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ODI BARBARE
Indice
Preludio
PRELUDIO
Odio l’usata poesia: concede comoda al vulgo i flosci fianchi e senza palpiti sotto i consueti amplessi 4stendesi e dorme.
A me la strofe vigile, balzante co ’l plauso e ’l piede ritmico ne’ cori: per l’ala a volo io còlgola, si volge 8ella e repugna.
Tal fra le strette d’amator silvano torcesi un’evia su ’l nevoso Edone: piú belli i vezzi del fiorente petto 12saltan compressi,
e baci e strilli su l’accesa bocca mesconsi: ride la marmorea fronte al sole, effuse in lunga onda le chiome 16fremono a’ venti.
Delle Odi Barbare Libro I
DELLE ODI BARBARE
LIBRO I.
Schlechten, gestümperten Versen genügt ein geringer Gehalt schon,
Während die edlere Form tiefe Gedanken bedarf:
Wollte man euer Geschwätz ausprägen zur sapphischen Ode, Würde die Wel einsehn dass es ein leeres Geschwâtz.
Indice
Delle Odi Barbare Libro I Ideale
IDEALE
Poi che un sereno vapor d’ambrosia da la tua còppa diffuso avvolsemi, o Ebe con passo di dea trasvolata sorridendo via;4
non piú del tempo l’ombra o de l’algide cure su ’l capo mi sento; sentomi, o Ebe, l’ellenica vita tranquilla ne le vene fluire.8
E i ruinati giú pe ’l declivio de l’età mesta giorni risursero, o Ebe, nel tuo dolce lume agognanti di rinnovellare;12
e i novelli anni da la caligine volenterosi la fronte adergono, o Ebe, al tuo raggio che sale 16tremolando e roseo li saluta.
A gli uni e gli altri tu ridi, nitida stella, da l’alto. Tale ne i gotici delúbri, tra candide e nere 20cuspidi rapide salïenti
con doppia al cielo fila marmorea, sta su l’estremo pinnacol placida la dolce fanciulla di Jesse 24tutta avvolta di faville d’oro.
Le ville e il verde piano d’argentei fiumi rigato contempla aerea, le messi ondeggianti ne’ campi, 28le raggianti sopra l’alpe nevi:
a lei d'intorno le nubi volano; fuor de le nubi ride ella fulgida a l’albe di maggio fiorenti, 32a gli occasi di novembre mesti.
Delle Odi Barbare Libro I All'aurora
ALL’AURORA
Tu sali e baci, o dea, co ’l roseo fiato le nubi, baci de’ marmorei templi le fósche cime.
Ti sente e con gelido fremito destasi il bosco, 4spiccasi il falco a volo su con rapace gioia;
mentre ne l’umida foglia pispigliano garruli i nidi, e grigio urla il gabbiano su ’l vïolaceo mare.
Primi ne ’l pian faticoso di te s’allegrano i fiumi 8tremuli luccicando tra ’l mormorar de’ pioppi:
corre da i paschi baldo vèr’ l’alte fluenti il poledro sauro, dritto il chiomante capo, nitrendo a’ venti:
vigile da i tuguri risponde la forza de i cani 12e di gagliardi mugghi tutta la valle suona.
Ma l’uom che tu svegli a oprar consumando la vita, te giovinetta antica, te giovinetta eterna
ancor pensoso ammira, come già t’adoravan su ’l monte ritti fra i bianchi armenti i nobili Aria padri.16
Ancor sovra l’ali del fresco mattino rivola l’inno che a te su l’aste disser poggiati i padri.
— Pastorella del cielo, tu, frante a la suora gelosa le stalle, rïadduci le rosse vacche in cielo.20
Guidi le rosse vacche, guidi tu il candido armento e le bionde cavalle care a i fratelli Asvini.
Come giovine donna che va da i lavacri a lo sposo riflettendo ne gli occhi il desïato amore,24
tu sorridendo lasci caderti i veli leggiadri e le virginee forme scuopri serena a i cieli.
Affocata le guance, ansante dal candido petto, corri al sovran de i mondi, al bel fiammante Suria,28
e il giungi, e in arco distendi le rosee braccia al gagliardo collo; ma tosto fuggi di quel tremendo í rai.
Allora gli Asvini gemelli, cavalieri del cielo, rosea tremante accolgon te nel bel carro d’oro;32
e volgi verso dove, misurato il cammino di gloria, stanco ti cerchi il nume ne i mister de la sera.
