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LA SCIARADA, APPENDICE ALLE ANTICHE POETICHE; DI BENNASSÙ MONTANARI V E R O N E S E EDIZIONE SECONDA
In Pisa, co’ tipi di Ranieri Prosperi, Stampatore dell’I.E.R. Università M*DCCC*XXXVIIII.
Indice
Dedica
AD ADRIANA RENIER ZANNINI PER ECCELLENTI DOTI DI CVORE E D’INGEGNO LODATA DA TVTTI E LODEVOLE E IN DECIFRARE L’ENIGMA QVI PER ENTRO CANTATO PIV` TOSTO CHE RARA VNICA L’AVTORE OSSEQVIOSO
Avvertimento
...canit ambages, Obscuris vera involvens. Virgilio.
AVVERTIMENTO Dell’Editore Pisano
Dacchè nessuna copia trovasi in commercio del presente Poemetto, stampato or fa due mesi in Venezia coi tipi del Gondoliere, si crede far cosa grata al pubblico nell’offerirgliene una novella edizione, onde soddisfare alla comune curiosità in un argomento per così dire di moda, non essendovi ormai sociale convegno che non ne faccia oggetto di piacevole trattenimento. Vogliamo astenerci dal far parola del merito di questa poesia; chè troppa presunzione sarebbe la nostra, il metterci innanzi all’altrui giudizio; bastando a noi l’uficio di diffondere anche in Toscana un libretto, che nell’alta Italia forma le delizie di chiunque lo possiede, e sa apprezzare il buon gusto, l’eleganza, la vivacità, l’armonia ed ogni ornamento di stile onde rendersi gradita una poetica produzione, alla cui buona accoglienza contribuisce altresì la novità della materia non mai trattata in via didascalica.
Poema
In quel travaglio dell’umana mente, Per cui, di voci con industre ambage, Altri un’idea nasconde, e di confuso Barlume la ricinge, altri, col raggio 5D’un acuto veder, l’incerto e fioco Artefatto crepuscolo rischiara, E a trovar giunge l’involuta idea, Ogni gente si piacque ed ogni etade. Chè ciò pur dall’ingegnito deriva 10Desiderio dell’alma, anzi bisogno, D’esercitar sue posse, e trar dagl’imi Penetrali, ove giace, un arduo vero. Io non dirò che con tai sorta d’enigmi Tentasse la Sabea Viaggiatrice 15Di Palestina il coronato Senno: So che l’uomo ed il mondo enigmi sono, A noi proposti dall’eterno Saggio, Cui strigar tenta invan chi non invoca L’oracolo, che rende in fra i cipressi 20Dell’eterna Sion gli alti responsi; E che per questo a’ suoi beati regni, Odorosi di balsami e d’aromi, Forse diè ’l tergo la prudente Donna. Ma certo in riva ancor del fiume sacro, 25Che ora udia spaventevoli i profeti
Minacciar sovra Giuda il brando Assiro, Or, sfavillanti di celeste gioja, Prometter Lui, che di sua diva fronte La monda umanitade entro ci terse, 30Grazia trovâr questi ingegnosi ludi. Da chi si ciba il cibo, e la dolcezza Dal forte è uscita, ed a cui ciò mi spieghi trenta tuniche io dono e trenta manti, Diceva, posti i nuziali deschi, 35Della sua giovinezza ai cari amici, Marito allegro, il Nazareo Sansone: E quando i cari amici, a cui di furto Preciso avea quell’impossibil nodo La levità della cianciera sposa, 40Sclamâr: dal forte la dolcezza è uscita, E da lui che si ciba uscito il cibo, Altro non è che discoperto favo Nelle gran fauci di leone estinto; Se non aveste, il Nazareo Sansone 45Ripigliò quasi per enigma nuovo, Colla giovenca mia la zolla infranta, Anco starebbe il mio tesor nel fondo. Similemente il declinar dell’uomo, Le accasciate sue membra, i sensi tardi, 50Quando trascorsa è la virile etade, E pria che colla destra inesorata L’alta Necessità la tomba schiuda, Di Palestina il coronato Senno D’enigmatica nebbia offuscò e disse: 55Tremolan della casa le massaie, I robusti vacillano, ridotti Vedi a picciolo numero e oziosi Quei che soleano rigirar la mola, Il mandorlo di fiori è tutto bianco, 60Per le finestre più non entra lume, Invase attonitaggine profonda Dei cantici le figlie, sulla fonte
