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Vita di Dante, Petrarca e Boccaccio

Giannozzo Manetti · 1838 · Free in the US

10,503 words · about 44 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Giannozzo Manetti
Language
Italian
Published
1838
Length
10,503 words · about 44 min
Sections
4 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (4)
  1. Front matter under 1 min
  2. Dedica about 1 min
  3. Proemio about 5 min
  4. La vita di Dante poeta about 38 min

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Front matter

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Indice

Dedica

A SUA ECCELLENZA REVERENDISSIMA

MONSIGNORE

DON DOMENICO-BENEDETTO

BALSAMO

ARCIVESCOVO DI MONREALE

COMMENDATORE DEL REAL ORDINE DI FRANCESCO I. PRESIDENTE DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE IN SICILIA ECC. ECC.

MONSIGNORE

La gentil maniera, onde non è guari, le fu in piacere esternarmi per lettera il suo special gradimento della prima parte del presente mio letterario lavoro, rendemi oggimai vieppiù animoso a intitolarlo all’E.V.R.ma del tutto finito. E portando in esso al nostro idioma le vite, secondo il Manetti, de’ primieri lumi della moderna letteratura, de’ padri della leggiadrissima itala favella, e poesia, mi do alta fidanza, che andralle a genio la lettura del mio libro. Che se questo di ogni altro pregio vedrassi sfornito, emmi dolce però, non manchi de' valevolissimi di Lei auspici, che a tanto buon successo ha saputo percorrere l'ameno aringo delle lettere, e le ha in ogni tempo sommamente protetto. Monsignore, se cosa di meglio io mi avessi, non a più illustre, ed egregio uomo, che a Lei R.ma la offerirei; poichè sì decorosamente Ella appartiensi alla Congregazion Cassinese, ed alla patria nostra Messina; e vantando tutt'i titoli a la pubblica benemerenza, tien pure diritto a la peculiare mia osservanza, ed a quella venerazione, con che riverentemente mi dichiaro

Di V. E. Rev.ma

Proemio

Gli antichi pregevoli manoscritti, che si tengono nella biblioteca a me commessa del Monastero Benedettino-Cassinese di questa, mi ànno dato la bella opportunità di spendere alcun tempo a frugarvi per entro, sperando di potere una qualche opera inedita rinvenire, e poscia farne tesoro per la letteratura. Fra’ medesimi un codice ho letto, che le vite contiene di più uomini illustri dell’antichità, la cui biografia ne lasciò scritta Plutarco; e queste sono nella maggior parte dall’originale greco per vari autori volte in latina Tale è la vita di Dione, e di Marco Marcello tradotta per Guarini Veronese; quella di Camillo per Antonio Tudertino; quella di Senofonte, e di Pericle per Lapo, dedicata al chiarissimo Giovanni Vitellino Patriarca di Alessandria, e Arcivescovo di Firenze; tale è la vita di Catone per Francesco Barbaro, ed altre similmente.

E sebbene vi si contenga tutta di nuovo compilata la biografia di Marco Tullio Cicerone per Lionardo Aretino, e di Virgilio Marone per Donato Grammatico; pure le vite, che più anno richiamato mia attenzione, son quelle di Dante, di Petrarca, di Boccaccio nel suddetto codice comprese, e scritte da Giannozzo Manetti.

Il Manetti nacque in Firenze nel 1396, e morì in Napoli nel i45g. Egli venne in conto de’ più dotti del suo secolo, che molto per le sue opere si distinse; ed il Tiraboschi in una delie note a la vita di Dante lo ricorda come scrittor degno di molta fede. Il suo merito letterario vien contestato da Apostolo Zeno, dal Muratori, dal Cortese, e da altri, che lo vantano come autore di opere, e storie diverse, ed espertissimo conoscitore del latino, del greco, dell’ebraico idioma. Mosso dunque sì dalla rinomanza di questo scrittore, che dal vivo desiderio di rendere sempre più chiaro, ed illustre il nome dell’altissimo poeta, che primo siede sul Parnasso Italiano, e ogni altro: vantaggia in sapere, e leggiadria, mi sono adoperato ad interpretare, e volgarizzare la vi- ta di Dante; non già perchè sia inedita, o chè ne manchino altri biografi, essendovi molti, che ne scrissero, come il Boccaccio, il Villani, il Bruni, il Filetta, ed altri del secolo XIV e XV; ma per le varianti, le quali in questo codice possono trovarsi; e per illustrare maggiormente lo storico racconto della vita di quel Sommo, mica non alterato, e fedelmente per me tradotta

