Discorso all'italiana gioventù
Quale occasione facesse uscire alla luce già due lustri addietro questo lavoro giova esporre sin da principio, affin di giustificare se fa di mestieri la nuova idea di quello, o per confortarmi nell’incerto riuscimento colla certezza del mio buon volere inverso alla patria, e specialmente alle più care speranze di lei, all’ottima gioventù. In un giro per me fatto allor nella Lombardia m’avvenne di ritrovare eletti giovani per molto ingegno, e studiosi per molto amore dell’ottime discipline, cioè dell’utili insieme, e delle ornate e liberali. Scosso assai prestamente l’ingombro della lor prima e languida educazione privata, già corsi aveano varj e nuovi paesi di più vasta letteratura, veduti aveano sentieri e campi assai più fertili e più gloriosi, e con nobile emulazione raccolte a gara n’avean dovizie d’ogni maniera, fissando il piede ed abitando più lungamente in alcuno dietro la scorta de’ grandi esemplari e maestri del nostro secolo, e dell’antico. La storia, le matematiche, la discernitrice ed osservatrice filosofia succedute erano alle utili lingue, e all’inutile e lieve filologia. Ma principalmente animati mi parvero a tentare progressi, non pensavano esser dotti, conoscevano le dif- ficoltà non meno, che l’estensione del vero sapere; erano infine modesti, ma non però scoraggiti. Per tutto vidi emulazione e calore, ed in ogni lato apparivano chiare speranze di chiare imprese, che già in gran parte avean messo frutto nella metropoli. Ciò rimirando io spesso ed attentamente a Milano, a Pavia, a Cremona, a Reggio, a Modena, a Parma, ed a Verona dove più dimorai; già trascorrea col pensiero più avanti e tra me stesso dicea con gioja: di quest’eletto drappello d’ingegni lombardi quanti avrem tra dieci anni prodi scrittori, preclare opere, nuove scoperte, storie eccellenti! e prevedeva un secolo luminoso filosoficamente rinnovellato, estendo pur tanto proprio del vero filosofare urtar sempre, allargarsi, e produrre, e dicen- dosi non men proprio degl’italiani il non potere nella mediocrità consistere e far posa. Al qual pensiero e spettacolo infiammandomi ognora più la memoria de’ giovani mantovani, e vicentini, de’ bolognesi, e de’ ferraresi da me conosciuti, e in gran parte, siccome gli altri da me educati alle lettere, e al buon costume in compagnia d’uomini di me migliori, e con a fianco l’amor della patria, e dell’arti in me sempre vivissimo, fui sospinto a concorrere secondo mie forze, ma con tutta l’anima, a così lieti presagj, ponendo tutto me stesso a dar forma ad un’opera un tempo abbozzata, che senza stimoli tali rimasta sarebbesi nell’ozio suo di molt’anni. Così pensai di poter sempre meglio appianar quella strada, che già tentato avea disboscare dall’impaccio di studj servili ed infruttiferi, or col distogliere ancor ridendo la gioventù dal prurito, o dell’uso di verseggiar per far versi, ora sferrando la superstiziosa imitazione de’ mal conosciuti esemplari, ed or mettendo sospetto di molte false opinioni ed abusi nell’arti italiane a gran danno allignati. E quantunque avessi anch’io per ventura gittato il tempo più che non bisognava nel poetare, confortavami nondimen la coscienza e l’amor proprio non cieco d’aver sempre, ancor cantando, mirato al bene e all’onore de- gli ottimi studj, e dell’arti a prò della patria, tal che pareami aver già prevenuto felicemente il bel senso e profondo di quelle parole da un de’ giovani scritte di gran pregio degno. “Per condur gli uomini alla verità bisogna per lo più non sol toglierli dalla nuda ignoranza, ma dall’errore, onde sono due operazioni da farsi, distruggere, ed edificare. Il metodo è forse questo; por l’errore in ridicolo, poi annunziare la verità seducendo il cuor colle immagini dell’eloquenza. Poi egli è tempo di freddamente ragionare, perch’egli è più facile il far ridere che il commovere, più il commovere, che il