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Levia Gravia

Giosuè Carducci · 1906 · Free in the US

12,490 words · about 52 min to read

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About this book

Author
Giosuè Carducci
Language
Italian
Published
1906
Length
12,490 words · about 52 min
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Contents (33)

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LEVIA GRAVIA

1861-1871

Indice

Congedo

I

CONGEDO

Come tra ’l gelo antico S’affaccia la vïola e disasconde Sua parvola beltà pur de l’odore; 4Come a l’albergo amico Co ’l vento ch’apre le novelle fronde La rondinella torna ed a l’amore; Rifiorirmi nel core 8Sento de i carmi e de gli error la fede; Animoso già riede De le imagini il vol, riede l’ardore Su l’ingegno risorto; e il mondo in tanto 12Chiede al mio petto ancor palpiti e canto.

Luce di poesia, Luce d’amor che la mente saluti, Su l’ali de la vita anco s’aderge 16A te l’anima mia, Anco la nube de’ suoi giorni muti Nel bel sereno tuo purga e deterge: Al sol cosí che asperge 20Lieto la stanza d’improvviso lume Sorride da le piume L’infermo e ’l sitibondo occhio v’immerge Sin che gli basta la pupilla stanca 24A i color de la vita, e si rinfranca.

Quale nel cor mal vivo Dolore io chiusi, poi che la minaccia Del tuo sparir sostenni, e quante pene! 28Tal del seguace rivo A poco a poco inaridir la traccia L’arabo vede tra le mute arene, E sente entro le vene 32L’arsura infurïar, e mira, ahi senso Spaventoso ed immenso!, Oltre il vol del pensiero e de la spene SpazÏare silente e fiammeggiante 36Il ciel di sopra e ’l gran deserto innante.

E giace, e il capo asconde Nel manto, come a sé voglia coprire La vista, che il circonda, de la morte: 40E il vento le profonde Sabbie rimove e ne le orrende spire Par che sepolcro al corpo vivo apporte. I figli e la consorte 44Ei pensa, ch’escon de le patrie ville Con vigili pupille Del suo ritorno ad esplorar le scorte, E in ogni suono, ch’a l’orecchio lasso 48Vien, de’ noti cammelli odono il passo.

Or mi rilevo, o bella Luce, ne’ raggi tuoi con quel desío Ond’elitroprio s’accompagna al sole. 52Ma de l’età novella Ove i dolci consorti ed ove il pio Vólto e l’amico riso e le parole? Come bell’arbor suole 56Ch’è dal turbin percosso innanzi il verno, Tu, mio fratello, eterno Mio sospiro e dolor, cadesti. Sole, Lungi al pianto del padre, or tien la fossa 60Pur le speranze de l’amico e l’ossa.

O ad ogni bene accesa Anima schiva, e tu lenta languisti Da l’acre ver consunta e non ferita: 64Tua gentilezza intesa Al reo mondo non fu, ché la vestisti Di sorriso e disdegno; e sei partita. Con voi la miglior vita 68Dileguossi, ahi per sempre!, anime care; Qual di turbato mare Tra i nembi sfugge e di splendor vestita Par da l’occiduo sol la costa verde 72A chi la muta con l’esilio e perde.

Dunque se i primi inganni M’abbandonaro inerme al tempo e al vero, Musa, il divin tuo riso a me che vale? 76Altri e fidenti vanni, Altro e indomito al dubbio ingegno altero Vorriasi a te seguir, bella immortale, Quand’apri ardente l’ale 80Vèr’l’infinito che ti splende in vista: A me l’anima è trista: Perdesi l’inno mio nel vuoto, quale Per gli silenzi de la notte arcana 84Canto di peregrin che s’allontana.

Ma no: dovunque suona In voce di dolor l’umano accento Accuse in faccia del divin creato, 88E a l’uom l’uom non perdona, E l’ignominia del fraterno armento È ludibrio di pochi, è rio mercato, E con viso larvato 92Di diritto la forza il campo tiene E l’inganno d’oscene Sacerdotali bende incamuffato, Ivi gli amici nostri, ivi i fratelli. 96Intuona, o musa mia, gl’inni novelli.

