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LA
PASTORIZIA
POEMA
Dedica
Seguitando le Greche Muse nella bellissima Italia la fortuna del Popolo Romano, ricrearono nel solo il divino spirito di e d’. Che se per consentimento de’ posteri venne ad Omero attribuita la palma dell’epopeja, Virgilio ben altrimenti prevalse ad Esiodo; e le , ispirate d’un affetto mirabile, sono tuttavia la guida più sicura del retto intendere in ogni maniera di buone lettere. Onorando egli, non meno delle sedie curuli e de’ fasci consolari, l’aratro dimenticato, acquistò la debita gloria a questo leggiadro modo di comporre, perchè le Muse immortali non isdegnarono per la sua bocca di ammaestrare i rozzi agricoltori, infiorando delle più splendide grazie i precetti dell’arte.
Il grande amore ch’io posi, dolcissimo amico, nello studiare e tradurre ai nostri modi le Georgiche, mi creò nella mente il pensiero di comporre ed ornare delle squisite bellezze latine alcun mio vago ed utile argomento, per così ben meritarmi dalle moderne lettere, avviandole, per quanto è da me, alla corretta ed elegante semplicità degli antichi. La rigenerazione delle pecore nostrali colle finissime di Spagna, avanza in bene per tutta Italia la speranza dei coltivatori, mercè la saviezza de’ governi che ne prospera l’intento; la qual cura, non ultima lode del rustico sapere, ho tolto novellamente a descrivere in un compiuto poema.
Perchè io poi vi chiami a Mecenate, intitolandovi l’opera mia,
Credo che il senta ogni gentil persona;
chè a tutti è palese la benevolenza che io vi porto, e l’amore che vi scalda a tutte le arti belle ed alle Muse principalmente; le quali, togliendovi spesso alle severe formule del vostro Eulero, vi permettono manifesto quel bello ideale, che a pochi è dato di ravvisare nelle opere ammirande della natura. Con quel sereno e riposato animo adunque col quale l’egregio Attico ricevea tra gli ozj della dottissima Atene gli scritti del suo Cicerone, abbiate voi la mia Pastorizia; nella quale mi sono studiato di raccogliere quanto al peregrino argomento concedeva l’imitazione della natura, la favola, e l’affetto animatore delle immagini.
Io vorrei che questi versi piacessero tanto agli Italiani, da vincere la guerra del tempo e dell’invidia; perchè durerebbe così memoria di nostra amicizia. Che se questo nè so, nè debbo sperarmi, vagliano almeno a ricordarvi, lontano, il vostro amico, e l’amore verso quei dolci studj, che ne involano al conflitto pericoloso delle mutabili opinioni degli uomini, ed alla vanità di molti desiderj.
Libro primo
...... sanctos ausus recludere fontes.
LA cura dell’agnella, agresti Muse, Cantar vi piaccia, e i pascoli, e gli alterni Ovili, e le feconde e liete nozze Con che ogn’anno gli armenti Amor ricrea. 5Ditemi or voi del tondere gli avvisi, I tempi e l’arti, e come cresca illeso Da morbi il gregge e ricche lane apporti. Qual mai fra gli animali indole ottenne Più mansueta della pingue agnella? 10O di che beneficio e miglior dono Potea natura rallegrar la terra? E sì pur dolce ancor n’è il suo governo E lodato lo studio e fortunato, Chè l’uom fa mite di costumi, e porge 15Ne’ casi avversi refrigerio e pace. Porse che sensi umani e dolci modi Non impetrava del guardar gli armenti
Quel, già terror de’ popoli vicini, E de la molle Galatea fugace 20Amoroso Ciclope? Afflitto e cieco, Poichè gli tolse l’unica pupilla L’Itaco Ulisse, egli sedea sull’erto De’ colli, o lungo il mar, forte imprecando Al perfido straniere; e i campi e l’onde 25D’alto gemito empiendo e di lamenti, Di sè pietade risvegliar fu visto Nelle fere selvagge e nelle rupi. Ma poichè vana riuscirgli vide La vendetta e l’amore, il mesto ingegno 30D’arti novelle a consolar si diede: Chè molti a lui pascean candidi armenti L’altero Etna selvoso; e le convalli, Prima deserte, e i gioghi alti del monte Di belati sonarono e di rozza 35Pastorale armonia, chè la zampogna, Solo conforto, gli pendea dal collo. E voi l’udiste, o Muse, in sulle prime Dell’alba ore, solingo ai colli usati Mover le greggi con soavi note, 40E la sera tornar lento sull’orme Cantando al chiuso speco; e intorno a lui
