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Prefazione
Questo Volgarizzamento degli Uffici di Cicerone, inedito fino a ora, l’ho copiato di mia mano da un Codice in carta pecora, della Biblioteca Riccardiana di Firenze: e poi l’ho confrontato all’originale latino, con quella diligenza che ho potuto maggiore: e così l’ho distinto colla punteggiatura, e ordinato; e così le parole (i nomi propri singolarmente) guaste dall’antico copista, ho corretto. E come praticai già pubblicando altri testi di lingua inediti, qualche forma troppo ammuffita e sgrammaticale, ho ripulito e messa in grammatica: e le voci non registrate in Vocabolario, ovvero con altro senso di quello che mostrano qui, tali voci ho disposto alla fine, sott’ordine di alfabeto.
Il quale Volgarizzamento poi è, a giudizio mio, prezioso. Dappoichè i pensieri che Tullio significò squisitamente in latino, vi sono ritratti a punto; e senza ser- vilità, ma con felice disinvoltura; e nè mancavi il calore dell’eloquenza. È una cosa tutta facile e schietta. E quel maestoso, quel risonante, con cui va il sermone latino, non essendo nell’italiano, perchè la favella nostra ha indole piana; questo in un’opera dottrinale, come sono gli Uffici, non fa desiderio, è pregio.
Chi poi fosse stato il valente volgarizzatore, non è scritto nel Codice, nè ho potuto saperlo diversamente. Toscano egli era, e del secolo decimoquarto; questo è sicuro. E per queste due cose, della patria e dell’età, ancora che il volgarizzamento non rilucesse di una sua particolare eccellenza, sarebbe nondimeno da avere in moltissima stima. Dappoichè lanatura, siccome concede più a una donna che a un’altra il dono della bellezza; così la potenza e la grazia della favella, in Italia donò a’ Toscani; ed è questa una verità, un fatto, sentito e maravigliato sino dagli altri volghi della penisola. E lo stile poi, che meglio viene perfetto, secondo che, insieme allo studio, le passioni obbedi- scono più alla forza del vero e del giusto, e secondo più efficace è l’istrumento delle parole, con cui gli è necessario di operare; lo stile, per le condizioni della Toscana in quei tempi, non dirò che toccasse la perfezione, ma le fu certamente molto da presso . Imperocchè quella bontà di esso che nasce dalla disposizione dell’anima, il semplice e il puro, tutta l’ebbe: mancò di esser condito coll’ottimo delle scienze, e forbito dal gusto; perchè queste cose non si hanno spontaneamente, e subito, ma a forza di fatiche e di tempo: e l’Italia era stata oppressa tanti secoli nella barbarie; sicchè la tradizione delle scienze e del gusto, era quasi annullata.
Nel secolo decimosesto, dicesi comunemente, che la favella toscana, in quanto allo stile, perfezionò. E io v’acconsento, se intendiamo quella parte di perfezione, procedente dal sapere e dal gusto: poichè, rispetto.all’altra principalissima, ch’è l’ingenuità e il candore, dico con sicurezza, che, salvo qualche caso di privilegio, dechinò. Lungo discorso chiederebbe questo che io affermo. Vorrei solo però, che la perdita di tanto pregio, non s’imputasse, come taluni inconsideratamente han fatto, allo studio ne’ latini e greci autori; anzi unicamente alla perdita delle virtù, dell’altezza dell’animo; effetto delle pubbliche calamità, cagione della servile imitazione. Dante sapeva tutto quanto Virgilio; Petrarca dottissimo era della lingua latina, coltivatore de’ Greci; l’uno e l’altro molte cose dettarono latinamente; e intanto hanno lo stile miracoloso. E perchè? perchè alla perfezione del gusto, conseguita da’ classici studi, al sapere attinto più che altrimenti, coll’acume de’ loro intelletti, accoppiavano elevati pensieri, sante passioni.
E tali erano pieni di carità, quei buoni scrittori Toscani del secolo decimoquarto: e scrivendo, ad altro non intendevano, che migliorare i costumi della moltitudine: e per questo, come bene notò il Giordani, la sapienza dell’antichità, volgarizzandola, gareggiavano a rendere popolare.