Deh propizia trasvola ― cosí t’invocavano i padri ― nel rosseggiante carro sopra le nostre case.36
Arriva da le plaghe d’oriente con la fortuna, con le fiorenti biade, con lo spumante latte;
ed in mezzo a’ vitelli danzando con floride chiome molta prole t’adori, pastorella del cielo. ―40
Cosí cantavano gli Aria. Ma piàcqueti meglio l’Imetto fresco di vénti rivi, che al ciel di timi odora:
piàcquerti su l’Imetto i lesti cacciatori mortali prementi le rugiade co ’l coturnato piede.44
Inchinaronsi i cieli, un dolce chiarore vermiglio ombrò la selva e il colle, quando scendesti, o dea.
Non tu scendesti, o dea: ma Cefalo attratto al tuo bacio salía per l’aure lieve, bello come un bel dio.48
Su gli amorosi venti salía, tra soavi fragranze, tra le nozze de i fiori, tra gl’imenei de’ rivi.
La chioma d’oro lenta irriga il collo, a l’òmero bianco con un cinto vermiglio sta la faretra d’oro.52
Cadde l’arco su l’erbe; e Lèlapo immobil con erto il fido arguto muso mira salire il sire.
Oh baci d’una dea fragranti tra la rugiada! oh ambrosia de l’amore nel giovinetto mondo!56
Ami tu anche, o dea? Ma il nostro genere è stanco; mesto il tuo viso, o bella, su le cittadi appare.
Languon fiochi i fanali; rincasa, e né meno ti guarda, una pallida torma che si credé gioire.60
Sbatte l’operaio rabbioso le stridule impòste, e maledice al giorno che rimena il servaggio.
Solo un amante forse che placida al sonno commise la dolce donna, caldo de’ baci suoi le vene,64
alacre affronta e lieto l’aure tue gelide e il viso: “Portami„, dice, “Aurora, su ’l tuo corsier di fiamma!
ne i campi de le stelle mi porta, ond’io vegga la terra 68tutta risorridente nel roseo lume tuo,
e vegga la mia donna davanti al sole che leva sparsa le nere trecce giú pe ’l rorido seno.„
Delle Odi Barbare Libro I Nell'annuale della fondazione di Roma
NELL’ANNUALE
DELLA FONDAZIONE DI ROMA
Te redimito di fior purpurei april te vide su ’l colle emergere da ’l solco di Romolo torva riguardante su i selvaggi piani:4
te dopo tanta forza di secoli aprile irraggia, sublime, massima, e il sole e l’Italia saluta te, Flora di nostra gente, o Roma.8
Se al Campidoglio non piú la vergine tacita sale dietro il pontefice né piú per Via Sacra il trionfo piega i quattro candidi cavalli,12
questa del Fòro tuo solitudine ogni rumore vince, ogni gloria; e tutto che al mondo è civile, grande, augusto, egli è romano ancora.16
Salve, dea Roma! Chi disconósceti cerchiato ha il senno di fredda tenebra, e a lui nel reo cuore germoglia torpida la selva di barbarie.20
Salve, dea Roma! Chinato a i ruderi del Fòro, io seguo con dolci lacrime e adoro i tuoi sparsi vestigi, patria, diva, santa genitrice.24
Son cittadino per te d’Italia, per te poeta, madre de i popoli, che desti il tuo spirito al mondo, che Italia improntasti di tua gloria.28
Ecco, a te questa, che tu di libere genti facesti nome uno, Italia, ritorna, e s’abbraccia al tuo petto, affisa ne’ tuoi d’aquila occhi.32
E tu dal colle fatal pe ’l tacito Fòro le braccia porgi marmoree, a la figlia liberatrice additando le colonne e gli archi:36
gli archi che nuovi trionfi aspettano non piú di regi, non piú di cesari, e non di catene attorcenti braccia umane su gli eburnei carri;40
ma il tuo trionfo, popol d’Italia, su l’età nera, su l’età barbara, su i mostri onde tu con serena giustizia farai franche le genti.44
O Italia, o Roma! quel giorno, placido tonerà il cielo su ’l Fòro, e cantici di gloria, di gloria, di gloria correran per l’infinito azzurro.48
Delle Odi Barbare Libro I Dinanzi alle terme di Caracalla
DINANZI ALLE TERME
DI CARACALLA
Corron tra ’l Celio fósche e l’Aventino le nubi: il vento dal pian tristo move umido: in fondo stanno i monti albani bianchi di neve.4
A le cineree trecce alzato il velo verde, nel libro una britanna cerca queste minacce di romane mura al cielo e al tempo.8