Affollate venivano belando Le pecorelle, cui l’umido vespro Pungea dall’alto e la sorgente luna. 45Or voi la cura m’apprendete, o Muse; E l’impreso cammino a me dinanzi Sgombrar vi piaccia e spargerlo di fiori, Perchè all’Italia mia questa ghirlanda, Sola che manchi a lei, per me s’intrecci. 50E Tu, cui d’alto ingegno e cor gentile Formò natura, e dentro al petto accolse Il casto foco delle sante Muse; Del cui fervido amor l’alma compresa, Del bel ti struggi onde con varie forme, 55E tutte peregrine, ogni creata Cosa risplende e il suo Fattore attesta; Tu, dolcissimo Tosi, eletto amico, Il chiaro animo intendi a’ versi miei. Forse avverrà che le memorie antiche 60Volgendo in cor de’ verdi anni tuoi primi, A cui sì spesso il desiderio corre, Del frugifero tuo Clisio ti sieda Sul margine fiorito, e me, compagno Dolce de’ tuoi pensier, cerchi lontano. 65Ma se teco verran questi ch’io vergo
Nel nome tuo leggiadri versi e canto, Come più vuole amor tra le felici Piagge del Mella, non dirai che solo T’abbia lassato il tuo fedele amico; 70Che per udirli dal tuo labbro, intorno Ti si faranno taciti i pastori D’ascoltar disïosi, e delle Ninfe Agresti il coro; quale un dì sorvenne Ne’ Beotici colti al vecchio Ascreo, 75Poichè soavi dal suo pelto uscièno Sparsi d’etereo mel sensi e parole. Come pria la famiglia ampia e diversa Degli animai soggetta all’uom s’arrese (Così contro il voler cieco e la forza 80L’uman senno prevalse) a parte entràro Di sue fatiche obbedïenti i bruti; Cui (liberi da prima e vagabondi Per le selve scorrendo e la deserta Terra) fea schivi o paurosi o crudi 85Natia salvatichezza e fiero istinto. Timido prima a un mover d’aure, a lieve Scrollar di fronde, ergea gli orecchi, e in fuga Precipitando si volgea pe’ campi L’animoso destriere, e d’un acuto
90Nitrir fea spesso risuonar le valli. Nelle battaglie il tauro immansueto Struggea sè stesso per furor geloso; E queta la giovenca iva frattanto Pascendo erbe e virgulti, e con lusinghe 95Concitava alle pugne i fieri amanti. Ma d’entrambi il talento acre e selvaggio Vinto all’arte si rese. Il docil collo Piega il destrier, per vie lunghe traendo I carri ponderosi; or grande in petto 100Animo volge e sfida i venti al corso; Or composto e costretto e affaticato, Comparte i passi studioso, e l’orme Ritesse in giro e i fianchi inarca e svolge. Dell’aspre corna immemore, pe’ solchi, 105Fatto placido il tauro, al ferreo giogo, Dure zolle dirompe, e va dinanzi Al pungolo, che pur lo affretta e preme. Ma non molto pugnar, non rischio valse All’uom l’acquisto dell’agnella, e tutta 110Volonterosa a lui cesse l’impero. Del furor de le belve, a cui natura Sortì la forza al mal voler compagna, La misera fu preda. Irne agli amati
Paschi l’agnella non ardia; ma dure 115Fami sostenne entro a’ covigli, o l’erme Trascorrendo pendici, orride vepri Brucò tra via furtivamente, ignota Ai feroci animali. E questo ancora Non la sottrasse de’ nemici all’ire. 120Di fame impazïente, ecco nel branco L’informe orso gittarsi; e ritto in piedi L’unghie aprendo e le fauci, sopr’a quella Che più gli par disserrasi, e con tutta Forza sbarrando la meschina al dorso, 125Le palpitanti viscere divora. D’altra parte, di sangue ognor digiuno, Come sua rabbia e ferità lo sprona, Furtivo assale il lupo; e questa e quella Addenta e squassa mugolando in alto, 130E ne fa strazio assai misero e crudo Disertando le mandrie; e stretta al collo La più bella dell’agne, la si getta Sollecito a le spalle e via correndo Si rinselva ringhioso a la foresta. 135Fino all’ultimo capo allor del gregge Peria l’imbelle schiatta, e la speranza E della specie il nome iva perduto
