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Capitolo I
Pietro Benu si fermò un momento davanti alla chiesetta del Rosario.
— È appena la una — pensò. — Forse è troppo presto per andare dai Noina. Dormiranno, forse. Quella gente è ricca e si prende tutti i comodi.
Dopo un momento d’esitazione riprese la strada, dirigendosi al vicinato di Sant’Ussula, che è all’estremità di Nuoro.
Era ai primi di settembre; il sole ancora ardentissimo saettava le straducole deserte: solo qualche cagnolino affamato passava lungo le striscie d’ombra merlata che si stendevano davanti alle casette di pietra.
Il roteare d’un molino a vapore interrompeva, in lontananza, il silenzio meridiano: e quel rumore ansante e palpitante pareva l’unica pulsazione della piccola città arsa dal sole.
Pietro, seguito dalla sua corta ombra, animò per qualche momento, col rumore dei suoi scarponi, la solitudine della strada desolala che dalla chiesetta del Rosario va al cimitero: di là egli s’internò nel vicinato di Sant’Ussula, indugiandosi a guardare i piccoli orti invasi da una vegetazione selvaggia, i cortiletti ombreggiati da qualche caprifico, da qualche mandorlo e da meschini pergolati; e finalmente si fermò ed entrò in una bettola sulla cui insegna stava issata una scopa.
Il bettoliere, un toscano ex-carbonaio, che aveva sposato una paesana di cattivi costumi, stava coricato sull’unica panca della Rivendita — com’egli chiamava dignitosamente il suo buco — e dovette alzarsi per lasciar sedere l’avventore.
Lo guardò, lo riconobbe, e gli sorrise coi suoi grandi occhi chiari e maliziosi.
— Salute, Pietro — gli disse, con un bizzarro linguaggio, nel quale sul puro senese il dialetto sardo s’era impresso come la patina sull’oro; — che cosa cerchi da queste parti?
— Qualche cosa cerco! Dammi da bere, — rispose Pietro con un certo disprezzo.
Il toscano gli diede da bere, guardandolo coi grandi occhi infantili sempre sorridenti.
— Scommettiamo che so dove vai? Vai da Nicola Noina, al cui servizio vuoi entrare. Ebbè, ti avrò per cliente e ne sarò contento.
— Come diavolo lo sai? — domandò Pietro.
— Ma... l’ho saputo da mia moglie: le donne sanno tutto. L’avrà saputo dalla tua Sabina...
Pietro s’accigliò alquanto, pensando Sabina in relazione con la moglie del toscano; ma poi scosse la testa, obliquamente, da destra a sinistra, con un gesto sprezzante che gli era abituale, e tornò sereno; una serenità incosciente che tuttavia aveva qualcosa di sarcastico.
Anzitutto Sabina non era affatto sua. L’aveva incontrata durante le ultime mietiture, e una notte di luna piena, mentre nell’aia le formiche, in lunghe file silenziose, rapivano il grano, egli, addormentato a bocca a terra, aveva sognato di sposare la fanciulla. Sabina era graziosa: bianca, con un ciuffo di capelli biondi sulla fronte pura. E si mostrava tenera con Pietro e l’avrebbe amato volentieri; ma egli, svegliandosi dal suo sogno, aveva preso tempo per risolversi, e ancora non s’era deciso a dichiararle la sua simpatia...
— Chi è questa Sabina? — domandò, guardando il bicchiere vuoto rosso di vino.
— Bah, non fare lo sciocco! La nipote di zio Nicola Noina! — disse il toscano.
Egli dava il titolo di zio e zia, che i nuoresi danno solo alle persone anziane del popolo, anche ai bimbi, alle fanciulle ed ai signori.
— Non lo sapevo, in verità — mentì Pietro. — Ah, ella ha detto che io voglio entrare al servizio dello zio?
— Non so: l’ho pensato io.
— Eh, tu hai poco da fare, piccolo forestiere, — riprese Pietro, col suo gesto sprezzante — e pensi quello che ti pare e piace. Ebbene, se io volessi davvero entrare al servizio di Nicola Noina, che importa a te?
— Ne sarei contento, ripeto.
— E allora, dimmi, che razza di gente è la famiglia Noina?