Io ho sempre considerato lo studio della favella non come generalmente si guarda, oziosa rifioritura, ma solenne strumento di sociale educazione: e gli autori Toscani del secolo decimoquarto, gli ho cari, perchè posseggono il dono più bello dello stile, la naturalezza. La quale non potendo procedere, come ho detto, che dalla viva virtù; pare a me, che il diffondere questi autori, sia un potente mezzo per farla amare: dappoichè invaghendosi l’animo dell’effetto, a me pare, che quasi alla sua insaputa, abbia a conformarsi amante della cagione.
E singolarmente poi quando le opere, scritte da’ Toscani in quel tempo, sono piene per loro medesime di sapienza. Siccome questi Uffici di Cicerone: de’ quali ebbe a scrivere il Genovesi, che nessuna opera tanto dotta dall’antichità ci è pervenuta. Officio ha detto alcuno, venga da efficere, parola latina, composta da ex e ficere, fare da. E altri che derivi da obficere: e rispetto all’ob, ci è differenza di opinione: chi le rende contro, e chi intor- no; sottintendendo sempre qualcosa: non fare contro al diritto, fare intorno a esso. Il che a me sembra suonare, che officio è officio.
Ma senza quistione è certamente, che l’idea principale di officio, importa fare. Ogni cosa poi, non si fa altrimenti, che per un fine: eperò officio è un mezzo: e se quell’ob, tornando all’etimologia, si volesse rendere per; allora tanto sarebbe officio, quanto fare a cagion di un fine: e questo, a dirla con Cicerone, è di vivere costantemente e bene.
Per la qualcosa è necessità, di fare piuttosto in una guisa, che in altra: e dev’essere in noi, come effettivamente ci è, una ragione, una regola diquesto procedere. Dappoichè entrando a riflettere in noi, vediamo, che certi appetiti ci sospingono verso le cose, o ce ne tirano indietro: e vediamo che oltre di questa influenza della materialità su di noi (risvegliatrice delle passioni, perchè noi siamo passibili rispetto a essa) un’altra forza ci è dentro a noi, luminosa, spirituale; disposta dalla natura a governare, a resistere in tutto o in parte a’ movimenti desti dalle passioni; secondo che questi, o col troppo, o col poco, o in tutto, impediscono dal fine detto, di vivere bene e costantemente.
Le operazioni di questa vigorosa luce ch’è nell’anima nostra, Cicerone riduce a quattro, e le dice quattro virtù; chè tanto è virtù in latino, quanto in italiano forza; le quali nomina, prudenza, giustizia, fortezza, e temperanza: e la cagione di esse, appella onestà e il senso che destano adoperando, chiama decoro, o confacenza; il quale è veduto e gustato dall’anima, appunto come gli occhi veggono e godono la bellezza.
A guardia poi dell’onestà, è connaturale a noi la vergogna; cagione della quale dev’essere inteso l’onore; la quale pungendo, annunzia se gli appetiti sieno per sopraffare la forza della ragione. E a queste facoltà sono disposti gli animi, più o meno perfettamente: e come tutte le altre cose, può l’uomo accrescerle mediante l’educazione e l’esercizio.
Questo è compreso nel primo libro degli Uffici, detto dell’onestà. E mi accade considerare, che delle quattro virtù distinte da Cicerone, le due prime, che sono prudenza e giustizia, intendono a ordinare e dirigere la consecuzione del bene; intanto che le due altre, temperanza e fortezza, riparano contro gli ostacoli degli appetiti.E così può meglio intendersi quello che Tullio dice, che la giustizia è regina delle virtù, e con tutte si trova unita.
Esaminate queste cose, passa nel secondo libro a discorrere le operazioni nostre, applicate ad effettuare il bene; e questo libro intitola dell’utilità. E dipoi, conciosia che, com’egli medesimo dice, l’utile tira e l’onestà ci ritrae; cioè, che gli appetiti muovono le azioni nostre, e il vigore interno le tiene, per lasciarle secondo gli avvisi della prudenza e della giustizia; da questo è, che si versa nel terzo libro a provare, che non può esservi utile senza l’onesto, e che ogni onesto è utile insiememente. Dappoichè se l’utile niente altro è, che quello che ci conduce al bene; e l’unica guida per esso bene, come abbiamo mostrato, è la forza razionale, o l’onestà; ne segue, che fare altrimenti dall’onestà, importa fare contro dell’utile: comecchè la passione può abbagliare, a farci travedere utile quello che è danno.
