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La Cortona convertita

Francesco Moneti · 1797 · Free in the US

17,151 words · about 1 h 12 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Francesco Moneti
Language
Italian
Published
1797
Length
17,151 words · about 1 h 12 min
Sections
6 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (6)
  1. Canto primo about 10 min
  2. Canto secondo about 10 min
  3. Canto terzo about 19 min
  4. Canto quattro about 12 min
  5. Canto quinto about 11 min
  6. Canto sesto about 9 min

Continue:

Canto primo

ct

ct Il sito, la Città, costumi, e vanti Dei Cortonesi, e un Missionario eletto Che l’Umbria tutta avea ridotta in pianti, A Cortona chiamato a questo effetto; Monaci, Religiosi, e Mendicanti, E Gesuiti per altrui diletto Con il lor operar, nè più nè meno, In questo Canto son descritti appieno.

ct Canto le pompe, i fasti, e l’ambizione, Gli odj, gli sdegni estinti in un momento, E gli Uomini di mala inclinazione Con Prediche ridotti al pentimento, Nel tempo che seguì la gran Missione D’un certo Padre alla salute intento, Che indusse nel Paese di Cortona A darsi al ben oprar gente non buona.

ct O Febo tu, che di bugiardi accenti L’orecchie empisti a Popoli Minchioni, Dando pastura a curiose genti Di sognate menzogne, e d’invenzioni; Sprona la Musa mia con argomenti, Tanto ch’io possa metter in canzoni, E col favor, che a me darà Talìa, In versi raccontar l’altrui pazzìa.

ct Ma voi, Corvi di veste, e di coscienza, Che il suol di Cristo di zizanie empite, Ed ognor con avara impertinenza E testamenti, e borse ripulite; Mentre in fatti ribaldi, alla apparenza Vita mostrate ed esemplare e mite; Lasciando agli altri il predicare Dio, Volgete il collo torto al Canto mio.

ct Posta è Cortona sopra un alto monte, A cui s’ascende per sassoso calle, E rivoltata all’Austro, erge la fronte Al vago sito d’un’amena valle. Se dell’antichità si cerca il fonte, Molti secoli porta su le spalle; E per quanto ne scrivono gli Autori, Edificata fu da’ Muratori.

ct Son per lo più le fabbriche all’antica Con poco buon disegno, e mal’intese, E condannolle la montagna aprica A mantener i venti a proprie spese: La squadra fu d’ogni angolo nemica Negli edifizi; e così bel Paese Forma il ritratto in ogni sua struttura Del vituperio dell’architettura.

ct Ripiena ell’è di molti abitatori, Poveri, ricchi, dotti ed ignoranti, Di bugiardi Mercanti, e di Dottori, Di maligni Usurai, e di Furfanti, D’ingegni sciocchi, e dolci, e di Sartori, Che con la lingua fan giubboni, e manti; Di Nobili, Plebei, e mal creati, D’uomini oziosi, e d’Asini togati.

ct Cittadini vi son di bassa mano, Ch’hanno gran fumo in testa e poco arrosto, Stimando il sangue lor, sangue Troiano, E di razza più nobile composto: Trattano poi con atti da villano Chi dello stato lor non gode il posto; E se son de’ Priori, e del Consiglio, Portan con borsa asciutta, altero il ciglio.

ct Sopra de’ fatti altrui han per usanza Il far su le botteghe esperienza, Ed i Frati imitar dell’Osservanza, Col darci spesso ancor qualche sentenza; E con estratti d’anima in sostanza Fanno de’ vizi altrui la quintessenza; E spie vi sono ancora in scritto, e in voce Fin tra color, ch’han sul gabban la Croce.

ct Sono per vanità così ambiziosi Gli Uomini, e Donne nel seguir l’usanza, Che molti fanno per vestir pomposi In debiti cangiare ogni sostanza: Si scorgon quivi pur certi fumosi Ricchi di roba, e scarsi di creanza Pavoneggiarsi con la nera cappa; E poco fu, che abbandonar la zappa.

ct Alcuni poi tra’ Cittadini eletti Dalla fortuna, senza discrezione Danno agli Artieri come a lor soggetti Il titol di canaglia, e di barone; E v’è chi con eretici concetti In mente ancora ha tal proposizione; Che dal Plebeo il Nobile diviso Abbi luogo più degno in Paradiso.