Inoltre a questo lavoro mi sono accinto, per far chiaro serbarsi nelle nostre biblioteche manuscritti preziosi, qual’è questo, che la vita di Dante comprende, conformemente scritta ne’ principali aneddoti a ciò, che altri famosi storici mandarono a la memoria dei posteri, e scevera di quelle lunghe disacconce digressioni fatte da taluni de’ succennati biografi del nostro poeta. So bene, che di un consimile manoscritto trovatosi nella biblioteca Laurenziana, fecesi dal de-Meo la pubblicazione nel 1747; ma le varianti, che, siccome ho detto, potranno aversi, e la nuova italiana versione di biografici riscontri, e brevi annotazioni corredata, mi ànno inspirato dolce lusinga, che potesse gradevole a’ saputi cotal mio studio riescire. Nè mal mi apposi in questo divisamento; poichè come prima si ebbe conosciuta una parte del mio lavoro, inserta nel Giornale scientifico letterario per la Sicilia, dai più buoni cultori delle amene lettere, ei fecero buon viso, e vennero meco in sulle parole cortesi d’incoraggiamento, esternandomi sentimenti più forti, che una semplice approvazione. Onde di buon grado diedi opera a traslatare le altre due vite, quella cioè del Petrarca, e del Boccaccio; che assai mi cale ancor di nuova luce si accresca la memoria di sì valorosi padri della moderna letteratura. E quando tanto che il voglia, io per me non riesca a poterli gloriare, mi tornerà sempre ad onore il volerlo, e lo adoperarmene in parte; sendo che mi muove a un tanto laudevole desío ragion di riverenza, e gratitudine verso loro, che pur cospirarono a gloriosa fama de la nostra Sicilia. Perciocchè fu l’Alighieri il primo, seguito dal Petrarca, e da tutti quei, i quali ardentemente zelano per l’onor dell’Italia, che nel sno libro della volgare Eloquenza a noi Sicoli riferì l’epoca felice della fondazione del cortigiano volgare, ossia sermone italico, che nella nostra terra, pria che altrove, per la maestà di Federigo, e Manfredi, Principi d’alto cuore, e per l’opera de’ poeti prese in certo mode forza, gentilezza, armonia.

Oltre alle cose già dette, èvvi nell’antica scrittura, che ora per me viensi a pubblicare, un cenno critico sul merito di ciascheduno dei tre sommi nostri poeti. Il Manetti nel tramandare a la posterità le più contezze dei costumi, delle opere, della vita di quest’illustri Italiani, volle benanche lasciarne profferito suo particolare giudizio, vicendevolmente comparandoli fra loro. In guisa che a molto senno ei dimostra, essere l’Alighieri agli altri due preferibile per virtù cittadine, e per altezza di sapere: andar Petrarca al di sopra di lui nella perizia delle latine lettere, e della storia: rimaner superiore e all’uno, e all’altro il Boccaccio nella conoscenza del greco soltanto, e nella toscana prosa. Siffatto parere del Manetti ho riportato in fine del presente libro, e l’ò del pari in volgare ridotto.

All’ultimo mi corre debito di venire brevemente sponendo i distintivi del nostro Codice. È desso un volume in foglio con indice brevissimo, e senza numeri: la carta è doppia: i caratteri vari secondo le diverse vite, cioè ànno talvolta del semi-gotico, talvolta del latino tondo, e di questa specie sono le tre, onde parliamo. Frequentissime sono, e difficili le abbreviature: spesso si veggo- no due punti, senza che ne faccia mestieri nel corso de’ periodi, e non mai alcuna virgola, nè verun dittongo: i tratti di unione di una linea con l’altra, che segue, o retti, o trasversali; e di rado le linee vengono ugualmente terminate. Le lettere per lo più piccole ad ogni cominciamento di periodo; e nelle divisioni dei paragrafi, che pur sono rare, le iniziali veggonsi assai discoste dal rimanente delle parole. Tutte queste cose, e massime la brachigrafìa nel manuscritto di sovente usata, fanno rilevare, essere della stessa epoca del Manetti, o di poco appresso, sul declinare del secolo XV. Certo si è, che in fine di esso ms: leggesi, essere stato posseduto dai nostri Benedettini nel 1601. Il nome dell’amanuense non vi sta scritto. Ed io non posso in conto alcuno dissimulare, trovarvisi spesse scorrezioni, corse, siccome opino, per negligenza del copista, cioè parole addoppiate, alcune omesse, ed altre fuor di dubbio errate; onde ò stimato pregio dell’opera, queste mende correggere, e in fine di ciascuna delle Vite notarle. Gli errori di latina ortografia vedransi come si ànno nel testo; chè non curai torli, per dare a vedere tal qual’è il vetusto manoscritto.

