Lettera I
A’ Legislatori della nuova Arcadia,
E.
Utto l’elisio, o Arcadi, è posto in tumulto dagl’italiani poeti, che, d’ogni età, d’ogni stato, qua scendono in folla ogni giorno a perturbare la pace eterna de’ nostri boschetti. Par che la febbre, per cui gli abderiti correvan le strade recitando poemi, sia venuta sotterra co’ vostri cantori, verseggiatori, e poeti importuni a profanare con barbare cantilene ogni selva, ogni fonte, ogni grotta sacra al silenzio, e alla pace dei morti. Ogn’italiano che scende tra noi, da alcun tempo in qua, parla di versi, recita poemetti, è furibondo amatore di rime, e recasi in mano a dispetto di tante leggi infernali, o tometto, o raccolta, o canzoniere, o sol anche sonetto e canzone, che vantasi d’aver messa in luce, benchè a tutt’altro mestier fosse nato. Or pensate, Arcadi ma- gistrati, in qual confusione sia tutto il nostro pacifico regno poetico. , , , e gli altri miei vecchj compagni latini, e greci, che non han meco tentato per calmar questa insania? Ma peggio abbiam fatto. Costor ci trattano con disprezzo, non fan conto di greci, nè di latini, e dicono apertamente di voler oscurare la nostra fama, e scuotere il giogo dell’antichità per tanti secoli, e da tante nazioni portato. Giunse talun di loro a rimproverarci l’ignoranza del linguaggio italiano, per la quale non possiam noi giudicare, essi dicono, della moderna poesia. Mi son dunque applicato con esso gli amici a conoscere la vostra lingua, nè difficile è stato a noi l’impararla poichè in gran parte è la stessa, che noi parlammo, vivendo in mezzo a Roma con gli schiavi, col popolo, e con le femminette. A voi non è ignoto, che oltre alla lingua latina più nobile, e più corretta, che gli scrittori, e i patrizj usavano, un’altra era in uso tra ’l volgo, che popolare dicevasi, come legger potete in Cicerone, e molti de’ vostri dotti han mostrato, se il ver mi dis- un certo vostro autore per nome Celso Cittadino già tempo fa, e recentemente Scipione Maffeio, uomo, che alla modestia, all’eloquenza, al sapere mi parve più tosto del mio, che del secolo vostro.
Lo studio da me postovi nuovamente m’ha fatto più familiare l’italico idioma, e in questo vi scrivo, temendo assai non sia forse usato abbastanza il latino tra voi, nè molto inteso, come vediamo di tanti poeti, che a noi vengon d’Italia tuttodì. Che se voi trovate tuttor nel mio stile qualche aria di latinità mi scuserete, sapendo non giugnersi mai al possesso d’una lingua non propria, e molto men della vostra presente, che sembra diversa da quella de’ vostri Padri dell’ottimo secolo, e forestiera lor sembra oggi quaggiù. Per altro qual essi la scrissero, e quale anche oggi si scrive da chi ben la studia, a noi parve bellissima. Riconosciamo in essa ricchezza, e pieghevolezza mirabile, chiarezza, armonia, dignità, e forza con altre doti acquistate da lei ne’ cinque ultimi secoli, in che maggiormente da chiari ingegni fu coltivata. L’amico al leggere un giorno certe poesie (frugoniane si nominavano io credo) d’armonia piene, di colori, e di grazia, preso da un estro improvviso gridò a noi rivolto, o matre pulcra filia pulcrior, applicando a questa figlia della lingua latina quel verso da lui fatto in altro proposito. E nel vero piace a noi tutti singolarmente la figlia, perchè ha schifati con gran vantaggio que’ suoni troppo conformi, e quelle tante, e sì tetre terminazioni in um ur us, che disfiguravan la madre.
