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RACCOLTA
DI
PROVERBI BERGAMASCHI
Dedica
A
LUIGI TIRABOSCHI
MIO PADRE AFFETTUOSO
QUESTO LAVORUCCIO
CONSACRO.
Mio caro Padre,
Sciolto il sacro dovere di pagare un tributo alla cara memoria di mia madre, a voi offro questo piccolo segno del mio grande amore. A voi l’offro, perchè soddisfo ad un bisogno del mio cuore, ed eziandio perchè da voi ho appreso gran parte dell’antico senno raccolto in questo libercoletto. A voi lo consacro ancora perchè, come padre, andrete per me tutta l’indulgenza e perchè sapete che tutti i vostri sforzi generosi non bastarono a farmi compiere studj, che potessero valere a pormi in grado di fare meglio. Ma voi mi avete insegnato a lavorare, mi avete mostrato come si lotti contro le difficoltà; quindi il presente lavoro, frutto del vostro insegnamento e del vostro esempio, vi è dovuto a ragione: accettatelo dunque dall’affetto del
Bergamo, 28 marzo 1875.
Prefazione
Una raccolta di proverbj, dopo quella di pei Toscani, di pei Veneti, di pei Lombardi e di altri parecchi, potrà parere impresa inutile e temeraria. Convengo quanto alla temerità; ma parola detta non è più sua, dice il proverbio, ed io dissi e ridissi la parola, colla quale mi obbligava a raccogliere quanto può servire a ritrarre la nostra Provincia studiata nel suo linguaggio, ne’ suoi proverbj, nelle sue tradizioni, ne’ suoi pregiudizj, usi e costumi. La spensieratezza giovanile non mi permise di misurare le mie forze, ond’io mi addossai un lavoro, per il quale non aveva che del buon volere. Per primo saggio pubblicai una breve memoria su ; venne dopo il : l’indulgenza, colla quale furono accolti quei lavori, mi diede ardire a continuare nel compito mio. Peccato confessato è mezzo perdonato, dice un altro proverbio; e per l’intiero perdono mi raccomando di nuovo alla pubblica indulgenza.
A coloro, che giudicassero inutile una raccolta di proverbj bergamaschi, perchè alla fin fine sono presso a poco que’ medesimi, che in bella forma leggonsi nella preziosa raccolta di , ricorderei le seguenti parole di : «Se tutti si potessero raccogliere e sotto certi capi ordinare i proverbj italiani, i proverbj di ogni popolo, d’ogni età, colle varianti di voci, d’immaginazioni e di concetti; questo, dopo la Bibbia, sarebbe il libro più gravido di pensieri.» Le varianti appunto hanno grande valore, perchè ci rivelano le caratteristiche delle diverse popolazioni d’Italia. Per mettere possibilmente in rilievo tali varianti, ho stimato necessario, pei non Bergamaschi, la traduzione letterale del proverbio nostro, a cui sovente pongo allato dei raffronti. Spiego i proverbj, il cui significato non apparisce chiaro, e fra loro raggruppo quelli, che quasi formano un discorso illustrandosi e correggendosi a vicenda. Siccome poi una raccolta di proverbj dovrebbe essere come un manuale della moralità e della esperienza ereditate dal senno antico, così qua e là mi permetto brevi osservazioni, che molte volte prendo ad imprestito dalla altrui sapienza.
Quanto alla economia del presente lavoruccio, mi sono attenuto alle divisioni adottate dal e poi seguite da pressochè tutti i raccoglitori di proverbj; così, per questo lato almeno, non ci sarà da ridire. Ci sarà invece molto da ridire sul resto, e sarò più probabilmente appuntato di molte omissioni: di questo, come di tutti i benevoli appunti, sarò riconoscente, e la mia riconoscenza crescerà a mille doppj, se si vorrà ajutarmi a riempire le lacune ed a correggere i difetti di questo mio lavoro. Quantunque persuaso che molti vuoti rimangono in questa mia raccolta, non ne ritardo più oltre la pubblicazione, perchè, raccomandata alla benignità de’ miei concittadini, potrà crescere di volume e scemare di difetti.