— Tu che sei nuorese lo devi saper meglio d’un forestiere, — si schermì il bettoliere, che aveva preso in mano una specie di piumino di ritagli di carta e scacciava le mosche da un cestino di frutta messo in mostra vicino alla porta.
— Un forestiere vicino ne sa più di un compaesano lontano.
Senza smettere di scacciare le mosche, il bettoliere prese a chiacchierare come una donnicciuola.
— I Noina sono i re del vicinato, lo sai, sebbene siano nuoresi quanto me...
— Cosa dici, diavolo? Se la moglie appartiene ad una famiglia di principali nuoresi?
— La moglie sì, ma lui? Chi lo sa di dove è? Neppure egli lo ricorda. È venuto a Nuoro con suo padre, uno di quei negozianti errabondi, che comprano olio da ardere e poi lo rivendono per buono.
— Così si fanno le fortune! E tu non battezzi il tuo vino? — esclamò Pietro, versando al suolo le ultime goccie dal bicchiere.
Sentiva già un istintivo bisogno di difendere, per amor proprio, il suo futuro padrone.
— Nessun bettoliere, a Nuoro, vi dà il vino schietto come il mio — proseguì l’altro. — Domanda allo stesso zio Nicola che se ne intende...
— Ah, è vero, egli è un ubbriacone? — domandò Pietro. — Dicono fosse ubbriaco quando, il mese scorso, cadde da cavallo e si ruppe una gamba, ritornando da Oliena.
— Non so: forse aveva assaggiati molti campioni di vino! Perchè era andato per comprare del vino. Fatto sta che s’è rotta la gamba, ed ora cerca un servo abile e fidato, perchè egli non può più badare alle cose sue.
— E la moglie che donna è?
— Una donna che non ride mai, come il diavolo. Una vanitosa. Il vero prototipo delle vostre principalesse, che credono d’aver il mondo entro la loro cuffia perchè posseggono una vigna, un chiuso, una tanca, cavalli e buoi.
— E ti par poco, piccolo forestiere? E la figlia, come è? Superba?
— Zia Maria? Una bella ragazza. Ma bella! — disse l’altro gonfiando le guancie. — Quella è buona, umile, buona massaia. Dicono! Io la credo ancor più superba della madre. Devono poi essere avare, quelle due donne, avare quanto zio Nicola è allegrone e prodigo. Ma lo tengono dentro il pugno, così, veh, il povero zio Nicola!
— Questo non m’importa — disse Pietro, guardando il pugno chiuso del bettoliere. — Basta che non siano avare con me.
— Ah, dunque è vero che ci vai? — chiese l’altro, smettendo la sua faccenda.
— Se mi pagano bene, sì. Hanno una serva?
— Niente. Non hanno avuto mai nè servi, nè serve. Fanno tutto da loro. Maria lavora come una bestia: va alla fontana, va a lavare, spazza il cortile e la strada davanti al cortile. Una vergogna, per gente ricca come loro.
— Lavorare non è vergogna. E poi, non dicevi tu, poco fa, che non sono ricchi?
— Si credono, però. Si credono ricchi perchè vivono in questo vicinato di miserabili. L’essere cresciute, specialmente le donne, fra la perpetua miseria della gente che le circonda, dà loro l’idea d’essere delle regine. Anzi in zia Maria la vanità ha un limite, o almeno è un po’ nascosta, ma zia Luisa ad ogni parola fa sentire di non aver bisogno di alcuno, di esser ricca, d’aver la casa piena di provviste e il cassetto colmo di monete. È una donna schiacciante. Zio Nicola la chiama Madama reale. Non si degna neppure di uscire a prendere il fresco nello spiazzo, assieme alle altre vicine, come fa anche zia Maria. Se ne sta nel suo cortile, accanto al portone spalancato, e se qualche donnicciola lo si avvicina bisogna vedere che arie zia Luisa assume!...
— Ah, dunque — interruppe Pietro, pensieroso, guardando fuor della porta, verso lo sfondo ardente della straducola — lui, il padrone, non è superbo?
— Oh, è un burlone ciarliero: niente altro. Si beffa un po’ di tutti, e si mostra bisognoso di denari. È un furbone, caro mio!