Egli è ben vero, che nell’italica poesia trovammo da prima qualche spiacevole novità. L’infinito numero e qualità di versi differenti, grandi, mezzani, e piccioli, tronchi e sdruccioli, tutti ad accento e non a misura, or troppo simili, or troppo diversi nel suono; senza fissi riposi, e rompiture, onde par verso ogni parlare; infin quanto era nuovo per noi ci nojava. Soprattutto le rime strana cosa ci parvero, e barbara usanza, e quasi un sussidio trovato per supplire al mancamento della dolcezza, e maestà del verso. Ma con l’assuefare l’orecchio a quell’eco perpetua siamo venuti a sentirvi un pia- cer nuovo, e troviamo più venustà, e più vaghezza in cotanta varietà di metri e di accenti quando son maneggiati da mano esperta. I pregiudizi in fine, che neppur la perdonano ai morti letterati, svanirono, e col tempo e colla docilità siam giunti a gustare le nobili poesie del vostro parnaso. Orfeo stesso, che non ha mai degnato di cantare su la sua cetera versi latini,e a paragon de’ greci non può soffrirli, fa udir sovente ai boschi, e ai fiumi di questo soggiorno dolcissime canzoni italiane, mentre io con Omero godiam di parere a noi stessi più gravi, e più armoniosi mettendo le nostre similitudini, e le più vive immagini dentro un’ottava rima, quasi in più nobil quadro. Ma non così dolci nè così belle troviam d’ordinario le poesie di coloro, che nuovamente vengon dai vivi, e di versi italiani ci assordano. Quindi costoro, che per profession di poeti son puntigliosi, e per ignoranza superbi, ci sprezzano, e fanno insulto. Qual diletto, e qual pregio possiamo in farti trovare nell’opere loro, che nulla hanno di poesia fuorchè qualche suono? Noi che sappia- mo non consistere la poesia in parole ed in suono se non quanto son le parole espressioni d’immagine, ovver d’affetto, e il suono stromento d’inganno e di diletto, come possiamo non esser nojati da’ loro versi esanimi, e scoloriti, e freddi più che ogni prosa? Veramente ci fa maraviglia che una lingua, e una poesia, come la vostra, che tanto abbonda di termini proprj espressivi sonori, che ha si gran libertà e varietà di costruzione, tanta dovizia di modi e di frasi, onde ha fatto raccolta amplissima, più che altro idioma, da’ greci, latini, iberi, galli, e perfino da’ teutoni, e con ciò sì mirabile facilità di far versi, pur nondimeno sì poco riesca a far de’ poeti. Forse che il clima è cangiato, che le generazioni degli uomini sono deteriorate, che le lettere son decadute? Certo è che da gran tempo in quà non è comparso tra i morti alcun poeta veramente sublime, un , un , un italiano, benchè poemi, e canzoni, e sonetti a migliaia siano usciti in Italia senza fin, senza termine, e senza misura dal e dal in qua. Alcun di noi ciò ripensando ha creduto, che la troppa facilità appunto di verseggiare, altri che la moltitudine de’ poeti, e delle accademie, che ascolto incontrarsi persin ne’ villaggi, altri che la cieca imitazione de’ vostri antichi, ed altri, che altre cagioni producano questa sterilità. Io penso che da tutte derivi, e principalmente dalla falsa idea, che della poesia fannosi gl’italiani mal prendendo i suoi vecchj maestri ad imitare come esemplari eccellenti in tutto e perfetti. Hanno degli Enni, e da’ Pacuvj, che non discernendo adorano ancora con una cieca superstizione, ed a peccato terrebbono il sci sospettare in essi d’imperfezione. Da essi imparano una poesia di parole, e prendono i modi più inopportuni, e più aspri alla poesia dilettevole, e illustre, quasi bellezze consacrate dal tempo, e dai servili adoratori. Io voglio parlarvi di questo inganno alquanto posatamente. Ciò credo esser permesso a Virgilio senza pericolo dopo morte, ed in luogo ove l’invidia non può. L’amor della patria, e della poesia, che mi segue ancora tra l’ombre è quel sol che mi spira, e se da un morto la verità non udite da chi la sperate oggimai? Qui non giunge l’adulazione, o la gloria de’ titoli, nè privilegio, o mercede, o diploma vi chieggo. Voi sedete legislatori, e giudici in un tribunale supremo di poesia; voi mandate colonie poetiche in ogni terra italiana; voi date poetica cittadinanza perfino ai re dell’Europa, e alle nazioni straniere, e in ciò sembrate antichi romani: dee dunque piacervi il mio zelo. Che se alcuno se ne dorrà, e leverà la voce contro di me, ricordisi almeno, che parla a un morto.