L’urna si franse, si spezzò la ruota Sulla cisterna, perchè l’uomo al fine 65Della sua eternità va nell’albergo. Nè, men che in Palestina, in Grecia caro S’ebbe un tal vezzo, e sol perchè rinvenne Di Giocasta il figliuol quell’ente oscuro, Che cammina al mattin con gambe quattro, 70Al meriggio con due, con tre alla sera, Di bile disperata in core acceso, Il portento, leone aquila e donna, Si perigliava dal Teban dirupo; E, se credi a talun, lenta rancura 75I giorni logorò d’un divin Cieco, Cui meno increbbe non veder la terra, E, o placida o in furor, l’onda infinita, E l’aureo Sole e le Titanie stelle; Che d’un enigma, che da scior gli diero 80Sul marin lido scinti pescatori, Non penetrar nella bizzarra notte. Quando più liete le Romulee cene Fea la zampogna del gentil , Scoprimi, ed io t’avrò qual magno Apollo, 85Ove stendasi il ciel tre sole braccia, Uno cantava degli Ocnéi pastori: E perchè Mecenate avea da un canto Il cispo Flacco, e il Mantovan dall’altro, Cui talor, colpa delle veglie dotte, 90Lo stomaco restio sonoramente Improverava, non murena o ciacco, Ma lieve frusto di più cauto cibo, Con salso motto, che d’enigma ha faccia, Dir solea quell’Etrusco Cavaliero: 95Fra le lagrime io vivo e fra i sospiri. Moltiforme è l’Enigma, e nomi ha varii; Ma quello, che fra noi tiene oggi il campo, O ne’ crocchi leggiadri, o ne’ volanti Fogli ingegnosi che ai prescritti giorni
100Pel suolo Italo e fuor l’Adria e l’Olona Invian corrieri del sapere umano, È quando, ai nodi della scelta voce Tronco ogni membro che un’idea concede, Il senso, sotto a vel più fitto o meno, 105Degl’incisi vien porto, e dell’intero. E il campo, io credo, tale enigma tiene, Sendo comodo più; chè su’ tuoi passi Agevolmente un’utile parola Scontri, da coglier quasi fior novello, 110E in parole moltiplici e gradite Con fortunata analisi scomporre: Laddove pur da te, senza la scorta Dell’amico vocabolo, un subietto Rinvenir, che gradevoli alla mente 115Porga relazioni e qualitadi, Contemperando in lui la luce e l’ombra, Ed il deforme sotto a bella larva, Ovver sotto a deforme offrire il bello, Altra indagine vuole, altro consiglio. 120Soltanto dunque le mie leggi s’abbia Dal mio secol l’enigma prediletto, E scluso resti pur de’ suoi germani Il drappel vario: tutte chiede il solo Telemaco di Mentore le cure. 125In qual anno, in qual terra il caro alunno Vagisse prima, raccertar non oso: Un Morelli fin or non surse, o un Mai, Che, con assidua man scartabellando Marciani palinsesti o Vaticani, 130Dalla polve traesse e dagli sgorbi Del suo natal la data avventurosa; Pur di narrar m’avviso un tal mio sogno, Che cortese ne fia di qualche lume. Me ritenea Vinegia, e le notturne, 135Ambiziose per maestri intagli, E più pel marmo della Greca infida,
Non men che dotte amiche stanze, dove Undici nazioni in una sera, La Cinese tra lor, concordi e giusti 140Offerivano incensi ad Isabella; A Isabella, che ohimè! le stanze usate Or non abita più fuor che dipinta. Dei garzon vispi e delle vaghe donne Eletto, più che folto, era lo stuolo. 145V’avea quella gentil, cui Milan cesse, Onde il famoso germogliasse ancora Ceppo del non degenere Soranzo: L’altra v’avea, per cui tonâr di gioia, Quando la salutò sposa Rialto, 150E la natia Verona in pianto stava, I bellici tormenti, e tanta udissi Di cetere armonia sull’onde salse. Agile, come ai passi, ai cari motti, Non mancava colei che le sue sale, 155Prospettanti di Marco il nobil foro, Apre a lauti convivi e allegri balli: Nè lei, che troppo spesso il bel sembiante E i vezzi accorti alle cittadi invola, Per dilettar di sè Tempe frondosa; 160Ch’io vidi, io stesso, al traduttor di Flacco Figgere un dardo nel non vecchio core: O la dolce compagnia, a cui bambina Dava l’Adria contento il proprio nome, Presago che dovea la pargoletta 165Redar dell’ingegnosa amata zia (Che illustrò di Vinegia i dì festivi)