Addio, serena etate, Che di forme e di suoni il cor s’appaga; O primavera de la vita, addio! 100Ad altri le beate Visïoni e la gloria, e a l’ ombra vaga De’ boschetti posare appresso il rio, E co ’l queto desio 104Far di sé specchio queto al mondo intero: Noi per aspro sentiero Amore ed odio incalza austero e pio, A noi fra i tormentati or convien ire 108Tesoreggiando le vendette e l’ire.

Musa, e non vedi quanto Tuon di dolor s’accoglie e qual di sangue Tinta di terra al ciel nube procede? 112Di madri umane è pianto Cui su l’esausta poppa il figlio langue; Strido è di pargoletti, e del pan chiede: È sospir di chi cede 116Vinto e in mezzo a la grave opera cade, Di vergin che onestade Muta co ’l vitto; e di chi piú non crede E disperato nel delitto irrompe 120È grido, o cielo, e i tuoi seren corrompe.

Che mormora quel gregge Di beati a cui soli il ciel sorride E fiorisce la terra e ondeggia il mare? 124Di qual divina legge S’arma egli dunque e che decreti incide A schermir le crudeli opere avare? Odo il tuono mugghiare 128Su ne le nubi, e freddo il vento spira. Del turbine ne l’ira E tra i folgori è dolce, inni, volare. L’umana libertà già move l’armi: 132Risorgi, o musa, e trombe siano i carmi.

Canzon mia, che dicesti? Troppo è gran vanto a sí debili tempre: Torniam ne l’ombra a disperar per sempre.

Libro I

LIBRO I.

Indice

In un albo

II.

IN UN ALBO

Ancor mi ride ne la fantasia L’onesto sguardo, o giovinette, e il viso E de le vostre inchine fronti il riso; 4E ad altri dí la mente si disvia Quando m’apparve amor cosa celeste; E con sospir strisciare odo una veste Bianca tra i fiori al lume de la luna, 8Mesco mormorii dolci a l’aria bruna.

Povero peregrino in chiusa valle, Timido de la notte erma tra i sassi, Se leva gli occhi su del monte a i passi 12Ond’è calato e vede le sue spalle Ancor vestite del soave raggio, Pensa il principio del lontan viaggio E del luogo natio la primavera 16Ed il foco paterno in su la sera.

Al sole al verde a gli amorosi vènti, A le dolci armonie pe ’l mondo sparte Sospira il cuor; ma la bufera in parte 20Mi respinge ove infuriano i viventi Odî e amor di mill’anni e da le tombe Sorgono accenti d’ ira e suon di trombe. Non uditeli voi, ma pure e liete 24De la fugace rosa il fior cogliete.

Per nozze B. e T.

III.

PER NOZZE B. e T. in pisa

Chi me de’ canti o mai memore in vano Poi che dal nido mio giacqui diviso, Chi me al ciel patrio e de gli amici al viso 4Rende toscano,

Dove piú largo ne’ bei piani a l’onda Laborïosa il freno Arno concede E di trïonfi solitari vede 8Grave la sponda?

Vola il pensiero trepidando e posa A una nota magione or tutta in festa, Piange la madre e i bianchi veli appresta: 12Ecco la sposa.

Seco il garzone a cui l’intimo affetto Traluce e ride su la faccia pura E ne l’eloquio l’anima secura 16E il savio petto.

Oh a me del vin cui piú sottil maturi Tósca vendemmia per le aeree cime Versate, amici. Io dal bicchier le rime 20Chieggo e li augúri.

E d’Alice dirò la chioma bruna, La tenue fronte e i lunghi sguardi e lenti, Come in queta d’april notte pioventi 24Raggi di luna.

Per Val d'Arno

IV.

PER VAL D’ARNO

Né vi riveggo mai, toscani colli, Colli toscani ove il mio canto nacque Sotto i limpidi soli e tra le molli 4Ombre de’ lauri a’ mormorii de l’acque,

Che dal lago del cor non mi rampolli Il pianto. Ogni memoria altra si tacque Da quando in te, che piú ridi e t’estolli, 8Colle funesto, il fratel mio si giacque.

Oh che dolce sperar già ne sostenne! Come da quella età che non rinverde 11Volammo a l’avvenir con franche penne!

Tra ignavi studi il tempo or mi si perde Nel dispetto e l’oblio, ma lui ventenne 14Copre la negra terra e l’erba verde.