Ecco in succinto il disegno semplice, stupendo, di questo Trattato. Il quale, benchè Cicerone dica di scriverlo da filosofo; pure impossibile era ch’egli non fosse trasportato dall’eloquenza; dono sovrano, impartitogli copiosamente dalla natura. Sicchè non solo mostra la verità, ma la fa leggiadra, e commovente. E trafitto dalla patria che rovinava, e fervoroso delle antiche virtù cittadine; spesso pone esempi di avvenimenti romani: e qui è dove più si riscalda, e più torna incantevole coll’eloquenza.
Nè poi discorrendo i doveri, si fa a indagare il nascoso della loro origine, e dell’essenza: nè s’interna in sottigliezze, per ritrovare i perchè, chiusi fra gli arcani dell’organizzazione e dell’anima: egli espone fatti; fa sentire i doveri mediante il decoro: questo senso che spira dall’onestà, appunto come la fragranza da un fiore. All’astruso, al secco delle indagini, egli prepone l’agevole, il persuasivo del dettato; per essere questo efficace, egli scrive, a raddirizzare i costumi.
Per che non è maraviglia, se gli Uffici sieno stati sempre ammirati. E si consideri quanto bene può seguitare, propagandoli vie più con questo eletto volgarizzamento: nel quale è tutta espressa lamente di Cicerone, come in principio ho detto; e pieno è di bellezza. Sicchè i giovanetti, imparandovi l’eccellente favella, e il sicuro stile, possono apprendere eziandio, che il bene degli uomini non è fatto che dall’onesto; e comunque ci possa ingannare la fantasia, sempre nell’onestà è il vero utile e solo. E queste cose insegnate limpidamente, e confermate co’ fatti, e persuase coll’eloquenza.
Libro primo
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Indice
Libro primo - Proemio
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Benchè, o Marco figliuolo, a te il quale già un anno hai udito Cratippo, e ciò in Atene, convenga abbondare di precetti e ammaestramenti di filosofia, per la somma autorità del dottore e della città; delle quali due cose, l’una, cioè il dottore, te può accrescere di scienza; e l’altra, cioè la città, di esempi; nientedimeno come io, a mia utilità, sempre congiunsi le cose greche con le latine; e non solo in filosofia, ma ancora nell’esercitazione del dire; quel medesimo mi pare che debba esser fatto da te; acciocchè tu sii pari nella facultà dell’una e l’altra orazione.
Nella qual cosa, com’ei pare, noi abbiamo arrecato grande aiuto agli uomini nostri: che non solamente i rozzi delle lettere greche, ma ancora i dotti stimo avere acquistato, e all’imparare e al giudicare.
Per la qual cosa imparerai dal principal filosofo di quegli dell’età nostra; e imparerai quanto lungo tempo tu vorrai: ma tanto lungo tempo tu dovrai volere, insino a quanto a te non parrà poco di quanto tu ne faccia pro. Ma nientedimeno tu leggerai le cose nostre, non molto discordantisi da’ peripatetici; imperocchè noi vogliamo essere e socratici e platonici. Di essi fatti usa il giudicio tuo; imperocchè niente io t’impedisco: ma tu farai l’orazione latina per certo più piena, dalle cose nostre le quali tu leggerai. Ma io non voglio che questo sia stimato essere stato detto arrogantemente. Imperocchè io, concedente la scienza del filosofare a molti, quello ch’è proprio dell’oratore, dire attamente e con ordine e ornatamente, perchè in quello studio io ho consumato l’età mia, se quelio a me io piglio, io paio attribuirmelo quasi di mia ragione.