L’anima eccelsa e l’onorata penna. Tra queste d’Isabella il giovin figlio, Nella scuola difficile sì addentro 170D’eccitar fra gli amici un riso urbano Con detti, che va il lepido talora, Volendo ed infingendosi per poco, Del goffo ad acquistar nell’officina; E de’ natii canali il desiato 175Gondoliere, che a un bel raggio di luna Invece degli altrui canta i suoi canti; Col buon prence dall’Ipani alla tomba Della Sirena ambasciador venuto, Ov’ei, credo, affinò l’arti già conte 180D’ammaliar dolcemente ingegni e cori. Il crocchio dilettevole a gran notte Prodotto, e molte tenebre di voci Nel lepido trastullo, ond’io ragiono, Da molti ad or ad or densate e sciolte, 185Partimmo al fin, che già il tonante bronzo Salutava dal mar l’alba nascente. De’ veridici sogni è questa l’ora, Ed io non pria su i taciti origlieri Posai la stanca de’ fantasmi sede, 190Che un’incerta di femmina persona S’affacciò agli occhi miei nel sonno involti. Le membra, dislogate alle giunture, Qual di barbare età creduta maga Che saggiò della côlla o della ruota, 195Opaca ricopria sottana veste, E l’abito di sopra a più colori Era un viluppo d’ingegnosa rete; Crespa la chioma e inanellata, i piedi Di fettuccia strignean giri e rigiri; 200Semplice un velo e senza gruppi un nastro
Non l’adornava; qual visiera o larva La faccia le chiudea cilestra nube. Chi sei, le dissi, e perchè vieni? ed Ella: Veramente io son tal, che palesarmi 205Non deggio; indovinata esser vogl’io; E, se di colpo tu non mi affiguri, Ne incluso il sonno, che le idee scolora. Spesso io vivo con te; le mie parole Odi tu spesso, e colle tue favello 210Io pur talvolta; pochi istanti sono Che ci lasciammo, e me sì ratto obblii? Di romanzi, di storie e di poemi Anch’io m’intendo, e se a men alte cose Scender consento, è solo che benigna 215Indole vuol, che ai piccoli io non nieghi Qualcun talora de’ piaceri miei. Come la rima, che in etadi grosse Nata quantunque, di diletto è fonte, Fonte son di diletto io, che pur nacqui 220A quelle grosse età, quando le care Membra dell’uomo dalle atroci ruote Veniano affrante e dalle corde ingiuste; E affransero a me pur le care membra: Rozzezza e ferità spogliate, il mondo 225Streghe non più, nè eretici tortura; Sola io rimango degli strazii antichi Rispettato vestigio, ultimo sfogo. Anche in dirotti membri io talor apro Un sorriso festevole, ed il bujo 230Discorso tingo d’amoroso mele. Tu, che le reti mie più presto godi Tessere che strigar, non vo’ che troppo Pensar tu debba a discoprirmi; questo Vapor ceruleo, che mi appanna il volto, 235Gl’Italici ombra, scia dissero i Greci, E Sciarada da scia chiamata io venni. Un gran servigio, o mio Fedel, tu puoi
Rendermi, e che tu voglia io non diffido. Molti, come ben vedi, e troppi, io conto 240Seguaci; tanta turba a me non quadra, Perchè, soverchio agevole e diffusa, L’arte invilisce, ed arduo è il bello e raro. Dunque si difficulti, adatte leggi Facciano d’infrenarla, e due guadagni 245Se ne trarrà, perfezione all’arte, E nell’inetto artista o indiligente Della difficultosa arte abbandono. Queste leggi tu detta, e come bello Non è nè usato, che raccolga e chiuda 250La natia prosa peregrini arcani, Così le leggi degli arcani miei Sien da metro raccolte: al naturale Racine apprese della Francia il Flacco Più difficili carmi; e da te s’abbia, 255Prudente amico, più severe norme Chiunque alle mie soglie i passi affretta. Ohimè, che dici? in questo secol norme? Io dettarle? non sai, Donna, risposi, Che la grave Epopea, la insanguinata 260Tragedia scosse a questi tempi il giogo? Di riso obietto ci faremo entrambi; L’acqua alla china correr lascia. Credi, Ella mi soggiugnea, che in uno stato Perduri il mondo? le trascorse etadi 265Gioghi non vider, qual la nostra, scossi, Che poscia ritornaro? al mio comando Non ostar; lunga sperienza hai fatto Presso di me; de’ scaltrimenti tuoi Gli altri scaltrisci; al secol prisco e al novo, 270Da Macro, che cantava erbe e veneni, Al buon Lorenzi, che de’ monti aprici La cultura cantava, ognor fu culla Verona tua di tal, cui le incresciose Regole piacque rallegrar col verso.