Avvertimento
Per necessità tipografica non ho seguito intieramente il sistema di trascrizione proposto ed usato dal grande maestro nel suo ; mi sono quindi attenuto alle norme seguenti:
Coll’accento ^ segno le vocali lunghe.
é, ó rappresentano il suono stretto e breve.
è, ò" il suono largo e breve.
ö rappresenta l’eu francese di feu, peu.
ü è l’ü tedesco o l’u francese.
ć è il c italiano di selce.
ś è il suono iniziale dell’italiano scemo.
L’abbreviatura Ang. indica sempre il Vocabolario di , nato a Strozza di Valle Imagna nel dicembre del 1690 e morto nel gennajo del 1767. Il Vocabolario dell’Angelini, che si conserva nella Biblioteca Ambrosiana, è un grosso manoscritto in foglio prezioso pel molto materiale che contiene, se non per il metodo col quale è distribuito. L’ultima parte è destinata ai proverbj e modi proverbiali, da cui ho trascelto quelli, che nella presente raccolta sono contrassegnati Ang. E nel trascegliere fui parco, perchè molti dei proverbj registrati dall’Angelini mi paiono traduzioni, anzichè dettati nostrani; valgano per esempio i seguenti:
Boca basada no perd sò fortüna - Bocca baciata non perde ventura ().
Ch’à da fa coi Fiorenti, l’à bé bé i öć da avrì - Chi ha da far con Tosco, non vuole esser losco.
Abitudini, usanze
Al gh’à poc a mör — È vicino a morire — Consuetudine è una seconda natura, dicono i Toscani; e noi attribuiamo tanta forza alle abitudini, che quando vediamo uno cambiarle di subito, crediamo sia segno di sua morte vicina.
A s’ fa prest a üsàs bé — Si fa presto ad assuefarsi al bene stare — ma
Quando s’è stać üsàć bé, s’istanta a üsàs mal — Quando si è assuefatti al bene stare, si piega con ripugnanza alle privazioni.
I bune üsanse i va rispetade — Le buone usanze vanno rispettate.
I bune üsanse i va zo töte, i se perd — Le buone usanze si perdono — È il lamento che suole fare chi in certe occasioni prendeva mance o regali, che ora non prende più.
I mode i va e i vé — Le mode vanno e vengono, cioè rivivono.
La volp la lassa ’l pél, ma miga i vésse — La volpe (altri dice il lupo) perde il pelo, ma il vizio mai — Il disse: Vero è ’l proverbio, ch’altri cangia il pelo, anzi che ’l vezzo. Lat. Vulpes pilum mutat, non mores.
L’è piö mèi strada ègia che sentér noèl — V. Esperienza.
Nó bisogna miga mèt sö di üsanse catìe — Non bisogna mettere usanze cattive — Al dire del popolo toscano: È meglio ammazzare uno, ed anche: È meglio ardere una città che mettere una cattiva usanza.
Nó stà dàga al fantolì i vésse che no tó sé ’n càs de mantegnì — Non dare al fantolino quelle abitudini, che non potrai sempre mantenere — Se ne ricordino i genitori, e le madri abbiano anche presente che
La mader pietusa fa la fiöla tegnusa — V. Vizi, mali abiti.
Tal pais, tal üsansa — V. Mutar paese.
Adulazioni, lodi, lusinghe
Antet caagna che ’l manec l’è rót — Lodati cesto che il manico è rotto — Dicesi proverbialmente quando uno ha fatta un’azione da lui stimata bella e grande, che in effetto non è poi tale, anzi è tutta al contrario.
Chi no gh’a antadùr, i se anta d’ per lur — Chi non ha vantatori si loda da sè — Non si può negare che È assai comune usanza il credersi persona d’importanza; ma è pur vero che Chi fa il saputo, stolto è tenuto; e che Chi si loda s’imbroda.