con- vincere„ Così mi proposi di far un ultimo tentativo de’ miei pochi talenti, e sebben diffidassi di poter fare quant’io bramava, nè quanto pure in quel detto intendea bisognare, pur fidato nel buon volere, e strignendomi quasi un obbligo di non mancare a primi sforzi già fatti contro quell’ignoranza e quegl’errori, m’accinsi all’impresa. Troppo lieto sarei e senza dubbio troppo superbo, se di rispondere mi lusingassi a un altro splendido sentimento d’altro giovane valoroso, che letto avendo l’analisi del mio entusiasmo scriveami “Così fa ella sentire come operi luminosamente l’entusiasmo medesimo. Amo gran- demente, che ci sia una storia metafisica dell’entusiasmo, la quale ci compenserà di tutte le poetiche, che dovremo ardere: così diverranno carta da straccio il Castelvetro, il Minturno, e quel crudele uomo del Quadrio. Che non ci vedrà per entro il dotto? Vedrà le cagioni di que’ fenomeni, ch’egli ha tante volte gustato, vedrà le successioni delle idee accresciute per via divenire iliadi ed eneidi, vedrà l’ode impetuosa correr con brio tra le angustie del metro, come l’acqua levata fra i tubi delle fontane, vedrà la satira raccoglitrice delle false conseguenze dello spirito umano e destatrici di maraviglia negli error segnalati che ci appresenta. Quanto muove il cuore, quanto è che ausciti le passioni, quanto è che scuo- ta facendo che l’anima altrui non esista per alcun tratto che nell’anima del poeta, che la dirige, tutto gli passerà sotto l’occhio quasi per una mappa del mondo intellettuale. Io aspetto dunque con impazienza quest’opera, che sarà e la storia del bello, che si scrisse, e la scuola del bello che si dee scrivere” Le quali parole siccome dimostrano di qual valore d’ingegno fossero i giovani, de’ quai parlava, così persuadono facilmente qual esser dovea l’ardore che mi spirarono a metter mano all’opera mia. Tra sì eletto drappello pertanto, e tra così fatti eccitamenti, diss’io, parmi aprire una bella carriera a quest’anime ardenti di vero onore, mentre ascoltandomi come amici e compagni anelan meco a correrla, a di- vararla. Qual di loro già tesse un poema, qual medita nuova tragedia; altri porta la fiaccola nelle leggi, e nella politica altri, dentro alla fisica, alla medicina; molti stendono a gara alle storie patrie la mano, che implora lume e ragione su le tracce del gran , e del , or pesando con buona critica i fatti, or ragionando con buona filosofia su le cagioni, e gli effetti, ed or pingendo e disegnando gran quadri da pittor franco d’eroi guerrieri, e politici, delle rivoluzioni, e de’ governi italiani, delle decadenze, de' risorgimenti, e delle vicende del commercio, e del lusso, delle scienze, e dell’arti. Ma siam cinti da un anfiteatro di spettatori difficili, e discordanti. Da un lato le critiche e i pregiudicj,dall’ altro la verità e il disinganno; noi pacifici pur siamo in guerra tra molti nimici, rivali, e partiti, che dividono tutti i suffragj, perturbano tutti i giudicj, che non potendo e non volendo con noi correre nella lizza, trionfar vogliono coll’invidia, con l'ignoranza, e col disprezzo peggior di quelle. Ove accademie o sette, ove discepoli prevenuti e più prevenuti maestri: noi siamo in mezzo a qualche plauso, ma timido ancora ed incerto, ed a molti schiamazzi o derisioni talora insolenti. Ma sopra noi rimiriamo a conforto sedere i giudici incorruttibili di questa nuova olimpica pugna, in lor fissiam gli occhj, da lor ne viene il coraggio, e ci appelliamo alla posterità.
Così allora io scriveva, e presagi- va, l’opere molte di quegl’ingegni uscite in questi due lustri alla luce, e i lor poemi appunto e le tragedie, i trattati succosi, e filosofici su l’economia civile, le leggi, le fisiche, le matematiche, e soprattutto sopra la storia, e la letteratura italiana comprovarono i miei presagj, e fecero in parte l’ufficio, che dai posteri di più lustri d’ottener tutti speriamo.