— E in famiglia vanno d’accordo?
— Si capiscono a vicenda come gli uccelli dello stesso nido — disse il forestiere. — Pare che vadano d’accordo: del resto non fanno mai sapere agli altri i fatti loro.
— Tu però sembri bene informato: quasi quanto una donnicciuola... — osservò Pietro, col suo gesto sprezzante.
— Cosa vuoi? Qui è un luogo di chiacchiere: tutti convengono qui, come le api all’alveare — riprese il toscano, con un bel paragone che fece sorridere Pietro. — Io ascolto e ripeto...
— Quando avrò bisogno di saper qualche cosa, allora, verrò qui...
— Mi pare che ci sii già venuto...
Pietro sbottonò una specie di borsetta applicata alla sua cintura di cuoio, e trasse una moneta di argento.
— Pago. E tua moglie dov’è?
— È andata a cogliere fichi d’India — rispose l’altro, sbattendo sul banco la moneta per accertarsi che non era falsa.
Pietro pensò alla moglie del bettoliere, una bellissima donna dai grandi occhi neri, presso la quale anch’egli una volta aveva passato qualche ora; e per concatenazione d’idee domandò:
— E cosa si dice di Maria Noina? È onesta?
— Ostia, son cose neppure da domandarsi! gridò l’altro. — La figlia di zio Nicola Noina? Lo specchio dell’onestà.
— E fa all’amore, almeno, questo specchio?
— Niente. Vuole un partitone, quella...
— Ebbè, glielo porteremo dal continente... — disse Pietro con beffe, guardando quel forestiere biondiccio e chiacchierone che era venuto dal continente per sposarsi con una donna niente «specchio d’onestà».
Avrebbe voluto sapere altre cose, ma ebbe timore che il bettoliere andasse poi a riferire le sue domande ai Noina, e si alzò.
— Spero rivederci, Pietro. Fa il contratto con zio Nicola, sai: è un buon uomo, dopo tutto. Tieni duro e vedrai che ti darà tutto quello che vorrai.
— Grazie del consiglio: ma io non vado là — mentì ancora Pietro.
Invece, appena fuori, voltò a destra e s’avvicinò alla casa dei Noina.
Invero, la casetta, bianca e quieta dietro l’alto muro del cortile, pareva guardasse con disprezzo le catapecchie ammucchiate qua e là intorno allo spiazzo e lungo la straducola polverosa. Pietro spinse senz’altro il portone rosso socchiuso ed entrò.
A destra del vasto cortile, lastricato di ciottoli, arso dal sole, pulito e ordinato, Pietro vide una tettoia che funzionava da stalla e da rimessa: a sinistra biancheggiava la casa, con la scala esterna, di granito, rallegrata da ciuffi freschi di campanule attortigliate alla ringhiera di ferro.
Con ordine quasi simmetrico stavano qua e là disposti molti attrezzi contadineschi: un carro sardo, vecchie ruote, aratri, zappe, gioghi, pungoli, bastoni.
Sotto la scala s’apriva una porta; più in là un’altra porta di legno affumicato, con un finestrino sulla parie più alta, indicava l’ingresso della cucina.
Pietro si diresse là, guardò dal finestrino aperto e salutò.
— E ite fachief? — Che fate?
— Entra — rispose senz’altro una donna bassa e pingue, dal lungo viso bianco e calmo, incorniciato da una benda di tela tinta con lo zafferano.
Pietro Benu spinse la porta ed entrò.
— Volevo parlare con zio Nicola.
— Ora lo chiamerò. Siediti.
Il giovane sedette davanti al focolare spento, e zia Luisa uscì nel cortile e salì la scala col suo passo lento e grave.
La cucina rassomigliava a tutte le cucine sarde; larga, col pavimento di mattoni, e il tetto di canne annerite dal fumo; grandi casseruole di rame lucenti, arnesi per fare il pane, spiedi enormi e taglieri di legno pendevano dalle pareti brune. Su uno dei fornelli praticati sul grande forno semicircolare bolliva una piccola caffettiera di rame.