ct La superbia, l’invidia e detrazioni, La crapula, gli stupri, e gli adulteri, L’usure, le vendette sono azioni Da Nobili par loro, e Cavalieri; Contro natura poi l’inclinazioni Stiman vizzj galanti, e assai leggieri; E che tra i predicabili peccati Sia questa proprietà di Preti, e Frati.

ct Distinguono il peccato in loro essenza Tra rustico, plebeo, e cittadino; Chiaman tra loro casi di coscienza Solo chi ruba un porco, o un asinino: E lo stracciar talora la pazienza Vizio da mulattiere, o vetturino: Tra’ peccati però non trovan loco Al più grosso tra lor, ch’è il creder poco.

ct Vanno a sentir la Messa, e i Vespri in Chiesa Con la mente dal Ciel sempre divisa, Poco devota, e solamente accesa D’amor lascivo, e tra le ciarle, e risa; Rimirando or la Nina, ed or la Besa, Or la Bita, or la Checca, ed or la Lisa: Voltan mentre si canta Eleisonne Le spalle a Dio per vagheggiar le Donne.

ct Vi son cervelli d’avarizia tinti, Che pensando a lor grasce il prezzo alzare Mandano il grano in piazza; e poi con finti Rigiri per mezzani il fan comprare: Altri vi son, che dal bisogno spinti Capital dell’altrui sanno ben fare; Ma i debiti pagare al creditore Stimano gran vergogna e disonore.

ct Altri vi sono poi, ch’han del baggiano, Persone tanto nobili, che basse; E gli farebbe ancora un Ciarlatano Creder insin che un asino volasse: Molti ingegni tra gli altri han buona mano Nel giocar d’invenzion se bisognasse; E con lettere cieche soglion dare Lo scacco matto a chi fanno il Compare.

ct Nel tempo che a regnare in Vaticano L’ cominciava, Ne’ confini dell’Umbria, e del Toscano Un Padre di gran fama predicava; Che con licenza del Pastor Sovrano Di Missionario il titolo portava; E all’abito che avea di Religione Pareva proprio un sacco di carbone.

ct Magro egli era di corpo, e viso asciutto, Pallido in volto, e basso di statura, Un scheletro, o cadavere distrutto Pareva uscito d’una sepoltura; Porco non era da cavarne strutto, Che a vederlo sembrava all’ossatura, E membra sol di pelle ricoperte Un gatto che ha mangiato le lucerte.

ct Si pubblicò che avesse convertito Uomini, e Donne d’ogni condizione, Ed al retto sentier da lor smarrito Gli riducesse dall’ostinazione, Che d’ogni vizio in essi inchancherito Facesse far palese Confessione, E chi della vendetta era tenace Col nemico tornasse in santa pace.

ct Donna vendicativa essersi resa A questo sì buon Padre alfin placata, Mentre egli fè miracolosa impresa Sopra di una camicia insanguinata, Alla vendetta di mortale offesa Del Consorte, da lei già conservata, Col far, perchè costei si confondesse, Star quel lin nelle fiamme, e non ardesse.

ct Di questa, e d’altre ciarle ed invenzioni In quei luoghi vicini trasportate S’empivan le botteghe ed i cantoni, E i circoli di genti sfaccendate; E con le prodigiose operazioni Su l’orecchie del volgo seminate Volò fama veloce, e senza ostacoli, D’un Padre Santo, che facea miracoli.

ct Or tal novella, che per quei confini Già s’era sparsa come la semenza, A certi Cortonosi Cittadini Fe’ che nacque nel cuor grand’appetenza Della Mission per lor secreti fini Speculativi dell’altrui coscienza; E scrisser a quel Padre, che in Cortona Assai bramata era la sua persona.

ct Illustrissimi, e cari miei Signori Compiti, e generosi Cavalieri, (Rispose il Padre) è ben dover che onori Voi altri tanto amici a’ Forestieri: Terminati quì dunque i miei sudori Quanto prima verrò ben volentieri, Se Dio me lo permette, e ’l tempo bello A servirvi di coppa, e di coltello.