Per rià a tegn sediöl, sbàsset zo a chi té carossa — Per arrivare a tener calessino, inchinati a chi tiene carrozza.
Töć gh’à göst a sentìs a lodà — Tutti ci han gusto a sentirsi lodare — La carne della lodola piace ad ognuno (Tosc.).
Affetti, passioni, voglie
Am’ sè töć de carne — V. Errore, ecc.
Chi manèsa, no bramèsa — Chi maneggia, non brameggia — cioè chi possiede una cosa ne ha meno vaghezza.
I gösć i è miga töć compàgn — Varj sono i gusti — Varj sono degli uomini i capricci, a chi piace la torta, a chi i pasticci. — De gustibus non est disputandum.
L’imbreagù nó ’l sa parlà che de ’i bu — L’ubbriacone non sa parlare che di vino buono.
Quando ’l batès l’è fać, töć i völ vès ghidàs — Quando il bambino è battezzato, ognuno vuol essere il santolo — perchè l’uomo desidera sempre ciò che non può più avere.
Töć fa a sò möd — Ognuno fa a modo suo — Ognuno suo piacer segue, e per dirla con : Trahit sua quemque votuptas.
Töć i gösć l’è a saìssei dà, o tö — Tutti i gusti son gusti — come si leggeva sotto la pittura di un cane che si leccava. Sta come biasimo di una inclinazione storta, di un gusto guasto.
Töć i mèt la ma doe ghe döl — Ognuno mette la mano dove gli duole — E con proverbio non nostro diciamo anche: La lingua batte dove il dente duole.
Töte i boche i è sorèle — Tutte le bocche sono sorelle — cioè A tutti piacciono i buoni bocconi.
Agricoltura, economia rurale
Aqua e sul, la campagna la vé de gul — Acqua e sole, la campagna viene di volo — cioè la vegetazione prospera assai.
A roncà e a fabricà no s’sa mai i danér che gh’va (Ang.) — A dissodare ed a fabbricare non si sa mai quanto denaro occorra.
A san Martì l’è vèć töt ol vi — A san Martino è vecchio ogni vino (Tosc.) — ma i migliori bevitori sogliono dire:
A san Martì stópa ’l tò ’i, e a Nedàl conmensa a tastàl — A san Martino (11 nov.) stoppa il tuo vino, ed a Natale (25 dic.) comincia ad assaggiarlo.
As’ conòs l’erba da la soméssa — Ogni erba si conosce al seme — e figuratamente si dice per dire: Dalle opere si conosce quel che l’uomo vale.
Ca face e ciós desfàć — Casa fatta e terra sfatta — Insegna a comperare case in buon essere e campi trasandati.
Chi no sgoba de stàt, d’invèren al sa cicia i onge — Chi non lavora d’estate, d’inverno si succia le unghie — cioè non ha da mangiare. Chi dorme d’agosto, dorme a suo costo, dicono i Toscani; e nei proverbi di Salomone si legge: Qui stertit æstate filius confusionis.
Chi nó somna, nó regói — Chi non semina, non ricoglie — e dicesi anche figuratamente.
Chi öl fa öna bona caalerada, per san Marc la séa nada — Chi vuole il buon bacato, per san Marco (25 aprile) sia nato — ed i Toscani dicono anche: A san Marco il baco a processione.
Chi öl ü bu aér, i la piente de zenér — Chi vuole un buon agliaio, lo ponga di gennaio.
Confurma s’ somna, as’ regói — Come si semina, si ricoglie — e figuratamente: Come farai, così avrai.
Da la paia al ligàm al crès la fam — Dalla paglia al legame cresce la fame — cioè nel tempo vicino alla messe suole crescere il prezzo del pane. Gli Spagnuoli dicono pure: Entre gavilla y gavilla, hambre amarguilla.
Da san Simù e Giüda la raa l’è marüda; marüda o da marüdà la raa l’è da strepà — A san Simone e Giuda (28 ottobre) la rapa è matura, matura o da maturare la rapa è da strappare.