Lettera II
N’anima delle più temerarie, che mai poeta, o verseggiatore ispirasse, scese
l’altro jeri tra noi. Superba d’avere animato un corpo napoletano, e d’aver professate ad un tempo l’arte poetica, e la militare pretendeva le prime sedie tra i capitani, e tra i poeti. La derisero, com’era giusto, e gli uni, e gli altri. Ma noi, che per indole siamo più pazienti, e per professione più mansueti, l’invitammo a sedere con noi sull’erba, e farci udire que’ sì bei versi ch’ella vantava. Ma guardandoci bieco rispose non esser noi degni di tal poesia, che tutta era dantesca, nè degni di star con , il sol poeta veramente divino, anzi il Dio de’ poeti. Così dicendo volse a tutti le spalle, e andò chiamando per mezzo la selva Achille a duello, ed Alessandro.
Noi udito avevamo altre volte il nome di Dante, e parlato con lui eziandio. Ma com’egli per genio è taciturno, e di linguaggio per noi non intelligibile, mai non c’era avvenuto di ben conoscerlo. A soddisfare pertanto la nostra curiosità si cercò del suo libro, e trovossi in mano d’un accigliato, e solitario geometra, che il leggeva a vicenda con , e protestava di non gustare altro poeta fuori di questo, in cui trovava lo stesso diletto che negli angoli, e ne’ quadrati. Io presi il grosso volume, e in un cerchio di greci e di latini sedetti in disparte con esso alla mano. Lessivi in fronte la di Dante, e parve a tutti titolo strano, essendo noi persuasi, ch’esser questo dovesse poema epico, qual tutta Italia predicava al par dell’, e dell’, nè sapevamo intendere perchè commedia s’intitolasse. E tanto più ciò ne parve quando trovammo questa divina commedia divisa in tre parti quasi un trattato scientifico, e queste parti intitolate l’Inferno, il Purgatorio, il Paradiso. Venne in mente d’ognuno, che Dante scherzar volesse, e far daddovvero una commedia; ma nomi così tremendi, e venerabili non ci sembravano a ciò troppo acconci. Ed ecco leggendo, che io mi trovo preso da Dante per suo compagno, e condottiere in tal faccenda. Per verità non fui molto contento di quest’onore, e mi venne sospetto, che potessimo entrambi fare una figura assai comica in quella commedia. L’incontrar sulle prime una lupa, e un lione alle porte d’inferno mi presagiva male, e il mettere in bocca a me stesso, che i miei parenti eran lombardi, non avendo io mai saputo qual gente si fosse questa, se non molti secoli dopo la mia morte, pareami tratto scortese, e di poca discrezione.
Mi calmò alquanto il poeta leggendo de’ suoi bei versi, e chiari abbastanza in mia lode, e vedendo in quei ricordato il mio poema siccome letto lungamente, e studiato da lui. Ma ben tosto la noja mi prese al seguir la lettura. Perchè dunque, diceva io, perchè ha fatto Dante un poema dell’Inferno, del Purgatorio, e del Paradiso, se tanto ha letta l’eneide? Io certo non gli ho insegnato a cominciar con un sogno, una lupa, e un lione, o con dividere in parti tra lor ripugnanti e lontane un poema. Il viaggio d’Enea, che pur ebbe cotanto sotto degli occhi, è ben diverso dal suo pellegrinaggio in quelle parti sì strane. Ha forse da me imparato a far venire Beatrice a cercarmi, Beatrice la qual era stata chiamata da Lucia, da Lucia, che sedea non so dove con l’antica Rachele, e tali ciance da nulla? Che potea saper io di Can della Scala, nè del Vas d’elezione, che egli t’accoppia con Enea, nè di cento siffatte cose? Quanto più si leggeva tanto meno se n’intendeva, benchè ad ogni parola fosse un richiamo, e ad ogni richiamo un comento più oscuro del testo, ma pur così lungo, che il tomo era in foglio. Oh un poema in foglio, e bisognoso ad ogni verso di traduzione, di spiegazione, d’allegoria, di calepino è un poema ben raro, diceva , se egli è vero che la poesia debba recare utilità insieme e diletto. stesso sbadigliava, i Greci lo nauseavano, alcun non vedea di che si parlasse, e rideva tra tutti dicendo esser quello un caos di confusione maggiore che il descritto da lui.