275Del bel novero sii, quantunque torca, Sitibonda di lagrime e di sangue, Dal carme didascalico l’etade Gli orecchi disdegnosi, e quasi irrida Le recenti non pur, che Brescia vide 280Scaturir nel suo sen limpide Fonti, Ma le terre le piante il gregge e l’api, Meglio che il pio Troian, che Turno e Dido, A chi cantolle in pregio. Ardua e sparuta La materia non è, ch’io ti presento, 285Più di quella, che un giorno appresentava A’ tuoi concittadin, Fumáno, e il grande Che di Merope in man ponea la scure, Logica, di soriti e d’entimemi Ispida, e l’altra, che con segni diece 290Quasi novera i fior le arene e gli astri. Disse; e il vapor, che racchiudeale il viso, Per l’aere dileguossi, e anch’Etla sparve, Ma non sì ratto, che il cortese aspetto Mirar non ne potessi: un’aurea luce 295E un’ambrosia fragranza allor diffuse Della mia vision s’eran nel loco, Che l’alto sonno ruppermi; io le coltri, Dal suo nume agitato, abbandonai, Nè il furor cesserà, se prima io tutto 300Dell’arte sua l’occulto magistero, Da cotanta presenza in me trasfuso, A trasfonder non giungo in queste carte.
Quale tu sii, che da chi t’ode, o legge, Col poter d’un vocabolo procacci, 305Per diletto che dái, ricever plauso, Vocabol trova, che in ciascun de’ membri Piaccia, e, vie meglio, nell’intero corpo;
E piacerà, quando l’intero corpo, E de’ membri ciascun, fra i varii obbietti, 310Che l’infinito di Natura emporio, E della sua rivale in mostra pone, Quelli presenterà, che destar sanno, Mercè di lochi di persone o cose, Vivaci fantasie, memorie illustri, 315Dolci affetti, o magnanimi, ricordi D’usi, di riti, d’arti e di mestieri. A ciò fra le otto schiere, in cui si parte L’immensa truppa delle voci umane, È de’ nomi acconcissima la schiera; 320Però de’ nomi che solinghi stanno: Gli altri, che lor si addopano, e che solo Sprimono qualitade, atti son meno. E la milizia del drappel diverso, Onde azion s’accenna e non già cosa, 325Che i primi segue ognor, più de’ secondi Utile all’uopo trovasi e piacente. Alcun vantaggio puoi da’ vicenomi Trarre, ma scarso; ed è più scarso molto Quello trarrai da copule, da avverbii, 330Da proposizion, da segnacasi, Articoli, e simíl genía di voci, Che della mente la capace tela Vôta, siccome pria, lasciano bianca. Meglio l’altre farien, ma rare sono, 335Cui fuori scaglia un forte interno moto D’odio, d’amor, di tema, o di speranza, Latinamente dal lanciarsi dette; Chè piace sempre chi favella al core. Quando giunge il primier, la terra tutta 340S’allegra e ogni animal; roco foriero Di piova è l’altro; per ortense ajuola, O di balcon donnesco in fittil vase, Delle nari delizie il tutto vedi. Al verno, o Donna, fra le danze e i suoni
345Il mio primo t’accoglie? assai l’ho caro: Caro il secondo ho pur, se raggirarti Fra lui ti piaccia, allor che ai prati in grembo Anco le Belle invita il gajo autunno: Sconfessarti non vo’ ch’io son l’intero, 350Io nel tuo foco sempre, e sempre vivo. Di nomi al tutto, che solinghi stanno, Ambedue questi enigmi, maggiorana, Compongonsi, qual vedi, e salamandra, E per ciò, credo, e perchè obbietti varii, 355Campestri, sollazzevoli, amorosi, Colorano al pensier, di grazia ignudi Non vanno: han grazia le parole anch’esse, Ch’erudite si chiamano, notando, Non già gli obbietti agevoli e comuni, 360Che in monti in valli in borghi ed in cittadi Scontra ciascun, ma gli altri al vulgo oscuri, Che de’ gran savii attigni entro ai volumi. Ignora il vulgo la congiura ordita Contro Augusto da Cinna, ed il lodato 365Verso non men che riordilla in Francia: Il satirico Momo, che detrasse Ai sandali divini, alle perfette Membra di Citerea nulla potendo Detrarre, ignora; e l’Indiana scorza, 370Che l’odorato vellica ed il gusto, Ei cannella dirà, non cinnamomo. Ma quante, e quanto care ai culti ingegni, Non pote suscitar reminiscenze Questo dotto vocabolo! Soverchia 375Non sia per altro la dottrina. Scopo È dell’enigma il tollerato stento D’un meditar, non troppo intenso o lungo, Ristorar col diletto e coll’onore D’una trovata astrusità; trovarsi 380Dunque denno gli enigmi, e cinti dunque Esser non denno di perpetua notte.