Se l’uom non era; irreparabil danno! Chè di tempre migliori altro animale 140Dato sperar non era; o guardi al vitto Che parco ti domanda, o al latte, o agli usi Delle morbide lane ond’ei si veste. Se l’agne accoppj, un folto ordin di figli Ti fa contento, e due fiate ancora 145Sotto l’Italo ciel spongon lor parti. Denso di pingue umor dolce si stilla Alle nodrici nelle poppe il latte Con larghi rivi; ed agli agnelli abbonda, Sì che il pastor poi nel sottragge; e sparso 150Di melisse e di verde apio o ginebro, Reca la genïal rustica Pale, Coronando le mense. I fianchi e il tergo Veste intanto a gran ciocche il bianco vello, Cui di vaghi color tingendo abbella 155La varia arte di Tiro; e ne dimostra La mammola pudica, il fior del croco, L’amaranto vivace e l’agrifolio; Or nel giacinto infosca, or con la rosa S’imporpora, o il candor serba del giglio. 160Usa al poco, a qual più de’ paschi intorno La pecorella adduci, ivi contenta
Sostasi e pasce, ed al terreo fa prode, Che sfruttato per lungo ordin di messi Giacque di sughi povero e di germi. 165Non così dove cerca il vagabondo Stuol dell’avide capre, intera e bella Si rifà la pastura; e dove il dente Avvelenato della capra aggiugne, Tocca vi muor dalle radici ogn’erba. 170Mitissima l’agnella infra gli arbusti S’aggira, e tonde dolcemente il sommo De’ cespi e l’erbe, e lascia star gli steli; Ma la proterva il vital germe addenta 175De’ teneri virgulti, e molto il capo Disdegnosa squassando, nel midollo Più e più s’affigge, e guasta avida e sterpa. Per questo delle piante entro le amate Scorze lor membra paurose stringono 180Le Ninfe; e all’appressar del crudel morso Abbracciandosi ai tronchi, ira e dispetto Sfavillano dagli occhi, e gridan forte Dall’ime valli provocando i lupi. Or chi vaghezza del lodato armento 185E grazïosa utilità consiglia Meco entri in via; le chiare orme seguendo
Del gran Coltivator, ch’esule d’Arno, Seguir le Tosche Muse ad altro cielo. Varia secondo il clima e la natura 190Del suol che le ricetta, indole e forma Traggon le pecorelle; e come in terra Non una è de’ cavalli, e de’ seguaci Veltri la specie e de’ volanti augelli, Se ben discerni, troverai diversa 195L’un’agnella dall’altra; e la fatica E lo studio a mal fin quegli conduce Se non bada alla scelta, allorchè attende Di nuovi capi a ingenerar l’armento. Premio invano ed onor spera dall’opra 200Chi mal vide da pria, cercando all'agne Degenero marito; e chi nel pieno Felice ovil ne trascegliea quell’uno Che tutti avanza in vigorìa d'etade, Ricco di vaga prole altrui prevalse. 205Come fan duo nocchier, che d’un medesmo Lido salpando, al mar danno le vele; L’un, cui la vista non fallì tra l’ombre, Per diritto cammin tocca a la meta; L’altro, cui prima traviò la notte, 210L’oscuro nembo o la piegata antenna,
Fa ritroso sentiere, e in mar si perde: E sì rafforzò i remi, e tutte all’aure Predatrici le vele in alto alzando, Rapidissimo solco aprì fra l’onde; 215Ma non però dal corso utile alcuno Gli vien, chè in peggio il primo error lo adduce. La bellicosa Cirno, aspra d’intorno D’eccelse rupi, in sen cresce e nutrica Arïeti, che torte e a spira avvolte 220Verso gli orecchi hanno le corna, e i cervi, Così veloci movono correndo, Lasciansi indietro e le silvestri fere. Tra i faretrati Persi e i Caramàni Coda enorme protende, al mover lenta 225L’orïentale agnella; e di più corna Sotto l’adusto cielo orna la fronte, E come cervo solitaria imbosca. Or, pari all’asinel, dalla ramosa Testa lunghe una spanna prone cadono 230In giù le orecchie; or di gran gobba il dorso Va distinta fra gli Indi; e dove lunga Sporge in altre la coda, una gran massa Di lento adipe solo alla Numida Ed all’Araba agnella i lombi aggreva.