Pur de’ bellissimi versi, che a quando a quando incontravansi mi facean tal piacere, che quasi gli perdonava. Ma giunto poi, saltando assai carte senza leggerle, a Francesca d’Arimino, al conte Ugolino, a qualche altro passo siffatto, oh che peccato gridai, che sì bei pezzi in mezzo a tanta oscurità e stravaganza sian condannati! Amico caro, diss’io rivolgendomi verso Omero, guai a noi se questo poema fosse più regolare e scritto tutto di questo stile. Si lesse più d’una volta Ugolino, chi piagnea, chi volea metterlo in elegia, chi tentò di tradurlo in greco, od in latino; ma indarno. Ognun confessò, che uno squarcio sì originale e sì poetico per colorito insieme e per passione non cedeva ad alcuno d’alcuna lingua, e che l’italiana mostrava in esso una tal robustezza, e gemeva in un tuono così pietoso, che potrebbe in un caso vincere ogni altra.
E buon per noi, che lungamente si lesse e si gustò questo tratto, perchè tutto il resto ci fastidì senza misura. Il Purgatorio e il Paradiso molto peggio si stan dell’Inferno, che neppur una di tali bellezze non hanno, la qual si sostenga per qualche tempo con nobile poesia. Oh che sfinimento non fu per noi lo strascinarci per cento canti e per quattordici mille versi in tanti cerchi e bolge, tra mille abissi e precipizj con Dante, il qual tramortiva ad ogni paura, dormiva ad ogni tratto, e mal si svegliava e nojava me suo duca e condottiere delle più nuove e più strane dimande che fosser mai! Io mi trovava per lui divenuto or maestro di cattolica teologia, or dottore della religione degl’idoli, insieme le favole de’ poeti e gli articoli della fede cristiana, la filosofia di e quella degli arabi mescolando, sicchè mi pareva essere troppo più dotto che non fui mai, e meno savio di molto, che non sia stato vivendo e poetando. Acheronte, Minosse, Caronte, il Can trifauce ben io conoscea nell’inferno poetico; ma in un con loro il limbo e i santi padri, e con essi in poca distanza Satiro, , , indi a poco un castello, ove stanno Camilla e Pentesilea con Ettore e con Enea; Lucrezia, Julia, Marzia, Corniglia, e Saladino soldano di Babilonia con Bruto, infin Dioscoride con Orfeo, Tullio con Euclide, e con tal gente i due arabi Averroe ed Avicenna, tutto ciò veramente m’era novissimo, e non sapea più dove mi fossi. Cerbero il gran vermo, e una grandine che con lui tormenta i golosi non è egli un supplizio ben pensato? Plutone, che comincia Pape Satan Pape Satan Aleppe, e a cui fo io complimento dicendogli, maledetto lupo, io che l’avea posto in un trono di re; il ghiaccio e il fuoco, le valli e i monti, le grotte, e gli stagni d’inferno chi può tutto ridire? Oh che dannate e purganti e beate anime son mai quelle, e in qual inferno, in qual purgatorio, in qual paradiso collocate? Mille grottesche positure e bizzarri tormenti non fanno certo gran credito a quell’inferno, nè all’immaginazione del poeta. Tutti poi quanti sono ciarlieri e loquacissimi di mezzo ai tormenti, o alla beatitudine, e non mai stanchi in raccontare le strane loro venture, in risolvere dubbj teologici, o in domandar le novelle di mille toscani loro amici, o nemici, e che so io. Nulla dico de’ papi, e de’ cardinali posti in luogo di poco rispetto per verità, mentre Trajano imperatore, e Rifeo guerrier di Troja sono nel paradiso. Rileggete con questa riflessione quell’imbroglio non definibile, e poi mi direte che ve ne sembri.