Introduzione all'opera
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nol diss’io dieci anni sono al pubblicar questo saggio, che tal m’avrebbe mirato siccome un pazzo, e l’opera mia tenuta avrebbe in conto di un vero sogno, e delirio? Posso almeno vantarmi di non essere stato falso profeta, e d’averne ottenuto autorevolmente l’onore da uomini illustri. Il primo si fu l’abate dottissimo, come ognuno sa, e in Toscana massimamente tra più grand’uomini venerato. L’altro è stato un francese anch’esso insigne ed applaudito per critica, e per autorità in ogni letteratura. Amendue di pari merito m’han del pari assegnata la stanza nell’ospitale de’ pazzarelli, benchè il secondo più espressamente e in termini più precisi. Vero è che un altro toscano ed un altro francese potrebbero ristorarmi del danno con due giudicj favorevolissimi, ma non sò poi quanto autorevoli, perchè non sò di qual mano essi possan venire, siccome ignoro per qual rara ispirazione un tedesco abbia trovato il mio entusiasmo tutto greco di gusto, ed italiano, degno d’esser tradotto in sua lingua e stampato. Ben vorria l’amor proprio appoggiarsi a cotai testimonj a lui favorevoli ed alle lettere avute da molti illustri anch’essi piene di lodi assai lusinghiere fondate in esami e giudici dell’opera stessa, le quali ei conserva gelosamente, ed è talora tentato di pubblicare, se io nol ritenessi, quando sentesi pizzicato da quelle critiche in sul vivo, e come sembragli fuor di ragione. Ma chi volesse dar retta a costui arrischierebbe di troppo, e ne sarebbe punito di leggieri col farsi deridere, ed in materia di lettere massimamente, siccome par l’amor proprio più sdegnosetto, ed insofferente, così per poco n’è beffeggiato. I letterati lo sanno, ed io che rido talora di loro smanie, o che ne sento pietà, ben lungi dall’arrecarmene, amo quelle due critiche ancor che grossolane, e non fondate in qualche pruova palpabile, e riprendo per mano l’opera mia, la ricompongo, la rimpasto per pur vedere se fuggir possa da quelle stanze malaugurate, ov’essi m’han posto; tanto più che fu messa in luce sol abbozzata lungi da me, e senza che le potessi dar l’ultima mano. Il gran pun- to si è di fissar l’idea dell’entusiasmo, qual io la veggio, ed intendo, non quale altri la vuole, e se la mia val quanto l’altrui a prò delle lettere, e della gioventù. In questo secolo filosofico appellato non si vorrebbe che sola filosofia, metafisica sola, e i dabben poeti ed oratori, gli scrittori perfin di teatro o di romanzo per essere, come dicesi, alla moda, si son fatti anatomici dello spirito e del cuor umano, han poste le dissertazioni in pulpito, e sulla scena, han trattato delle passioni, e sin degli amori più delicati per via di teoremi, di ragioni dirette, e inverse, di proporzioni e d’equilibri. Per me non vaglio a tanto, vò terra terra ed amo meglio render sensibili le cose astratte, che trasportare con volo d’aquila in su le nuvole e più là come certi pretendono, il sentimento e le immagini delle bell’arti. Eccovi tutto il mio pensiero posto in fronte alla trattazione perchè subito ognun lo vegga, e sappia bene qual libro gli dò a leggere, e non si prenda
la briga di fare un suo libro leggendo il mio. Lo scopo di questa operetta si è ravvivare lo studio delle bell’arti, e sostenerlo contro gli studi inimici della immaginazione. Oggi veggiamo i progressi incessanti della ragionatrice ed osservatrice filosofia, la qual quanto giova al sapere, tanto nuoce all’immaginare. Geometri e fisici vanno tra noi multiplicando ogni giorno con grande onore ed utilità delle scienze, e il lor dominio si stende allo stile, si mesce col gusto nell’opere d’eloquenza, e di poesia, dicendo alcuni perfino che la conversazione divien filosofica. Verran dunque meno i