In quanto a la versione ò dovuto talvolta con la cura, che ò potuto maggiore, attenermi al senso delle parole, e non a le parole. Conciossiachè sogliono di leggieri condonarsi al traduttore le metamorfosi, al dir di un moderno retore, purché egli conservi al pensiero il medesimo corpo, e la medesima vita. Così non ho servilmente tradotto, nè messo in dimenticanza lo avviso di Fiacco, che scrivea a’ Pisoni: Nec verbum verbo curabis recidere fidus.....Interpres. Mi lusingo del pari, non aver dato in fallo nel determinare la relazione di alcuna delle latine espressioni; il che, se fosse accaduto, potrebbesi, non a torto escusare per la deficienza, che àvvi nel manoscritto, di quasi tutti i segni ortografici. Certo che con maggior sicuranza sarei andato, e men di fatica, se avessi potuto riscontrare lo stesso ms: pubblicato dal de-Meo; ne avrei tutte le diversità nella leggenda rilevato, non che gli errori più spacciatamente corretto. Ma che fare? se molto di quel che abbisogna, non trovasi in queste nostre monche biblioteche? Altri potrà assumerne l’impegno; ed io gliene saprei grado, se rendessemi avvertitoci quanto per me stesso non mi è venuto fatto rinvenire. Ti prego in fine, amico lettore, che mi sii largo di cortesia, e compatimento.

La vita di Dante poeta

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chiarissimo poeta trasse origine da Roma, secondochè pare, lui volere in alcun luogo indicare; ma ripeteva il principio della sua schiatta da un certo Eliseo della famiglia dei Frangipane, come taluni per inventerata opinione rapportano. Firenze, che fu da molto tempo pria fondata dai militi di Silla, sia da Attila Re degli Unni, sia da Totila Re dei Goti, confuso per la somiglianza di amendue i nomi, è certo che al tutto, o in parte, comunque ciò fosse, sia stata distrutta. La quale l’inclito Carlo Re dei Franchi assai egregiamente avea rifabbricato tre cento anni dopo la sua rovina, se da Attila, dugento se da Totila questa ne venne; e Carlo già godevasi nome di Magno per la grandezza delle sue imprese.

In questo tempo che risorgea Firenze, un certo Eliseo giovane Romano più di ogni altro egregio, si racconta, essersi colà trasferito. Imperciocchè questo romano giovinetto, è incerto, se si fosse portato ad abitare la città rinascente con molti altri Romani coloni, sia fuggendo le moltiplici, e quasi infinite stragi ai Romani inflitte prima dai Goti, poi dai Vandali, infine dai Goti reiterate; ovvero trasmesso da Carlo Imperador dei Romani, che seguì il loro antico rito; tuttavia di certo si crede per ciò che sta scritto, essere lui stato in Firenze. Dappoichè i Romani già da gran tempo avean sofferto da quei barbari testè rammentati varie, e quasi infinite stragi di ogni genere. E già da guari nuovi coloni spedire soleano, per accasare nuovamente nelle città, ai quali davansi predì a coltivare, e luoghi per abitare; onde queste spedizioni di cittadini, e assegnazioni di campi appellavansi colonie. Del di costui avvicinamento dunque o questa, o quella qualsivoglia causa prendersi io stimo, benchè l’una sembri dell’altra più verisimile, pure vi poterono concorrere entrambe separatamente. Dipoi per lungo volger di anni la razza di questo Eliseo assai propagatasi, si rendette infine troppo numerosa. Appresso intervenne, che, abdicato l’avito suo nome, da Eliseo tra suoi primo abitatore di Firenze, tutti Elisei si cognominassero. Pertanto in questa illustre famiglia degli Elisei, molto dopo per ordine di successione, è fama, un grand’uomo e per ingegno, e per possanza esser nato, detto Cacciaguida, il quale per alcuni suoi gloriosi fatti militari sotto Corrado Imperadore pugnando, decorose insegne di milizia meritatamente riportò.