E questo è un poema, un’esemplare, un’opera divina? poema tessuto di prediche, di dialoghi, di quistioni, poema senza azioni o con azioni soltanto di cadute, di passaggi, di salite, di andate e di ritorni, e tanto peggio quanto più avanti ne gite? Quattordici mille versi di tai sermoni chi può leggerli senza svenir d’affanno o di sonno? Quale idea debbono aver della poesia que’ giovani, che si vedono a par d’Omero, e degli altri maestri lodar Dante tanto da quelli diverso? Intendono dire da tutti, che un poema vuol essere disegnato, ed ordito con parti proporzionate tra loro e tendenti al bello generale del corpo tutto; che dev’essere l’azione una e grande, a cui tutte l’altre abbian termine, interrotta ma non spezzata, sempre crescente e più ricca di bellezza, di forza, di passione, d’impegno quanto più avanza, e cento altre cose, che trovano appunto in que’ greci e latini, che lor si danno a meditare: qual dunque travolgimento d’idee non si fa lor nel capo al leggere e studiare la divina commedia dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso? Pur nondimeno tutto perdonasi, quando trionfi la poesia dello stile. Lo stile elegante, chia- ro, armonico, sostenuto, questo è ciò che ricopre ogni altra iniquità d’un poeta, poichè lo stile è quel poi finalmente che fa un poeta. Le immagini dello stile debbon pur essere ben colorite e nobili, e con grazia e venustà contorniate, i pensieri giusti verisimili nuovi profondi, le parole usate e intese, proprie, scelte, le rime facili e naturali, il suono e la melodia quasi cantante, e così dite del resto. Or nello stile di Dante quante v’ha di tai doti indispensabili e necessarie? Leggetelo, e sin da principio ponetelo a questo tormento di non prevenuto e non cieco esame. Troppo lungo sarei volendo i versi, le frasi, le parole citarne in infinito. Qualche cosa ne dirò forse in altra mia lettera. Incominciate frattanto ad essere meno superstiziosi. Io per me non so abbastanza stimare quest’uomo raro, che il primo ha osato pensare ad un poema, e dipignere arditamente tutti gli oggetti della poesia in mezzo a tanta ignoranza e barbarie onde il mondo traeva il capo. Egli è più pregevole d’Ennio eziandio, poichè ha trasportati i tesori della scienza, ch’era al- lora nel mondo, dentro al seno della poesia. Dante è stato grand’uomo a dispetto della rozzezza de’ suoi tempi e della sua lingua. Ma ciò non fa ch’egli sia per ogni studioso un autor classico, dopo sorti tant’altri migliori, in grazia d’alcune centinaja di bei versi, come noi fu Ennio in Roma dopo comparsa l’eneida, se ardisco pur dirlo.
Lettera III
Eravam ragunati Greci e Latini per leggere dopo Dante alcun maestro poeta d’Italia, che col suo stile ci consolasse dell’incoltezza deforme della divina commedia; ed io già stava per cominciare, quando improvviso levossi e gridò Giovenale.
Nec mi aurum posco, nec mi pretium dederitis Nec cauponantes bellum, sed belligerantes...
e seguia pur con tai versi, e con papiri
vecchissimi tra le mani vociferando, se Orazio non accorrea per farlo tacere. E che? rispose il satirico, poichè vi piace dormire al suon de’ versi di Dante, non è più giusto far questo onore a que’ di Ennio e di Lucilio, che furono i nostri Danti? Bene strano ei sarebbe, se i bisavoli della nostra poesia non ottenesser da noi quella venerazione, e quello studio che gl’italiani riscuotono sin dopo cinque secoli dai lor pronepoti. Io m’impegno di risuscitare la fama loro a dispetto della durezza, della rusticità, dell’oscurità del lor non inteso linguaggio. Ci farò tanti comenti d’attorno, e a fronte, e a tergo, che ne verrà un gran volume. Le allegorie ne’ passi più strani, un calepino di voci antiquate alla mano, i titoli di divina all’opera, ed altri simili ajuti con una setta di lapidarj, di antiquarj, e d’accademici dal mio partito, che voglian essere poeti malgrado un’anima fredda, e insensibile sapran screditare l’iliade, l’eneide, e tutto il parnasso, che scrive per dilettare e farsi intendere. Lasciate poi fare a’ pacuviani, ed agli enniani che ben sa- pranno moltiplicar l’edizioni a migliaja. Se ottengo solo otto o dieci seguaci fanatici e zelanti adoratori, questo mi basta. Dietro lor correrà tutto il mondo poetico, e que’ pochi meschini che ardiron nascere con buon orecchio, e con anima armonica, che gustano la chiarezza, la nobiltà, le immagini e i voli della poesia, saran trattati da sciocchi, da ribelli, da empj bestemmiatori della sacra antichità, sicchè dovranno tacersi per lo migliore. Udite, adunque, udite il divino Pacuvio, il divinissimo Lucilio:
Vivite lurcones, comedones vivite ventres, Ricini auratae cicae, & ocraria mitra Quinque hastae aureolo cinctu rorarius velox...