De san Péder al s’à de scond ol poléder — A san Pietro (29 giugno) vi si ha da nascondere poledro. Verso la fine di giugno il grano turco deve essere tanto alto da potervisi nascondere un poledro.
Dóe passa la ciòca, nas la pagnòca — Dove passa il campano, nasce il grano (Tosc.).
Dopo san Martì, l’erba l’è dol bezzì — Dopo san Martino (11 nov.) l’erba è dell’agnellino — Lo dicevano i nostri pastori per significare che dopo san Martino potevano liberamente pascolare dovunque.
Fa m’ póera, che t’ faró réc — Fammi povera, ti farò ricco — I Toscani dicono anche: Ramo corto, vendemmia lunga. In generale, potando corto, le viti si conservano lungamente, e si hanno migliori vini.
Làssem la mé erba, che t’ lasse la tò merda — Lasciami la mia erba, ed io ti lascio la tua merda — Questo proverbio accenna all’utilità dei sovesci. Essa dipende dal fatto che talune piante posseggono meglio di tali altre la proprietà di assorbire molte materie alimentari dall’aria e forse di promovere la decomposizione più rapida degli elementi mineralogici del suolo (, ).
L’erba catìa la stanta a mör — L’erba cattiva difficilmente muore — Dicesi anche figuratamente.
Ol fèć al tempesta mai — L’affitto non grandina mai — È provento sicuro. I Francesi dicono pure: Il ne grêle point sur le loyer.
Ol paisà fać cassadùr al trascüra i sò laùr — Il contadino fatto cacciatore trascura i suoi lavori.
O rüghem, o rüdem — O smuovimi, o dammi concime — Così dice il terreno all’agricoltore.
Ràr in del càp, spès in del stegnàt — Rado nel campo, spesso nel paiuolo — e i Toscani: Il grano rado non fa vergogna all’aia.
Se se n’ völ caà, bisogna dàghen — Se ne vogliam cavare, bisogna dargliene — S’intende del concime; Chi cava e non mette, le possessioni si disfanno.
Tèra nigra fa bu fröt, tèra bianca guasta töt — Terra nera dà buon frutto, terra bianca guasta tutto — e i Toscani: Terra nera buon grano mena; terra bianca tosto stanca.
Allegria, darsi bel tempo
A cassàs al vé la gòba — Ad accorarsi viene la gobba — ed equivale al proverbio toscano che dice: Chi se ne piglia muore, ed anche all’altro: Pazzo è colui che bada a’ fatti altrui.
Alégher, che ’l diaol l’è mort, e più bassamente dicesi anche: Alégher che ’l büs l’è négher — Piuttosto che proverbi sono eccitamenti a darsi bel tempo, essendo che:
A pians s’è semper a tép — Per piangere c’è sempre tempo — Godiamo, chè stentar non manca mai.
A sto mond al val miga a esga, ma ’l val a saìga stà — Non giova l’essere al mondo, ma vale a saperci stare — poichè il mondo è di chi lo sa godere.
Bisogna lassà ’ndà ’nzó ’l Sère — Bisogna lasciar andare l’acqua alla china — cioè bisogna lasciare che le cose camminino naturalmente senza pigliarserne briga; e
Fastöde fé v’ in là — Fastidi, allontanatevi.
Fina che la té, la düra — Finchè la si tiene, dura — Finchè dura, fa verzura (Tosc.); cioè finchè si gode, non si stenta.
Fortüna fa quel che tó ’ö, che quel che gh’ó üt nó tó pö tömel piö — Fortuna fa quel che vuoi, poichè quello che ho avuto, cioè goduto, non puoi più togliermelo — Si suol dire da chi si trova ridotto all’impotenza dopo avere colto tutte le occasioni di darsi bel tempo.
L’alegréa la piàs ac al Signùr — L’allegria piace anche al Signore — purchè sit modus in rebus; anche il Salmista scrisse: Servite Dominum in lætitia.
L’alegréa ogne mal la cassa véa — L’allegria ogni male caccia via — perchè, come dicono i Toscani, esso è il primo rimedio della scuola salernitana. Animus gaudens ætatem floridam facit ().