buoni poeti, gli egregi oratori, e cesserà quella dolce illusione, che bilanciava gli error col diletto, la qual tanto è pur necessaria alla vita quanto forse la verità, se nell’umano sapere verità conosciamo sicure. E se alcuno dimandi o disputi, come si suole, qual più meriti il nostro studio se il filosofare o il poetare, parmi dover rispondere che l’uno e l’altro secondo la disposizione d’ognuno; e guai al filosofo ed al poeta, che vanno insieme screditandosi, e scemando così le ricchezze e i piaceri dell’ani- ma, che già non abbondan di troppo. Non è dunque essa ben chiara l’idea propostami nel mio scrivere? E perchè un altra tutta diversa ed anzi contraria vuolsi a questa sostituire chiedendomi un trattato di metafisica? Sia sublime chi ’l vuole, io non ambisco, il ripeto, poggiar tant’alto per sedere a mensa co’ genj celesti del secolo, e ber con loro l’ambrosia e il nettare delle incomprensibili a noi mortali altissime teorie dell’olimpo filosofante. E ciò tanto meno m’alletta quanto più dopo quindici anni ch’io scrissi, e dopo dieci che pubblicai le mie idee veggo ognora multiplicarsi, e dominare per tutto quelle sdegnose divinità sprezzataci de’ semplici affetti umani, de’ dolci moti del cuore, e d’ogni dono imperatoci dalla natura, che tanto piacque a que’ rozzi secoli, non so perchè detti d’oro, de’ greci, e de’ latini. Avrebbon essi saputo immaginare giammai, siccome i nostri autori moderni, quella gloria di render difficile il facile, di far un arte e un sistema d’ogni più semplice, sensazione, d’affaticar l’intelletto per le vie spontanee del cuore. Essi che si studiarono di sparger fiori per gli sentieri di spine agevolandone il passo, ed isgombrando la strada da bronchi, e sterpi, ed allettandovi li svogliati per via del piacere, essi che amarono d’esser letti e gustati da quel bel sesso ed amabile, che preferisce il sentire all’erudirsi? Oh gl’ignari, che nelle lor opere tanto cercarono la semplicità, e consultarono la natura, ed usarono quello stile lontan dall’arte e dallo sforzo, che supplisce ai termini, ed alle frasi scientifiche con le metafore tolte da più noti e più prossimi oggetti, e colle più lusinghevoli descrizioni e similitudini parlando alla fantasia per istruire l’intelletto, nascondendo il metodo, che con rigore si prefiggevano, ornando la stessa filosofia de’ gaj vestimenti, e leggeri, della pompa magnifica e dei vezzi gentili della poetica immaginazione! Come pensarono mai così, e come ottennero mai d’andare all’immortalità! Noi seppimo ben trovar altre strade, noi ci andiamo con ben maggior gloria tutto volgendo in sistemi, chiamando tutto alle analisi, ornando tutto di fina geometria, e delle figure e dei termini dell’arte, dando alle scene, ed ai poemi l’aria e l’abito de’ trattati fisici e matematici, tracciando a sesta e a compasso le nostre definizioni, le divisioni, ed i metodi nella storia, e nell’eloquenza, parlando sempre all’ingegno, ed argomentando pel raziocinio con esclusione severa del linguaggio, della figure, de’ simboli della immaginazione. Oh come arrossirebbono in faccia a noi que’ Sofocli, e quegli Aristofani, que’ Plauti e Terenzj al veder oggi gli amanti moderar tanta le lor passioni, divenir tanto serj in sul teatro, che a gara co’ loro servi e confidenti sappiano definire, misurar, calcolare ogni moto, ogni fibra, ogni nascondiglio del cuore, e invece del ridere grossolano, o del compungersi troppo volgare, che lor premeva pur tanto, applicarsi oggi gli spettatori a seguir il filo, ad intendere le finezze, a penetrare la profondità del terrore, e della compassione, delle gelosie, dell’infedeltà, degli stratagemmi, dei viluppi, degli amori, e de’ matrimoni, ridendo invece di piangere, e piangendo invece di ridere, ma sempre con