Continui, densi, neri, crocidanti versansi i corvi come fluttuando contro i due muri ch’a piú ardua sfida levansi enormi.12
“Vecchi giganti, - par che insista irato l’augure stormo - a che tentate il cielo?„ Grave per l’aure vien da Laterano suon di campane.16
Ed un ciociaro, nel mantello avvolto, grave fischiando tra la folta barba, passa e non guarda. Febbre, io qui t’invoco, nume presente.20
Se ti fûr cari i grandi occhi piangenti e de le madri le protese braccia te deprecanti, o dea, da ’l reclinato capo de i figli:24
se ti fu cara su ’l Palazio eccelso l’ara vetusta (ancor lambiva il Tebro l’evandrio colle, e veleggiando a sera tra ’l Campidoglio28
e l’Aventino il reduce quirite guardava in alto la città quadrata dal sole arrisa, e mormorava un lento saturnio carme);32
Febbre, m’ascolta. Gli uomini novelli quinci respingi e lor picciole cose: religïoso è questo orror: la dea Roma qui dorme.36
Poggiata il capo al Palatino augusto, tra ’l Celio aperte e l’Aventin le braccia, per la Capena i forti ómeri stende 40a l’Appia via.
Delle Odi Barbare Libro I Alla Vittoria - Tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia
ALLA VITTORIA
tra le rovine del tempo di vespasiano
in brescia.
Scuotesti, vergin divina, l’auspice ala su gli elmi chini de i pèltasti, poggiati il ginocchio a lo scudo, aspettanti con l’aste protese?4
o pur volasti davanti l’aquile, davanti i flutti de’ marsi militi, co ’l miro fulgor respingendo gli annitrenti cavalli de i Parti?8
Raccolte or l’ali, sopra la galea del vinto insisti fiera co ’l poplite, qual nome di vittorïoso capitano su ’l clipeo scrivendo?12
È d’un arconte, che sovra i despoti gloriò le sante leggi de’ liberi? d’un consol, che il nome i confini e il terror de l’impero distese?16
Vorrei vederti su l’Alpi, splendida fra le tempeste, bandir ne i secoli: “O popoli, Italia qui giunse vendicando il suo nome e il diritto.„20
Ma Lidia intanto de i fiori ch’èduca mesti l’ottobre da le macerie romane t’elegge un pio serto, e, ponendol soave al tuo piede,24
“Che dunque ― dice ― pensasti, o vergine cara, là sotto ne la terra umida tanti anni? sentisti i cavalli d’Alemagna su ’l greco tuo capo?„28
“Sentii ― risponde la diva, e folgora ― però ch’io sono la gloria ellenica, io sono la forza del Lazio traversante nel bronzo pe’ tempi.32
Passâr l’etadi simili a i dodici avvoltoi tristi che vide Romolo, e sursi “O Italia„ annunziando “I sepolti son teco e i tuoi numi.36
Lieta del fato Brescia raccolsemi, Brescia la forte, Brescia la ferrea, Brescia leonessa d’Italia beverata nel sangue nemico.„40
Delle Odi Barbare Libro I Alle fonti del Clitumno
ALLE FONTI DEL CLITUMNO
Ancor dal monte, che di fóschi ondeggia frassini al vento mormoranti e lunge per l’aure odora fresco di silvestri salvie e di timi,4
scendon nel vespero umido, o Clitumno, a te le greggi: a te l’umbro fanciullo la riluttante pecora ne l’onda immerge, mentre8
vèr’ lui dal seno de la madre adusta, che scalza siede al casolare e canta, una poppante volgesi e dal viso tondo sorride:12
pensoso il padre, di caprine pelli l’anche ravvolto come i fauni antichi, regge il dipinto plaustro e la forza de’ bei giovenchi,16
de’ bei giovenchi dal quadrato petto, erti su ’l capo le lunate corna, dolci ne gli occhi, nivei, che il mite amava.20
Oscure intanto fumano le nubi su l’Apennino: grande, austera, verde da le montagne digradanti in cerchio l’Umbrïa guarda.24
Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte nume Clitumno! Sento in cuor l’antica patria e aleggiarmi su l’accesa fronte gl’itali iddii.28
Chi l’ombre indusse del piangente salcio su’ rivi sacri? ti rapisca il vento de l’Apennino, o molle pianta, amore d’umili tempi!32
Qui pugni a’ verni e arcane istorie frema co ’l palpitante maggio ilice nera, a cui d’allegra giovinezza il tronco l’edera veste:36
qui folti a torno l’emergente nume stieno, giganti vigili, i cipressi; e tu fra l’ombre, tu fatali canta carmi, o Clitumno.40