Questo adunque nobil Cacciaguida, messi da banda Moronto, ed Eliseo due suoi fratelli, come al nostro proposito strani, sposò una donzella di belle fattezze, e assai robusta, dell’illustre famiglia degli Aldigheri di Ferrara, da cui fatto lieto di molti figliuoli, un di loro, per gratificare a la sua donna, nominò Aldighieri cognome della di costei famiglia, benchè tolta via la d, come non di rado suol farsi per miglior suono, in vece di Aldighieri il chiamasse Alighieri. Le opere di questo tosto furono sí chiare, e tante, che i posteri suoi, come una volta i maggiori preser cognome di Elisei, lasciato quello di Frangipane, cosí al presente in cambio di Elisei, dappertutto Alighieri si addimandano da questo primo, e famoso Alighieri. Fra’ molti, che per lungo tempo da lui si ebbero discendenza, finalmente imperando Federico II, un’altro Alighieri visse, che padre fu di quel Dante, di cui scriviamo.

In tanta, e sí chiara famiglia nacque Dante nel 1265 della cristiana salvezza, vacando l’Impero Romano per la morte del già memorato Federico II; sedendo Clemente IV nel sommo Pontificato. Or taluni dicono, essere in sogno comparso a la madre, poco prima che fosse partorita, uno strano fantasma, che su verdeggiante campo a lato ad una chiara fontana, sembravale farlesi avanti, e quivi sotto altissimo alloro vedevasi un figliuolo venire a luce; il quale delle cadenti bac- che di lauro, come delle acque del limpido fonte assai ben nutrito, si era in breve tempo già fatto pastore, e mentre sforzavasi a raccorre foglie di alloro, parea ch’egli cadesse, e poi in paone converso si vedea levare. Queste cose, e siffatti bei sogni di preganti donne, massime nei primi parti, esser veri io di leggieri crederei; perciocchè, costa, da ottimi autori essere stato scritto e di Dionisio tiranno de la Sicilia, e del nostro tra poeti preclarissimo, e di alcuni altri infine eccellenti uomini, aver veduto egregie cose le loro pregne madri nelle dolce quiete del sonno. Sembrò a la genitrice di Dionisio già incinta, partorire un satirello: consultati gli Arioli, potentissimo, e chiarissimo dover esser lui, risposero. La madre di Virgilio similmente al puerperio vicina, spuntar vedea un ramo di alloro, che cresciuto, e tramutato in maravigliosa specie di albero, poco dopo il rimirava aggrandito, e di varî pomi, e fiori ricolmo; al dimane poi di Marone sgravossi. Sembrando dunque tali cose, e altre di simil fatta, essere state da ottimi autori scritte, non comprendo alcerto, perchè cotai sogni, quasi nello stesso genere di visioni, intorno al nostro poeta sí chiaro, sí celebrato non sol non abbiamo a cre dere come veri, ma sì bene come effettivi oracoli non reputarli per quel che ne conseguì, special mente a chiaro conoscendosi, esserne stato ciò tramandato da qualche grave osservatore dei fatti, e della vita di lui. In questo sí bel modo nato l’in- fante, e assai lieta fortuna di patrimonio sorridendogli, come se a bella posta fosse stato fatto, con giusto nome, e fauste cose i suoi genitori quasi presaghi dello avvenire il chiamar Dante: e dicono, esser lui stato di ottima indole, pressoché divina. Venuto in età di potere apprendere, ben tosto i primi elementi delle lettere in mirabil guisa apparò per l’eccellenza del suo ingegno, tuttochè, oh meraviglia! ardesse di veementissimo amore di una troppo vaga donzella. In questi suoi amori in vero un che di ammirabile si scorse; e però di qual modo in sí tenera età, e sí presto vi sia caduto, stimai non istrana cosa opportunamente in questo luogo inserire, dovendo tutti narrarne per ordine i fatti de la sua vita, ed avendo di tal cosa in ispezie egli stesso fatta menzione in alcuna parte dei suoi libri.