Quinci pecca, lo scopo in obblio posto, Chi del nostro sermon fra i cimiteri, Indigeno sciakal, s’aggira e raspa, 385Disotterrando scheletri di voci, Nel morto mar delle biografie Nomi incogniti pesca, dalle mappe Municipali trae, non gloriosi, Un fiumicello, una collina, un borgo. 390Vale senza il primier, del castron l’altro Discorse il mal, nuoce a’ destrieri il tutto: Chi formella dirà? sentor ci giunse Di for per senza? al medico d’Altino, Mella, e al dettato sul castron chi pensa? 395Nè pure, io credo, il Tragediante d’Asti, Benchè di sè cantasse imbianco il pelo Questa lingua scrivendo e non sapendo, Dotto nel sermon nostro, e di cavalli Amoroso del par, come scaltrito, 400Che domarli sapea, sapea curarli, Potuto avria sclamar formella, il morbo, Che i suoi diletti corridori offende Tra la giuntura e la corona appunto Del lor piè, vicino alla pastoia. 405È ver che gli adunati e colti amici Molto a vicenda imparansi, e che bello È più istrutti partir fin da un trastullo; Ma riposti chi vuol dottrinamenti A quei fondachi va, che il prisco Egitto 410Intitolò farmacopea dell’alme, E gli Ambrosoli vi consulta e i Gamba, Nè, seduto su morbidi cuscini, Caffè sorsando, bisbigliando amori, Vagheggia d’un vocabolo il conquisto. 415Quindi, se cercherà notizie apprese
Risuscitar la non umíl sciarada, Proficua la dirò, la dirò dotta; Nuove notizie intruder se pretende, Dirò che pedanteggia e che delira. 420Difetta ancor chi troppo raro il velo A lei travagli; chè meschina palma Quegli poi miete che il penetra, e molto, Se il preceda un sudor, cresce il diletto. Avvallasi il primiero; sul Giordano 425Fu il secondo prolifico e non bello; Fu sul Tebro l’inter bello e non crudo. D’ognun sul labbro è Giulia tosto, e intanto L’altera Giulia, che al Roman teatro, Tutti gli occhi onde trar, comparia tarda, 430Or sollecita vien, qual peritosa Matrona che, straniera ai bei misteri D’entrar con garbo in elegante sala, Cápita delle prime, e il più vicino Sedìle ingombra della sua persona. 435Poni anco mente, che slogata ai nodi La tua parola sia, non iscavezza Nell’ossa; chè ciò il numero de’ buoni Disgiungimenti limita, e ti sforza Di scegliere, nè dritto è lasciar tutte 440Le malagevolezze a chi indovina. Però colui che, canape intendendo, Dicesse il primo è fido, industrioso Il secondo, si semina l’intero, Violerebbe tanta legge, e fora 445Osservarla, lasciati il cane e l’ape, far che a questa sottentri di Corinna, Men nota forse, la prudente ancella, Nape, che torre all’emola Cipassi Potea, giudice Ovidio, il caro vanto 450Di spartir meglio alla padrona i crini: Far che al cane sottentri la dimora Dell’uomo sincopata, e qual si noma
Sulle Adriache lagune con usanza Non dissentita dal Frullon Toscano; 455Poichè questi la frottola membrando, Che tramandava ai secoli futuri Il gajo Certaldese, e sì corriva A creder la Lisetta, e pe’ notturni Scandali camuffato e berteggiato, 460A mezzogiorno in piazza di san Marco, Agnol pria, quindi Satiro, il mal frate, Dice di quella bambola Lisetta, Che femmina si fu di ca Quirina. Un dittongo vocabolo talvolta 465Lecito è usarlo dittongato e sciolto, E v’han dittonghi, che mai scior non lice. A questo giogo sottoporre il collo Si contenti l’accorto sciaradista; Chè vocaboli ei tratta, e manco d’arte 470Il viziar la sua materia fora. Può dir quindi, il mio primo un popol cenna; Venti e più capitana il mio secondo; Traesti il tutto, o Apollo, (o del fier mostro, Per la belletta del diluvio nato, 475Sterminator, come il tuo nome suona) Dalla vagina delle membra sue, Marsia indicando; e dir pote non meno Il primo azzurra immensitade; l’altro È voce, che il desio spinge sul labbro. 480Vorrei, se in questo ei titubi talvolta, Che con notturna mano e con diurna Non gl’increscesse squadernare i fini Provvedimenti di quell’alma schietta, Che a te, Verona, gl’Insubri rapiro, 485Che non sol pinse, ne’ color sublimi De’ veggenti di Dio, la paurosa Folgore ed il pacato arcobaleno;