ct Ma sento ormai l’orecchie stuzzicarmi Da curiose lingue, e da persone, Che già pronte ritrovo a domandarmi Chi fosse il Padre, e di qual Religione: Prego dunque ciascuno a perdonarmi, Se di lui l’Istituto, e Professione Non ho detto fin’ora, e palesato, Nè pensin già, ch’io me ne sia scordato.

ct Dico dunque ch’egli era un Religioso, Uomo da bene, e d’Instituto santo: Non già di quei, che con il piè calloso Calcano il Mondo, e portan bigio manto; E nell’andar con passo strepitoso Par che pestin le corna a Radamanto, Dando in scarpe di legno al piede il moto Ed in piene scodelle han fatto voto.

ct Di quelli certamente egli non era, Che buona vita fan da Mendicante, E son eletti fra cornuta schiera Cornette della Chiesa Militante; Con lunga barba, e faccia assai severa Vanno alle case, e con parole sante Barattano per pan, come lor torna, Bietole, cavoli, insalata, e corna.

ct Ne meno di color, che da Nembrotte, Per poter arrivar sino alle Stelle, Furo invitati con le pietre cotte A fabbricar la Torre di Babelle; E si diedero poi la buona notte Con varietà di lingue e di favelle: Dico di quelli, che in virtù d’Elia Si stimano Priori anche al Messia.

ct Nè di color, che d’asinin colore Portan la cappa con il becco al petto; Nè di quei, che di carne il buon sapore Pittagorici nuovi hanno in dispetto; Nè di quei, che il silenzio a tutte l’ore In selvaggio tugurio han per precetto, Col fuggir le grandezze, e pompe vane, Stan come gli orsi ad abitar le tane.

ct Ne men di quei, che su l’Ispane arene Trasser da nobil Padre i lor natali, Per cui la Santa Chiesa oggi ritiene Sommo decoro in faccia a’ suoi rivali; Superbi avanzi dell’antica Atene, Sacri Dottori, e specchio de’ mortali; E per la fedeltà verso il Pastore Posson chiamarsi Cani del Signore.

ct Non era di que’ dotti Formalisti, Che distinguono il grosso dal sottile, E per accrescer numero a’ Sofisti Alla scuola vicino hanno il fenile, Governandosi quivi alcuni tristi, Che invidiano la fune al campanile; Ma se la sottigliezza non gli guasta Gnocchi si fanno poi di buona pasta.

ct Nè dirò già, che fosse di quei Frati, Che con qualche apparente repugnanza Son col nome di Servi disegnati, Mentre padroni sono alla sostanza; Ne meno di quei capi delicati, Che monasticamente in adunanza Ritengono col nome, e professione Diminutiva la Benedizione.

ct Non già di quei, che portan la gran cappa Sterminio della fava cotta asciutta, Che dalla carità tuttora strappa La caritade istessa; onde ridutta La carne anche a mangiar fuor della Frappa In casa d’altri; a dirla chiara, e tutta Un epilogo son di poco buoni Mentre antepongon carne, e buon bocconi.

ct Nè di coloro fu, che son Fratelli Di quel che fe’ la tara a’ Sacramenti, E nella Chiesa poi tanti ribelli Fece in virtù di suoi bugiardi accenti; Ne men ascritto era costui tra quegli, Che dal chieder lontani, ed astinenti Son rettorici bravi, e con pazienza Aspettano da Dio la provvidenza.

ct Ma dirò ben, ch’egli era d’una setta, Che col Demonio in furberia l’impatta: E come appunto intorno al topo affretta L’unghie rapaci la golosa gatta: Di ricchi infermi intorno al letto aspetta L’eredità con pio pretesto estratta; E la roba tirando in morte, e in vita Del secolo di ferro è calamita.

ct Il Padre era chiamato il Petraccioli, Già fatto alunno d’uomini sì buoni, Che in odio hanno le rape, ed i fagioli, Ed amano le starne; ed i capponi; Fabbricano palazzi, ed alte moli, E secondano in lor l’inclinazioni; Altri alla Chiesa, altri alle scuole attende, Ed altri in piazza i falli altrui riprende.

ct Della da loro ambita precedenza Una mal concepita pretensione Pose nel capo lor gran renitenza Di trovarsi col Clero in processione: Così schivando entrare in competenza Fanno tra loro singolar funzione; E per non star soggetti anche a San Pietro Stiman lor proprietà l’andar di dietro.