Era in quel tempo antica costumanza dei cittadini in ogni anno nel dì primo di maggio uomini, e donne in frotta per vichi, e vicinati splendidamente banchettare, insieme raccolti nella casa di alcun dei vicini, e celebrare pomposamente il dì festivo, giusta il costume, colla solennità delle danze, dei canti, e delle sinfonie, infine con ogni sorta di strumenti. Intorno a che un certo nobile cittadino di nome Folco della cospicua prosapia dei Portinari, seguendo l’antico rito di una tal celebrazione, per avventura in quel dì ragunato avea in sua casa moltitudine di uomini, e donne. Fra gli altri poi Alighieri, che padre abbiam detto del nostro Dante, era intervenuto, come vicino dell’ospite, e seco lui condotto avea il pargoletto figlio di quasi nove anni. Celebrato poscia il solenne convito, e rimosse le mense, Dante in disparte, come è uso di fanciulli, cogli uguali trastullavasi; ed il rimanente della brigata più adulta tratteneasi in ridde, e canti, e suoni.

Nella gran folla dei bamboli, che giuocavano, era per sorte una fanciulletta chiamata Bice figlia dell’ospite, benché Dante soglie in cambio di Bice, con più significamento Beatrice sempre nomarla. Costei in vero era sí generosa, sí venusta, infine sí morigerata, che parea di costumi più eccellenti delle altre uguali, e ancora non avea che otto anni circa, siccome egli stesso in alcun luogo degli scritti suoi chiaramente attesta. Siffatte cose particolarmente il giovinetto d’indole divina di troppo ammirate nella generosa fanciulla, dell’amor di lei tutto a un tratto, incredibile a dirsi l fu vivamente preso, e così incantato, che costai suoi amori penetrarono addentro le sue tenere ossa, internati e impressisi nelle midolle (11). Che anzi fino a tanto vi stettero inerenti, che non solo, vivendo lei, non mai gl’intermise, ma quel che è più ammirevole, dopo l’acerba di lei morte, che nel vigesimo quarto anno dell’età la colse, Sino all’estremo giorno del viver suo sempre gli nutrì, essendo per più anni ancor di più vissuto. Nulladimanco tale e tanto amore fu scambievolmente sí onesto, che non mai prese tra loro alcun aspetto di turpitudine. Travagliato dunque da sí violenta passione il fanciullo più di ogni altro egregio, e dedito tuttavia allo studio delle lettere, in mirabil guisa, come testè abbiam detto, i primi elementi ne apparò. Dipoi sul finir della puerizia, morto già il padre, applicossi alle arti degne di un libero, e però dette liberali, per consiglio de’ congiunti, e particolarmente di Brunetto Latini, uomo in allora eruditissimo; in ognuna delle quali di certo, è incredibile, quanto in breve tempo progredito; giacché a la dialettica, ed a la Retorica mirabilmente congiunse profonda conoscenza di tutt’i mattematici. Indi fatto giovane, più che ad ogni altro, sia addiede a la poesia, e tanto valore ben tosto acquistonne, che di un subito famigliari gli divennero quante cose i nostri poeti scrissero, di che forse più opportunamente diremmo in appresso. E tutti questi studi delle belle arti in Firenze coltivò negli anni ancora teneri; ai quali benché dedito a tutta possa, non però mica trasandata altri doveri pertinenti ad un uom libero. Dopoichè conversava con gli uguali, e tutti gli offici propri dell’età sua eseguiva; intantochè in quel memorabile conflitto, che felicemente sostennero i Fiorentini contro gli Aretini in un dei loro campi, detto Capaldino dagli abitanti, non ricusò battersi per la patria nella prima schiera, com’ei in una sua pistola accuratamente scrive, disegnando la forma di quel combattimento. In questa terribile avvisaglia portò gravissimo pericolo; perciocchè dubito fu per qual- che tempo il combattere, incerta la vittoria (111). Gli Aretini cavalieri frementi in vero nel primo empito contro le schiere equestri dei Fiorentini, a tal segno gli rincalzarono, che astretti a indietreggiare, si rafforzarono poi tutt’in un corpo coi pedoni. E questa unione colla fanteria non solo immegliò pei Fiorentini l’aspetto de la pugna, ma bensì fe' rimaner vinti gli Aretini, che di fuga inseguivano i nostri, dietro lisciata per gran distanza la loro padestre schiera; perlocchè indarno cercando subito a quella riunirsi, in niun conto più poterono superare. Di tal maniera i nostri come trionfanti tornarono in patria, proclamando vittoria su' nemici sbarattati e rotti.