O testimone di tre imperi, dinne come il grave umbro ne’ duelli atroce cesse a l’astato velite e la forte Etruria crebbe:44
di’ come sovra le congiunte ville dal superato Cimino a gran passi calò Gradivo poi, piantando i segni fieri di Roma.48
Ma tu placavi, indigete comune italo nume, i vincitori a i vinti, e, quando tonò il punico furore da ’l Trasimeno,52
per gli antri tuoi salí grido, e la torta lo ripercosse buccina da i monti: ― O tu che pasci i buoi presso Mevania caliginosa,56
e tu che i proni colli ari a la sponda del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti sopra Spoleto verdi o ne la marzia Todi fai nozze,60
lascia il bue grasso tra le canne, lascia il torel fulvo a mezzo solco, lascia ne l’inclinata quercia il cuneo, lascia la sposa a l’ara;64
e corri, corri, corri! con la scure corri e co’ dardi, con la clava e l’asta! corri! minaccia gl’itali penati Ànnibal diro. ―68
Deh come rise d’alma luce il sole per questa chiostra di bei monti, quando urlanti vide e ruinanti in fuga l’alta Spoleto72
i Mauri immani e i numidi cavalli con mischia oscena, e sovra loro, nembi di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti de la vittoria!76
Tutto ora tace. Nel sereno gorgo la tenue miro salïente vena: trema, e d’un lieve pullular lo specchio segna de l’acque.80
Ride sepolta a l’imo una foresta breve, e rameggia immobile: il diaspro par che si mischi in flessuosi amori con l’ametista.84
E di zaffiro i fior paiono, ed hanno de l’adamante rigido i riflessi, e splendon freddi e chiamano a i silenzi del verde fondo.88
A piè de i monti e de le querce a l’ombra co’ fiumi, o Italia, è de’ tuoi carmi il fonte. Visser le ninfe, vissero: e un divino talamo è questo.92
Emergean lunghe ne’ fluenti veli naiadi azzurre, e per la cheta sera chiamavan alto le sorelle brune da le montagne,96
e danze sotto l’imminente luna guidavan, liete ricantando in coro di Giano eterno e quanto amor lo vinse di Camesena.100
Egli dal cielo, autoctona virago ella: fu letto l’Apennin fumante: velaro i nembi il grande amplesso, e nacque l’itala gente.104
Tutto ora tace, o vedovo Clitumno, tutto: de’ vaghi tuoi delúbri un solo t’avanza, e dentro pretestato nume tu non vi siedi.108
Non piú perfusi del tuo fiume sacro menano i tori, vittime orgogliose, trofei romani a i templi aviti: Roma piú non trionfa.112
Piú non trionfa, poi che un galileo di rosse chiome il Campidoglio ascese, gittolle in braccio una sua croce, e disse ― Portala i servi. ―116
Fuggîr le ninfe a piangere ne’ fiumi occulte e dentro i cortici materni, od ululando dileguaron come nuvole a i monti,120
quando una strana compagnia, tra i bianchi templi spogliati e i colonnati infranti, procedé lenta, in neri sacchi avvolta, litanïando,124
e sovra i campi del lavoro umano sonanti e i clivi memori d’impero fece deserto, et il deserto disse regno di Dio.128
Strappâr le turbe a i santi aratri, a i vecchi padri aspettanti, a le fiorenti mogli; ovunque il divo sol benedicea, maledicenti.132
Maledicenti a l’opre de la vita e de l’amore, ei deliraro atroci congiugnimenti di dolor con Dio su rupi e in grotte:136
discesero ebri di dissolvimento a le cittadi, e in ridde paurose al crocefisso supplicaro, empi, d’essere abietti.140
Salve, o serena de l’Ilisso in riva, o intera e dritta a i lidi almi del Tebro anima umana! i fóschi dí passaro, risorgi e regna.144
E tu, pia madre di giovenchi invitti a franger glebe e rintegrar maggesi e d’annitrenti in guerra aspri polledri Italia madre,148
madre di biade e viti e leggi eterne ed inclite arti a raddolcir la vita, salve! a te i canti de l’antica lode io rinnovello.152
Plaudono i monti al carme e i boschi e l’acque de l’Umbria verde: in faccia a noi fumando ed anelando nuove industrie in corsa fischia il vapore.156
Delle Odi Barbare Libro I Roma
ROMA
Roma, ne l’aer tuo lancio l’anima altera volante: accogli, o Roma, e avvolgi l’anima mia di luce.