ct Dotati d’astutissima prudenza Il primato pretendon per giustizia, Amano le ricchezze, e la potenza, E poveri si fanno per malizia, Professori d’ogni arte, e d’ogni scienza, Sol per aver la Nobiltà propizia; La bella gioventù per lor s’impiega Dall’Alpha ad imparar sin all’Omega.

ct In ogni profession sono ben pratici, E nelle scuole ancor peripatetici, Rettorici, dialettici, e grammatici, Astrologi, geometri, e arimmetici, Teologi, legisti, e matematici, Scrittori in belle lettere, e poetici, Dotti sommisti, ed etici, e politici, E dell’azioni altrui esperti critici.

ct Le corti poi dei Grandi, e dei Potenti Frequentar molto spesso han per usanza, Ove di quelli i più segreti intenti Ciascun di loro in penetrar s’avanza; Nelle sostanze altrui con modi urgenti Fonda il lor desiderio alta speranza; Imbrogliata si scorge, e cavillosa Fede in costoro, e carità pelosa.

ct Se un moribondo vanno a confessare Gli parlano con simile tenore: Fratello, voi dovete già passare, Rimettetevi dunque nel Signore; Nè vi scordate per Gesù lasciare Il Mondo, ed alla Terra di buon cuore; Lasciate il corpo, e i membri infraciditi, L’anima a Dio, la roba a’ Gesuiti.

ct Noi siamo padri assai zelanti, e buoni, E l’altrui ben ci sta nel cuore impresso, Con devoti esercizj, e confessioni Cerchiam tirarci tutto il Mondo appresso: Nel ritorre all’Inferno gli epuloni Usiam ogn’arte; e perchè poi l’ingresso Abbian l’anime loro al Ciel condotte, Più case abbiamo in povertà ridotte.

ct Sono in somma costor gente sì lesta, Che a se tirano il Mondo a poco a poco; Sono ne’ beni altrui una tempesta, Entrano com’il vento in ogni loco, Dove soffiano lor, poco vi resta, Dove giungono fan peggio del foco; Da cui già prese nome il Padre loro, Premio che a tali statuisce il Foro.

ct Il Nibbio un Pipistrel, conforme ho letto, Parendoli un uccel, mangiar volea; Ma il pipistrel volgendo l’ali al petto Mostrò di topo il muso, e gli dicea: Non son uccel; ma poi dal Gatto astretto Nascose il muso, e l’ali distendea; Onde con accortissimo consiglio Liberossi dall’unghie, e dall’artiglio.

ct Così costor non son Preti, nè Frati, E pur son mezzi Frati, e mezzi Preti; Il coro non li fa Preti, nè Frati Ma per la mensa poi son Frati, e Preti; Se si aggravano i Preti, essi son Frati, Se va mal per i Frati, essi son Preti; E fanno appunto come il Pipistrello, Or figura di topo, ed or d’uccello.

ct O benedetti Padri Gesuiti Che vi venga la rabbia a quanti siete; Non già per convertire i Niniviti Talora in piazza il Giona far solete, Ma sol de’ fatti altrui costumi, e riti, Alla pesca nel Mondo oggi attendete; Per procacciarvi un dì la Monarchia Con la vostra monella Ipocrisia.

ct Ma parmi aver fin quì detto abbastanza Già di costor col mio cantar molesto; Però prendo licenza per creanza, E non tediarvi, or quì le rime arresto; E mentre ora vi lascio con speranza Di farvi udire un’altra volta il resto, La pace sia con voi; e a loro intanto Un corno dietro, e fine al primo Canto.

Canto secondo

ct

ct

A Cortona ne va, dove aspettato È il Padre Missionario Gesuita; Quivi da molta gente accompagnato In chiesa tutti esorta a mutar vita, Dal Popolo per santo è già spacciato; Vieti dall’Autor l’ipocrisia schernita; E dal Padre zelante con rigore Vien fatto un lavacapo a Monsignore.

ct Ognuno in questo Mondo tal si tiene, Che perfetto si stima in ogni cosa, E nessun vuol, se mal’oprando viene Ripreso, esser col verso, o con la prosa: Ma la superbia, che dall’uom proviene, Col suo strano capriccio ognor si sposa L’error per opra degna, e il mal ben fatto, Chi spalle ha di somar sostiene in atto.