F. Petrarca

V.

F. PETRARCA

Se, porto de’ pensier torbidi e fóschi, Ridesse un campicello al desir mio Con poca selva e il lento andar d’un rio 4A l’aër dolce de’ miei colli tóschi,

Vorrei, là in parte ove il garrir de’ loschi Mevi non salga e regni alto l’oblío, Pórti un’ara con puro animo e pio 8Ne la verde caligine de’ boschi.

Ivi del sol con gli ultimi splendori Ridirei tua canzon tra erbose sponde 11A l’onde a l’aure a i vaghi augelli a i fiori:

Gemerebber piú dolci e l’aure e l’onde, Piú puri al sole i fior darían gli odori, 14Cantando un usignol tra fronde e fronde.

In morte di Pietro Thouar (Giugno 1861)

VI.

IN MORTE DI

[giugno 1861]

Me da la turba, che d’ossequio avaro Pasce i mal chiusi orgogli A qual piú sorga d’util fama chiaro, Tu, solitaria musa, a vol ritogli: 5Ma, dove del suo riso Virtú soave irradïando veste Bei costumi, alti sensi, opre modeste, Ivi teco io m’affiso, Teco m’esalto ed a l’aspetto santo 10Rompe da la commossa anima il canto.

E già cercai con desïoso amore Questo savio gentile, E i pensieri affinai ne lo splendore Che mite diffondea sua vita umíle. 15Nel suo povero tetto Me inesperto egli accolse e ad una ad una Del reo mondo le piaghe e di fortuna E ’l non mai domo affetto Al vero al buon m’aperse: in su la pura 20Fronte gli sorridea l’alma secura.

Ahi, con duol mi rimembra il punto quando L’ultimo amplesso tolsi, E da la buona imago, sospirando, Confuso di tristezza, il piè rivolsi! 45Redía, su ’l volto amico Insazïato ancor l’ occhio redía, Qual di figliuolo che per lunga via Si mette, e al padre antico Guarda, pensoso del lontan ritorno, 50Ne la fredd’ombra de l’occiduo giorno.

Pur rivederlo a sue bell’opre atteso Mi promettea speranza, E ne gli onesti ragionari acceso Di fede avvalorarmi e di costanza. 25In van: per sempre è muto Quel di semplice eloquio inclito fabro, Quel mite ardente intemerato labro; E l’occhio, ahi quell’arguto Da le assidue vigilie occhio conquiso, 30Piú non si leva a’ dolci alunni in viso.

E voi vivete, o titolati Gracchi, E voi con doppia lingua Ben provvedenti Bruti a’ cor vigliacchi, E voi Caton cui libertade impingua. 35V’approdaron, civili Rosci, il tragico stile e l’alte spoglie! Ma in van mentite, o istrïon, le voglie Oblique e l’opre vili Sott’esso il fasto de l’eretto ciglio, 40Famosi oggetti al popolar bisbiglio.

Ei per le vie, che non de gli aurei cocchi Ma suonan di frequente Opera industre, oh quante volte gli occhi A sé traea del vulgo reverente! 75Usciano in suo cammino I vecchi salutando, ed a la prole Con ischietti d’amor cenni e parole Segnavanlo e al vicino: Or di lui forse in su la stanca sera 80Pensan con un sospiro e una preghiera.

Non un pensier, ch’io creda, a lui concede Il vulgo che beato Con largo fasto e misera mercede Ne pagava i precetti e il mal sudato 85Tempo ingombrògli. Umano De gli anni nuovi educatore, ahi cruda Volge l’età pur sempre, e de l’ignuda Virtú l’esempio è in vano: Povero fior d’atra palude in riva 90Muor né d’olezzi il grave aër ravviva.

Alla Louisa Grace Bartolini

VII.

A te, sciolto da’ languidi Tedi lo spirto, e anelo Del vital aere al fremito Ed a l’effuso cielo, Sorge: dal cuor rimormora 6L’aura de’ canti, inclita donna, a te;

A cui ne’ tócchi rapidi D’animator pennello E ne’ frenati numeri La memore del bello Idea sorride e tenero 12Senso e del bene l’operosa fe’.