Non curïoso a te de le cose piccole io vengo: chi le farfalle cerca sotto l’arco di Tito?4
Che importa a me se l’irto spettral vinattier di Stradella mesce in Montecitorio celie allobroghe e ambagi?
e se il lungi operoso tessitor di Biella s’impiglia, ragno attirante in vano, dentro le reti sue?8
Cingimi, o Roma, d’azzurro, di sole m’illumina, o Roma: raggia divino il sole pe’ larghi azzurri tuoi.
Ei benedice al fósco Vaticano, al bel Quirinale, al vecchio Capitolio santo fra le ruine;12
e tu da i sette colli protendi, o Roma, le braccia a l’amor che diffuso splende per l’aure chete.
Oh talamo grande, solitudini de la Campagna! e tu Soratte grigio, testimone in eterno!16
Monti d’Alba, cantate sorridenti l’epitalamio; Tuscolo verde, canta; canta, irrigua Tivoli;
mentr’io da ’l Gianicolo ammiro l’imagin de l’urbe, nave immensa lanciata vèr’l’impero del mondo.20
O nave che attingi con la poppa l’alto infinito, varca a’ misterïosi lidi l’anima mia.
Ne’ crepuscoli a sera di gemmeo candore fulgenti tranquillamente lunghi su la Flaminia via,24
l’ora suprema calando con tacita ala mi sfiori la fronte, e ignoto io passi ne la serena pace;
passi a i concilii de l’ombre, rivegga li spiriti magni de i padri conversanti lungh’esso il fiume sacro.28
en:Poems of Italy: selections from the Odes of Giosue Carducci/Rome
Delle Odi Barbare Libro I Alessandria - A Giuseppe Regaldi quando pubblicò «L'Egitto»
ALESSANDRIA
a quando pubblicò l'egitto
Ne l’aula immensa di Lussor, su ’l capo roggio di Ramse il mistico serpente sibilò ritto e ’l vulture a sinistra volò stridendo,4
e da l’immenso serapeo di Memfi, cui stanno a guardia sotto il sol candente seicento sfingi nel granito argute, Api muggío,8
quando da i verdi immobili papiri di Mareoti al livido deserto sonò, tacendo l’aure intorno, questo greco peana.12
— Ecco, venimmo a salutarti, Egitto, noi figli d’Elle, con le cetre e l’aste. Tebe, dischiudi le tue cento porte ad Alessandro.16
Noi radduciamo a Giove Ammone un figlio ch’ei riconosca; questo caro alunno de la Tessaglia, questa bella e fiera stirpe d’Achille.20
Come odoroso laüreto ondeggia a lui la chioma: la sua rosea guancia par Tempe in fiore: ha ne’ grand’occhi il sole ch’a Olimpia ride:24
ha de l’Egeo la radïante in viso pace diffusa; se non quanto, bianche nuvole, i sogni passanvi di gloria e poesia.28
Ei de la Grecia a la vendetta balza leon da l’aspra tessala falange, sgomina carri ed elefanti, abbatte satrapi e regi.32
Salve, Alessandro, in pace e in guerra iddio! A te la cetra fra le eburnee dita, a te d’argento il fulgid’ arco in pugno, presente Apollo!36
A te i colloqui di Stagira, i baci a te co’ serti de le ionie donne, a te la coppa di Lieo spumante, a te l’Olimpo.40
Lisippo in bronzo ed in colori Apelle ti tragga eterno; ti sollevi Atene, chete de’ torvi demagoghi l’ire, al Partenone.44
Noi ti seguiamo: il Nilo in vano occulta i dogmi e il capo a la possanza nostra: noi farem pace qui tra i numi e al mondo luce comune.48
E se ti piaccia aggiogar tigri e linci, Bacco novello, noi verrem cantando, te duce, in riva al sacro Gange i sacri canti d’Omero. ―52
Tale il peana de gli achei sonava. E il giovin duce, liberato il biondo capo da l’elmo, in fronte a la falange guardava il mare.56
Guardava il mare e l’isola di Faro innanzi, a torno il libico deserto interminato: dal sudato petto l’aurea corazza60
sciolse, e gittolla splendida nel piano: “Come la mia macedone corazza stia nel deserto e a’ barbari ed a gli anni regga Alessandria„.64