Per la qual cosa molto, o Cicerone mio, io ti conforto, che tu non solamente le orazioni mie studiosamente legga, ma ancora questi libri di filosofia, i quali già a quegli quasi si sono pareggiati. Imperocchè maggior forza è in quegli del dire; ma ancora questo modo di dire è da essere amato, il quale è con equabilità, e temperato. E questo ancora io non veggo essere addivenuto ad alcuno greco, che colui medesimo si affaticasse e nell’uno e nell’altro genere; e che egli conseguitasse e quel modo del dire nel foro, e questo quieto del disputare. Se già Demetrio Falereo non potesse essere in questo numero, disputatore sottile, e oratore poco veemente; nientedimeno dolce in modo, che tu potresti conoscere ch’egli è discepolo di Teofrasto. Ma noi quanto nell’uno e l’altro modo abbiamo fatto pro, giudichinlo altri; l’uno e l’altro di certo abbiamo seguitato. E per certo io stimo che se Platone avesse voluto trattare il modo del dire nel foro, egli avrebbe detto gravissimamente, e con molta copia. E se Demostene avesse tenute quelle cose, le quali egli aveva imparato da Platone, e avessele voluto pronunziare, egli l’avrebbe potuto fare splendida- mente, e con ornato. Nel medesimo modo io giudico di Aristotile e di Socrate: l’uno e l’altro de’quali, dilettatosi del suo studio, spregiò l’altrui.
Ma conciosiacosacchè io avessi deliberato di scrivere a te, in questo tempo, qualcosa di filosofia, e molte cose da quinci innanzi; io massimamente ho voluto cominciare da quello, che all’età tua fosse attissimo, e alla mia autorità. Imperocchè, conciosiacosacchè molte cose sieno in filosofia e gravi, e utili, e diligentemente da’filosofi disputate, e con abbondanza; larghissimamente paiono manifestarsi quelle, le quali da coloro sono state date e insegnate degli uffici. Imperocchè nessuna parte della vita, nè in fatti pubblici, nè in privati, nè in quegli del foro, o di casa, se teco alcuna cosa facessi, o contrattassi con altrui, può mancare dell’ufficio: e nell’amar quello è posta ogni onestà della vita, e ogni bruttezza nello spregiarlo.
E questa è comune quistione di tutti i filosofi imperocchè chi è, il quale, quando egli non ha alcuni precetti dell’ufficio, abbia ardire chiamarsi filosofo? Ma e’ sono alcune discipline, le quali, preposti i fini de’ beni e de’mali, rivoltano e abbattono ogni ufficio. Imperocchè chi ha ordinato il sommo bene, che niente gli abbia congiunto con la virtù, e quello egli misura con suoi commodi, e non con l’onestà; costui se a sè egli consenta, e alcuna volta non sia vinto dalla bontà della natura, è fatto che eg i non può amare l’amicizia, nè la giustizia, nè la liberalità. E chi giudica il dolore essere sommo male, in nessuno modo può essere forte; nè temperato può essere chi fa che la voluttà è il sommo bene.
Le quali cose, benchè così sieno manifeste, ch’esse non abbino bisogno di disputa; nientedimeno in un altro luogo da noi sono state disputate. Queste discipline adunque, se a sè esse vogliono essere consenzienti, niente esse possono dire dell’ufficio. Nè alcuni precetti possono essere dati fermi, e stabili, e congiunti alla natura, se non da coloro i quali dicono, che solo l’onestá debba essere per sè medesima desiderata; o da coloro i quali dicono, che quella virtù spezialmente e grandissimamente debba essere per sè medesima desiderata. Adunque questo è proprio ammaestramento de- gli stoici e accademici e peripatetici: dappoicchè la sentenza di Aristone e Pirrone ed Erillo, già molto fa, è stata confusa e abbattuta. I quali nientedimeno avrebbono la ragion loro di disputare dell’ufficio, se eglino a vessino lasciato qualche elezione delle cose, acciocchè si potesse andare all’invenzione dell’ufficio. Adunque in questo tempo, e in questa quistione, noi spezialmente seguitiamo gli stoici, non come interpetri ma come noi vogliamo; delle fonti loro, con arbitrio e giudizio nostro, attigneremo quanto ci parrà.