ct So ben che alcun dirà del fatto mio, Che Poeta mi tien da due bajocchi, Che sono un pazzo da catena, ed io Non glielo nego, pur che a lui ne tocchi: Il Pegaso per me non ha il restìo, Nè le spronate m’han rotto i ginocchi: Ma questo giuoco voglio che fra noi Finisca, e vada il marcio a doi a doi.

ct Ora di biasmo alcune voci sento Di certi Gabellieri degli impacci, Che de’ versi di amor aman l’accento, Stimando opra da ciechi i miei versacci; Ma col darmi di naso a lor talento Le freghe al tafanario ognun mi facci, Come fanno i ragazzi alle cicale, Perch’io canti di loro, o bene, o male.

ct Ma già di mie promesse or la memoria Propon di nuovo a me la tela ordita, Con esortarmi a proseguir l’istoria Del nostro Missionario Gesuita. Musa, ridimmi con qual festa, e gloria Venne costui a riformar la vita Della viziosa, e scellerata gente, Mentre n’ebbe dal Papa la patente.

ct Scritto ch’ebbe a Cortona il suo disegno, E che il Popolo stava preparato, Giunto quel giorno memorando, e degno D’esser dagl’osti col carbon notato, Con le campane di letizia il segno, Ed insieme l’avviso a tutti dato, Che il Padre Santo appunto allor veniva, Corser tutti gridando, e viva, e viva.

ct La gente con la Croce in compagnia Andò fuor della porta ad incontrarlo, E come fosse stato il Gran Messia; Il Popolo si vide accompagnarlo; Vero ritratto dell’ipocrisia Propriamente pareva a rimirarlo, Con passo grave, ed occhi in terra fissi, Brutto, e malfatto, come già il descrissi.

ct E per accompagnare il collo torto, Ed il pallor della destrutta cera, Mostrando in se spiritual conforto, Fuor della porta già scalzato s’era: Ma fu da molti poi squadrato, e scorto Non esser bestia da spacciare in fiera; Sicchè ad altri potea la mercanzia Vendere di sua falsa ipocrisia.

ct Giunto alla Cattedral, quivi si pose Con quella gente alquanto in orazione; Dipoi salito in pulpito compose La vita, il gesto, e quindi alle persone Fatto modesto inchino, ivi gli espose Di sua venuta il quare, e la cagione: Tenendo poscia in lor le luci affisse Sputò tre volte in terra, e cosi disse:

ct Fratelli miei, che con devota brama Della santa Mission cercate i frutti, Si vede ben che Iddio oggi vi chiama Per sua pietà; che se i nefandi, e brutti Vizi lasciate, egli ch’è buono, e v’ama, Pronto si mostra a perdonare a tutti; Ond’io per far delle vostre alme acquisto Scalzo ne venni, come avete visto.

ct Questa santa Mission dunque volete Ricever, non è vero? or così sia: Lasciate ormai la strada che tenete, Che insegnar vi vogl’io la vera via; Se i falli vostri poi confesserete Prometto a tutti, e giuro in fede mia, Per gli Angioli del Cielo, e tutti i Santi, Ch’anderete alla Gloria tutti quanti.

ct Se tra le colpe avete poi smarrita L’anima vostra, e quivi in esse immersa Per tant’anni si trova, onde spedita La stimate per voi, e quasi persa, Ecco per ritrovarla a voi s’addita La via del Cielo assai pulita, e tersa; Che se da febbre indebolita langue, Sanguisuga son io per trarli sangue.

ct Col mezzo dei flagelli, e discipline Cavate dalle vene il sangue infetto; Battete quelle carni alabastrine, Che conservano un cor di sasso in petto; Stracciate omai l’inanellato crine, Che qual catena del mondano affetto Vi tiene schiavi, e con perrucche ornati, Belli vi fa parer, benchè pelati.

ct Un mezzo ancora a voi per far buon frutto È il dispensare il vostro a’ poveretti, Che parte avrete, se donate il tutto, In Paradiso poi tra i più perfetti: Se il patrimonio avete già distrutto, Siete con tutto ciò figli diletti Dell’amoroso Padre di Famiglia, Ch’ad abbracciarvi è pronto, e vi ripiglia.