Disse; ed i solchi a le nascenti mura ei disegnava per ottanta stadi, bianco spargendo su le flave arene fior di farina.68
Tale il nipote del Pelíde estrusse la sua cittade; e Faro, inclito nome di luce al mondo, illuminò le vie d’Africa e d’Asia.72
E non il flutto del deserto urtante e non la fuga de i barbarici anni valse a domare quella balda figlia del greco eroe.76
Alacre, industre, a la sua terza vita ella sorgea, sollecitando i fati, qual la vedesti, o pellegrin poeta, ammiratore,80
quando fuggendo la incombente notte di tirannia, pien d’inni il caldo ingegno, ivi chiedendo libertade e luce a l’orïente,84
e su le tombe di turbanti insculte star la colonna di Pompeo vedesti come la forza del pensier latino su ’l torbid’ evo.88
Deh, le speranze de l’Egitto e i vanti nel tuo volume vivano, o poeta! Oggi Tifone l’ire del deserto agita e spira.92
Sepolto Osiri, il latratore Anubi morde a i calcagni la fuggente Europa, e avanti chiama i bestïali numi a le vendette.96
Ahi vecchia Europa, che su ’l mondo spargi l’irrequïeta debolezza tua, come la triste fisa a l’orïente sfinge sorride!100
Delle Odi Barbare Libro I In una chiesa gotica
IN UNA CHIESA GOTICA
Sorgono e in agili file dilungano gl’immani ed ardui steli marmorei, e ne la tenebra sacra somigliano di giganti un esercito4
che guerra mediti con l’invisibile: le arcate salgono chete, si slanciano quindi a vol rapide, poi si rabbracciano prone per l’alto e pendule.8
Ne la discordia cosí de gli uomini di fra i barbarici tumulti salgono a Dio gli aneliti di solinghe anime che in lui si ricongiungono.12
Io non Dio chieggovi, steli marmorei, arcate aeree: tremo, ma vigile al suon d’un cognito passo che piccolo i solenni echi suscita.16
È Lidia, e volgesi: lente nel volgersi le chiome lucide mi si disegnano, e amore e il pallido viso fuggevoli tra il nero velo arridono.20
Anch’ei, tra ’l dubbio giorno d’un gotico tempio avvolgendosi, l’, trepido cercò l’imagine di Dio nel gemmeo pallore d’una femina.24
Sott’esso il candido vel, de la vergine la fronte limpida fulgea ne l’estasi, mentre fra nuvoli d’incenso fervide le litanie saliano;28
salian co’ murmuri molli, co’ fremiti lieti saliano d’un vol di tortore, e poi con l’ululo di turbe misere che al ciel le braccia tendono.32
Mandava l’organo pe’ cupi spazii sospiri e strepiti: da l’arche candide parea che l’anime de’ consanguinei sotterra rispondessero.36
Ma da le mitiche vette di Fiesole tra le pie storie pe’ vetri roseo guardava Apolline: su l’altar massimo impallidíano i cerei.40
E Dante ascendere tra inni d’angeli la tósca vergine transfigurantesi vedea, sentiasi sotto i piè rúggere rossi d’inferno i baratri.44
Non io le angeliche glorie né i démoni, io veggo un fievole baglior che tremola per l’umid’ aere: freddo crepuscolo fascia di tedio l’anima.48
Addio, semitico nume! Continua ne’ tuoi misteri la morte domina. O inaccessibile re de gli spiriti, tuoi templi il sole escludono.52
Cruciato màrtire tu cruci gli uomini, tu di tristizia l’aër contamini: ma i cieli splendono, ma i campi ridono, ma d’amore lampeggiano56
gli occhi di Lidia. Vederti, o Lidia, vorrei tra un candido coro di vergini danzando cingere l’ara d’Apolline alta ne’ rosei vesperi60
raggiante in pario marmo tra i lauri, versare anemoni da le man, gioia da gli occhi fulgidi, dal labbro armonico un inno di Bacchilide.64
Delle Odi Barbare Libro I Nella piazza di San Petronio
NELLA PIAZZA DI SAN PETRONIO
Surge nel chiaro inverno la fósca turrita Bologna, e il colle sopra bianco di neve ride.