Libro primo - Capo I
ct ct Piaceci adunque, perchè ogni disputa ha a essere dell’ufficio, innanzi diffinire che cosa sia ufficio: la qual cosa io mi maraviglio essere stata lasciata da Panezio. Imperocchè ogni ordinamento, il quale di ’qualche cosa è preso dalla ragione, debbe procedere dalla diffinizione; acciocchè s’intenda ciò che sia quello, del quale si di- sputa. Ogni quistione dell’ufficio è doppia: uno modo è il quale s’appartiene al fine de’ beni; l’altro è il quale è posto ne’precetti, pe’ quali l’uso della vita possa essere confermo in tutte le parti. Del modo di sopra questi sono gli esempi: se tutti gli uffici sono perfetti o no; e se alcuno di loro è maggiore che l’altro; e altre cose simili a queste. Ma quegli uffici de’ quali si danno i precetti, benchè essi s’appartengano al fine de’beni, nientedimeno meno appariscono di così essere, perchè essi più ragguardano all’ammaestramento della vita comune de’ quali uffici noi in questi libri dobbiamo con dichiarazione disputare.
E ancora un altra divisione è degli uffici. Imperocchè e’ si chiama alcuno ufficio mezzo, e alcuno perfetto. Il perfetto ufficio io stimo che noi chiamiamo retto; il quale i Greci chiamano catartoma, cioè secondo dirittura: ma questo mezzo eglino chiamano comune. E questi uffici così diffiniscono; chè quello ufficio che sia retto, diffiniscono essere perfetto; e quello che è mezzo, dicono essere quello, del quale possa essere data probabile ragione perchè egli sia fatto.
Libro primo - Capo II
ct ct Di tre parti adunque, come a Panezio pare, è la deliberazione del pigliare il consiglio. Imperocchè gli uomini dubitano, se quello che eglino hanno a fare sia onesto o brutto: e questo cade nella deliberazione; e in considerar questo, spesso gli animi sono tirati in contrarie sentenze. E ancora o essi cercano, o essi consigliano alla commodità e giocondità della vita, e alle facoltà delle cose, e alle copie, alle abbondanze, e alla potenza; colle quali cose eglino possono giovare a sè e a’ suoi: e se quello fa utile, del quale eglino deliberano: la quale deliberazione tutta cade nella ragione dell’utilità.
E il terzo modo del disputare è, quando quello che pare utile, pare che combatta con quello ch’è onesto. Imperocchè conciosiacosacchè l’utilità paia a sè rapire, e l’onestà pel contrario paia da sè rimuovere; si fa che l’Animo nel deliberare si divida, e arrechi sollecitudine dubbiosa del pensare.
In questa divisione (conciosiacosacchè grandissimo vizio sia nel dividere, lasciare alcuna cosa) due cose sono state lasciate. Imperocchè non solamente e’ si suole deliberare, se egli è onesto o brutto; ma ancora, preposti due onesti, se l’uno è più onesto che l’altro. E similmente, preposti due utili, si suole dubitare se l’uno è più utile che l’altro. E così quella ragione, la quale colui stimò di essere di tre parti, si trova dover essere distribuita in cinque. Primamente dunque si disputerà dell’onesto, ma in due modi; e ancora con pari ragione dell’utile; e dipoi della comparazione tra loro.
Libro primo - Capo III
ct ct Da principio a ogni ragione d’animali è stato attribuito dalla natura, ch’egli difenda sè, e la vita, e il corpo; e ischifi quellocose, le quali paino di dovere nuocere; e tutte quelle cose le quali sieno necessarie al vivere, acquisti e trovi; come è la pasciona, e i covaccioli, e altre simili cose: Ma comune cosa è di tutti gli animali l’appetito della congiunzione, per cagione del procreare; e alcuna cura di quelle cose, le quali sono state da loro procreate. Ma tra l’uomo e la bestia è singolarmente questa differenza, che la bestia tanto si muove, quanto dal senso essa è mossa; a quello eh e presente, e a quello che l’è innanzi si accomoda, poco avvedentesi del preterito e del futuro: ma l’uomo, perchè egli è partecipe della ragione, per la quale egli vede le cose conseguenti, e conosce le cagioni delle cose, e i progressi di quelle, e quasi sa quelle cose le quali innanzi vadano, e agguaglia le similitudini, e alle cose presenti aggiugne e annoda le future; facilmente vede il corso di tutta la vita, e al governo di quella egli apparecchia le cose necessarie. Questa medesima natura colla iorza della ragione concilia l’uomo all’uomo, alla compagnia e del parlare e della vita: e ingenera, traile prime cose, uno precipuo amore in coloro, i quali sono stati procreati,• e commuovegli che le brigate degli uomini vogliano essere insieme, e tra se ricercarsi. E per queste cagioni tali ra- gunate si studiano trovare e acquistare quelle cose, le quali sovvengono al vivere, e al vestire, e al governarsi; e non solamente a sè solo, ma alla moglie, a’ figliuoli, e a tutti quegli altri, i quali esse abbino cari, e debbino difendere. La quale cura desta ancora gli animi, e fagli maggiori al fare le cose.