Frattanto la pulzella, che Dante unicamente amava da prematura morte vien rapita; ed egli di florida età, è inesprimibile, quanto se ne fosse accorato; perciocché lungamente, e spesso in lacrime ruppe, in urli, in lamenti, e sospiri, più che ad uomo, che sì grande esser dovea, sembrasse dicevole; e si racconta, essersi tanto scosso per veemenza di dolore, che in quei giorni di lutto poco abbia mangiato, e poco anche dormito. Indi fatto scarno, malsano addiveniva; perocché in niun conto avean giovato l'esortazioni, ed i conforti degli amici, e dei consanguinei, che anzi vieppiù ne prendea motivo di attristarsene. Per molti mesi dunque sempre più acremente travagliato il suo cuore, non andò guari finalmente, che più docile cominciò ad aprir gli orecchi a’ confòrti degli amici, e fe» parenti, 1 quali esortavamo a le*

nire un sa acerbo dolore. Ma i congiunti premurosi, Siccome coti veni va, della salute di liii, prega van lo à vive istanze, che moglie si togliesse, essendone opportuno il tempo ,< e giudicandolo come unico rimedio all' amaro sua cordoglio ; ai quali lunga petza avendo riluttato , dalle loro preghiere vinto alfine, non molto dopo, compiuto già il quinto lustro, moglie si prese ; nè tuttavia ciò , per cui fatto avealo, potè conseguire; nella qual cosa alcerto sembra, essergli stala avversa fortuna, che tutto può. Dapoichè ebbe moglie della chiarissima famiglia dei Donati, chiamala Gemma, troppo dispettosa, siccome leggiamo di Xanlippa moglie di Socrate filosofo CirJ. Per la qual cosa all'angustia dei suoi fallili amori l'altra non men molesta di una im- portuna moglie erasi congiunta; acanto fu alieno, che glien tornasse solazio , e cofiforto, che anzi per c^gion di colai donna assai più visse doglioso, e tristo. Sforza vasi invero, tollerare al di dentro i pravi di lei costumi, per non esporsi fuori a le insolenze di temerarie pettegole. Dicesi pertanto a la lunga aver lui durato i» siffatto modo la osti- nata indiscretezza della moglie; ma stanco a fa fi- ne di più comportarla, avuti da lei molti figliuoli, così al lo mancasene, che quasi per fatto divorzio neppur ..abbia in avvenire volentieri sofferto l' in- contro di lei.

Toltasi dunque moglie nel modo succennato, ed avutone figliuoli, la nuova- cura del sostentamento de 1* iamgfo» «oom’è conwttnfa, spineto ad ingerirsi negli sfibri dtlla Repubblica. A questa in vero» Tanno quasi trentesimo dell’età sua volgendo, dolila eoo ardenza, cosà di por tossi, che non molto dopo per le singoiavi sue virtù, a comune consentimento, di cittadino sommo Tenne in fama. Indi a poco con grande onore gravi impieghi di città sostarne, e decorose magistrature; dapoiebè osate si rivolse al governo della Republica» tosto per le sue ammirabili virtù non immeritevolmente fu assunto, e scelto al sommo magistrato della città, volgarmente detto Priorato, in tempo che i magistrati, giusta l’antico costume dei Romani, creavansi per elezione a voti, non per aorte oome di presente A questo supremo grado di dignità, costa, essere stalo lui trascelto nel i3oo della cristiana salvezza. Pertanto se nel x365 dell’Era volgare ei nacque, e nel i3oo fu crealo dei Priori, è chiaro, essere stato a tal dignità assunto nell’anno trentesimo quinto dell’età sua. Non potendo adunque in questo suo magistrato alcun grave disdoro de la città tollerare, avvenne, che taluni egregi, e notili cittadini in quel tempo fossero, lui precipuamente adoperandosi, da la città scacciati. E perchè la cosa venga meglio a chiarirsi, le cause di ootal: relegazione siu da la prima origine ripeteremo.