O desta a i forti palpiti Che viltà preme in noi, Nata a i concilii splendidi De i vati e de gli eroi, Salve, Eloisa, armonica 18D’altre genti figliuola e d’altre età!

Perché tra i vecchi popoli Venisti e a gli anni tardi, Quando gli eroi si assoldano, Spengonsi i vati e i bardi, E si scelera l’ultimo 24De l’oscurato ciel raggio, beltà?

Altr’aer ed altro secolo L’attèa Corinna accolse; E, quando ella da’ rosei Labbri il canto devolse, Tutto pendeva un popolo 30Da l’ardente fanciulla affisa al ciel.

Fremea sotto la cetera L’onda alterna del petto: Da le forme virginee Ineffabil diletto Spirava; ma le lacrime 36Splendido a’ folgoranti occhi eran vel.

Stupían mirando i príncipi E i figli de gli Achei Poggiati a’ colli madidi De’ corridori elei: Cantava l’alta vergine 42La sua patria, i suoi dèi, la libertà.

Ed oblioso Pindaro De la ceduta palma Parea per gli occhi effondere Il sorriso de l’alma, Rimembrando Eleuteria 48Che tra i popoli salvi inneggia e va.

Ma ben, come da súbita Procella esercitate, Le selve atre germaniche Suonâr, se a l’adunate Plebi i cruenti oracoli 54Apria Velleda e de le pugne il dí.

Tra l’erme ombre de’ larici, Da la luna e dal vento Rotte, la vergin pallida In nero vestimento Alta levossi, a gli omeri 60Lenta il crin biondo onde null’uom gioí.

E cantò guerre, orribili Guerre; e a la cena ìmmonda Convitò i lupi e l’aquile; E tepefatta l’onda De’ freddi fiumi scendere 66Vide tarda fra i corpi al negro mar.

Lungo andò allor per l’aere Rombo da i tócchi scudi: Precipitâr da’ plaustri Le madri, e con gl’ignudi Petti la pugna accesero 72O ululando le marse aste affrontâr.

Ahi, dov’è pompa inutile Al vivere civile La donna, ivi non ornasi Il costume virile Di forza e verecondia, 78E turpe incombe a’gravi spirti amor.

Ma tu, Eloisa, l’agile Estro di Suli a i monti Invía, dove piú gelide Mormoran l’aure e i fonti, E molce i petti liberi 84Canto d’augelli e balsamo di fior;

E dinne la bellissima Sposa d’eroi Zavella, Che pur con l’una stringesi Il nato a la mammella, Con l’altra mano fulmina 90L’oste premente e gli orridi bassà.

De le polone femmine Ridinne i canti amari, Che di lor vene tingono I supplicati altari 0 chieggono a la Vistola 96Tra cotanta di spade impunità

Gli spenti figli. O candido Stuolo, lamenta e muori, In fin che basta il ferreo Tempo de gli oppressori, E pur cadendo mormora 102- No, che la patria mia morta non è. -

Già la rivolta affrettasi Fósca di villa in villa, Turbina il vento ed agita L’animatrice squilla, E il nuovo carme a’ liberi 108Popoli suona su i caduti re.

Per raccolta in morte di ricca e bella signora

VIII.

Sparsa la faccia bianca De la fuggente vita, Con la persona stanca Abbandonarsi a l’ultima partita Lei che sposa virginea 6Pur or ne arrise di beato amor;

Sentir com’angue gelida E questa e quella mano; Gli occhi mirar che vitrei Orribilmente nuotano nel vano Forse in cerca de i pargoli 12A lo sguardo nascosi ahi non al cor,

De i pargoli che muti Intorno al letto stanno Rigando i volti arguti Di lacrimette, ed il perché non sanno, E come sogno i fervidi 18Baci materni penseranno un dí;

E intorno l’ombra stendersi De la morte odïosa, Mentre pur su ’l cadavere Si lamenta con Dio la madre annosa Ch’abbia a compor ne l’ ultima 24Pace chi a premer gli occhi suoi nutrí;

Deh quanta pièta! E pure Dolori altri secreti Conosco, altre sventure, Che di solenni lacrime a’ poeti Non chieggon pompa. Apritevi, 30De la miseria antri nefandi, a me.

E tu che in quelle fetide Paglie mal sai celare La nudità che informasi Da l’ossa attratte e orribile si pare Tra i pochi cenci luridi, 36Forma dolente umana, oh qual tu se’?