La roba l’è miga de chi la fa, ma de chi la gód — La roba non è di chi la fa, ma di chi la gode.
L’è inötel pensàga, quel che nó s’ pöl aì lassa che ’l vaga — È inutile pensarci, quel che non si può avere lascia che vada.
No s’ gh’à che quel che s’ god — Non si ha se non quello che si gode.
Omo alegro il cél l’aiüta — e scherzando si aggiugne: Se ’l borla ’n tèra ’l se rompe la süca. — Anche i Toscani dicono: Gente allegra Iddio l’ajuta.
Öna buna grignada la va ’n tàt sangu’ — Una buona risata va in tanto sangue — e coi Toscani si direbbe: Il riso fa cuore, Il riso fa buon sangue, Ogni volta che uno ride, leva un chiodo alla bara.
Sento car de malinconéa nó i paga miga ü quatrì de dèbet — Cento carra di fastidj non pagano un quattrin di debito — dunque
Sèmper alégher e mai passiù — Sempre allegri e mai fastidj.
Ambizione, signoria
Du gai sö ’n d’ü polér i pöl miga staga — Due galli in un pollajo non ponno stare — perchè Omnisque potestas impatiens consortis erit (). I Toscani dicono anche: Amore e signoria non voglion compagnia.
I padrù i völ viga semper resù — I padroni vogliono sempre aver ragione.
L’è mèi es padrù magher che servitùr réc — È meglio essere padrone magro, cioè poco ricco, che servitore ricco — e per dirla coi Toscani: È meglio esser capo di lucertola, che coda di dragone.
Saùr de padrù, saùr de merda — Sapore di padrone, sapore di merda — perciò i Toscani dicono: Non desiderare i sapori di signori.
Töć vorèf comandà — Ognuno vorrebbe comandare.
Amicizia
A l’amìc pélega ’l fic, al nemic pélega ’l pèrsec — All’amico monda il fico, al nemico la pesca — Dicesi perchè la buccia del fico è dannosa, e quella della pesca è salutare.
As’ gh’à töć chi öl bé e chi öl mal — Un Rispetto toscano dice pure: C’è sempre chi vuol bene e chi vuol male, cioè ognuno ha i suoi amici ed i suoi nemici.
Bisognerès viga di amìs ac a ca del diaol — Bisognerebbe avere degli amici anche a casa del diavolo — perchè Gli amici sono buoni in ogni piazza (Tosc.).
I amìs s’ i conòs in d’ i bisògn — Al bisogno si conosce l’amico — La sventura è veramente la pietra di paragone dell’amicizia. È degno di essere ricordato il seguente proverbio di Val Bregaglia: Incùr ca la borsa à pers al flaa tüc i amìs as’ fan malaa; incùr ca ’l fiaa a i turna ent, tüc i amìs a s’ fan parént — Quando la borsa ha perduto il fiato, tutti gli amici si fanno ammalati; quando il fiato torna dentro, tutti gli amici si fanno parenti.
I veri amìs i è rar comè i mosche bianche — I veri amici sono rari come le mosche bianche — perciò Qui invenit amicum, invenit thesaurum.
L’interès rómp i amicissie — L’interesse rompe le amicizie — ed anche fa commettere le più cattive azioni.
Solć e amicissia i romp ol còl a la giöstissia — Quattrini e amicizia rompono il collo alla giustizia — Il , nella , dice: Rocca non è sì forte che non la sforzi un asinello carico d’oro.
Solć e amìs i è la metà de quel ch’i dìs — Danari ed amici sono la metà di quel che si dice — Quattrini e fede meno ch’un si crede. disse già: Vulgare amici nomen, sed rara est fides.
Amore
Amùr de fradèi, amùr de cortèi — Amore di fratelli, amore di coltelli — e i Toscani: Fratelli, flagelli. Odia sunt proximorum acerrima, scrisse ; e nel : «Di ogni odio più bestiale è il fraterno — Come dal migliore vino si cava l’aceto più forte, l’odio del pari ribolle mortalissimo tra le persone le quali per vincolo di sangue arieno maggiormente ad amarsi.»
