Front matter
Sopra varj Argomenti di Letteratura
scritte da un Inglese ad un
Veneziano.
A Miladi N.N.
QUeste lettere sono vostre, siccome il fu l’autor loro, che le scrisse quasi con voi, nè opinione o pensiero in queste espresse, cui non consultasse con voi come con giudice competente. Così v’avess’egli ascoltata, quando il focoso suo desiderio di nuove cognizioni lo spinse ad imbarcarsi su la flotta dell’ammiraglio Pocok, e il condusse a perire su quel vascello male avventurato, che i nostri inutili voti portava in America!
A me intanto par di salvare qualche reliquia di quel naufragio dando in luce le lettere d’un amico nostro sì caro, e non sento rimorso di pubblicarle, poichè voi stessa a ciò confortandomi le lettere m’offrite, ch’egli di Francia e d’Italia ne’ suoi viaggi vi scrisse. E così certo mostrate, o Miladi, di ben conoscere in vera amicizia, vendendo quanto si può ad un amico illustre la vita, e la cara ombra consolandone in parte, se alcun senso là giugne de’ nostri affetti, con questo segno di fedele memoria. A consolarla però vie più dolcemente mi permettete di un poco parlarvi a suo nome, com’egli sovente di voi mi parlava, e com’egli pensa fors’anco e m’ispira.
Io mi protesto, o Miladi, che il vostro nome non pongo in fronte di questo libro per farvi onore o piacere, nè temer voi dovete d’incontrar nelle lodi solite darsi all’altre donne in istampa, e di cui sentono vanità. Intendo solo di far onore al vostro sesso e al nostro secolo presso gli uomini che verranno, i quali avran certo le donne del tempo nostro in pochissimo pregio, dovendo essi stare alle storie pubbliche de’ costumi presenti col testimonio degli scrittori or galanti, ora scenici, che mettono il loro studio in dipingere e mordere i femminili difetti. Perchè quai memorie nel vero nei costor libri, se pur tanto vivranno, quai ritratti vedrà l’ottocento delle femmine d’oggidì? Una vita molle ed inutile, una vita sciocca e puerile, i corteggi, i serventi, i galanti, l’occupazioni perpetue della toletta, lo studio delle mode, le rivalità, le invidie, le maldicenze di tante, e infin la misera educazione, l’eterno ozio, l’ignoranza di tutte. Le quali pitture facendone poco onore presso i nostri nipoti, a credere gl’indurranno nè merito, nè virtù eservi stata in Europa nel settecento, poichè le donne signoreggiando debbon seco ad egual condizione trar gli uomini, e farli donne. Nel qual caso che mai diranno di noi? Diranno che questo secolo è stato di tutti il più infelice, perchè i secoli barbari e rusticani almen ebbero qualche virtù, o militare o civile di zelo patrio, di veracità, di valore e di costanza, e che i colti ed illuminati ebbero l’arti, l’urbanità, i comodi ed i piaceri; ma che questo nostro troppo gentile per godere i vantaggi della rozza semplicità e troppo ozioso per gustar i pregi dell’ingegno e dello studio non ne ha avuto nessuno: e sarà colpa sol delle donne, perchè sapranno che hanno regnato, e che noi siamo stati unicamente occupati a servirle, a sedurle, dopo averle educate per questo unicamente.