E tra le prime cose nell’uomo, è propria cosa il cercare e T investigare il vero. E così quando noi siamo voti di necessarie cure e faccende, allora noi desideriamo vedere qualche cosa, e udire, e imparare; e stimiamo che la cognizione delle cose o occulte o mirabili, sia necessaria al vivere beatamente. Per la qual cosa s’intende, che quello che è vero e semplice e puro, è attissimo alla natura dell’uomo.
A questa cupidigia del vedere il vero è aggiunto un certo desiderio del principato; che l’animo bene informato dalla natura non voglia ubbidire ad alcuno, se non a chi insegna o ammaestra, o, per cagione di suo utile, legittimamente comanda e con giustizia. Della qual cosa è la grandezza dell’anima, e lo spregiare le cose umane.
Ma nè quella è piccola forza della natura e della ragione, che solo questo animale conosce che cosa sia ordine, e che cosa sia quella la quale si confà ne’ detti e ne’ fatti, e che è misura. E così nessuno altro animale conosce la bellezza e la pulitezza di quelle cose, le quali sono conosciute per l’aspetlo, nè la convenienza delle parti. La qual similitudine, la natura e la ragione dagli occhi trasferendo allonimo, molto più ancora stima dovere esser conservata la bellezza, e la costanza, e l’ordine ne’ consigli e ne’ fatti: e guardasi che nessuna cosa esso faccia effeminatamente, e con isconvenienza: e ancora che cosa non faccia, o non pensi alcuna cosa libidinosamente, nè in tutti i fatti, e in tutte le opinioni. Per le quali cose si congrega e fassi quell’onesto, che noi cerchiamo: il quale se non fosse nobilitato, nientedimeno sarebbe onesto: e quello che in verità noi diciamo, che benchè da nessuno egli fosse lodato, nientedimeno egli per natura sarebbe laudabile.
Libro primo - Capo IV
ct ct Tu, o Marco, ora vedi la forma di essa onestà: la quale se cogli occhi fosse veduta, maravigliosi amori, come disse Platone, commoverebbe. Ma ogni cosa che è onesta, quella nasce da alcuna delle quattro parti: imperocchè o esso onesto si rivolta nel ragguardamento del vero, e nella sollecitudine di quello; o in difendere la compagnia umana, e nell’attribuire a ciascuno il suo, e nella fede delle cose contrattate; o nella grandezza e fortezza dell’animo invitto ed eccelso; o nell’ordine e modo di tutte le cose, le quali si fanno o diconsi, nel quale è la modestia e la temperanza.
Le quali quattro cose, benchè tra loro sieno avviluppate e collegate, nientedimeno di ciascuna per sè nascono certe ragioni di uffici. Come, da quella parte la quale prima fu descritta, nella quale noi pogniamo la sapienza e la prudenza, in quella dentro è il cercare e il trovare la verità: e di queste virtù questo è il proprio dono.
Imperocchè come ciascuno massimamente conosce quello, che in ciascuna cosa sia verissimo, e il quale acutissimamente e bene può e vedere e sviluppare la ragione, costui rettamente suol essere tenuto prudentissimo e saviissimo. Per la qual cosa a costei è suggetta la verità, quasi materia la quale essa tratti, e nella quale essa si rivolghi.