Sopra uno sgabello, vicino alla porta, Pietro osservò un canestro d’asfodelo col necessario per cucire e una camicia da donna con un ricamo sardo appena incominciato. Doveva essere il lavoro di Maria. Dov’era a quell’ora la fanciulla? Forse era andata a lavare, nel torrente della valle, perchè durante il tempo che Pietro stette lì ella non si lasciò vedere.
Solo, dopo un momento, rientrò zia Luisa, bianca, impassibile, con la bocca stretta e il corsetto allacciato nonostante il caldo soffocante; e il passo d’un uomo zoppo risuonò nel cortile.
Appena il giovane servo vide la figura bonaria, il viso colorito e gli occhi brillanti di zio Nicola, si rallegrò lutto.
— Come va? — chiese il proprietario, sedendosi con qualche stento su una larga sedia di paglia.
— Bene — rispose Pietro.
Zio Nicola allungò la gamba sana, fece una lieve smorfia di dolore, ma subito si ricompose.
Zia Luisa scostò la caffettiera dal fuoco, e si rimise a filare, col piccolo fuso sardo gonfio di lana bianca. Così bassa e tonda, quasi solenne nell’antico costume nuorese, dalla gonna di orbace orlata di verde, con la benda gialla intorno al grande volto enigmatico, dalle labbra strette e gli occhi chiari e freddi, ella pareva un idolo egiziano, e incuteva una soggezione religiosa quanto il marito inspirava confidenza.
— So che cercate un servo — disse Pietro, spiegando e ripiegando la sua lunga berretta nera. — Se mi volete, vengo io. Finisco ora a settembre il servizio da Antoni Ghisu, e se volete...
— Giovanotto — rispose zio Nicola, fissandolo coi suoi occhi brillanti — non ti offenderai se ti dico una cosa: tu non godi una fama spiccata...
Anche Pietro aveva gli occhi grigi luminosi e sostenne quasi violentemente lo sguardo di zio Nicola: benchè sentisse le orecchie ardergli per l’offesa, disse pacatamente:
— E informatevi, allora...
— Non offenderti — disse zia Luisa, parlando a denti stretti e quasi senza aprire la bocca. — Son voci che corrono, e Nicola è un burlone.
— Ma che voci, zia Luisa mia? Che possono dire di me? Non ho mai avuto che fare con la giustizia, io. Lavoro di giorno e dormo di notte. Rispetto il padrone, le donne, i bambini. Considero come mia la casa ove spezzo il pane e bevo il vino. Non ho mai rubato un’agugliata di filo. Che possono dire di me? — egli chiese, accendendosi in volto.
Zio Nicola non cessava di guardarlo, e sorrideva. Fra la sua barba rossigna e i baffi neri spiccavano le sue labbra fresche e i denti giovanili.
— Eh, dicono soltanto che sei manesco e rabbioso — esclamò — e infatti mi pare che ti arrabbi, ora. Vuoi il bastone?
Gli porse il bastone, accennandoci di bastonare qualcuno, e Pietro rise.
— Ecco — confessò — non nego che sono stato un ragazzo discolo: scavalcavo tutti i muri, salivo su tutti gli alberi, bastonavo i compagni e correvo sul dorso nudo di cavalli indomiti. Ma chi da ragazzo non è stato così? Qualche volta mia madre, poveretta, mi legava e mi chiudeva in casa; io rosicchiavo la cordicella e scappavo. Ma ben presto conobbi il dolore. Mia madre morì, il tetto della nostra casetta sprofondò: conobbi il freddo, la fame, l’abbandono, la malattia. Le mie due vecchie zie mi aiutarono, ma sono così povere! Allora compresi la vita. Eh, diavolo; la fame è una buona maestra! Mi misi a servire, imparai ad obbedire e a lavorare. E ora lavoro: e appena potrò rifare la mia casetta rovinata, e comprarmi un carro, un paio di buoi, un cane, prenderò moglie...
— Ah, diavolo, diavolo, per prender moglie ci vogliono delle vivande.... — disse zio Nicola, serverdosi di un vecchio proverbio sardo.
Zia Luisa filava e ascoltava, e una piccola piega le increspava la guancia destra, intorno alla bocca.
— Questi pezzenti! Muoiono di fame e sognano di ammogliarsi! — pensava.