235Ma, o che intera una greggia a guardar prenda Novellamente, o ricrear soltanto Ami la tua (che trascuranza, e a caso Male assortite nozze, o clima avverso Invilìr fra poc’anni) a te l’altrice, 240Non men di mostri e di nocenti belve Che di forti animali, Africa mandi Il generoso arïete, e con quello Rinnovella la specie e il gregge adempi. Se tardi prende accrescimento e forza 245Sua venturosa prole, a lei natura Un più largo confin di vita assente; E dove altra si giace inutil ossa Già preda della morte, al terzo lustro Quella pur si feconda, ed al travaglio 250Vale de’ parti, ed a lattarne i figli. Candida il roseo corpo e in ricci avvolta Copre morbida lana, e al tatto agguaglia Molle bambagia, che al Niliaco Egitto E ne’ campi Maltesi appar dal grembo 255Dello squarciato calice diffuso. Quindi l’Ibero dai propinqui lidi D’Africa lo raccolse; e il Tago e l’Ebro Primamente pascean del fortunato
Gregge le torme; e quindi oltre Pirene 260Varcàro nelle Gallie, e la divisa Albïon ne fe’ acquisto, e nel tuo seno Sotto cielo miglior tu l'accogliesti, Italia mia: di quanto altrui comparte L’alma Cerere e Bacco e Pale e Flora 265Non manchevole madre e pronta altrice. Ma chi dal natio seggio a più benigne Piagge, all’Ispano suol primo le trasse? Qual più caso o fortuna a noi fe’ dono Del pellegrino arïete, che tutti 270Abbandonando della patria terra I ritrosi costumi, a miglior culto S’arrese obbedïente, e nuovo assunse Abito e tempre, e di Merino il nome? Tra le prische memorie e nell’incerto 275Volger degli anni il guardo alcun non pose; Nè dell’esule armento ai nostri lidi Alcun notava i tempi, e sì bell’opra Dalle Muse convenne esser negletta. Forse rasa dal lito Africo appena 280Era Cartago, e calda ancor la strage Della Punica rabbia, allorchè addotto Venne all’ultima Gade il primo armento:
Se così piacque al vincitor Romano Fra l’altre opime spoglie, e l’auro e l’armi 285Della vinta città, nelle felici Glebe recarlo dell’Ausonia terra; Onde il Calabro poscia e il Tarentino E il Milesio pastor l'Itale schiatte Rigeneràr, siccome intorno è grido. 290E forse allor che tutta Africa in armi Con barbarica possa entro i confini Si versò delle Spagne, onde sì cruda Volse fortuna un dì con dubbio Marte, L'ire seguendo de’suoi re, l’insegne 295Il Nomade pastor movea dall’arso Terreno, e affidò al mar coll’ampie greggi I vagabondi Lari. E come giunto Tra i fertili si vide immensi piani Della Betica terra, ogni desio 300Del riveder la patria in lui si tacque; Quivi pose l’ovil, quivi ebbe regno E ferma stanza; e il ferro indi, che tutti Insanguinò que’ campi, a le capanne Perdonò de’ pastori ed agli armenti. 305Guarda, che un misto di selvaggio ancora Dell’inospite suolo onde a noi venne,
Ti palesa il Merin! Se non che il grave Contegnoso andamento e l’alterezza, Dell’Ispanica terra esser ti dice 310Abitatore. Or chi n’acquista, al vello Badi, agli atti, alle forme, onde non erri Nella scelta il giudicio, e di non vera Ignobil razza adempia indi l’ovile. Tra le Iberiche madri alto si estolle 315Il maschio, e nell’andar libero e pronto Par che ad arte misuri e studj il passo. Scuro e vivace ha l’occhio; oltre misura Largo il capo e compresso; irte le orecchie, E giù ravvolte a spira ambo le corna. 320Denso ha il ciuffo elevato, e sime nari, Grossa cervice, e breve collo, e largo Fra i rilevati muscoli si spande Lanoso il petto; in molto adipe avvolta Tonda è la groppa, e molle si riposa 325Sovra l’anca piegata agile e piena. Come suole apparir purpurea veste Sotto candido vel, che man gentile Soppone, e di leggiadro abito adorna Alcuna delle Grazie, ove i condensi 330Bioccoli mova, ti parrà la cute;