Non sol con Salomone di robusto Saporito viatico e manesco 490Ne provvide al difficile e pur caro Pellegrinaggio dell’umana vita; Non sol fe con Esopo a belve, a piante Parlar sapienza, ma si piacque ancora, Perchè l’Italo verso numeroso 495Riesca, non che giusto, in bel volume Ai novizii nell’arte additar l’orma, Che sillabando e dittongando impresse De’ nostri vati il più gentil drappello. Peggio di lui, che sillaba inesatto, 500Lui tieni, che in sciarada difettiva, Sia che male raddoppi o male scempi, Più che ortografizzar, cacografizza. In ciò verso degl’Itali i Franzesi Han briglia lunga e libera carriera; 505E il Proteo di Ferney, che gonfiò tromba, Calzò coturno e socco, all’auree corde Stese la man, nè disdegnò pur anco Queste, ch’ei disse frivole tenebre, Sciaradando, se non mente il grido, 510Nel linguaggio natio canzone e sempre, Di lesa ortografia non si diè carco: Ma nè rimando pur Franzese vate Cura l’ortografia, che si rispetta 515Dall’Italico in vece; ogni favella L’indole ha propria, e la seconda il Saggio. Stupendo per l’ intero e per gl’ incisi, Ove entrambo dissillabi sien fatti, Vocabol fora l’inclito cognome, 520Fiorentina repubblica, del tuo
Segretaro, or Tiberio ed or Catone Ne’ sensi, nello stil Tacito sempre O Sallustio, e talor Sejano in core: Ma, poi che tal cognome non raddoppia 525La lettera, che simula la luna Quando volge le corna all’occidente, Accomiatar con doloroso addio O fa d’uopo sì nobile parola, O al ma starsi contenti ed al chiavello, 530Che poco dice al cor, poco all’ingegno. So che dell’Allighier l’arbitro verso La lettera scempiò, di cui favello, Onde il figliuol di Semele e di Giove Con laco rimeggiasse e con Benaco; 535Ma nel breve confin dell’epigramma Di prodotto poema le licenze Concedersi è viltà: però disdetto Dal costumar degli Ottimi non viene Sillabe, che, congiunte alla lor voce, 540O van disaccentate, o scritte vanno Senza segno majuscolo, divise Considerarle, valutarle, quasi La majuscola ottengano e l’accento. Nel vocabol diletto il primo splende, 545Se ti giova, dirai; nè quel Maestro Di poesia, che delle nove Suore Cantava il nascimento, in mercè, credo, Che a lui sì vivo amor ponesser tutte; Nè il genero suo degno, che vergava 550Gl’Itali fogli del più puro inchiostro, Rifiutavan poeta e calamaro,
Perchè il Tessalo monte, che fu rogo D’Ercole e tomba, e l’immortal Cantore, Onde Mantova è chiara al par di Smirne, 555Majuscolo pretendano quel segno, Che adusa in prima chi lor nomi scrive. Similemente, benchè suoni angusta Una vocal nella parola intera, Puoi nell’inciso, come larga suoni, 560Prenderla, e, se l’inciso o il tutto ha senso Doppio, giovarti d’ambo i sensi: brami Ad Orazio accennar? del giorno parte Col primiero ti nomino, dir puoi; De’ cari genitor chiamo il fratello 565Col secondo; e col tutto a te gran vate Rammemoro e gran duce; e ti è pur dato Aggiunger, refrigerio è il primo ancora Del viandante, che meriggia all’ombra. Evvi sciarada, ch’appellar vorrei 570Ricca, perchè di molti sensi abbonda; E tal fôra Timoteo, Ateniese Guerriero, onde narrava i magni gesti La linda penna che d’Ostilia è vanto; Gran citarista, che tumulti e calme 575D’Alessandro sapea metter nel core; Un de’ cinque scultori, che la tomba Di Mausolo fregiaro; al fin quell’Unto, Sovente egro e di stomaco affralito, A cui l’usaggio di scarsetto vino