Amùr e geloséa i nas in compagnéa — Amore e gelosia nascono in compagnia.
A ölìs bé nó s’ispènd negót — A volersi bene non si spende nulla — È modo gentile di chiedere affetto.
Ch’à dol amùr, à dol timùr (Ang.) — Chi ama, teme (Tosc.).
Chi spressa, ama — Chi sprezza, ama — scherzando poi si soggiugne: E chi töl sö caragna — E chi tocca delle busse, piange.
Desfortünàt al zöc, fortünàt in amùr — Sfortunato al giuoco, fortunato nell’amore — onde Chi ha fortuna in amor, non giochi a carte.
Dóe l’amùr al gh’è, la gamba la tira — L’innamorato tende sempre verso il luogo dov’è l’oggetto amato.
Dóe vó morusa fó, dóe passe morusa lasse — Dove vado faccio amorosa, dove passo amorosa lascio —
Così fassi parlare il soldato; eppure le donne sono tanto facili ad invaghirsi degli spallini.
I laùr long i deenta serpènć — Le cose che vanno alla lunga diventano serpenti — Si dice per denotare che un troppo lungo far all’amore suole avere cattiva fine.
L’amùr al vé de l’amùr — L’amore viene dall’amore — cioè chi vuol essere amato convien che ami; e disse pure: Si vis amari, ama.
L’amùr e la tós i se fa conós — Amore e tosse si fanno conoscere — non si nascondono (Tosc.).
Sed male dissimulo. Quis enim celaverit ignem?
Lumine qui semper proditur ipse suo ().
Per chi non sa di latino citerò i seguenti versi del :
L’amùr l’è orb — Amore è cieco — onde Chi ama, il ver non vede; Dove regna amore, non si conosce errore.
L’amùr l’imbenda i öć — L’amore imbenda gli occhi — e a dirla coi Toscani: Affezione, accieca ragione.
La paia apröf al föc la s’impéssa — perciò No bisogna miga mèt la paia apröf al föc — La paglia vicino al fuoco si accende — perciò Non bisogna mettere la paglia vicino al fuoco. Gli Spagnoli dicono: El hombre es el fuego, la mujer la estopa, viene el diablo y sopla; tradotto da un Toscano equivale a dire: L’uomo è fuoco e la donna è stoppa; vien poi il diavolo e gliel’accocca.
Lontà di öć, lontà dal cör — Lontan dagli occhi, lontan dal cuore — La lontananza ogni gran piaga salda; ed il nel suo :
Occhio non vede e cuor non s’arrabatta.
Anche i Latini dicevano: Quantum oculis, animo tam procul ibit amor; ed i Provenzali dicono pure: Luen deis hueils, luen dou couer; ma una donna veramente innamorata sosterrà che Piaga d’amor non si sana mai.
Ma colde, cör frèć: e viceversa Ma frege, cör cold — Mani calde, cuor freddo; Mani fredde, cuor caldo — Anche i Francesi dicono: Froides mains, chaudes amours.
Morusa del cümü, spusa de nigü — L’amorosa di troppi non sarà mai sposa — e gli Spagnoli: La mujer que quiere á muchos no puede tener buen fin. Se mai avvenisse che una giovane avesse a leggere questa Raccolta, sappia che il proverbio spagnolo in nostra lingua significa: La donna che ha molti amanti, non può avere buon fine.
Nó l’è gna amùr fina, se no la s’ rampina — Non è amor fino, vero, se non si scorrubbia — I Toscani dicono: Sdegno cresce amore; e nell’Umbria si dice: L’amore non è bello, se non è scorocciarello.
Ol bé ’l vé da l’ötel — L’amore viene dall’utile — Questo proverbio ha per lo più ragione; poichè in generale si opera solo per proprio interesse.