Ma se tanto è sottil, che dell’errante Sangue gli avvolgimenti appajon tutti, Sta però salda nei tenaci bulbi La contessuta lana oltre a duo verni. 335Tal forse era il monton che di Libétra Sull’ara apparve ai giovinetti figli Del Tebano Atamante; e tal si fece Il gran Padre de’ numi, allorché, contra Tiféo gli sdegni differendo e i tuoni, 340Stampò di bifid’orma il suol d’Egitto; E smarriti il seguian conversi in belve Del combattuto Olimpo i fuggitivi Figli, esulando alle terrene sedi. Ma del gregge fin qui mostrando indarno 345Io ti venni il miglior, se il dolce ostello Pur si nega a’ pastori, e si contende Negli Italici campi a la raminga Agreste Pale un seggio. Ai numi piacque, Se il ver narra la fama, uscir dal magno 350Olimpo, e visitar queste contrade Dell’alma Ausonia (e il Tebro ancor lambia Deserti i colli di Quirin, chè ai liti Di Lavinio venuto ancor non era Il Pio Figlio d’Anchise.) Il puro aperto
355Cielo, e l’aere benigno, e i lieti campi Fèro ai Celesti di ristarse invito; E ciascuno a guardar della diletta Terra si prese alcuna parte. E Giove Guardò le sacre rocche ove le torri 360Sorger doveano alle città superbe; Giuno ebbe l’aere, e di sereni lampi Illustrò Febo il ciel, temprando il corso Alle alterne stagioni. Ospite seggio All’Arcadico Pane ed alle Ninfe 365Dier le foreste, ed a Pomona e Flora Zeffiro crebbe il verde onor de’ prati. Piacque a Minerva ed a Liéo de’ colli L’inclinato terreno, e fra le spiche L’aurato capo avvolto, a Cerer piacque 370Sola signoreggiar pei lati campi. Ma non consentì a Pale entro l’amico Suol d’Ausonia restarsi, e a sdegno l’ebbe, Gelosa d’altri Iddii, la dispensiera Dell’aurea messe, Cerere, chè molto 375Temea no ’l primo onor tolto le fosse. E poichè, sola degli Dei, precluso Ebbe d’Italia il suolo, a lei convenne Irne altrove cercando asilo e regno;
E tuttavia spingendo il mansueto 380Gregge, ai barbari venne: a le riposte Dell'Iapidio Timavo e de’ Liburni Intime sedi, ai Garamanti e agli Indi. Mescendosi la diva infra i mortali, Dolce spirò negli uman petti amore 385Di semplici costumi, e vi permise Libera vita e d’ogni fraude ignara. Ivi gli armenti scompartendo e i paschi, Suoi ricchi studj addusse, onde al bisogno Sovvenire e al diletto; e social nodo 390Così fra i rozzi popoli si strinse. Tal da principio degli Dei consiglio E discorde il voler dalla felice Ausonia terra allontanò l’armento Dell’agnelle innocenti; e dai Celesti 395Temendosi alcun danno, all’uom non parve Di rivocarlo, e perseguì la diva, Che spontanea i suoi doni altrui profferse. Contro a l’utile Italia e contro al vero, Persuase a sè stessa esser de’ campi 400Nocumento le greggi, o inutil cura: Dove tanta all’aratro opra rimane Ed a’ cultori; e dove co’ pesanti
Manipoli sorrise Eleüsina Nelle pianure, e coronava i colli, 405D’amenissimi tralci il buon Lieo, Di cui pregiata la vendemmia fuma. Di questo error, che d’invincibil bujo Ne ricinse le menti (ove ti piaccia Volger lo sguardo fra le opime ville 410Del Sebeto, del Tebro, e più da presso A111 Eridàno, al Mincio, al Taro, al Mella) Più ch’io non dico ne vedrai le prove. Vòti i regni vedrai, deserti i tetti De’ profughi pastori; e il crudo editto 415Che da per tutto li persegue e caccia Dall’inospite suol, lungi li mena A perigliar col gregge in fra i dirupi E le gore infeconde e l’ime valli. Per fame quindi, o rio vitto, le schiatte 420Invilirsi fra breve e mancar vedi; Nè trovar pace ai combattuti Lari, Nè ricetto i pastori; e imitar quelli Che del compianto Melibeo seguiro L’orme infelici; allor che, dagli aviti 425Poder che il Mincio irríga esuli, andàro Dinanzi al duro vincitor crudele:
Che, miei son, disse, i vostri campi, e questi Novali: ite coloni, itene altrove. Se non che nuova legge ora li affida 430D’oltraggio, e il cieco error degli avi ammenda L’età miglior, che a Palla e a Febo amica Ed all'arti sorelle, ora dal bujo Riesce alfin de’ prischi usi corrotti Splendidamente, e il vero util discopre. 435Già l’alpi Giulie, i gioghi e le vallee Del Tànaro sonante e della Stura Copron candide torme; e invidïando Il Gallico pastore a mirar scende Le crescenti capanne e i nuovi armenti. 440Già del Lario felice e del Verbano Bellissimo le rive, e il facil dorso De’ colli Briantei, con la feconda Partenopea contrada, accolgon lieti L’alma Dea de’ pastori; e ricreando 445Nuovi al bisogno ed al piacer sostegni, L’industrïoso artier suderà all’ago, Al pettine, alla spola anco fra noi; Nè mancipio vedrassi agli stranieri Farsi Italia, cui tutti entro al suo grembo 450Tesori accolse liberal natura.