ingegno, e speculazione, che degna sia d’un teatro divenuto accademia e liceo. Quanto poi allo stile que’ buoni antichi pensarono, che la proprietà delle parole, l’aggiustatezza delle metafore, la sobrietà delle figure, e delle comparazioni fossero doti bastanti del bello stile unite alla purità della lingua, all’eleganza, all’armonia, e a tutti i pregi, che sol sà dare il talento naturale e bene esercitato senz’altr’arte, che quella delle buone letture, e del consiglio degli ottimi giudici nel buon gusto, e soprattutto di quel gran segreto poco ognor conosciuto ed usato, il segreto di cancellare secondo l’avviso d’Orazio, di Pope, e della sperienza. I moderni all’incontro han dati senza stile trattati dello stile, han voluto insegnarlo per geometria, e per analisi risalendo a’ primi elementi de’ pensieri, e delle parole, pesando a rigore il valor de’ vocaboli, tracciando le proporzioni delle metafore, onde venissero le frasi, i periodi, e le figure dimostrativamente fondate nelle leggi primitive dell’anima, e degli organi suoi stromenti a spiegare i concetti spirituali colla meccanica facoltà della parola. Quand’uno abbia trovato il bel segreto di così scrivere e ragionare per angoli, e per quadrati ridasi pure di tutti gli antichi e d’ogni eloquenza, che senza buon gusto, e senza naturale disposizione troverà stile perfetto più che non l’ebbero Platone e Tucidide, M. Tullio e Tito Livio, sarà scrittore ed oratore filosofo, ai filosofi piacerà, in che che stà la vera ed unica gloria oggidì; essi soli l’intenderanno, e ciò basta dovendo ogni altro sottomettersi a quest’oracolo, inappellabil giudice di tutta l’Europa, e del secolo decimottavo. Io pertanto protettomi nuovamente d’aver tentata una strada diversa trattando delle bell’arti, e specialmente di poesia, nella qual tutte ponno raffigurarsi, e nelle quali han parte insieme l’anima e i sensi per dilettarsi perfezionando l’umana natura, e temperando con tal piacer dilicato gl’incomodi della vita. Per quanto il profondo geometra tenga i versi in conto d’inezie, dicea però un maestro scrittore, a scommettersi pur sarebbe che non avrà quel gran Neuton sì lunga vita nella memoria de’ po- posteri coma Omero, poichè non hanno già tutti gli uomini ad egual grado quel lume d’ingegno, che scopre l’oscura via delle scienze, ma si han tutti per poco quel sentimento che basta ad amare, e coltivare sino ad un certo segno l’arti amabili precisamente, e liberali. Non nego già io per questo che in un pien trattato dell’entusiasmo non abbia luogo la filosofia, cioè quell’ordine, e quell’esame più intimo di sue proprietà, onde distinguansi i suoi veri caratteri, e riducansi a giusti confini per le bell’arti, sicchè l’indoli si riconoscano e i talenti fatti per quelle sentenziando autorevolmente que’ che nacquero a tal destino e quei che nò. Dico solo e confermo non esser ciò solo ufficio del metafisico, e della specolazione astratta, ma richiedersi a tal impresa difficile insieme ed utilissima un profondo filosofo, che sia non meno esercitato nell’arti belle, ciò che raro s’incontra, uom dotato d’acuto ingegno attentissimo e quasi fisico osservatore d’oggetti non corporei, non circoscritti, non docili, come que’ della fisica, uomo insieme sommamente ragionevole, e sensibile, pensatore a guisa d’una semplice intelligenza, ed irritabile a un tempo per tutti i sensi ad ogni scossa del cuore e della immaginazione, che non voglia sentire se non quanto può intendere, e conoscer non voglia se non quanto può immaginare. Il fondo in somma del suo lavoro è metafisico, fantastica la tessitura; mai spesso la fantasia fa parte del fondo, e diviene il tessuto di metafisica. La quale difficoltà gli è comune co’ suoi lettori, i quali o per troppa vivacità naturale, o per