Il secco occhio splendente Con le pupille ignave, Il sudor che di lente Righe solca le tempia oscure e cave E rappreso su l’umida 42Fronte il cinereo mal piovente crin,

E quel vermiglio lurido Ne le saglienti gote, Quel faticoso anelito Da l’osseo petto cui la tosse scuote Acre profonda ed arida, 48Quel sangue de la bocca in su i confin,

Annunzian, fere scorte, La grande ora suprema. Al passo de la morte Niun la prepara? e niuno è che qui gema? Ecco: un parvol si strascica 54Su quelle paglie, e chiede pur del pan;

E un infante co ’l rabido Vagito de la fame Contende, ansa, travagliasi Co ’l viso macro, con le dita grame, Intorno de l’esausta 60Poppa. Ella guarda, e a sé lo stringe in van.

Lente cadon le braccia, Il guardo le si vela, E pia morte la faccia De gli affamati suoi figli le cela. Devoti essi a la livida 66Colpa ed al vorator morbo son già.

L’uomo, doman, che tolsela Vergin bella e pudica, Su ’l deforme cadavere Darà un guardo tornando a la fatica Usata. Ozio di piangere, 72Dritto d’amare il misero non ha.

Per nozze in primavera

IX.

in primavera

Or che un agil di vite innovatore Da la materia spirito s’esplíca, E sona d’imenei la selva antica, 4E su la terra il ciel folgora amore,

Cedi al sacro disio, de l’amatore Va’ ne gli amplessi, o vergine pudica: Natura vi consiglia e l’ora amica, 8De la fugace età cogliete il fiore.

Né v’offenda il pensier che men gradita Stagion sottentra a questo riso alterno 11Del giovin anno che a goder ne invita:

Ne’ cuor gentili amor vampeggia eterno, Come infuso pe ’l globo a lui dà vita 14Il perenne ed antico ardore interno.

Per le nozze di un geologo (Prof.G.C.)

X.

[prof. G.C.]

O scrutator del sotterraneo mondo, Cui mal pugna natura e mal si cela, Che a gli amor tuoi nel talamo profondo 4Sua virginal bellezza arrende e svela;

In questo de’ viventi aër giocondo Leva gli occhi una volta e l’alma anela: Qui sorriderti vedi un verecondo 8Viso, e la madre a te l’adorna e vela.

E qui saprai se piú potente insegni Amore il varco a’ chiusi incendi etnei 11O piú soave in cuor di donna regni.

Riconfortato poi, dal sen di lei Torna a giungere ancor, né se ne sdegni, 14Con la sacra natura altri imenei.

L'antica poesia toscana (Nelle nozze di I.D.L.)

XI.

l'antica poesia toscana

Su le piazze pe’ campi e ne’ verzieri D’amor tra i ludi e le tenzon civili Crebbi; e adulta cercai templi e misteri, 4Scuole pensose ed agitati esilî.

Or dove son le donne alte e gentili, I franchi cittadini e’ cavalieri? Dove le rose de’ giocondi aprili? 8Dove le querce de’ castelli neri?

Povera e sola a la magion felice Ecco ne vengo, ove m’invidi un pio 11Amor che mi restava, o incantatrice.

Apri, fanciulla; ché se il tempo rio Or mi si volge, i’ vidi già Beatrice: 14Apri: la tósca poesia son io.

Scienza amore e forza (Per le nozze di P.S. filosofo al fratello della sposa ufficiale)

XII.

[per le nozze di P.S. filosofo al fratello della sposa ufficiale]

Ecco, al caro garzon che la inanella Move la tósca vergine pudica, A cui nel riso de la fronte bella 4Raggia il fulgor di Beatrice antica:

Ed ei dal suol che il ionio mar flagella Ultimo e accesi i monti e i cuor nutrica Qui venne, e lo scorgea l’ardua facella 8Onde Vico fugò l’ombra inimica.

Tale, ove i cuor fe’ tirannia sí scarsi, Vola or da i fin de l’itala contrada 11Sapïenza ed amore ad abbracciarsi.

Che se rea forza s’interpone e bada, Ben tra i canti e tra i fiori a l’aura sparsi 14Anche, o Giorgio, fiammeggia oggi una spada.