Ol prim amùr nó se ’l desmèntega mai — Il primo amore non si scorda mai — perchè
Astuzia, inganno
Bisogna fa de coiò per no pagà dasse — Bisogna fare il minchione per non pagare gabella — e
L’è semper mèi viga ü tòc de coiò ’n scarsela — È sempre meglio avere un tocco di coglione in tasca — Spesso in tasca il suo baiocco aver giova di marzocco — Si suole anche ripetere:
Chi è coiò staghe a ca sò — Chi è minchione resti a casa — per non esporsi ad essere gabbato. Al minchione non si usa misericordia; anzi quando si vede giuntato gli si canta sul viso:
Chi è coiò, sò dan — Chi è minchione, suo danno.
Chi non sa fingere, non sa regnare — Lo ripetiamo sovente, quantunque non sia di nostra fattura. «Piuttosto che regnare mercè l’inganno ed il sotterfugio, preferiamo mille volte la nostra faticosa e onorata povertà, che non nuoce ad alcuno, ed anzi serve per molti di esempio a perseverare con rassegnazione nel bene in barba agli stenti.» (, ).
Chi è de l’arte conosce l’opera — Si dice ad uno che mostra di temere inganno da parte nostra.
Co’ l’arte e co’ l’ingano si vive mezo l’ano, co’ l’ingano e co’ l’arte si vive l’altra parte — Questo proverbio è di tutta Italia, come forse è di tutta Italia, o meglio di tutti gli uomini, l’applicazione di esso.
Di olte ’l va l’ingàn a l’inganadùr — e per dirla col nostro : As’ pò faga la maiti- nada ai sonadùr — Talvolta l’inganno va a casa dell’ingannatore — e figuratamente: Si può far la mattinata ai suonatori, poichè
I ghe borla o I ghe resta a’ i volp vège — Anche le volpi vecchie si pigliano — o come scrisse il :
Impanian anche le civette, ideste
Talor gabbato resta ancor l’accorto;
essendo che
Öna ’l la pensa l’asen e l’ótra ’l padrù, o ’l mölinér — Una pensa l’asino, l’altra il padrone (o il mugnaio); e poi
Nó ’l gh’è ü förbo che nó ghen séa ü piö förbo de lü, che tradotto dal suona così:
E non si trova mai tanto il gran furbo,
Che non si trovi un più furbo di lui.
Es pò pïàt d’ü cà, es pò pïàt d’öna cagna, l’è l’istès — Essere morsicato (cioè ingannato o danneggiato) da un cane, o essere morsicato da una cagna, è lo stesso.
In ca de làder né s’ga róba — In casa di ladri non ci si ruba — ed è quanto dire: Tra furbo e furbo non si camuffa; Gli astuti difficilmente restano ingannati. Les voleurs ont des lois et peu d’entr’eux les violent, parce qu’ils s’inspectent et se suspectent. ().
Ol diaol al fa la pianata, ma miga ’l coèrć — Il diavolo insegna a far le pentole, ma non i coperchi — cioè per quanto i malvagi siano astuti non sempre riescono a coprire le loro frodi.
Ol mond al völ vès inganàt — Il mondo vuol essere ingannato — perciò Il mondo è di chi lo sa canzonare. Mundus vult decipi, decipiatur. , ne’ suoi Dialogues des morts, ha le seguenti sentenze: Les peuples ont besoin d’être trompés; la vérité est faible auprès d’eux; le mensonge est tout puissant sur leur esprit (Dialogue XXVII).
Per öna olta s’ghe la fa ac a sò pader — Per una volta si inganna anche il proprio padre — cioè per una volta si può accoccarla anche a chi ci conosce meglio, ai più avveduti.
Stó mond l’è pié de ’ngagn — Questo mondo è pieno d’inganni — E’ c’è più trappole che topi, più insidie e inganni che persone da insidiare.
Avarizia
Deus in adiutorium mé nó mè n’ intende; mé pader al fa la ròba e mé gh’la ende — e con variante: Mé pader al fa i solć e mé ghe i spende — È come dire: A padre avaro figliuol prodigo; Chi per sè raduna, per altri sparpaglia.