educazion d’altri studi più facili e piani, o per legami al pensiero più stretti, e più larghi all’immaginazione fan creder talvolta che i lor cervelli non usino volontieri d’entrar in se stessi, d’esser soli con l’anima, e di cavar la miniera sul proprio cuor meditando e su l’ingegno. Ned io già gli accuso, sapendo or bene per mia sperienza quanto sforzo mi sia’ costato il concentrarmi nell’intimo seno delle mie facoltà intellettuali, e conversare a lungo co’ miei pensieri, ed insieme sentir le scosse del cuore, e degli affetti, seguir le vie delle fantastiche illusioni, dividermi in due personaggi l’un tutto riflessione, l’altro ca- priccio, quinci meditando e quindi sognando, ma con sogni osservati dalla ragione, che sta sopra loro qual giudice, ed al suo tribunal gli assoggetta. Posto ciò perchè dunque mi chiedono un primo principio, una cagione efficiente, l’ultima risoluzione spirituale dell’entusiasmo, quand’io voglio principalmente farlo sentire, eccitarlo, istruire i cuori, e gl’ingegni nella pratica facoltà dell’umane lettere e dell’arti d’immaginazione? Voi mi fate, alcun mi dirà, voi mi fate sperare un idea dell’entusiasmo più distinta e più chiara dell’altre, che abbia ragion di principio, e guidi il lettore allo svolgimento dell’altre idee secondarie illustrandole nella progressione; e voi mi parlate di sollevamento di mente, di rapimenti, di voli ec. Havvi pur da trovarsi una nozione, a fissarsi un termine donde scenda il lettore con voi nell’analisi dell’entusiasmo. Cerco una cagione, e voi mi date gli effetti. Poichè desso è una macchina di molte potenze, il cui movimento sia simultaneo o piuttosto d’una sì rapida successione, e veloce, che sembri tale; pur debbon esse ricevere il mo- to da una impulsione che sia prima e principale, la qual vuolsi accennata dal valente artefice, che sciogliendomi innanzi tutta la macchina mostrarne intenda il lavoro il travaglio il maneggio e le varie operazioni. I voli, i rapimenti convengono a comporla, ma donde prendon essi la scossa, e chi li determina? Son queste le idee che formar devono a nozione dell’entusiasmo e spiegarne il meccanismo, e però star a capo della definizione, e così con un idea più semplice che non e la compostissima di rapimenti di voli ec. fermar da principio il lettore dandogli in mano il bandolo della matassa che venite svolgendo. Ricordatevi che parlate d’operazioni interne, e nella spiegazione di queste non potete prescindere dalla metafisica e por dovete del vostro sistema distinti e chiari principi. Ma e quai ponno essere codesti mai? Dirovvi ch’è più facile spiegare l’economia dell’entusiasmo, che di formarne una definizione. Pur s’ei non è cieco, siccome tal non dev’essere, ha da riconoscersi in gran parte effetto della ragione riconoscendo anteriormente una sua operazione motrice di lui. È vero che questa ragione non è qualunque, ma poetica nel poeta, musica nel musico, pittorica nel pittore, la qual ragione si fattamente modificata rifletta nel suo oggetto o musico, o poetico, o pittorico per ogni parte considerandolo in tutti gli aspetti, che le possano presentar le bellezze della poesia della pittura della musica; a misura che tali bellezze le si parano innanzi essa si stende, sollevasi, l’anima n’è presa, e per un sentimento di piacere, e d’incanto si mette a fronte del dilettante obbietto, e questo così contemplato determina l’immaginazione, la qual sorviene, e ravvivando, e raccrescendo le meditate bellezze cerca trasfonderle dentro l’anima contemplatrice; quindi sprigionamento, e agitazione di spiriti, e tutto il popolo poetico delle immagini sono in moto a colorire la conceputa beltà. Ecco che la ragion dee dominar l’entusiasmo ed è quella sola che mette l’ordine in quel gran tumulto ch’ei porta seco.