È l’ora soave che il sol morituro saluta le torri e ’l tempio, divo Petronio, tuo;4
le torri i cui merli tant’ala di secolo lambe, e del solenne tempio la solitaria cima.
Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla; e l’aër come velo d’argento giace8
su ’l fòro, lieve sfumando a torno le moli che levò cupe il braccio clipeato de gli avi.
Su gli alti fastigi s’indugia il sole guardando con un sorriso languido di vïola,12
che ne la bigia pietra nel fósco vermiglio mattone par che risvegli l’anima de i secoli,
e un desio mesto pe ’l rigido aëre sveglia di rossi maggi, di calde aulenti sere,16
quando le donne gentili danzavano in piazza e co’ i re vinti i consoli tornavano.
Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema un desiderio vano de la bellezza antica.20
en:Poems of Italy: selections from the Odes of Giosue Carducci/In the Piazza of San Petronio
Delle Odi Barbare Libro I Le due torri
LE DUE TORRI
Io d’Italia dal cuor tra impeti d’inni balzai quando l’Alpi di barbari snebbiarono e su ’l populeo Po pe ’l verde paese i carrocci tutte le trombe reduci suonavano.4
Memore sospirai sorgendo e la fronte io piegai su le ruine e su le tombe. Irnerio curvo tra i gran volumi sedeva e di Roma la grande lento parlava al palvesato popolo.8
Bello di maggio il dí ch’io vidi su ’l ponte di Reno passar la gloria libera del popolo, sangue di Svevia, e te chinare la bionda cervice a l’ondeggiante rossa croce italica.12
Triste mese di maggio, che intorno al bel corpo d’Imelda cozzâr le spade de i fratelli e corsero lunghi quaranta giorni le furie civili crollando tra ’l vasto sangue l’ardue torri in polvere.16
vid’io levar la giovine fronte a guardarci, e, come su noi passano le nuvole, vidi su lui passar fantasmi e fantasmi ed intorno premergli tutti i secoli d’Italia.20
Sotto vidimi il papa venir con l’imperatore l’un a l’altro impalmati; ed oh me misera, in suo giudicio Dio non volle che io ruinassi su Carlo quinto e su Clemente settimo!24
Delle Odi Barbare Libro I Fuori alla Certosa di Bologna
FUORI ALLA CERTOSA DI BOLOGNA
Oh caro a quelli che escon da le bianche e tacite case de i morti il sole! Giunge come il bacio d’un dio:
bacio di luce che inonda la terra, mentre alto ed immenso cantano le cicale l’inno di messidoro.4
Il piano somiglia un mare superbo di fremiti e d’onde: ville, città, castelli emergono com’isole.
Slanciansi lunghe tra ’l verde polveroso e i pioppi le strade: varcano i ponti snelli con fughe d’archi il fiume.8
E tutto è fiamma ed azzurro. Da l’alpe là giú di Verona guardano solitarie due nuvolette bianche.
Delia, a voi zefiro spira da ’l colle pio de la Guardia che incoronato scende da l’Apennino al piano12
v’agita il candido velo, e i ricci commove scorrenti giú con le nere anella per la superba fronte.
Mentre domate i ribelli, gentil, con la mano chinando gli occhi onde tante gioie promette in vano Amore,16
udite (a voi de le Muse lo spirito in cuore favella), udite giú sotterra ciò che dicono i morti.
Dormono a’ piè qui del colle gli avi umbri che ruppero primi a suon di scuri i sacri tuoi silenzi, Apennino:20
dormon gli etruschi discesi co ’l lituo con l’asta con fermi gli occhi ne l’alto a’ verdi misterïosi clivi,
e i grandi celti rossastri correnti a lavarsi la strage ne le fredde acque alpestri ch’ei salutavan Reno,24
e l’alta stirpe di Roma, e il lungo-chiomato lombardo ch’ultimo accampò sovra le rimboschite cime.
Dormon con gli ultimi nostri. Fiammeggia il meriggio su ’l colle: udite, o Delia, udite ciò che dicono i morti.28
Dicono i morti ― Beati, o voi passeggeri del colle circonfusi da’ caldi raggi de l’aureo sole.
Fresche a voi mormoran l’acque pe ’l florido clivo scendenti, cantan gli uccelli al verde, cantan le foglie al vento.32
A voi sorridono i fiori sempre nuovi sopra la terra: a voi ridon le stelle, fiori eterni del cielo.