Ma alle altre tre, che restano, sono preposte le necessità all’acquistare e al difendere quelle cose, nelle quali è contenuto il governo della vita; acciocchè e la congiunzione e la compagnia degli uomini sia conservata; e l’eccellenza e grandezza dell’animo riluca, sì nell’accrescere le abbondanze, e nell’acquistare l’utilità e a sè e a’ suoi; sì molto più nello spregiare quelle. Ma l’ordine, e la costanza, e la moderazione, e altre cose le quali sono simili a queste, si rivoltano in quella ragione, alla quale debba essere dato un certo fare, e non solamente il rivoltare la mente. Imperocchè quando noi aggiugneremo un certo modo e ordine alle cose, le quali sono trat- tate nella vita, noi conserveremo la convenienza e l’onestà.
Libro primo - Capo V
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De’ quattro luoghi, ne’ quali noi abbiamo diviso la natura e la forza dell’onesto, quello primo, il quale sta nella cognizione del vero, massimamente tocca la natura umana. Imperocchè tutti siamo tirati e siamo menati alla cupidigia della cognizione e della scienza; nella quale noi stimiamo esser cosa bella eccellere: ma trascorrere, errare, essere ingannato, e non sapere, noi diciamo essere cosa trista e brutta. In questa ragione naturale e onesta, due vizi debbono essere schifati: l’uno, che noi non abbiamo le cose incognite per le conosciute; il qual vizio chi lo vorrà fuggire (ma tutti debbono volere) aggiugnerà, al considerare le cose, tempo e diligenza. L’altro vizio è, che alcuni mettono troppo grande studio, e troppo molta opera nelle cose oscure e malagevoli, e nientedimeno non necessarie. Ma, schifati questi vizi, ciò che di cura e di opera sarà posto nelle cose oneste e degne di cognizione, quello sarà ragionevolmente lodato. Come in astrologia noi abbiamo odito aver fatto Caio Sulpicio; e in geometria conoscemmo fare Sesto Pompeo; e molti in loica; e più in ragion civile: le quali arti tutte consistono nell’investigazioni del vero; per lo studio del quale, rimuoversi dal fare le faccende, è contro all’ufficio. Imperocchè ogni loda di virtù consista nel faccimeuto: dal quale nientedimeno spesso si fa intermissione, e molte ritornate sono date agli studi. Ancora il commovimento della mente, il quale mai non si riposa, può contenere noi negli studi del pensare, ancora senza nostra opera. Ma ogni pensiero e movimento di animo sarà rivolto, o nel pigliare i consigli delle cose oneste, e appartenenti al bene e beatamente vivere, o negli studi della cognizione e della scienza. E già noi abbiamo detto, della prima fonte dell’ufficio.
Libro primo - Capo VI
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Delle tre ragioni le quali restano, larghissimamente si manifesta quella, per la quale la compagnia degli uomini tra loro, e quasi la communione della vita, si contiene. Della quale due parti sono: la giustizia, nella quale è lo splendore grandissimo della virtù, per la quale sono nominati gli uomini buoni, e a questa è congiunta la beneficenza, la quale medesimamente è lecito chiamare benignili, o vero liberalità. Ma della giustizia è il primo dono, che alcuno a nessuno nuoca, se non è provocato da ingiuria; dipoi ch’egli usi le cose comuni per comuni, e le privale come per sue.
Ma da natura nessune cose sono private: ma sono private o per antica occupazione, come addiviene a coloro, i quali per lo passato entrarono nelle cose non possedute; o per vittoria, com’è in coloro, i quali le hanno acquistate per battaglia; o per legge; o per patto; o per condizione;´ o per sorte. Per la qual cosa è fatto che i campi arpinati sieno detti degli Arpinali, i tusculani de’Tusculani. £ simile è la divisione delle possessioni private. Per la qual cosa poicchè ciascuno possiede per suo di quelle cose, le quali per natura erano state comuni; quello che ad alcuno tocca, quello alcuno tenga. Per questo se alcuno a sè più appetirà, costui violerà la ragione dell’umana compagnia.