Questo dolce desio, questo diletto (Se dopo tanti mali al travagliato Terren d’Italia alcuno Iddio permette Qualche riposo e securtà dall’armi) 455Addurrà a fin candida Pace. Indegno Non è per certo, o Dea, che dall’eterno Olimpo ove ti siedi, un guardo inchini Serenatore a la diletta terra: Prisco seggio de’ numi, alma nodrice 460Di chiari ingegni, e madre all’arti belle, Che tutte a un tempo le raccolse e crebbe, Esuli di lor nido, e le protesse. Deh qui scendi, beata; e le tue sante Orme accompagni la virtude antica 465De’ nostri padri; e ti consegua il coro Delle sapienti Muse, e l’aurea Temi Di buone leggi servatrice, e Palla, Cui diè Giove per senno a tutte l’altre Prevaler delle dive e per consiglio. 470Teco la prisca fede, e teco il casto Pudor ne vegna e l’utile fatica; E amor verace, che le occulte fiamme Spegne d’ogn’alma ambiziosa, e frena I discordi voleri e le procelle
475Stolte che a’ tuoi sereni occhi fèr guerra Si lungamente, or tu disciogli e acqueta; A quel modo talor, che se dall’ime Riposte valli al ciel levasi errando Oscuro umido nembo, e le divine 480D’Iperïon sembianze e il guardo eterno Dell’alma luce intenebra e ricopre; Quegli sul trono luminoso assiso, Giù volta i raggi; e sua virtù penétra L’addensata caligine, e risolve 485In vapor lievi, e la disperde, e regna Nel suo vigor d’Olimpo ogni pendice.
Libro secondo
Dolce è al pastor la cura, onde felice Vive e cresce ne’ paschi e negli ovili Prosperando la greggia. Ei fa diletto A se medesmo delle sue fatiche; 5Ei ne vede i bisogni, e vi soccorre Sollecito, e provvede. Allorchè appare Sovra i monti la neve, e si divalla Per li fianchi, acquistando ognor più loco, Move dall’alte cime, e la radduce 10Dolcemente alle falde. E qui sostando Per lo nuovo sentier, sovra i mietuti Campi la scorge, a pascolar gli steli Del reciso trifolio e delle biade; Ei vi cerca i vivagni, e per le folte 15Macchie s’avvolge e per le siepi. E quando Dispogliata è la terra, e già s’attrista In sul venir del rio novembre il cielo, Sue cure addoppia inverso al gregge inferme Che disagio patisce; ed è sua lode 20Se nol fiede il rigor della nemica
Stagion nel chiuso, nè lo assal di morbi Stuol diverso infinito, e nol vi strugge D’alimenti difetto e dura fame. Del Filliréo Chirone ecco agli alberghi 25Tocca il Sole, e dall’orrida contrada Della Scizia gelata ecco levarsi I Cauri, e tutta disertar la terra. Te pur l’ovile ai freddi tempi accoglia Sotto cielo miglior, che ai lieti giorni 30Apparecchiato, or le tue greggi aspetta. Tempo è allor di riposo, e non ti assente Lo errar d’intorno, come prima, il verno, Che forte incombe a la campagna, e i germi Sepolti uccide e il verde onor ne scuote. 35Dal suo lungo cammino alle invernali Case procaccia d’arrivar lo stanco Viandante, e posarsi; e in securtade L’orror fuggendo di Nettuno e l’ira, Si ricovra ne’ porti il navigante, 40E la prua coronata ai gravi massi Lega, e in festa le ville anch’ei rivede. Ma pria bada al terreno, all’acque, ai siti Dove sorga l’ovil, perchè non abbia Di trasporlo mestieri, ogni qual volta