Ma tu hai ben torto, diss’io, rompendogli a mezzo que’ suoi magici carmi, perchè nel vero, Pacuvio, Ennio, Lucilio e gli altri nostri barbuti poeti non hanno bellezze da paragonarsi a quelle dell’italiano. Essi infine altro pregio non hanno fuor che l’aver cominciato a far uso di alcune robuste espressioni, e naturali con qualche maniera di metro rinforzandole. Ciò stesso è un pregio comune a quanti uscendo dalla barbarie tentano qualche cosa. Dante non dee mirarsi nè come epico, nè come comico poeta. Non fece altro che descrivere un suo viaggio, e il capriccio non meno che le passioni furono, più che non io, sue vere guide e compagne in tal via. Quello non da regole, che ignote erano al tempo suo, non da presenti esempli illustrato, in tante allusioni, in tanti simboli, ch’ei solo intendea, e in così svariati luoghi ed obbietti il traviarono. Queste il condussero a parlare malignamente di tanti fatti e persone del tempo suo, delle quali non s’ha più contezza e a far pompa vana di tanta erudizione fuor di proposito, poichè in vero dottissimo ei fu, ma qual esser potea di que’ dì, sopra d’ogni altro. Il volerlo tutti imitare, il proporlo ai giovani, l’esaltarlo senza conoscerlo e senza intenderlo quest’è che noi condanniamo. Se a miglior tempi fosse vissuto sarebbe forse il maggior de’ poeti. A Dante null’altro mancò che buon gusto e discernimento nell’arte. Ma grande ebbe l’anima, e l’ebbe sublime, l’ingegno acuto e fecondo, la fantasia vivace, e pittoresca, onde gli cadono alla penna de’ versi e de’ tratti mirabili. Anzi giudico, che da questi venuto sia l’abuso dell’imitazione tra gl’italiani. La sua commedia, mostruosa per altro, presenta qua e là certe immagini così forti e terribili, de’ terzetti sì bene organizzati, che t’incantano in guisa da non sentir l’asprezza d’altri dodici o venti, che vengon dopo. Quei si tengono a mente, quelli si recitano e divengono una ricchezza della nazione. Il tempo la consacra, e si crede mercè di quelli più bello assai che non è tutto il resto. Gl’imitatori sempre inferiori al lor modello ne crescono il pregio. Gl’inerti e pedanteschi letterati vi fanno la glosa, si citano le sentenze dai freddi morali, le strane parole si registrano ne’ vocabolari, e tanti infin partigiani e stimatori col tempo vanno moltiplicando, che hai contro di te un popolo immenso a voler censurare il gran poeta. Perchè, dimmi ti prego, quanti sono in una intera nazione, che possono giudicare per intimo senso e per anima armonica del poetar generoso? Dieci o dodici al più; e la metà di questi nacque nelle cam- pagne, o in condizione servile, onde si portano nel sepolcro un talento senza aver sospettato giammai di possederlo. Eccoti come Dante ha trionfato e ancor regna. Qualche vera bellezza del suo poema, e un gregge infinito di settatori ha fatto il suo culto e la sua divinità. E in vero chi può resistere per esempio all’evidenza di que’ bei versi?
E come quei che con lena affannata uscito fuor del pelago alla riva si volge all’acqua perigliosa, e guata:
Chi la mollezza e il fresco non sente di quegli altri?