ct Voglio finire in nome del Signore: A voi fratelli miei mi raccomando, Mentre senza posar per vostro amore Starò sempre per voi affaticando; Risolvetevi intanto di buon cuore A dare ad ogni vizio eterno bando, Acciò che l’alma al Ciel ritorni amica: Andate in pace, e Dio vi benedica.

ct Tra molta calca alfine escì di Chiesa, Tutti dicendo, sia pur benedetto: Quando l’ipocrisia fatto ha la presa, E che l’uomo acquistato ha buon concetto, Gran devozione il Mondo a lui palesa, In cui stima virtù fino il difetto; Che se far gli vedesse un sacrilegio Lo stimerebbe in esso un privilegio.

ct Oh maladetta e vana ipocrisia, Che nata fra le corna d’Asmodeo T’annidasti nel sen di gente ria, Che faccia ha di Cristiano, e cuor d’Ebreo! Alla Chiesa vai sol per parer pia, Ove fai l’orazion del Fariseo: Ma colui che ti crede, addosso tiene Assai più del minchion, che d’uom da bene.

ct Predicare il digiuno a ventre pieno, Predicar l’umiltà col fumo in testa, Predicar la pazienza un che nel seno Con l’ira ed odio la vendetta innesta, Predicar carità chi del veleno D’invidia offeso, ed infettato resta, Predicar bene un ch’è di mala vita È funzion, e finzion di chi t’imita:

ct Per non toccar la parti vergognose Nell’orinar cuoprir la man co’ guanti; Ma nella roba altrui non già ritrose Scuoprir con nuda man l’unghie raspanti; Tu visiti gl’infermi, e le lor cose Sperando, raccomandi a tutti i Santi; E se la roba gli è di grave peso, Serve tua santa man di contrappeso.

ct Scimia de’ Santi in pubblico ti fai, Ti scandolezzi, e contro il vizio esclami, Fingi quella bontà che in te non hai, Ed il Mondo fuggir, che segui ed ami, Di rifiutare, e non voler giammai Ciò che con appetito e cerchi e brami: Ma Dio ci guardi da colui che finge Nulla volere, e il tutto abbraccia, e stringe.

ct Acciò che il Mondo poi alfin ti adori, Le lampane t’accenda, e le candele, Col ratto nelle man gli altrui tesori Contempli, e fai che nel tuo cuor si cele; Fingi estasi, e visioni, e i tuoi ristori Esser solo castagne, e fichi, e mele; E con la carne poi ti mostri dura Nel gustarla talor contro natura.

ct Ti fai veder con pallido sembiante, Col collo torto, ed occhio in terra fisso, Bocca ripiena di parole sante, Con la Corona in mano, e il Crocifisso: Ma se nel Mondo oggi tornasse , Gli converrebbe giù nel cieco abisso Nuova Bolgia trovare, e più capace, Per dare il luogo ad ogni tuo seguace.

ct Fuggite or tutti chi costui imita, Perchè sol cerca di gabbare il Mondo; E il bacchetton che par di buona vita Stimate pure un animale immondo, Precursor di Anticristo, alma smarrita, E spirito del baratro profondo; Non alberga la vita in corpo morto, Nemmeno anima retta in collo torto.

ct Non già per mano del crudel Nerone, O di altri fieri, e pessimi Tiranni, Con la terribil sua persecuzione Potè far Satanasso in que’ primi anni, Nella Chiesa di Dio tal distruzione, Come egli fa co’ suoi più fini inganni, Oggi per mezzo dell’ipocrisia, Che mostra il Cielo, e dell’Inferno è via.

ct Ma per tornar al nostro Gesuita, Che fuor di Chiesa ho poco fa lasciato, Nel raccontarvi la di lui uscita Da quella doppo ch’ebbe predicato, Mentre alla Casa a riposar sua vita Vien condotto, e da’ Preti accompagnato, Parmi ben il dover, che per creanza L’accompagni ancor io alla sua Stanza.

ct Quivi però voglio lasciarlo adesso, Perchè già stanco possa riposare, Acciò che poi studiar gli sia permesso, E le Prediche sue ben imparare: Egli però, che in questo era indefesso, In Confession si mise ad ascoltare, I peccatori, e con sua penitenza Pettinava a ciascuno la coscienza.