45Ti patisca l’armento. Aprico e sgombro Monti alcun poco il suolo, e non ricorra Ivi l’acqua da solchi e vi s’arresti. Non manchi appresso di purissim’onde Mobil vena, che a ber le pecorelle 50Da lungi inviti mormorando; e a quella Facil guado, calando, apran le rive. E ti saria ventura, onde alcun poggio Di propinqua montagna incontro all’ira Boreal ti sorgesse, e la pendice 55Del mezzodì si rallegrasse al raggio, Perchè non segga eterna ivi la neve Ai brevi dì, ma presto si discioglia Lasciando all’agne discoperto il campo. Nè men sien presso alti perigli, e rupi 60Erte, e balzi profondi, ime caverne, E fragorosi, per gli sterpi e i massi Svolti dalle montagne, ampj torrenti; Chè spesso la corrente onda appressando V’entra il montone, e giù volto a seconda 65Nelle riviere di nuotar si gode. “E quel che l’una fa, e l’altre fanno„ Le pecorelle, dietro a lui si cacciano Tutte belando; e indarno accorre e grida
E le tiene il pastor, chè immantinente 70Stupide dalla ripa si abbandonano Tutte quante, addossandosi e premendosi. Sien lungo irti vepraj, lunge infecondi Di triboli e di spine orridi campi, Ed acquidose fitte. Al mar vicino 75Non ti fermar, chè sull’ignuda arèna Erba non esce, nè ti vai dell’onde Amare aver d’intorno inutil copia: E il suon dei flutti, che in tempesta al lido Si sospingon la notte allo mugghiando, 80Alle raccolte pecorelle i queti Sonni interrompe, e d’orror vano ingombra. E il Toscano pastor, che le maremme Pascea d’Etruria, e quei, che in sullo stremo Dell’erbosa Sicilia, al mar vicino 85Spingea l’armento, lagrimò deserto Il caro pecoril; perocchè addotto Ivi da fame o mal voler, sul lito Balzò l’Afro vagante, o dell’aprica Alger l’infesto scorritor de’ mari; 90E col ferro nemico insanguinando Le ville, a strazio miserabil trasse E menò servo coi pastor l’armento.
Sorge più d’uno, agli usi atto e all’albergo De’ rustici stromenti e de’ ricolti, 95Ampio elevato portico, cui sopra D’ambe le parti si protende il tetto. Saglia, se il vuoi, d’alcuna banda il muro Contro al freddo Aquilon, contro a qual vento Più forte insulti al tuo guardato ovile; 100Purché d’ampie fenestre e di patenti Fori l’esterno pàssi aere nel chiuso, E quel, che dentro si stipò, n’esali. Fra l’un pilastro e l’altro, alto d’un piede Un muricciuol s’innalzi, e sopra quello 105Diritta scenda, contro ai lati infissa De le colonne, a piuoli contesta, Rastrelliera, che tutto accerchi e chiuda Dalle travi soprane al pavimento. Nell’ordine che dritto occhio prescrive 110Seguan commessi i pali, onde nè stretto Nè troppo largo spazio in fra lor sia; Chè mal può fra i graticci uniti e spessi Penetrar l’aria e il sole, e tra l’ampiezza De’ vani il capo suol cacciar sì stretto 115Il lattante, belando alle nudrici, Che di ritrarlo invan ti adopri e sforzi.
Fra la commessa rastrelliera e il muro Verso terra inclinate escan diverse Bene affermate spranghe, a cui per lungo Della sporgente mangiatoja s’inchioda 120Per di dietro la sponda; e quella ancora Al dinanzi s’inclini, e tutta sporga Sè medesma all’agnel, perchè non resti Cibo negletto al fondo, e il vase imiti Che dal rostro pendente altrui si versa. 125Molto sparse alla cima apransi larghe Ambe le sponde, e decrescendo in giuso In picciol fondo si converta e chiuda. Chè se per caso alcun la pecorella Forse v’entrasse (come avvien se lieta 130A saltar prenda, o la vi adeschi amore Di cibo, a cui famelica si stringe) Mal vi stando co’ piè ritti, poltrendo Non vi rimagna a lungo e il cibo insozzi. Lievi cose parran queste ch’io spargo 135De’ bei fior d’Elicona, e in versi accolgo; Ma non fia che il mio dir soverchio accusi Il buon coltivator, che l’intelletto Aprendo al vero manifesto, ei vede Da piccioli precetti uscir gran frutto.