580Delle genti l’Apostolo consiglia. I cenni del tuo enigma austeramente Sien giusti, incontrastabili; pareri Propii, idee vaghe, allusioni incerte, Mal gli si attagliarebbono: conobbi 585Più d’un Edipo, che tai reti niega Strigar, quando non abbia della Sfinge, Che la rete formò, qualche contezza. Ciò che mangi non pur, ma ti fa luogo Con chi ’l mangi, saper, disse Epicuro; 590E, pria che gli venisse manifesto Ogni conviva, di tener l’invito Non promise Chilone a Periandro. Tutti a un modo non veggono, chi presso Vede, e chi da lontano; altri ogni obbietto 595Confonde; e, se dai primi acconci indizi Può trarre, all’altro nè pur bada il Saggio, Conscio che il suo badar vana opra fôra, E che tesori son tempo ed ingegno, Che usar, non sprecar, voglionsi, e che l’arte 600Del buon massaio, come nelle grandi, Appar così nelle sottili spese. Dunque se Rodomildo, che di colto Ha bensì grido, ma che quanto ei pesa Tu sai, Guglielmo, scioglie e ricompone 605Voci in un crocchio, tu, che a’ gelsi intendi, Segui a congetturar col tuo vicino Sul prezzo delle sete; e tu, Gherardo, Che di carmi t’impacci, e che devoto, Qual sei, della sua donna o del suo cuoco, 610Col bisbigliar di chiacchere avvertite A Rodomildo dispiacer paventi, Fa dell’impensierito, ma i pensieri, Più che a’ suoi lambiccati guazzabugli, Serba a qualche concier dell’ultim’ode, 615Che recitasti a Panfilo; e tu Laura, Se or non vuoi dalla folla degli amanti
Tenerezze ascoltar nè maldicenze, Alla gran festa de’ Filocorei Pensa, la qual s’approssima, o al vestito, 620Cui Parigi per te medita e suda, Del color di quel nitido elefante, Che al re de’ Franchi il re de’ Siamesi Testè donava, avventurosa belva, Succeduta in Europa agli alti onori, 625Onde, due lustri nanzi, inebriata La giraffa venia, di tante fogge Legislatrice, e che del trono al piede Gli eleganti suoi dì chiuse sull’Istro. Ma, della Sfinge tua se puoi fidarti, 630Non che l’enigma suo, studia lei stessa. Rumina (vuol ragion ch’io pur soccorra Gl’indovinanti d’alcun saggio avviso) Quai nel cerebro idee, nel core affetti, Le vadan fermentando, i luoghi nota 635Da lei visti quel giorno e le persone, E rianda, se puoi, l’ultimo libro, Di severo argomento o di giocondo, Onde al tuo tentator sarà piaciuto Nodrir l’ingegno, o discacciar la noia; 640Chè, come spesso l’indole è sul labbro, Così talvolta è nel suo enigma l’uomo. Sciarada rincrescati, i cui cenni A più motti rispondono, un sol piede Il tuo calzar ben calzi, e non imiti 645Di Teramene il duttile coturno. Incontra che, più adatta ai cenni offerti Voce vegga l’acuto indovinante, Di quella che pria vide il losco autore: Affermo col primier, dicea Fulberto; 650Secondo e tutto son del patto antico, E a Sisara alludea; ma Clementina, Alludendo ad Elia, diè più nel brocco; Chè il profeta, compagno in sul Taborre
Di chi portò le tavole a Israello, 655E non già un aborrito Cananeo, Della prisca alleanza è personaggio. I cenni poi t’increscan, se co’ motti Accennati non han perfetto accordo Grammaticale; in ciò peccar non rado 660Ho veduto qualcun, ch’altro da nome Sprimer desía, che non istà solingo. Specificar suoi cenni ama ogn’inciso Meglio, che sol notar qualche riguardo Cogl’incisi limitrofi e col tutto, 665Nulla specificando; se la foggia Men buona è l’adottata, e tu rischiara Tenebría tanta di riflesso lume; Conveniente epiteto, atta frase Scusa altri cenni omessi, e, modellato 670Così l’enigma, più scabroso, è vero, Riesce, ma più ancor semplice ed uno. Ti è forza nel primier scontrare il tutto, Come il secondo mio, con doppio volto. Quel doppio volto a Giano, che col senno 675Il futuro vedea come il presente, Non pur t’adduce per sentiero breve; Ma ti serve di fiaccola, che raggia Gran luce sovra l’altre oscuritadi, E nelle corti addentrasi, e ti mostra 680Un troppo differente Cortigiano Da quello sì perfetto, che in Urbino A Isabella Gonzaga, a Emilia Pia L’alta descrisse Mantovana penna. Amerei pure, o fra ogn’inciso e il tutto 685Notar relazioni, ovver fra nullo. Del mio secondo, che il mio primo tiene, L’intero cerchia l’adorata imago, Dir vorrei nel vocabolo cornice; Nè in Fenice direi: diedi al secondo 690Il mio primiero; ed il mio tutto vola;