La ròba l’è miga de quei ch’i la fa, ma de quei ch’i la god — La roba non è di che la fa, ma di chi la gode — Un avaro di mia conoscenza, a chi gli dicea che finirebbe col far ridere e godere i suoi eredi, rispondeva: Nello spendere i miei denari godranno, ma non tanto quanto ho goduto io nel metterli insieme.
L’avaro l’è ’l piö poarèt de sto mond — Il più povero è l’avaro — Così la pensavano anche gli antichi, ed lasciò scritto: Quis pauper? Avarus. Quis dives? Qui nihil cupit.
Nó s’ se porta dré negót — Di là non si porta nulla — perchè L’ultimo vestito ce lo fanno senza tasche (Tosc.).
Bellezza e suo contrario, fattezze del corpo
A töte i mame ghe par bei i sò scèc — A tutte le madri paion belli i loro figli — All’orsa paion belli i suoi orsacchini. Il , nel suo , scrisse pure: No hay padre ni madre á quien sus hijos le parezcan feos.
Bel, belì e belèt l’ è quel che va ’n del bèc — Il bello è quello che va in bocca.
Dol bel nó s’ mangia zó negót — Del bello non si mangia — A giudicare da questi due proverbi parrebbe che il nostro popolo non faccia alcuna stima del bello; ma specialmente il secondo perde della sua materialità e diventa savio consiglio quando si dice per dire che, volendosi accasare, importa nella scelta badare alle doti dell’animo, anzichè alla bellezza del corpo, perchè
o come suol dire ancora il nostro popolo:
Töte i röse i va ’n gratacül — Tutte le rose si convertono in ballerini — proverbio che ricorda i seguenti versi di :
O formose puer, nimium ne credi colori: Alba ligustra cadunt, vaccinia nigra leguntur (Egl. 2).
Bel in fassa, bröt in piassa — Bello in fascia, brutto in piazza — ed a consolazione delle mamme che abbiano un bambino brutto:
Bröt in fassa, bel in piassa — Brutto in fascia, bello in piazza.
Bel tép e bela zét nó i stöfa mai — Il bel tempo e la bella gente non vengono mai a noia — L’ammetto per il tempo, ma non per la gente, perchè
Ol föm al va dré a chi bei — Il fumo, cioè l’albagia e la vanità, va dietro ai belli.
Caàl pissinì al par semper noelì, o al par semper ü poledrì — V. Gioventù, Vecchiaia.
Carne grassa, carne giassa — Carne grassa, carne ghiacciata — Può intendersi: Chi è pingue ha fresche le carni, Chi è pingue è più sensibile al freddo, ed anche meno sensibile al fuoco dell’amore.
Chi bel völ comparì, impó d’mal l’à de sofrì — Chi bello vuol parere, la pelle del viso gli convien dolere — Pena patire per bello parere.
Chi è bröt è a’ malgarbàt o malinastùs — Chi è brutto è anche sgarbato — Chi è brutto, è brutto e dispettoso.
Chi gh’à ’l gós, gh’à töt cós — Chi ha il gozzo, ha tutto — e forse s’intende che chi ha il gozzo, ha ogni deformità.
Del pél rós póe ghe n’è e manc ghe ’n fós — Del pelo rosso poco ce n’è e manco ce ne fosse — perchè, al dire de’ Toscani, rosso è mal pelo. E : Crine ruber, niger ore... Rem magnam præstas, Zoile, si bonus es. Anche nell’Andalusia si suol dire:
Dòna pelusa o mata o virtüusa — ed anche dicesi: Om pelùs o mat o virtüùs — Donna pelosa matta o virtuosa — e lo stesso dicesi dell’uomo.
La bela sbiaca e ’l bel belèt l’è quel che va zo per ol bèc — La bella biacca ed il bel belletto è quello che va giù, per il becco — Una buona e sana alimentazione dà un bello e non finto colorito.
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The end
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