Quale i fioretti dal notturno gelo Chinati e chiusi, poichè il Sol gl’imbianca, Si drizzan tutti aperti in loro stelo:
Il maestoso e il terribile come nol vede in quell’entrata d’Inferno?
Per me si va nella città dolente, Per me si va nell’eterno dolore, Per me si va tra la perduta gente; Giustizia mosse il mio alto Fattore etc.
E il doloroso, il disperato, può meglio sentirsi, che in que’ tre versi?
Diverse lingue, orribili favelle, Parole di dolore, accenti d’ira, Voci alte e fioche e suon di man con elle.
Questo sì è un verso divino. Lo stesso dico del quadro, in cui dipigne l’arsenal di Venezia, sicchè proprio ti trovi là dentro, e delle apostrofi contro pisani e genovesi ecc. E di tali interi ternarj ve n’ha sino ad un centinajo, se ben gli ho contati, tra cinque mille, che formano tutto il poema. I versi poi soli or sentenziosi, or dilicati, or piagnenti, or magnifici, e senza difetto, ardisco dire, che vanno a mille... Dunque, restano tredici mille difettosi e cattivi, riprese allor Giuvenale con impazienza, e quattro mille novecento terzine all’incirca restano da soffrirsi. Il bel poema invero, e la dilettevole poesia, ch’è questa! Non è egli lo stile quel punto in poesia principale e decisivo per cui perirono tanti poemi, e per cui non periranno alcuni pochi giammai? La dicitura, la versificazione, la poesia verbale in somma, cioè la poesia della poesia è pur il sugello della immortalità per te, per Omero, per Pindaro, per Orazio, e per me stesso, malgrado i miei difetti, onde siam la delizia di tutti i secoli? Che può dunque pretender Dante se manca in questo nelle tredici parti, e se riesce in una soltanto? Io sfido il Poeta Scitico, e Geta più barbaro, che mai cantasse in riva de’ mari glaciali, a parlar più basso, più duro, più falso, più freddo che non fa Dante in tanti luoghi. Udite come loda quello Scaligero signor di Verona:
Questi non ciberà terra nè peltro. Ma sapienza amore e virtute, E sua nazion sarà tra Feltre e Feltro.
Grand’uomo era certo costui, che mangiava sapienza, e virtù non essendo assai ghiotto di peltro o di sabbia; e Verona contrassegnata da due termini sì precisi, come è Feltre nella Marca Trivigiana, e Montefeltro verso Urbino, non è bella geografia? Oh possanza d’una rima bestiale! Il peggio è, che tai rime son giojelli per Dante.
Pape Satan, Pape Satan Aleppe, Cominciò Pluto con la voce chioccia,
E così par che vada cercando il suo malan- malanno per tutto quel canto, di rima in rima sempre più stravagante:
Così scendemmo nella quarta lacca Prendendo più della dolente ripa Che ’l mal dell’universo tutto ’nsacca: Ahi giustizia di Dio tante chi stipa Nuove travaglie, e pene quant’i’ viddi, E perchè nostra colpa sì ne scipa?
E di que’ malavventurati? Chi volta pesi a forza di poppa, e voltando a retro e gridando anche loro ontose metro. Poi dimanda:
Che gente è questa, e se tutti fur cherci Questi chercuti alla sinistra nostra; Ed egli a me tutti quanti fur guerci. Sì della mente in la vita primaia, Che con misura nullo spendio ferci. Assai la voce lor chiaro l’abbaia, Quando vengono ai duo punti del cerchio, Ove colpa contraria li dispaia. Questi fur cherci che non han coperchio Piloso al capo, e Papi, e Cardinali, In cui usa avarizia il suo soperchio.
e così va seguendo a dar del capo in rime strabiliate, e che portano sempre mala ven- proprio una cosa infernale. Che dirò poi delle varie lingue in che parla? Rafel maì amech zabi almi - Vexilla Regis prodeunt inferni.
Di verno la Danoia in Austericch Com’era quivi, che se Tabernicch Vi fosse su caduto, o Pietrapana, Non avria pur dall’orlo fatto cricch.