Le nozze (Festa di giovani e fanciulle)

XIII.

LE NOZZE

(festa di giovani e fanciulle)

i due cori

Ne la stagion che il ciel co’ le feconde Piogge nel grembo de la madre antica Scende è l’eterna amica 4Co’ vegetanti palpiti risponde, E gemiti e sospiri e arcani accenti Volan su’ molli venti E la festa e il clamor de gl’imenei 8Nel canto è de gli augei;

Quando, de le foreste al lento giorno, Accennando del vertice ondeggiante, Fremon d’amor le piante, 12E un fresco effluvio va su l’aure íntorno; Quando al sol nuovo di pudico ardore Dal verde letto fuore S’invermiglia la rosa, ed il suo duolo 16Canta a lei l’usignuolo;

Su la tepida sera e con la stanca Luna che sorge e va tra gli odorati Vapor benigna e i prati 20Arsi rintégra e i verdi monti imbianca, Tu a l’ opre de la vita a le tue leggi La giovin coppia reggi E guida, o sacra, o veneranda, o pura 24Madre e diva, natura.

Qual nel roseo mattin lene si solve Lucida visïone e come stella Di sua bianca facella 28Segna cadendo a l’alta notte il velo,

La fanciulla trasvola. Oh chi del cielo La pace e il riso ne’ begli occhi infuse? Chi tanta circonfuse 32Gloria di raggi a la gentil persona?

Tenebra e gelo, ov’ella n’abbandona, Contragge l’aer e i cuor, ma seco adduce L’ardore ella e la luce, 36E sotto il bianco piè fiorisce aprile;

E l’aure e l’acque e i fior con voce umile Mormoran di sommessi amor richiami, E piú dolce tra i rami 40Corre la melodia di primavera.

Quasi canzon lontana in su la sera Ne i lidi antichi de la patria udita Onde fu la partita 44Grave e n’arride in cor dolce il ritorno,

Suona la voce sua. Ben venga il giorno Che di novelli sensi una vaghezza Colori sua bellezza, 48Come il sol primo adolescente fiore,

E là si svegli dove or dorme amore.

Allor risponde ad ogni offesa - amore - con viso d’umiltà vestito; E ne l’alto infinito 53Come in sua regïon s’affisa e mira;

Ed un rombo di bianche ali l’aggira; E pur tra il fumo de l’italiche ire Scender vede e salire, 57Quasi pioggia di manna, angeli al cielo.

Allor contempla il anelo, E sovra il marmo combattuto posa Lento la man rugosa 61Dinanzi al folgorar di due pupille.

Ma tu, Sanzio gentil, tante faville Giungi a’ tuoi chiusi ed immortali ardori, Quante pe’ bei colori 65Chiedi a la terra e al ciel forme divine.

Ahi troppo amico di tua morte! al fine, Come arboscel che d’una rupe orrenda Avido si protenda 69A ber la luce e il sol, tu langui e spiri.

Tale, ove pieghi de’ begli occhi i giri Costei cui donna il vulgo e Beatrice Chiama il poeta, indice 73Lor fati a l’ alme, e sovra l’arte regna,

Di bellezza e d’amor vivente insegna.

Cosí pronta e leggera Per tempeste di mari La rondinella a i cari Liti e al suo nido affretta, 79Che il ciel mite l’aspetta — e primavera,

Come voli tra’ fiori Tu al cupido marito; E tal cervo ferito Tende a montano rivo, 84Qual ei tutto giulivo — a i dati amori.

Tu togli, amor possente, La vergine al suo tetto, Tu lei togli a l’aspetto E al bacio lacrimato 89De l’uno e l’altro amato — suo parente.

A novo ostel la guidi, Ad altre cure e sante; E al consecrato amante Lei timida e vogliosa 94Doni moglie, e pietosa — amica fidi:

Onde poi si rinnova La socïal famiglia; Dove, se amor consiglia Al vero al buono al retto, 99Virtú fiorisce e affetto — in bella prova.

Fanciulla, or t’abbi in core Pur tra’ pensier piú cari, Che de’ pudichi lari In te posa la fede, 104Che del costume siede — in te il valore.