ct Or mentre lui nel confessar procura La salute d’ognun che ascolta e sente, E con bravate ogni coscienza dura Rende poi ammollita in chi si pente, Un grillo, temerario per natura, Mi salta in capo, e mi riduce in mente Del Vescovo i costumi; ed occasione Certamente ne porge la Missione.

ct Viveva allora un certo Monsignore, Che Filippo per nome era chiamato, Qual sebben di Cortona era Pastore, Mostravasi però lupo affamato, Poichè con il rapace suo furore Ridusse il Clero in sì cattivo stato; Che si può dir che fece un Galileo Peggio che Armeni a San Bartolommeo.

ct Al picciol corpo, alla statura bassa In lui s’accompagnò l’animo vile, L’ingegno acuto, e la coscienza crassa, Un cervello incostante, e puerile: E la natura in lui fece una massa Del criminale insieme, e del civile; Fu buon Legista, e il giusto discerneva, Ma solamente quando a lui pareva.

ct Il Codice accordava col Digesto, E nel tenere a banco la ragione Avea ridotto d’ogni Legge il Testo Alla natura della conclusione. Cavò Graziano, e Bartolo di sesto Per mezzo del Paragrafo Boccone; E decideva ogni difficil punto Come Vescovo sol per esser unto.

ct Coll’interesse avea stretta amicizia, E San Pietro onorò come Simone, La sola cupidigia, e l’avarizia Serviro in lui di stimolo, e di sprone Per far correr di trotto la giustizia, E far ben spesso nell’Ordinazione Fare al villan per un capretto grasso Dall’aratro all’Altare un breve passo.

ct Il merto, e la ragion poco stimava, Se d’oro non avean le sopravvesti; Per chi poveramente si portava Rivoltava la Legge tra i Digesti, Solamente benigno a chi donava In parole mostrossi, in fatti e in gesti; E per pigliar merlotti alla civetta Avea la rete di S. Pietro eletta.

ct Cangiò la Mitria in borsa, e il Pastorale In una falce, che levava il pelo: Se i vizi suoi celò sotto il Piviale, Pose agli altrui con l’avarizia il velo; E dimostrò, che in rimediare al male Dell’interesse lo mangiava il zelo: De’ Sacramenti pure il settenario Numero giunger fè fino al denario.

ct Del tutto già informato il Gesuita Gli fece un solennissimo sermone, E la di lui sì licenziosa vita Gli rinfacciò con aspra riprensione; E se non la facea ormai finita Minacciogli l’eterna dannazione, Perch’era nel conceder la patente Per interesse sol troppo indulgente.

ct Un giorno dunque andato all’udienza Prima che cominciasse la Missione, Per ottener da lui buona licenza, O facoltade, o sia Benedizione, Dopo le ceremonie, e riverenza A fargli cominciò cotal sermone: Illustrissimo, sol quattro parole Dir quì vorrei fra noi, se non vi duole.

ct Dite pur Padre, egli rispose allora; E questi disse: Voi saper dovete, Che per tutto il paese, e dentro, e fuora Poco buon nome fra la gente avete, Perchè per odio, ed avarizia ancora Pelate chi si sia, o Frate o Prete; E vi tien la Città, che vi scrutina, Per un Pretaccio della Cappellina.

ct Se vi ho da dire il vero, i Cittadini Vi tengon per un uom di poca fede; I poveretti, artieri, e contadini Dicon, che gli frodate la mercede, Che avete l’unghie a guisa degli oncini; E questa gente in somma non vi crede, Se non quando vi sente bisbigliare Domine non sum dignus all’Altare.

ct Dicono tutti, che voi dite, e fate, Dicono che dovunque ognor voi siete, Dicono ancor che la parola date, Dicono poi che non la mantenete; Dicon poi che da lupo voi trattate, Dicon che da Pastor far non sapete; E di più, che voi siete un aguzzino Che scorticate un uom per un quattrino.

ct Nella vendetta siete un uomo ardente, Per dimostrarvi nato Cavaliero, Ma troppo dolce poi, ed indulgente In permetter lo stupro, e l’adultero; Che il sacerdozio troppo largamente Voi conferite; e dicono che in vero, Per pigliar benchè minima cosuccia, Ordinereste il gatto, e la bertuccia.