Ed ecco, rispondo io quello appunto, che far non voglio, e che inutile reputo al mio intento. Perchè qual prò, ripeterò sempre, qual uso pratico ne riesce per le bell’arti, e pe’ giovani a quelle chiamati dalla natura? Avrò fatto un nuovo sistema, sarò filosofo, sederò in compagnia de’ pensatori del secolo, e in gara con loro di nuova fabbrica astratta e sublime, aspetterò il giudicio solenne sopra la sua solidità, di cui sento gran dubbj per ogni parte al sorgerne una novella, che atterra le antiche, e urtandosi di continuo, e crollando l’una sopra dell’altra su gli aerei lor fondamenti. è stato, diss’io, il maestro dopo gli antichi dell’ottima metafisica, e quanto ha fatto per sgombrare gli umani errori? Il sig. di ha poi scoperti i suoi, e il sig. fa vederne quegli del Condillac, nè mancan censori al Bonnet. Quanto dunque è ancor nuova questa scienza trattata ab antico da tanti? Quanto incerta la strada del vero se sì tardi scoprissi? Quanti sentieri bi- sogna battere, e in quanti errare prima di farla piana diritta e sicura? Molto più se parliamo dell’entusiasmo di cui molti han dati sistemi, ed analisi metafisiche a nostri giorni, come gli enciclopedisti, gli , i , i , i , i , i , i , i , per dir solo de’ principali. E perchè aggiugnere un nuovo sistema, perchè il fatto rifare, o perchè piuttosto non prender da loro esempio per sfuggire l’inutilità, o gli errori lor imputati? Pur nondimeno affin di salvar le apparenze, o di rispettare i pregiudicj dominatori ho citati ed esposti i miglior trattati tra quelli, e n’ho lodati gli autori, e gl’ingegni, siccome il merita in cotal genere di lavoro ciascuno. Ma nel tempo stesso ognor ricordomi le riflessioni de’ saggi critici sopra quell’opere. Leggo infatti: Quest’opera dovrebb’essere per la sua chiarezza intelligibile alla gioventù. Ma chi tra giovani potrà seguire l’autore nelle profondità della metafisica, ove s’è inviluppato? Longino ha saputo evitar questo scoglio essendo in tutto il suo trattato del sublime egli stesso chiaro per tutto, e d’una facile intelligenza. Il signor Gerard non s’è stancato in cotai discussioni filosofiche, colle quali si sforza di far la notomia delle intellettuali facoltà, nell’opera sua sopra il gusto coronata a Edimburgo il 1756. Bramerebbesi ch’egli avesse seguito il modello proposto a se stesso. Il suo novo saggio sul genio spogliato di quest’apparato scientifico non ne sarebbe che più giovevole. Al qual giudicio può aggiugnersi quel del fisico illustre di Norimberga, che pur sì profondo filosofo è riputato nelle famose sue lettere sopra l’uomo, quando dice nella seconda: Sopra di tutto vorremmo sofisticare: una metafisica puerile analizzerà freddamente i sentimenti invece di scaldar l’anima; le quali parole, per non citarne molt’altre d’autorevoli giudici a me bastano per giustificarmi non solo, ma per confermarmi nel mio pensiero di fuggire per una parte il soverchio sottilizzare, che nelle bell’arti secca in erba, e divora i vivi germi de’ giovanili talenti, e per l’altra di scuoter l’anima quanto posso e gli affetti loro facendo ufficio di cote ad esempio d’, o di tromba, che sveglia, ed infiammali a correr l’arringo come l’araldo in . Del qual ufficio, benchè inferiore di pregio per molti, non arrossisco, purchè utile sia, parendomi invero che gran bisogno ve n’abbia, che un tal libro ci manchi, e che il pretendono invano aver fatto, mel perdonino pure, non solo i grandi filosofi, ma i dotti maestri in gran tomi di rettoriche, di poetiche, e di magisteri delle bell’arti. Ognun frattanto può veder le opinioni di quelli, e le loro definizioni nelle varie lor opere, che sono in mano di tutti senza ch’io ne ingrossi di citazioni il mio libro, bastandomi far breve cenno di quegli antichi o moderni men conosciuti filosofi precettori e poeti.
Platone distingue in un luogo quattro entusiasmi divini tutti e santi, il profetico spirato d’Apolline, il bacchico da Bacco, il poetico dalle Muse, e P amoroso da Venere!
in altro luogo.assomiglia i poeti a sacerdoti di Cibele ne’ balli lor furibondi, e alle Baccanti fuor di se trasportate, onde sogliono quelli più per impeto e per furore che per ragion favellare, e pei un istinto poetico, qual era il demone di Socrate ( i ), che con subita illuminazione rapisce i pensieri e gli affetti, di cui non può farsi regola, e trovasi ancor negl’indotti. Così tutti i platonici col lor maestro seguendo il sistema dell’anime scese dai cieli, ove godevano lunga felicità per avvivare i corpi, rivolano per P entusiasmo dai sensibile, the le circonda, a riveder sulle sfere a riempirvisi della divinità e beatitudine una volta lassi< conosciute. Quella visione rende V anima estatica, (i) ^oiifxov che vien detto una pura emanazione deli’esser supremo, un genio celestiale che abita in noi, e che ben servito dq poi ne rende feiici.
