenso desiderio mi sarei gettato verso il sito dell’apparizione, per tuffarmi in quell’acqua appariscente e berne a sazietà, scambiandola assai volentieri con quella delle nostre gherbe così calda e imputridita da non poter accostarsela alle labbra senza ribrezzo.
Nonostante ch’io sapessi di che si trattava, mi avvicinava quasi senza volerlo, nella direzione del mi- raggio; quand’ecco il fenomeno scomparire d’un tratto e riapparirmi più lontano, cosicchè, imprecando all’effetto dei raggi luminosi che mi avevano esposto al supplizio di Tantalo, ritornai ai miei compagni. Con essi dopo tre ore di traversata, mi ridussi entro un’oasi, ove, scaricate le nostre robe e legati gli animali presso la sponda d’un torrente, mi soffermai a ristorarmi.
Il torrente di cui feci cenno è sempre asciutto, eccettuati alcuni pozzi scavati ad arte dai pastori del Barka allo scopo di conservarvi un po’ d’acqua per dissetare le loro mandre.
Era trascorsa appena un ora dacchè eravamo colà, allorquando un fitto nugolo di sabbia, sollevandosi quanto una grossa ondata e rotolandosi in se stesso, precipitavasi contro di noi. Balzammo in piedi ed aggrappandoci strettamente con braccia e gambe a degli alberi, stemmo ad aspettare, di assai mal animo, la nostra sorte. Un grido di terrore emesso dagl’indigeni ch’erano con noi, accrebbe il nostro sgomento, il quale degenerò in disperazione allorchè l’uragano di sabbia ci ebbe investiti.
In un baleno fummo tutti coperti di sabbia. Io ritenni il fiato più che mi fa possibile e chiusi gli occhi, tenendomi per perduto; ma per buona sorte il nembo passò oltre e si perdette a nostra vista. Ed io che avea creduto di rimanerne asfissiato, girai intorno lo sguardo e vidi le nostre robe precipitate e disseminate pel suolo, i miei compagni sbalorditi, ma sorridenti, che cercavano di riaversi dalla paura, ricomponendosi le vesti e raccogliendo gli effetti. sparsi per l’oasi. Femmo tosto provvista d’acqua, che attingemmo alle cisterne del torrente, dopo di che proseguimmo la nostra via.
Montai il mio boriko, cacciando innanzi quello di Colombo a me affidato; ma a mio dispetto la bestia malcreata, deviando continuamente dal sentiero, mi faceva passare per fitti cespugli in cui abbondavano rami secchi e pungenti. Spesse volte corsi rischio di rimanere appeso a qualche ramo od infitto a qualche spina che penetrava nella mia cuffia — arnese ch’io, teneva sopra una specie di camauro con falda di pelo, da me acquistato a Gedda nell’Arabia deserta. Ad un tratto perdetti la pazienza e, spingendomi innanzi, diedi alla mia guida animalesca una forte morsicatura all’orecchio, tale da farvi penetrare il dente; ma la mala femmina internavasi sempre più nelle macchie, e s’io mi fossi lasciato condurre ciecamente da lei, avrei finito col cadere tra le ugne di qualche fiera. Perciò, dato di piglio al mio ataghano le vibrai un lieve colpo, che ottenne un effetto sorprendente e potei raggiungere in breve la comitiva.
Sostammo, verso l’imbrunire, accampandoci in mezzo ai cespugli, e fu qui che Colombo scoperse le traccie del morso e della ferita ch’io aveva fatto al suo animale; per il che si diede ad inveire contro noi tutti, e, non sapendo quale ne fosse stato l’autore, accentuava maggiormente le sue invettive contro lo Spagnuolo, siccome alla persona su cui potevano cadere maggiormente i sospetti dei maltrattamenti in discorso. Io stavo già per accusarmi da per me stesso, ma lo Spagnuolo, ardito ed arrogante come sempre, non curando giustificarsi, nè qualificarsi innocente, come lo era in fatto, prese e scagliare insulti e villanie all’indirizzo di Colombo, dicendo di non aver certamente paura d’alcuno di noi, e nemmeno di Dio stesso: questione che poteva avere dispiacevoli conseguenze se, come al solito non si fosse intromesso il padre Stella, il quale, figgendo in viso allo Spagnuolo uno sguardo pieno di fuoco e di autorità, lo ammoni severamente e lo eccitò ad aver maggiore prudenza e circospezione.
Lo pregò eziandio a trattenersi ora e per l’avvenire dal promuovere simili, scandali in faccia agl’indigeni, sia per la dignità propria, sia per non compromettere le sorti della impresa.
Io mi tacqui allora, e la faccenda dei maltrattamenti del boriko femmina venne così accomodata. Si fece fuoco e si apprestò una discreta minestra, dopo la quale ci servimmo di un buon the, dandoci da ultimo al riposo.
Alcune ore appresso, da un alto poggio, comparvero alcuni indigeni armati, che, giunti appresso a noi, si diedero a parlare coi servi della nostra carovana; ed io feci osservazione che mentre parlavano ci davano avide occhiate e misteriose. Alcuni di costoro si avvicinarono a noi sbirciando qua e là e fermando lo sguardo sopra i nostri effetti. Io, ponendomi in guardia, intimai loro di non avanzarsi, anzi di prendere il largo. Il sig. Stella osservò ch’era quella una delle molte bande che scorrono i deserti in cerca di bottino, per cui, appena si furono ritirati, piantammo una specie di difesa, vegliando a lungo, finchè si allontanarono insieme ai loro compagni senza averci più molestato.
A mezza notte un forte ruggito ci fece avvertiti dalla comparsa d’un leone il quale, pian piano, s’era avvicinato a non più di trenta metri da noi, cosicchè potevamo distinguere il color fulvo del suo pelo, per mezzo di vari fuochi, accesi allo scopo di deludere ogni suo sforzo per assalirci. Infatti dopo un ora, all’incirca, la fiera, non sapendo venirne a capo, si ritrasse e non la vedemmo più comparire per tutta la notte.
All’alba ripigliammo la nostra via, e dacchè scor- sero le prime ore del mattino, ci trovammo alla base d’una poco estesa cava di marmo trasparente, percorrendo un tratto della quale osservammo che componevasi di scaglie di mica. Interrogai il sig. Stella se da una simile cava si avesse potuto trarre alcun vantaggio; ma egli mi rispose negativamente a motivo della grande distanza dai paesi abitati e per la difficoltà dei trasporti; sopratutto poi per non esser sì vasta da poter servire alla fortuna di alcun imprenditore.
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The end
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