Da molto pria dì questa epoca di’ relegazione erano cominciate in Fiorenza due fazioni, una de le quali volgarmente chiamavasi dei Guelfi, l’altra dei Ghibellini, che variamente, e scambievolmente contrastando, assai più si vedea prevalere il partito dei Guelfi, relegati in parte gli avversarj, e gittati in calamità quei, che vi rimanevano. Nulladimeno in questi stessi tempi, in cui siffattamente i Guelfi signoreggiavano, altra fazione, oltre le due poco anzi rammemorate, derivando da Pistoja, al tempo stesso del Priorato, nel seguente modo surse in Firenze. Era in Pisioja una certa razza più di ogni altra eccellente, e nobile in vero, detta comunemente dei Cancellieri dall’autor medesimo della schiatta; i componenti questa famiglia, insorte dapprima discordie tra loro, in parti si scissero. Indi a poco provocandosi a vicenda con grande nimistà d’ambi i lati, si venne finalmente alla effusion di sangue civile. Dacchè tutta Pistoja in due si divise, questi Bianchi, quelli Neri con nomi affatto nuovi, come suole accadere, volgarmente ai chiamavano. Peraltro i Fiorentini ciò vedendo, e a mal grado sopportando, che sí bella, e sí vicina città per le civili dissensioni soltanto, fosse fuor di dubbio in pericolo della strema sua ruina, presane cura, i capi faziosi ammonirono in quella, ed avvicinatigli, a Firenze gli condussero. Alcerto questo conducimento dei Pistojesi cominciò dapprima a corrompere Firenze; poco dopo a guisa di contagio quasi l’intera città infettò; poichè alcuni coi Bianchi, altri, che bisogno di parole a provarlo? parteggiavan coi Neri. In fine dalla sola fazione de’ Guelfi due ne sorgono apertamente in Fiorenza; cui però agognava sedare l’inclito nostro poeta in vero ottimo cittadino; chè se cotali dissensioni un po’ più per le lunghe fossero andate, assai ne temeva la rovina de la città. Ciò ripetutamente invano tentando, statuì per lo avvenire tenersi da tutti gli uffizii della Repubblica, e seco medesimo passar vita in ozio; il che poscia non fece vinto e da la bramosia di gloria, di che naturalmente era avido, e dal favor popolesco. Innoltre i consigli, e le preghiere degli amici lo svolsero, dal proposito di lasciare il governo de la Repubblica, che apertamente sostenevano, poter lui più di leggieri al trambusto de le civili discordie ovviare da uom pubblico, che non se da privalo vivesse. Quindi non abbandonata la cosa pubblica, consentì in fine a quella parte, che più di onestà sembravagli sarebbe per avere; perchè non esitò mica a’ Bianchi collegarsi(VI). In maniera sí perniciosa il morbo delle civili discordie per quasi tutta la città si estese, che famiglia alquanto illustre non fuvvi, la quale abbia potuto da tale infezione schermirsi. Per la qual cosa intimoriti i capi del partito Guelfo, che, per si ostinate difese dei suoi la Gibellina fazione nuova lena non riprendesse nella città, ricorsero a Bonifazio VIII sommo Pontefice, piamente scongiurandolo che ovviasse per Apostolica autorità a questo futuro, o piuttosto quasi nascente danno. Il che invano tentato avendo il Pontefice, ne seguirono poi più ì *7

gravi contese; e latito si erano già accalorale, che più di so venie venivasi a le anni. £ quella parte di cittadini, che cbiamavansi Neri, vedendo gli avversari!

assai più potenti nel governo de la Repubblica , non potevano in buona pace il )oro ascendente sofferire; che anzi si doleano per ciò, che dal contrario parlilo scegliessero il più delle volte tuil’i magistrali della città. Di che sovente querelandosi tra loro, finalmente a consiglio sì ragunarono nel tempio della Trinità; dove molte cose variamente di quà, e di là discusse, siccome spesso suole intervenire nelle pubbliche adunanze»

in line al lima deci sto n-d*! consiglio si fu, di doversi prescolare al Pontefice, per chie4ergli, che fossesi degnato un qualche principe di regale stirpe spedire, per dirimere le civili discordie, e comporre a pace la città. Un tal consiglio, i priori come seppero, ch’era stalo privatamenie lenuio ii*~ torno alla Repubblica, da quegli nomini di avversa fazione che avevano di subito impugnato tu armi, gravemente «il soffrirono. Dante, il qualé era tra Priori più degli altri siffatta rag una La, ed il consiglio di chiamar qualche principe nella città mal comportando, siccome mollo valea per ingegno ed eloquenza, a’ col leghi persuase che animo riprendessero, e la libertà cittadina coraggiosamente difendessero; e gli autori di un lai fatale con.siglio , parendogli che per la loro presenza sempre si turbasse la civile libertà, pria di mito cacciasse!’ via dalla patria. Questo pelò fàcilmente per \ guade, che tutti conoscere i suoi voleri, ed eseguirli ansiosamente aspettavano.