Ma sì bene: al secondo io diedi il primo; Al secondo, che proprio è fra le donne Quello che fra gli augei l’unico intero. Gretta di’ la sciarada, ove arieggi 695Troppo l’un membro all’altro, ovvero al corpo, E trovar di tai motti è merto lieve. Dalla parte del conte d’Almaviva A Rosina leggiadro mazzolino Testè recando, o Figaro, dicesti: 700Olezza l’un, l’altro l’uom veste, e viene Dal primiero l’inter, pegno sovente Di corrisposto amor; ma, se la sbarra A sì fatti vocaboli disserri, Poca varietà l’enimma acquista, 705Tu poca gloria, sì stivato e umile Vedrai di voci popolo all’entrata. L’enimma tuo lungo non sia, nè, a guisa Delle similitudini d’, Strascichi dopo sè coda prolissa 710D’episodica ciarla, che soverchia Gli utili cenni, e per lo ciuffo quasi Par che voglia afferrar l’occasione Stranieri d’inserir distico o strofa: Sì, di Rosina tu buon confidente, 715Anche in ciò, a parer mio, talor difetti. La regola, che indíce all’epigramma Corpicciuolo minuto, adatta viene Alla sciarada pur; chè qualche volta Fassi epigramma la sciarada anch’essa, 720Or tenero, or galante, or d’acre aceto Cosparso; e nel tuo lepido volume, Siracusano Epigrammista, ch’oggi Di quella veste l’Aquinate ammanti Onde un giorno ammantasti il Venosino, 725A Frine dici: il mio primier te chiama,
Te il seguente; ed il tutto (ovvero Teti) È una Dea, pari a te, che il mondo abbraccia. Coll’epigramma la sciarada questo Ha pur comune, che perpetuo cibo 730Non va fatto di lei; non è quel pane Cotidiano, che non mai disgusta, Ma quando mele sdolcinato, e quando Piccante droga, onde l’incauto abuso Fastidisce il palato, o lo stordisce. 735De’ Feaci e de’ Veneti splendore, Te benedetta per rispetti mille, E di ben altro affar, saggia Isabella, (Volentieri il mio verso a lei ritorna) Di cui niuna, cred’io, la sottile arte 740Meglio apparò d’un conversar leggiadro; Ma benedetta veramente ancora, Per ciò che ne’ periodi frequenti, Che in qualsivoglia amabile ritrovo Sorgea più baldanzoso e pertinace 745Questo ardente sciaradico desio, Sempre sapesti dominarlo accorta, Nè, pria che desse mezzanotte il segno, Mai ti piegavi all’indiscrete istanze. E benedetto or te, Zamboni illustre, 750Nella via degli elettrici misteri Trovator di miracoli, sfuggiti Alla Comasca vigile pupilla, E della suora mia soccorritore Nelle amiche de’ crocchi iberne notti, 755(Ch’ella dai balli e dai teatri lunge, Al mondo, che ancor l’ama, il tergo vôlto, Di te paga e d’alcun che a te somiglia, Inganna fra i domestici pareti) Soccorritor, perchè l’Allettatrice, 760Che oracol me delle sue leggi volle,
Troppo non si accarezzi, e sugli alterni, Utili favellari o dilettosi, Non le accordi il Favor soverchio campo. Ah! nelle Costei reti incauto core, 765Che s’avviluppi oltre misura, (sia Franca la verità, nè assenta il cielo Che inavvertito dal mio labbro parta Chi con periglio a femmina s’accosta) Più libero non è; l’ora ed il loco 770Del trastullo non pur, ma l’util tempo, E il gabinetto, a’ gravi studii sacro, Fansi di lei; vien di repente tronco Un pindarico volo a quel che l’estro Del poeta più spazia; e, quando gli occhi 775Stanno de’ Sofi sulle eterne carte, In esse il santo ver, l’amabil bello Non attraggono più, ma, come il Sardo Correggitor di letterate pecche, Dell’isola natia tolto alle storie, 780E le origini dato e la fortuna A meditar dell’Itale parole, Ne’ libri, che svolgea, pensieri e affetti Più non curava, se a lui stesso credi, Ma voci solo ed etimologie; 785Tal chi del proprio core ambo le chiavi All’eroina de’ miei canti affida, Dal racconto patetico, dal sodo Ragionamento fia che si dismaghi, Perchè gli sbalza al guardo affascinato 790Un prepotente sciaradabil motto. Meglio, che riprodur sott’altro aspetto Disfiorato vocabolo, ti sembri Un vocabolo vergine produrre. Conosco che non vuole arte men fina
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The end
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