ct Voi ammettete il finto Patrimonio, Senza stimare i Canoni, e il Concilio, Ed in Giudizio il falso testimonio Fa che voi giudicate absque consilio; Onde vi aspetta presto il rio Demonio, Dove spedito Enea fu da ; E il Pastoral vi servirà per ponte, O remo per la barca di Caronte.

ct Voi per essere ingordo, e troppo avaro Coi poverelli vi mostrate un cane, Voi date cura d’anime al somaro, Ed agli indegni dispensate il pane; Ebrei, con Spie d’intorno avete caro, Li Sbirri accarezzate, e le Puttane; Onde il palazzo vostro è fatto ospizio D’ogni più tristo, e più nefando vizio.

ct Commedie poi, festini, e mascherate Senza vostra presenza non si fanno, E per il male esempio che lor date Bel tempo i vostri Preti anche si danno; E poi se vanno soli condannate I Frati alla prigion; e tutti sanno, Che voi come se foste un secolare Vi trovate con donne anche a ballare.

ct Oh Dio! com’esser può, che oggi si scuopra Di cervello sì scarso un Uomo dotto? Mentre alla cieca si governa, ed opra Come se fosse un’Idiota indotto, Senza timor di quel che sta di sopra, Senza terror di quel che sta di sotto; Fa coll’offizio suo sì mal’inteso D’ogni erba un fascio, e d’ogni lana un peso.

ct Questa non è la strada, o Monsignore, Questo viver non è da buon Cristiano, Questo fare non è da buon Pastore, Questo vostro non è governo umano, Questo non è ’l servizio del Signore, Questo non è per voi consiglio sano; Ma un procacciarsi nel futuro inverno Un fuoco da scaldarvi in sempiterno.

ct Ricordatevi omai ch’avete a andare A render conto a Dio d’ogni misfatto; Se vi dan le candele or da mangiare Ne cacherete gli stoppini a un tratto: Padre, rispose lui, che devo fare? Che cosa faccio adesso, e ch’ho mai fatto? Siete Pastor, diss’egli, e s’io nol mostro, Ben sapete qual sia l’obbligo vostro.

ct Cosi finito ch’ebbe di parlare Licenziossi da lui, ma prima chiede Licenza, e facoltà di predicare; Egli ampiamente tosto gliela diede; Subito egli si accinse ad operare, Per risarcir la mal trattata Fede: Al che diede principio il dì seguente, Con far gran frutto in convertir la gente.

ct Ed io lo voglio quì lasciar fintanto Che la Predica ben a mente impari, Per farvi poscia udir nell’altro Canto Ciò che disse e parlò con sensi chiari: Or mentre ch’io riposerommi alquanto Ciaschedun di voi altri si prepari A sentir nella Chiesa Cattedrale Una Predica sua tutta morale.

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Canto terzo

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ct Narra il Poeta le volpine frodi De’ Gesuiti in trappolare il Mondo; Si danno al saper lor dovute lodi, E d’ogni loro fin si tocca il fondo: Il Missionario con figure, e modi Una Predica fa di stil giocondo; Biasima il Ciarlatano, e l’Istrione, E narra d’un di lor furbesca azione.

ct Bisogna al giorno d’oggi essere astuto, E chi furbo non è, non è stimato; Chi poi da nulla vuol esser tenuto Non tenga ad altri il suo pensier celato: L’ipocrisia bensì sempre ha saputo Negl’inganni far l’uomo addottorato; Il gabbare nel Mondo le persone Arte non è da sciocco, e da minchione.

ct Non è più tempo che filava Berta, E che parlavan gli asini, e gli allocchi: Allor dava terror faccia coperta, Ed il babau, più ch’or spada e stocchi: Oggi però la volpe è già scoperta, Nè fan vedersi più gl’uomini sciocchi, Ma furbi assai, scalfriti, e mariuoli, Mentre aperti già gli occhi hanno i cagnoli.

ct Tale de’ Gesuiti è la natura, Che per finta virtù non hanno uguali; Se la preda non han più che sicura Non si mettono in traccia agli animali; Tra ricche spoglie, e maestose mura Mostransi generosi e liberali; E celando nel cuor l’essere avari Accennan coppe, e dan sempre in denari.

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