— Basta, — disse zio Nicola, battendo il bastone sulla pietra del focolare — ora parliamo del nostro affare e vediamo di combinare.
E combinarono.
Capitolo II
Il quindici settembre Pietro entrò al servizio dei Noina. Era di sera; una sera nuvolosa e tetra, il cui ricordo rimase impresso nella mente del giovine servo come il ricordo di un triste sogno.
Le donne lo accolsero con freddezza, quasi con diffidenza, ed egli si sentì triste quando entrò nella cucina ancora buia e attaccò il suo cappotto nell’angolo vicino alla porta.
Maria accese il lume e versò da bere al nuovo venuto.
— Bevi, — gli disse, guardandolo acutamente.
— Salute a tutti, — rispose Pietro: e mentre beveva il vino rossastro, il vino di media qualità riservato ai servi ed alle persone povere, anche egli fissò la giovane padrona.
Così vicini, bellissimi entrambi, nei loro costumi caratteristici, servo e padrona apparivano, ed erano, campioni magnifici d’una stessa razza: eppure una distanza enorme li divideva.
Pietro era alto e scultorio; indossava un giubbone di scarlatto scolorito dall’uso, foderato di grosso velluto turchino, e al disopra del giubbone una specie di giacca senza maniche, di pelle d’agnello conciata rozzamente, ma ben tagliata e lavorata e adorna di filetti rossi. La sua figura era elegante e pittoresca, nonostante la poca nettezza delle sue vesti da lavoratore. Anche il suo volto era terreo, bronzino, dal profilo purissimo, allungato dalla linea dei capelli neri dritti sulla fronte e dalla barbetta nera a punta.
I grandi occhi grigi, assai dolci e luminosi, contrastavano con l’espressione selvaggia delle sopracciglia folte e riunite, e delle labbra ardenti e sprezzanti.
Anche la giovane padrona era alta, bruna, agile; coi suoi capelli nerissimi e crespi, raccolti a grosse trecce sulla nuca, la carnagione dorata, i lunghi occhi neri che brillavano sotto la fronte bassa, i cerchi d’oro coi pendenti di corallo che parevano nati assieme con le piccole orecchie diafane, ella ricordava le donne arabe nate dal sole e dalla terra voluttuosa, dolci ed aspre come i frutti selvatici.
Una linea d’impareggiabile bellezza tagliava la delicata punta del naso, il labbro inferiore e il mento di Maria. Quando ella rideva, due fossette apparivano sulle sue guancie e altre due, più piccole, agli angoli degli occhi: perciò ella rideva spesso.
Con tutto questo Maria dispiacque a Pietro, e Pietro dispiacque a lei.
Zia Luisa, col corsetto allacciato e il capo avvolto nella benda gialla, preparava la cena; zio Nicola non era ancora rientrato.
Pietro sedette in un angolo, dietro la porta, e cominciò a osservare le due donne con curiosità diffidente.
— Domani tu andrai nel nostro chiuso della valle: tu sai dov’è? — chiese Maria.
— Altro che, — rispose Pietro, sollevando la testa col solito gesto sprezzante.
— Il chiuso confina con la vigna, — disse zia Luisa, senza voltarsi. — Saprai anche questo.
— Lo so, lo so. Chi non conosce la vostra vigna?
— Sì, è la più bella vigna di Baddemanna, — disse la vecchia padrona. — Ci costa, e Nicola Noina ha speso, oltre che i suoi soldi, tutto il suo tempo per coltivarla; ma almeno sappiamo che abbiamo una vigna!
— Lo sappiamo, — rispose il servo, come una eco, ma con voce triste.
— Verrò spesso a trovarti, — disse Maria, curvandosi per deporre una bottiglia vicino a Pietro.
Poi gli mise davanti, su uno sgabello, un canestro col pane d’orzo, il formaggio, un piatto con carne e pomi di terra, e aggiunse:
— Mangia. Ecco il babbo che viene.
Nel cortile silenzioso s’udi il passo zoppicante di zio Nicola, e Pietro si rallegrò pensando al padrone.
— Salute, e benvenuto, — salutò questi, entrando nella cucina. — Che brutta sera: la mia gamba soffre come una donna in parto. Ebbene, mangiamo anche noi. E sta allegro, Pietro Benu! sei fra gente amica, tra persone oneste e allegre. Sì: poveretti ma allegretti.