140Ond’io, continuando al primo detto, Parlerò dell’ovil, perchè non lasci Il provido pastor dentro o d’intorno Sporgenti angoli e punte, e sassi e sterpi Od altro impaccio. Ampio e capace il varco 145Sia dell’ovile e ben disgombro e piano. Dai pascoli tornando (o che la pioggia A ricovrar le affretti, o degli agnelli Che si ristàro, il tenero belato) Le pecorelle dell’entrar son vaghe. 150Ai cancelli si aggirano e si affollano: E come spumeggiante onda, cui freni Argine opposto, alfin rompe e dilaga: Con tal furia si caccia entro e si versa, Tolta la sbarra, nell’ovil l’armento. 155Nella pressura allor, se il varco è angusto, Molti occorron perigli; altre si sfiancano Nell’urto, e dan di petto entro a' serragli; Si sconcian altre, e strappansi di dosso, Forzando le chiusure, i bianchi velli. 160Rimánti ora a veder, perchè congiunti Non sieno insiem colle fattrici i maschi. Se in un coll’agne lascerai confuso Il lascivo marito, incontanente
Turge il sangue ne’ lombi, e lo sospinge 165Ad accoppiarsi. Allor, mischiando i semi E gli aspetti e le forme, l’immatura E la caduca etade, escon difformi I parti, ed ogni specie al peggio è volta. Allor ti nasce disugual la prole; 170E il verno or la ti aggela, o ai caldi mesi L’affanna il sole e i membri egri affatica. Pon man dunque agli assiti, e scompartendo Il già descritto ovil, distinto un loco Abbian gli agnelli, e le fattrici, e i maschi 175Generatori dell’armento, e quelli A cui ferro crudele il sesso offese; E si gli afferma ne’ ricinti e chiudi. Avverti ancora, che il monton non vegga Presso l’agnelle, a cui toccar non possa 180Per le opposte barriere, e se ne attristi. Forse non vedi ancor del giovinetto, Cui sta sopra co’ stimoli pungenti Il crudo amor, perduta irne la mente E sviato il pensier dietro a le care 185Forme di vista verginella? Ei pasce Lieto il desio ne’ suoi begli occhi, e pende Da quell’amata bocca, e l'orme ognora
Ne segue, e ognor si strugge; e come il duro Cenno gliel vieta de’ parenti avari, 190Lei tuttavia lontano ama e vagheggia Chiuso ne’ penetrali: e lei ne’ sogni Vede, e desto sospira, e gli dà guerra La rimembranza della tolta amica. Or del cibo dirò, di cui si vuole 195Le pecorelle sovvenir nel verno; Perocchè allor ti nega ogni soccorso L’alma natura, e nei pastor traduce Con veci alterne dell’agnel le cure. Nè ti doler se molta opra ti chiede 200La tua greggia ne’ verni: inoperosa E disutile affatto ella non giace In pigro ozio, godendosi le tue Sollecite fatiche. Il pingue latte Nelle poppe si fonde, e vi si addensa; 205Col tepor dell’ovile, agevolmente Spunta la bionda lana, e a la pregnante Pecora i molli fianchi si protendono Della prole crescente, e a fin matura I cari parti. Al seminato intanto 210Ed all’arso maggese il buon concime Si tesoreggia; e caldo entro al sopposto
Terren piove, e si crea l’amaro nitro Che Marte ha in cura ed Esculapio. Ad atra Fuligine congiunto e a fiammeggiante 215Zolfo, di morti e di vendetta il primo Lo fa stromento; e meditando agli egri Nuovo soccorso che li salvi, il nume Dell’arti salutifere lo stempra In pura onda di fonte, ed a begli usi 220Nell’officina spirital lo serba. Quando fra l’ombre biancheggiar vedrai L’incerta aurora, allor traggi dal chiuso Il famelico gregge. Erri a diporto Ne’ vicin campi, e sè purghi all’aperto; 225Mentre tu, stando nell’ovil, dài giusto Ordine a tutto e norma: e le sozzure Della notte rimovi. Allor disponi Quel che serbato a miglior tempi avrai; E sì lo parti e drittamente estima, 230Che non vi manchi il poco, o il troppo avanzi. Non veduto porrai dentro ai presepj L’amato cibo; chè altrimenti a vile Cade perduto e non satolla il gregge. Chè se recasse alcun pieni i canestri, 235O fra le man dell’odorato fieno
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The end
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