Così gli autori di siffatto consiglio uomini ragguardevoli peraltro, e principalmente Messer Corso Donati personaggio illustre dell’1 ordine equestre, e Geii Spini, e Giacchinotto dei Pazzi, e Rosso Tosa, e taluni altri capi dei Neri da la città scacciarono, e punirono di esiKo; e siccome soventi volte, ha soluto accadere nelle tumultuose dissensioni dei cittadini, non solo i detti capi dei Neri, ma si bene alcuni principi dèi Bianchi furono sbandeggiati* Conciossiachè e Messer Gentile, e Torrigiano uomini dell’Ordinè cavalleresco, e Guido Cavalcanti, e Baschi era de la Tosa, e Baldinaccio Adi mari insiem con esso loro esuli n* andarono. Indi a poco non avendo modo le dissensioni, l’istesso Dame sì come oratore de la concordia venne spedi Lo al sommo Pontefice Bonifazio. Pertanto in questo sLesso tempo* de la sua legazione.

Corso Donati era già reduce a Fiorenza; Onde non guari dopo il di costui ritorno, Dante medesimo, che quasi per se solo, come abbiam qui sopra detto , aveagli cagionato la relegazione, variamente mutando le cose la instabil fortuna, insiem con alcuni altri illustri cittadini in bando è messo per l’invidia, che si avea per Ja dignità di Priore attirato (rit). Dapoichè richiamandosi dall’esilio Ì capi già detti del partito dei Bianchi, cacciati via i Neri, una tal parzialità tra cittadini troppo di mala voglia Bonifazio Pontefice sofferse. Mosso dun- que da tate indegnazione, un certo Carlo de* Reali di Francia mandò in Fiorenza; il qudle si per venerazione de) sommo Pontefice, che per riverenza del nome Francese benignamente nella città accolto , assai non lasciò scorrere di tempo, che rivocò dallo esilio i Neri; ed i Bianchi mandò fuori della città per una certa relazione di Messer Pietro Ferranti suo barone; giacché qnesti asseriva, tre dei Bianchi aver da lui a viva istanza richiesto, che si con Carlo adoperasse, da far che la loro parte rimanesse superiore nella città; se ciò facesse, diceva, aver essi promesso di consegnare Prato ffrilIJ *D lui po.tere. Le lèttere di siffatta postulazione ei mostrava munite dei suggelli dei pretensori, le quali con alcune altre pubbliche scritte ancor di presente nel Palagio si osservano. In questa relegazion dei Bianchi, Dante, comecché fosse stato spedito ambasciadore al som pio Pontefice per la civile concordia, pure per gì’ infausti comizi!

del suo priorato, siccome egli stesso in alcun luogo narra, di esilio fu dannato per iniquisaissima legge, colla quale si prescrivea, che il Pretore urbano i falli nel Priorato innanzi commessi, contuttoché preceduta ne fosse assoluzione, fòsse tenuto prenderne conoscenza, e punirli* Per co tal legge dunque Dante citato., e non comparso, ad esilio, e proscrizione iniquamente vieii condannato fix). Perchè la plebe istessa ansiosa di novità pochi dì appresso corse alle, case de’ testé relegati con animo di porle a sacco. Quindi le loro abi- tazioui dentro città lasciò vóte quasi del tutto; i predi devastò; ed il rimanente dei loro beni fu* rono o incorporati all’Erario, o dati in preda a’ vincitori*

Ma fosse, che tu Patria Firenze un si atroce delitto non avessi commesso; perpetua Unente non avrestì meritato al certo tanta, e sì grave marca d’ignominia 1 Questo esigi io in vero del tuo poeta, che si vituperevole rende il nome tuo, non posso per quanto mi vaglia, anche al presente di quieto animo tollerare. Se pertanto in questo non mi è possibile più lungamente intertenermi, senza che al par di lui con veemenza sclami w Perdona, ti pre* go, o madre Fiorenza 1, 0 stolte menti degli uomini 1 o indegne contese de’ cittadini 1 o ingiusti procedimenti dei mortali 1 Che ne speravi tu patria Firenze, cacciato in bando un tanto singoiar poeta, un insigne tuo cittadino di te si benemerito?

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