Zio Nicola sedette davanti a un piccolo tavolo senza tovaglia; le donne misero un canestro per terra, sedettero e cenarono.
La conversazione continuò, poco animata. Dopo cena Pietro chiese il permesso di uscire; incontrò altri giovani paesani coi quali s’era dato appuntamento, e tutti insieme formarono il coro del canto nuorese e andarono a cantare davanti alla porta delle loro innamorate.
Anche Pietro volle cantare sotto le finestre della casa dove Sabina serviva:
«Furadu m’as su core, pili brunda...»
Nei giorni seguenti Pietro fu mandato a lavorare nel chiuso ed a guardare l’uva e le frutta che maturavano nella vigna.
Come aveva annunziato, Maria scendeva nella valle quasi tutti i giorni, a piedi od a cavallo, e pareva non curarsi del giovine servo; talvolta ella ripartiva senza avergli rivolta una parola.
Pietro, che costruiva una specie di argine lungo il ruscello, in fondo al podere, vedeva Maria vagare tra i filari della vite, lassù, nella vigna illuminata dal sole ancora violento. Al di sopra della vigna sorgevano le roccie chiare dell’Orthobene, battute dal sole, e al di sopra delle roccie, sul cielo d’un azzurro abbagliante, gli elci immobili pareva guardassero pensosi l’orizzonte opposto.
Una vegetazione selvaggia copriva i fianchi della valle; tra il verde cinereo dei fichi d’india e degli olivi brillava il verde smeraldino della vite, e la vitalba s’intrecciava al lentischio lucente.
Qualche roccia, forse un giorno precipitata dalla montagna, sorgeva qua e là negli anfratti e in riva al torrentello che rinfrescava i piccoli orti in fondo alla valle. L’edera e la pervinca coprivano le roccie; sentieri appena tracciati scendevano e salivano, tra i rovi e i cespugli; macchie gigantesche di fichi d’india, dalle foglie pesanti nate le une sulle altre, incoronate di frutti e di fiori d’oro, sporgevano sui ciglioni e s’arrampicavano sulle chine.
Maria, in semplice gonnella d’indiana grigiastra, col bustino di velluto verde che appariva come una macchia un po’ più morbida e viva fra il verde della vigna e dell’oliveto, vagava qua e là a passi svelti, agile e pieghevole; si curvava ad esaminare i grappoli, si allungava per toccare un frutto quasi maturo, spiccava con una canna i fichi d’india dorati. Come certi insetti verdi che prendono il colore del cespuglio ove son nati, ella pareva un’emanazione della valle feconda: aveva la flessibilità della vite e la maturità carnosa e un po’ voluttuosa del fico d’india.
Ma, appunto come il fico d’india, ella non sapeva nascondere le spine, e Pietro la guardava con occhi torvi, accorgendosi che ella lo disprezzava, non solo, ma diffidava di lui.
— Ella viene qui per vigilarmi. — pensava. Ha paura che le porti via la sua roba; se mi provoca le insegno io la creanza. Le dò uno schiaffo.
Ma ella non lo provocava; solo qualche volta gli rivolgeva la parola, accennandogli i lavori da eseguire.
Era fredda e dignitosa: Pietro cominciava ad odiarla, e desiderava andarsene presto dal chiuso per non veder più il viso ipocrita e gli occhi scrutatori che lo insultavano tacitamente.
— Si vede che questa gente non ha mai avuto dei servitori, — egli pensava, e per dispetto, per puntiglio, lavorava alacremente, vegliava, non toccava un solo frutto.
Un giorno, in ottobre, mentre egli tagliava i pampini perchè il sole penetrasse meglio fino ai grappoli, Maria gli passò vicino e disse:
— Perchè non mangi mai uva, Pietro?
— Conti i grappoli, dunque? — egli rispose, curvo, ma sollevando gli occhi per guardarla o scuotendo la testa col suo gesto sprezzante.
Maria arrossì: capì d’essersi tradita, ma cambiò abilmente discorso.