Tu lasci i primi gigli, E cambi a piú gentile Questo tuo stato umile; E il saprai quando intorno 109Ti fioriranno un giorno — i dolci figli.

Qual chi de l’esser suo toccò la cima Tranquilla e glorïosa ella ne viene: Diffuso ha per le gene 113E ne la fronte di letizia il lume.

Attende; e poi, qual con le aperte piume Colomba al pigolar de la covata, Ella corre beata 117E d’amor radïante a un picciol letto.

Denuda, o vereconda, il casto petto: Dischiudi, o bella, il tuo piú santo riso: Il pargoletto affiso 121Ne la tua vista i nuovi affetti impari.

A te co’l riso egli risponda, i cari Occhi parlino a te. Sveglia co ’l senso Nel picciol cor l’immenso 125Intendimento de la vita umana.

O de le semplicette alme sovrana, O pia de’ novi cuori informatrice, La steril Beatrice 129Ceda a te, fior d’ogni terrena cosa.

Talamo e cuna è l’ara tua: l’ascosa Corrispondenza è quivi, onde si cria Quell’eterna armonia 133Che de’ petti domati in fondo aggiunge

E la famiglia a la città congiunge.

Allor, perché da le sue case lunge Voli di servitude il dí nefando, Cade l’eroe pugnando, 138E ne la luce de i cantor rivive;

E contro l’Asia che di forme achive Ornar vuole a’ tiranni il gineceo, Suona su per l’Egeo 142Il peana e la sacra ira d’Atene.

Sorge de i re contro le voglie oscene Il gran giuro di Bruto, e su le spoglie De la pudica moglie 146Libertate a la lor fuga sorride.

Tremi le squille ancora e l’omicide Sicule furie qual porrà la mano Dominatore strano 150Su le donne de’ vinti, o le vendette

De i secreti pugnali. A noi permette Altri l’età miglior vóti e speranze, Se de le molli usanze 154Vinca le oblique insidie integra l’alma.

Or vienne, o giovinetta: or, palma a palma Stretta co ’l tuo fedele, entra d’amore Nel tempio: ma il pudore 158Che la vergin tingea de la sua rosa

Non si scompagni da la nova sposa.

O te felice, o sopra Il nostro infermo stato Te cara al ciel! beato Il letto de’ tuoi amori, 164S’ombra de’ propri fiori — avvien che’l copra.

Ma in cor ti sieda impresso Ch’ogni piacer piú caro Ti tornerà in amaro Senza i baci e gli accenti 169De’ pargoli innocenti — e il puro amplesso.

Ahi, la non degna sposa Ch’odia di madre il nome Stolta e crudele! Come Talento reo la sprona, 174A danze si abbandona — furïosa

E in tanto, o empia!, langue Su mercenario petto Il caro pargoletto, E d’altrui baci impara 179Disconoscenza amara — del suo sangue.

Ma, quando di restia Vecchiezza il corpo offeso Sente de gli anni il peso, A lei non per soave 184Cura figlial men grave — è l’età ria.

Muore; e non di sua prole Il pianto e il bacio estremo Non il vale supremo La misera conforta: 189Questo natura porta — ed il ciel vuole.

Ma tu piú saggia il fiore D’ogni piacer ritrova In questa cura nova. Cosí nel bel disio 194Ti benedica Iddio — t’arrida amore.

Poeti di parte bianca

XIV.

— Duro, marchese, allor che de la vita L’ arco piega e il pensiero in su le bianche Urne de’ padri si raccoglie intorno A i templi noti, oh duro allor, marchese 5Malaspina, lasciar la patria! A cui Rida nel core e ne le forti membra La giovinezza, è un’ avventura, un gioco De la vita che s’apre a nuovi casi, Con l’ esilio mutar le dolci soglie 10De la magion de’ padri suoi. Ma io Non vedrò piú da l’Apparita al piano La mia città fiorente; ahi lasso, e lunghi Corron due lustri omai che aspetto e piango! Come serena tra le negre torri 15S’inalza e quanto già de l’aer piglia Santa Maria del fiore! lo la mirava Da’ lieti colli ove lasciai me stesso,