Ma perchè, come da Platone fu scritto egregiamente, non a noi soli noi siamo nati, e del nascimento parte a sè ne attribuisce la patria, parte gli amici; e come piace agli stoici, quelle cose le quali nelle terre sono generate, sono create all’uso degli uomini; e gli uomini sono fatti per cagione degli uomini, acciocchè essi tra loro l’uno faccia prò all’altro; in questo noi dobbiamo seguire la natura per guida, e dobbiamo recare in comune le utilità comuni, con permutazione di uffici, dando e ricevendo; e, sì colle arti, sì coll’opera, sì colle facultà, noi dobbiamo legare la compagnia degli uomini tra loro.
Libro primo - Capo VII
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Ma il fondamento della giustizia è la fede: cioè la costanza e la verità di quello che noi abbiamo detto, o abbiamo pattuito. Per la qual cosa, benchè questo forse parrà a qualcuno duro, nientedimeno noi avremo ardire di seguitare gli stoici, i quali studiosamente cercano donde le parole sieno dette: e crederemo che la fede sia chiamata, perchè e’ si fa quello che è detto.
Libro primo - Capo VIII
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Ma due ragioni sono d’ingiustizia: l’una di coloro i quali muovono l’ingiuria; l’altra di coloro, da’ quali non è rimossa l’ingiuria, se da loro si può, quando a loro essa è fatta. Imperocchè chi ingiustamente fa impeto contro ad alcuno, commosso o da ira o da qualche perturbazione, costui par che metta le mani addosso al compagno. Ma chi non si difende e non si oppone all’ingiuria, se egli può, tanto è in vizio, quanto se egli abbandonasse il padre e la madre, o gli amici, o la patria.
Libro primo - Capo IX
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E quelle ingiurie, le quali a studio sono fatte per cagione di nuocere, spesso procedono da paura: quando colui il quale pensa nuocere a altri, teme cbe se egli non fa quello, esso non sia preso da qualche incomodità. Ma la grandissima parte sono assaliti al fare l’ingiuria, acciocchè essi acquistino quelle cose, le quali eglino hanno desiderate: nel qual vizio larghissimamente sì manifesta l’avarizia.
Ma le ricchezze sono desiderate sì agli usi necessari della vita, e sì all’usare le voluttà. Ma in chi è maggiore animo, in costoro la cupidità delle pecunie ragguarda alla potenza, e alla facultà del farsi grato. Come, novellamente, Marco Crasso negava alcuna roba essere assai grande a colui, il quale nella repubblica volesse essere principale, se de’ frutti di quella egli non potesse nutricare l’esercito. Dilettano ancora i magnifici apparati, e i fornimenti del governo della vita con eleganzia e copia. Per le quali cose è fatto, che la cupidigia delle pecunie sia infinita. Ma l’amplificazione della roba tua non debbe essere ripresa, quando essa non nuoce ad alcuno; ma l’ingiuria sempre debbe essere fuggita.
Ma massimamente sono molti indotti, che dalla dimenticanza della giustizia essi sono presi, quando essi sono cascati nella cupidigia degli imperii, degli onori, e della gloria. Imperocchè quello che è appresso a Ennio, nessuna cupidigia del regno è santa, e non v’è fede, largamente si manifesta. Imperocchè ciò che è in questo modo, che in quello non si possono fare grandi più uomini, in tal cosa molte volte si fa tanta contesa, che malagevolissima cosa sia conservare la santa compagnia. Tal cosa è stata dimostrata ora dalla temerità di Caio Cesare; il quale ha rivolto tutte le ragioni umane e divine, per acquistare quello principato, il quale con errore di sua opinione a sè aveva finto convenirsi. Ma in questa tal virtù è molesto, che spesse volte negli animi grandissimi, e negli splendidissimi ingegni, sono cupidigie dell’onore, dello imperio, della potenza, e della gloria: per la qual cosa tanto più è da guardarsi, che in tal cosa non si pecchi.
Ma in ogni ragione d’ingiustizia, molto si differenzia, se per qualche perturbazione di animo (la quale molte volte è breve e a tempo) o se con consiglio sia fatta l’ingiuria, e pensatamente. Imperocchè più leggiere sono quelle cose, le quali accaggiono con subito movimento, che quelle le quali sono fatte innanzi pensate, e con preparazione. E del muovere ingiuria assai già ne sia detto.
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