— Pietro, — disse, riparandosi gli occhi con la mano per guardar meglio verso il confine della vigna, dove s’allineavano i peri dalle foglie gialle, carichi di frutti maturi che al sole parevano di cera pronti a liquefarsi. — dopodomani coglieremo le pere.
Anch’egli guardò verso i peri.
— Come volete.
— Senti: tu, dopodomani mattina cògli le pere, ed io nel pomeriggio vengo qui col cavallo e le porto via. Credi tu che stieno in quattro cestini? Farò due viaggi.
Siccome Pietro s’allontanava tra i filari con un fascio di pampini fra le braccia, ella gli andò dietro.
— Che annata di pere! L’anno scorso ce le hanno tutte rubate. Quest’anno le venderemo e ne ricaveremo almeno una ventina di lire. Cosa dici tu, Pietro?
— Io? Non so. Non ho mai venduto pere.
— Sì, ce le hanno rubate, l’anno scorso. Quest’anno tu le hai ben guardate: ti regalerò mezza dozzina di sigari.
— Io non fumo, - egli disse, quasi beffardo.
Ma la giovine padrona si mostrava così espansiva e buona, quel giorno, ch’egli si domandò se non s’era ingannato giudicandola cattiva.
Ma mentre egli gettava un altro fascio di pampini in fondo al filare, Maria gli disse:
— Senti, Pietro. Meglio, dopodomani verrò prestino, verso le due pomeridiane. Coglieremo assieme le pere e le porteremo via in una sola volta.
— Ecco, ella ha paura che nel coglierle ne metta a parte un mucchio. Ah! avarona, sorniona indiavolata...
Ma tutto ad un tratto ella pronunziò tre parole magiche, che lo rallegrarono tutto.
— Farò venir Sabina...
— E verrà Sabina, e verrà Sabina - continuò a ripetere Pietro fra sè, anche dopo l’invocata partenza di Maria.
Le mosche, gli insetti nascosti fra i pampini, il picchio che batteva il becco sul pioppo bianco del ruscello, l’usignuolo che gorgheggiava sul noce, le foglie che sussurravano, ogni pietruzza che rotolava sulla china, ripetevano le due buone parole.
Solo nella serenità chiara del crepuscolo, il giovine servo sentiva il suo cuore palpitare di gioia.
Tutto ciò che v’era di torbido nella sua anima ardente e scontrosa dileguavasi come la nebbia al sorgere del sole.
— Verrà Sabina.
Fra le macchie giallognole indorate dall’ultimo riflesso del tramonto appariva e spariva un ciuffo di capelli biondi... Versi appassionati d’antiche canzoni echeggiavano nelle lontananze azzurre, fra le roccie ove forse dormono gli spiriti dei vecchi poeti selvaggi.
Quando alla luminosità cerula del crepuscolo si fusero i primi bagliori della luna nuova che declinava dietro gli olivi, e una scintilla brillò tra il pioppo ed il noce, nell’acqua corrente. Pietro risalì verso la capanna, e si stese su un muricciuolo, con gli occhi perduti verso lo sfondo della montagna.
La brezza spirava così leggera che le foglie non avevano più un sussurro: solo un brivido silenzioso cangiava soavemente la tinta dei pampini e degli olivi, che il riflesso della luna spruzzava di perle. Un coro di grilli saliva dai cespugli; s’udiva il rumore eguale del ruscello, e un carro, lontano, roteava nello stradale bianco alla luna, sospeso quasi fra la valle e la montagna: e quei rumori vaghi, melanconici, sempre eguali, accrescevano il senso di silenzio e di solitudine dominante intorno al giovine servo. Egli sentiva inconsapevolmente la dolcezza dell’ora. Il sonnolento benessere del riposo e del fresco, dopo una calda giornata di lavoro, gli copriva la persona come una coltre di velluto; qualche cosa di vaporoso, simile alla luce vaga del novilunio, gli irrorava l’anima primitiva: erano sogni semplici di paesano, desideri d’uomo giovane, immagini di poeta contadino.
— Verrà Sabina. — E il mondo dei sogni, dei desideri, delle immagini si allargava, si allargava in grandi cerchi crepuscolari; il presente si confondeva con l’avvenire, il bisogno ardente di baci impetuosi con la speranza di mangiare un giorno nello stesso canestro con la donnina bionda e buona massaia.