Or io voglio, che sappiano i nostri nipoti esser voi stata tra noi, e forse due o tre altre donne simili a voi nel secolo nostro infelice. Sapran per tanto che qualche donna ha vissuto tra noi non sempre assediata, benchè amabile e vezzosa, da’ giovani donzelletti e profumati; ma che sapeva distinguere tra un vero amico ed un cascante zerbino, nè misurava il merito delle persone dall’elegante capigliatura e dalla freschezza degli anni. E quello che più lor dee far maraviglia, sapranno che i miseri, i litiganti, gli oppressi ed ogni genere di sventurati aveano l’adito aperto alla protezion vostra, ed era questo il corteggio più assiduo dintorno a voi, talchè foste veduta talora lasciare il tavoliere e la toletta per ascoltare un miserabile con grave scandalo della compagnia più brillante. E di qua ne derivava quell’altro di trattare umanamente la vostra gente persin di livrea, come se fosse della medesima specie vostra. Meno allor stupiranno leggendo che gli artisti industriosi, e gli uomini di lettere anche senza essere titolati, non erano lasciati nell’anticamera vo- stra, e non eran posposti al ricco e al potente, benchè non altra commendazione avessero fuorchè il merito e la virtù. Per le quali cose si renderà loro credibile la cura presa da voi per ben educare la prole anche a pericolo di derogare al vostro rango, l’uso del quale è di sbrigarsi dei figli consegnandoli a mani venali per non perdere il tempo destinato ai doveri primari della nobiltà, il gioco, il teatro, la conversazione. Ma quantunque io voglia sperare che questi tratti saran veduti da un altro secolo di miglior occhio che non dal nostro, non so però se quello sarà tanto diverso da questo, che possa fargli sapere con onor vostro anche le sollecitudini economiche della famiglia, che non isdegnate, l’attento provvedimento alle domestiche piccolezze, i lavori delle vostre mani, la vostra aritmetica, le conferenze coi vostri ministri, e soprattutto la vostra impazienza di pagare i creditori. Parmi difficile una totale rivoluzione da una età all’altra, sicchè il non aver debiti sembri onorevol cosa a coloro, i padri dei quali tennero a gloria e magnificenza l’averne assai. Co- me poteva aver ella tempo per tutto questo, dimanderanno i posteri forse, sapendo che le altre donne oggi non ne san trovare abbastanza per vestirsi tra giorno? Volete voi, ch’io sia costretto di dar per iscusa un’accusa peggiore, cioè l’uso vostro sì strano di levarvi da letto di buon’ora, di avere una regola del vostro tempo, un ordine tra i vostri servi, e i loro uffici, l’ore assegnate ai doveri diversi di donna, di madre di famiglia, di dama, di padrona, e per fin di cristiana? Ciò sarà egli creduto?
Pure a renderlo meno incredibile io non tacerò i vostri difetti, come avrebbe fatto un panegirista. Dirò insomma, che con tante prerogative da rendervi singolare tra l’altre donne, voi non vi vergognate d’esser donna, avete la bontà naturale al vostro sesso, la semplicità delle maniere, una certa modestia spontanea, per cui talora arrossite pudicamente, come una donna del tempo antico. Non vi vergognate d’esser devota, non osate comparir erudita o nella storia o nella religione o nelle belle lettere, benchè lo siate più dell’ordinario, e vi guardate dal ci- tare alcun testo, anche in cerchio di letterati, o d’ o del , e non volete decider mai le letterarie questioni, che si rimettono a voi spesso nella conversazione. Il che, a dirvi la verità, è al nostro tempo un’affettazione, come lo era il contrario in altri tempi. E questi difetti in voi si veggono anche al vestirvi, all’ornarvi, alle maniere, al suon della voce, agli argomenti de’ vostri discorsi, che tutti son relegati nella donnesca semplicità naturale de’ secoli non raffinati.
Con questa sincera confessione di questi e d’altri difetti vostri spero d’ottener fede presso i più increduli, e se molte donne sì fatte potessi io rammentare ai posteri nostri, giustificar presso loro potrei quell’ascendente, che sopra gli uomini han preso nel nostro secolo. E se i posteri opinassero per avventura (perchè chr può preveder le opinioni, la filosofia, il costume dell’ottocento?) contro il poter delle donne, vorrei convincerli, che non l’intendono, e che ben usandolo è questo un vero dono della natura, uno stromento principalissimo della comune felicità, una sorgente di tanti beni, quanti mali ne nacquero per l’abuso fattone insino ad ora. Perchè più efficaci insegnamenti e più forti esempli non ponno aversi quanto da tai maestri, che cominciano ad impadronirsi del cuore, e giungono in fondo all’anima per la via più sicura, e se è così scritto nel libro grande degli umani destini, che gli uomini debbano sempre essere quali vorran le donne che siano, avrem noi bel fare da padroni, da legislatori, da giudici, da magistrati, da capitani, da dottori e da tiranni; noi sarem sempre sotto i giudici e il comando e il saper delle femmine. Sicchè bisogna sperare o che nascano delle donne capaci di formare se stesse alla virtù, alla generosità, al bene, o educarle in guisa che sentano il pregio della virtù, della generosità, del bene oprare. E allora sarem noi pure uomini virtuosi, cittadini, padri di famiglia, soldati al bisogno, ed eroi senza più disputare a qual metà del genere umano tocchi il comando legittimo, a quale l’ubbidienza, la qual disputa sarà sempre indecisa, sinchè gli uomini contraddiranno a se stessi di qua con le leggi, di là coi costumi, come han fatto sinora.