E tutta a gli occhi s’affacciava l’alma, Allor che il magno imperador s’assise 20A Firenze con l’oste. Ed io ’l seguiva, E rividi la mia villa diserta Da Carlo di Valese; e i luoghi usati Io non conobbi piú, né me conobbe La nuova gente. Ora il cortese il giusto 25Il magnanimo Arrigo è morto; e giace Tutta con lui de gli esuli la speme. —

Tal parlava Sennuccio, un de gli usciti Cittadin bianchi di Firenze, in rima Dicitore leggiadro; e fósco in tanto 30Battea la ròcca di Mulazzo il nembo, E la tristezza del morente autunno Umida e grigia empiea le vaste sale Di Franceschino Malaspina. Acuta Guaiva a’ tuoni una levriera, e il capo 35Arguto distendea, l’occhio vibrando Dardeggiante e le orecchie erte, a le verdi Gonne de l’alta marchesana. A lei D’ambo i lati sedean donne e donzelle, Fior di beltà, fior di guerresche altiere 40Ghibelline prosapie. E di rincontro, Ardendo in mezzo d’odorata selva Il focolar, tu dritto in piedi tutta Ergei la testa su i minor baroni, Caro a gli esuli e a’ vati, o Malaspina. 45Posava in pugno al cavaliere un bello

Astor maniero, e, quando varia al vento Saltellante la grandine picchiava Le vetrate e imbiancava il fuggitivo Balen le appese a’ muri armi corusche, 50Ei l’ale dibatteva, il serpentino Collo snodando, e uno stridor mettea Rauco di gioia: ardeagli nel grifagno Occhio l’amor de le apuane cime Natie, libere: ardea, nobile augello, 55In tra i folgori a vol tender su’ nembi. E fiso un paggio lo guatava, a’ piedi Seduto del signor: fuggiasi anch’esso In su l’ale de’ venti co ’l desío Fuor de la sala, e valicava i monti 60Da l’insana procella esercitati E le selve grondanti, e tra ’l tonante Romor de le lontane acque lo scroscio Del fiume ei distinguea cui siede a specchio La capanna di sua madre vassalla.

65Ma non al paggio né a l’astor, trastullo De gli ozi suoi, volgeva occhio il barone, Sí atteso egli pendea da la soave Loquela di Sennuccio, e sí ’l tenea D’un compagno di lui l’alta sembianza, 70Di Gualfredo Ubaldini. E, poi che tacque Sennuccio, il pro’ marchese incominciava: — Deh come par che il cielo anco s’attristi E pianga di Toscana in su le soglie,

Quando un poeta si dilunga! O cieca 75E diserta Firenze, or che ti resta Altro che frati e bottegai! Le vie De l’esilio fioriscono d’allori A’ poeti raminghi, e loro è d’ombre E di corone larga ogni cittade 80Ogni castello. Oh, quando abbiavi il dolce Paese di Provenza e voi ristori Cortesia di signor beltà di donne, Non v’incresca, per dio, di questa Italia Vedova trista, ch’ognor piú dimagra 85E di buoni e di ben. Ma, se spiacente Il castel di Mulazzo e ’l castellano A voi non parve, se mercé d’amore Vinca l’ambascia de la dura via, Non vorrete, Sennuccio, or consolarne 90D’un amoroso canto? ― E pur tacendo Il marchese chiedeva: un mormorio D’assenso di preghiere e d’aspettanza Levossi intorno. S’inchinò il poeta, E — Tristi — disse — fian le rime, quali 95Nostra fortuna le richiede e ’l tempo. ― Disse: e intonava pïetoso il canto.

Amor mi sforza di dover cantare E lamentare — in quella ballatetta.

Angela venne de la terza spera 100Qui dove l’aer verna, e chiuse il volo: Poi, tutta accesa in quella luce mera Che arde là sovra del nostro polo, In vista umana patía noia e duolo Conversando tra noi quest’angeletta.

105Ove spirava l’aüra gentile, Súbito amore possedea quel loco: Ivi ridea novellamente aprile E vampava ne l’aere un dolce foco: Ma distringeva i cuori a poco a poco 110Quasi una pena, e dolce era la stretta.

Ognun diceva — Ov’ella gli occhi gira, Ed ivi tosto ogni virtú è fiorita, Cade ogni mal volere e fugge l’ira, E dolce s’incomincia a far la vita: 115A lei d’intorno a gran diletto unita La gente per valer sua voce aspetta. —

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