— Ella verrà, — pensava il servo, con un brivido di voluttà. — Se quell’altra indiavolata ci lascierà soli, io la prenderò e la bacerò così, come un pazzo. Ella ha la bocca fresca come una ciliegia...
Il desiderio ardente si smorzava in un sogno positivo:
— Avremo una casetta, un carro, un paio di buoi: ella farà il pane, io andrò in qualche lavorazione per guadagnare di più...
La luna sorrideva ai sogni di Pietro, come sorrideva ai sogni e buoni e rei di altri sognatori dispersi nei campi, simile a una regina che sorride a tutti senza veder nessuno.
L’indomani Maria non venne al podere. Pietro si inquietò alquanto, sebbene lo confortasse la speranza poco pietosa d’un accidente sopravvenuto alla giovine padrona: salì fino allo stradale e scrutò la lontananza. Passavano donne e fanciulli carichi di cestini di fichi d’India, carri colmi d’uva, paesani d’Oliena sui piccoli cavalli rassegnati; Maria non venne.
— Diavolo, — pensò Pietro, ritornando alla vigna, — ecco, la prima volta che l’aspetto ella non viene. Vada al diavolo!
Anche l’indomani, anima viva non turbò la solitudine del podere: ma a misura che le ore passavano, Pietro sentiva una inquietudine insolita. Verranno? Non verranno? Il sole varcò il centro del cielo, le ombre degli ulivi cominciarono ad allungarsi. Ed ecco, il cane, legato sotto i peri dorati, cominciò ad abbaiare, ergendosi sulle zampe posteriori, coi piccoli occhi rossi rivolti allo stradale. Pietro indovinò, ancora prima di guardare.
Maria e Sabina, entrambe a cavallo, scendevano galoppando come due spiritate: fra un nembo di polvere grigia apparivano i loro visi rossi, illumi- nati dal sole del pomeriggio, e i cavalli lucenti di sudore che si sbattevano furiosamente la coda sui fianchi.
Giunte davanti al canocello smontarono, e scesero nella vigna tirandosi dietro i cavalli che allungavano il collo per strappare qualche foglia dagli alberi. Pietro non s’era mosso, nonostante il suo vivo desiderio di andare incontro alle fanciulle, ma il cuore gli batteva, e appena Maria varcò il limite della vigna egli si alzò e salutò.
— Ebbene. Pietro, che nuove? — gridò Sabina, tirando forte la corda del cavallo. — Da quando non ci vediamo!
Egli la guardò fisso e le sorrise.
— Dà qui, — disse, aiutandola a legare il cavallo ed a scaricar la bisaccia gonfia che conteneva due grandi cestini di canne, mentre Maria si arrabbattava a legare l’altro cavallo, che aveva cacciato il muso entro un cespuglio e si scuoteva tutto.
Sabina era molto ben vestita, con un bustino di velluto rosso e la camicia bianchissima; il fazzoletto slegato lasciava scorgere il collo nudo, lungo e bianco, circondato da cordoncini di seta nera.
La sua bellezza delicata e pura non offuscava certo la voluttuosa bellezza di Maria; ma più che bella Sabina era graziosa, e la ciocca di capelli che le sfuggiva dal fazzoletto e le velava la fronte e talvolta anche gli occhi le dava un’aria infantile.
Come ella piaceva a Pietro! Gli occhi di lei, chiari e languidi, un po’ socchiusi, lo affascinavano.
Legato il cavallo, ella sedette per terra e si levò le scarpe. Il servo la guardava con insistenza, ed ella se ne accorgeva con piacere; ma ad un tratto Maria, rossa e sudata, si volse e gridò sdegnosamente:
— Pietro, sei incantato? Potresti venire a legare questa bestia infernale che ti somiglia.
Egli non rispose. S’avvicinò e legò il cavallo. Un’ombra gli aveva oscurato il viso.
Anche Maria si levò le scarpe e ricominciò a gridare, incitando il servo a sbrigarsi.
— Presto, presto, presto. Tu hai del tempo, Pietro Benu, ma noi abbiamo fretta. Presto, che il diavolo ti comandi.
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The end
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