Dicono i morti ― Cogliete i fiori che passano anch’essi, adorate le stelle che non passano mai.36
Putridi squagliansi i serti d’intorno i nostri umidi teschi: ponete rose a torno le chiome bionde e nere.
Freddo è qua giú: siamo soli. Oh amatevi al sole! Risplenda su la vita che passa l’eternità d’amore. — 40
Delle Odi Barbare Libro I Su l'Adda
SU L’ADDA
Corri, tra’ rosei fuochi del vespero, corri, Addua cerulo: Lidia su ’l placido fiume, e il tenero amore, al sole occiduo naviga.4
Ecco, ed il memore ponte dilungasi: cede l’aereo de gli archi slancio, e al liquido s’agguaglia pian che allargasi e mormora.8
Le mura dirute di Lodi fuggono arrampicandosi nere al declivio verde e al docile colle. Addio, storia de gli uomini.12
Quando il romuleo marte ed il barbaro ruggîr ne’ ferrei cozzi, e qui vindice la rabbia di Milano arse in itali incendii,16
tu ancor dal Lario verso l’Eridano scendevi, o Addua, con desio placido, con murmure solenne, giú pe’ taciti pascoli.20
Quando su ’l dubbio ponte tra i folgori passava il pallido còrso, recandosi di due secoli il fato ne l’esile man giovine,24
tu il molto celtico sangue ed il teutono lavavi, o Addua, via: su le tremule acque il nitrico fumo putrido disperdeasi.28
Moríano gli ultimi tuon de la folgore franca ne i concavi seni: volgeasi da i limpidi lavacri il bue candido, attonito.32
Ov’è or l’aquila di Pompeo? l’aquila ov’è de l’ispido sir di Soavia e del pallido còrso? Tu corri, o Addua cerulo.36
Corri tra’ rosei fuochi del vespero, corri, Addua cerulo: Lidia su’ placido fiume, e il tenero amore, al sole occiduo naviga.40
Sotto l’olimpico riso de l’aere la terra palpita: ogni onda accendesi e trepida risalta di fulgidi amor turgida.44
Molle de’ giovani prati l’effluvio va sopra l’umido pian: l’acque a’ margini di gemiti e sorrisi un suon morbido frangono.48
E il legno scivola lieve: tra le uberi sponde lo splendido fiume devolvesi: trascorrono de’ campi i grandi alberi, e accennano,52
e giú da gli alberi, su da le floride siepi, per l’auree strisce e le rosee, s’inseguono gli augelli e amore ilari mescono.56
Corri tra’ rosei fuochi del vespero, corri, Addua cerulo: Lidia su ’l placido fiume naviga, e amore d’ambrosia irriga l’aure.60
Tra’ pingui pascoli sotto il sole aureo tu con l’Eridano scendi a confonderti: precipita a l’occaso il sole infaticabile.64
o sole, o Addua corrente, l’anima per un elisio dietro voi naviga: ove ella e il mutuo amore, o Lidia, perderannosi?68
Non so; ma perdermi lungi da gli uomini amo or di Lidia nel guardo languido, ove nuotano ignoti desiderii e misterii.72
Delle Odi Barbare Libro I Da Desenzano A G. R.
DA DESENZANO
a g.r.
Gino, che fai sotto i felsinei portici? mediti come il gentil fior de l’Ellade d’Omero al canto e a lo scalpel di Fidia lieto sorgesse nel mattin de i popoli?4
Da l’Asinella gufi e nibbi stridono invidïando e i cari studi rompono. Fuggi, deh fuggi da coteste tenebre e al tuo poeta, o dolce amico, vientene.8
Vienne qui dove l’onda ampia del lidio lago tra i monti azzurreggiando palpita: vieni: con voce di faleuci chiàmati Sirmio che ancor del suo signore allegrasi.12
Vuole Manerba a te rasene istorie, vuole Muníga attiche fole intessere, mentre su i merli barbari fantasimi armi ed amori con il vento parlano.16
Ascoltiam sotto anacreòntea pergola o a la platonia verde ombra de’ platani, freschi votando gl’innovati calici che la Riviera del suo vino imporpora.20
Dolce tra i vini udir lontane istorie d’atavi, mentre il divo sol precipita e le pie stelle sopra noi vïaggiano e tra l’onde e le fronde l’aura mormora.24
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The end
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