ca, assorbisce i pensieri penetrandola intimamente d’una profonda passione, che la fa beata ec. Teofrasro, Plutarco, Longino, ed altri s’accordano in tal linguaggio, che a’metafisici par di soverchio poetico, ma che in se racchiude assai parte di vero, se ben s’inrenda toltone il velo simbolico. Aristotele và Jontan da Platone affermando venir I’estro jioerico dall’umor malinconico generato aprendo il campo così ai moderni filosofi, che fisicamente han voluto spiegarlo. Quindi il celebre Vallisnieri la cagione attribuisce a un interna fermentazione de’ nostri fluidi posti in moto straordinario ec. e il sig. Soria lo pore nell’organo immaginante, e nella sua connessione macchinale col paro intercostale e col paro quinto de’ nervi ec. De’ precettori basti il Quadrio, che tutti gli ha compresi dicendo eccitarsi l’entusiasmo mediante l’immaginativa, le passioni, la musica, e il vino, essendo esso un furore tía naturale camion prodotto, e talor da cagione sopra natura ec. osservando però, che tre gran dottori deli’ arte poetica il Castelvetro, il Bisciola, e il Beni negarono l’esistenza di tal entusiasmo 22INTR0-D,UZIONE siasmo perchè noi sentirono mai, 0 creder non vollero a chi ’1 sentiva. Venendo poeti che lo sentirono, e degni sono più eh’altri d’esser creduti, perchè parlano di loro sperienza, ed usano il proprio linguaggio deli’ entusiasmo, ecco i loro sensi. Da principio un chaos informe e confuso senz’ordine o legge occupa tutta l’anima: non san donde mova, nè dove vada un nuovo ardor de’ lor cuori, pieni sentonsi del lor nume, ispirati illuminati dall’alto, e trai vortici della fantastica agitazione strisciano lampi e luce, da cui rischiarasi il cupo fondo di quelle tenebre, e risplendono alla mente oggetti sublimi, e figure ed immagini e scene, che rapiscono a volo il sopraffatto poeta, gl’infiammano il cuore, il trasportano fuor di lui non sa più come nè dove. Quindi vengon le loro espressioni di stravaganza, e di pazzia, onda pscktde Democrito (i) dall’elicona come Hisgit(0 Exeludir sanos Helicone poetas Democritus Hor. Art. pout.
Et rabie fera corda tument, majorque videri Nec giitimi que’ poeti, che savj siano, e Platone afferma la p oesia del furioso esser migliore di quella del saggio, e Virgilio ne fa il ritratto qual d’un ossesso, Ora b torrente Pindaro, e senza legge (0 in audaci ditirambi precipita, udiamo parlare loro medesimi, or sente Ovidio un Dio che scaldalo, e lo trasporta con impeto, or prende /’ali fuor d’uso, e divien cigno Orazio che dove, grida, dove Bacco mi traggi pieno di te? tra quali selve m’aggiro, tra quai spelonche son tratto da novo spirito?.... Dirò cose mirabili inusitate jQual è Baccante al mirar l’Ebro attonita al risvegliarsi.... Oh nume possente.... niente dirò di basso, niente che sia d’uom mortale. E’dolce il periglio di seguir te. Così nell’Ode ip. del libro Nec mortale sonans, afflatur numine quando Jam propiore dei À!n. /. VI.
(1) Qui per audaces nova dityrambos verba devolvit. Hor. I. III. Ode 23.
Est Deus in nobis agitante calescimus ilio &c. Fast. I. I.
Non usirata nec tenui ferar penna canorus ales.... & album &c.
C 4 fcro III. E nella 16. del II. Bacco io vidi àsttar versi tra rupi solingbe, credetelo, o posteri, le ninfe ascoltavano, e tene an ritte V oreccbie i satirelli. Evoì cb’io sento /’anima presa di nuovo orrore e pien di quel Dia gioisco, e mi confondo insiemi. Perdona gran nume perdonami Bacco pel tirso tremendo.* dirò canterò delle Ti adì furibonde ec.
Così parlerebbono le bell’arti, se tutte usassero il linguaggio dell’entusiasmo, come i poeti; e tal lo conobbe pur l’eloquenza di Marco Tullio (i) allorchè una forza divina at(i) Mihi vero ne ha*c quidem notiora & illustriora carere vi divina videntur, ut ego aut poetam grave plerumque carinen sine ca:Jesti aliquo mentis instinètn putem fondere aut eloquentiam.
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The end
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