E così fa versi in lingue particolari di lombardia, e d’altre genti, che non pensarono mai dover entrare in un poema se non burlesco. Nè queste bizzarrie già condanno come il vizio peggior del poema. Condanno l’esser questo presso a poco di un gusto, e parlar barbaro, e duro perpetuamente, benchè le parole non sian sempre sì barbare. I glossatori trovano almeno i più be’ misteri del mondo e le più vaghe novelle che fosser mai dentro a que’ strani linguaggi. Leggete, vi prego, i grossi trattati, che han fatto ne’ loro gran tomi su questi passi divini il Vellutello, il Landino, Benvenuto da Imola, il Daniello, il Mazzoni, e tant’altri; e qual battaglie non attaccarono anche i moderni? Ma quando poi giungono al Purgatorio e al Paradiso, anch’essi questi campioni dan segno di stanchezza per quei diserti; perche dovete sapere, che non ho citato se non se passi dell’Inferno, che è il più nobile, e il più poetico della divina commedia, come già udiste. Tutto questo ho voluto leggere dopo l’ultima nostra conversazione, e parmi d’averne intesa, se troppo non son temerario, la metà incirca; ma l’altre due parti ho scorse qua e là prestamente, per tema di perdermi in quell’eterna vacuità. Per la qual cosa, o Virgilio, tu non devi anteporre per alcun modo il tuo Dante ad Ennio, o a Pacuvio, perche se mancano questi di qualche bel passo, e di fuoco, e di forza per consolar chi legge, non hanno nemmeno la crudeltà di Dante, onde tormenta senza pietà le orecchie, e la pazienza di chi si lascia condurre per quelle arene, per que’ precipizi, per quelle tenebre, per quel labirinto inestricabile ed infinito. Che se pur egli è vero, come verissimo è pure, non consistere il pregio d’un libro, e d’un poema in alcuni bei tratti qua e là scelti, e cercati, ma sì nel numero del- le cose belle paragonato a quello delle malvagie, e nella soprabbondanza di quelle a queste, io concludo che Dante non deve esser letto più d’Ennio e di Pacuvio, e che al più se ne devono conservare alcuni frammenti più eletti, come serbansi alcune statue o bassi rilievi d’un antico edifizio inutile e diroccato.
Tacque alfin Giuvenale, e parve a tutti quel declamatore e satirico ch’egli è infatti per sua natura, ma insieme fu riconosciuto veridico e giudicioso nella sostanza delle sue critiche. Allor tutte quell’ombre di poeti, che mi stavano attorno, e massimamente i greci, che si dolevano del torto lor fatto per tanto tempo dagl’italiani, i quali avean messo Dante in pari sede con esso loro, dimandarono d’essere redintegrati. Fu dunque deciso, che Dante non dovesse aver luogo tra loro non avendo il suo poema veruna forma regolare, e secondo l’arte. Esiodo, Lucrezio e gli altri autori di poemi storici o filosofici a’ quali parea più tosto appartenere, ricusaron d’ammetterlo, se non si purgava di tante finzioni ed invenzioni capricciose e non ragionevoli, che forman per altro una gran parte dell’opera. Terenzio, Aristofane e i comici dimostrarono che per un titolo di commedia non si può divenire poeta comico, massimamente dove mai non si ride, e spesso si dorme, infin non trovavasi chi volesse della divina commedia restar onorato, e Dante correva pericolo d’essere escluso dal numero de ’poeti. Se non che veennemi in mente di propor loro in buon punto un consiglio: ciò fu di estrarre i miglior pezzi di Dante, che a loro stessi avean recaro cotanto diletto, e raccoglierli insieme in un unico volume di tre o quattro canti veramente poetici, i questi ordinare come si può, e i versi poi, che non potrebbono ad altri legarsi, porli da se a guisa di sentenze, siccome d’Afranio e di Pacuvio fecer gli antichi. A questa condizione accettarono tutti i poeti Dante per loro compagno, e gli accordarono il privilegio dell’immortalità, che loro è concessa dal fato. Io penso, Arcadi, che non sarete di parere diverso da quel d’Omero, di Virgilio, d’Orazio, d’Anacteonre, e di tutti co- loro, che voi stessi tenete per maestri e per classici in poesia. State sani.
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The end
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