Che se nulla ostante la posterità, presso cui d’ordinario poca fede e poco rispetto ottengono i trapassati, pur negasse credenza alle mie prove, allora, Miladi, non mi rimarrà scampo, fuorché citandole testimonj e malevadori de’ detti miei. Al qual passo arrivato io mi tengo sicuro della vittoria ogni incredulità, avendo a sostegno della mia causa non pure il fior più eletto della città, ma la nazione in gran parte e i personaggi più illustri di quella, e delle straniere eziandio. Non v’ ha forse alto signore, o principe, o capitano, o prelato, o magistrato distinto, che voi non abbia voluta vedere, o a cui non abbiate voi or per titolo di parentela, or per uffizio di gentilezza usate gran cortesie, e per dirlo con formola usata fatti gli onori del vostro paese. Quanti adunque non troverei negli ordini più autorevoli della nobiltà e del clero, e ancora delle accademie sicuri e sperimentati testificatori de’ meriti vostri? E ciò che farebbe non meno autorità, che sorpresa sarebber i milordi ottogenarj, che sempre eb- bero presso voi buono accoglimento, maravigliando ogni persona non so qual più, o voi che potevate gustare d’una conversazione sì antica in sì giovane età, e preferire il serio e posato stile della prudenza al lusinghevole e grazioso della galanteria, o essi stessi, che conservavano ancora in tanta stanchezza degli organi un gusto un sentimento assai delicato per potere con esso assaporare le grazie e le finezze del vostro spirito, che quantunque si tenga nei confini del naturale e del sincero pensare, pur non è mai che non abbia un colore, un contorno, una certa aria di vivacità e d’ingegno fuor del volgare.
Ma voi siete impaziente di leggere non pure i pensieri e i sentimenti, come questi sono dell’amico nostro carissimo, ma le sue parole medesime. Io vi lascio con lui, o Miladi, e con le sue lettere assai contento che piacciano a voi, che le bramaste veder pubblicate, senza molto pensare a quel che il pubblico ne dirà, del qual sappiamo abbastanza se si debbano numerare o pesare i suffragi. Sono ec. ec.
4. Luglio 1766.
L'Editore a chi legge
NOn inutile officio, e non ingrato, o lettore amico, penso io di farti, se innanzi che tu a legger entri il libricciuolo male augurato, ch’io pur t’offro e donoti volentieri ed accomando, di alcuna cosa ti faccio accorto a tuo prò.
Alcuni errori di lingua, non tutti nò, che ad uno inglese italianamente scrivendo non isfuggir non poteano dalla penna, ho tolti dallo scritto, e alcun passo pure un pocolino ho ritocco e mutato, che intralciato ed oscuro mi parve.
Non poche frasi e maniere di dire, che sentono di forestiero, ho lasciate, perchè tu le gusti, e come assaporando un frutto di oltre mare, un piacer nuovo e caro tu n’abbia a sentire. Alcuna però troppo inglese, e fuor del nostro uso ho temperata.
Alla sintassi or gallica or anglica non ho posto mano, perchè allora non l’inglese t’ avrebbe parlato e scritto, ma sì bene io che il più giurato italiano e mi son pare ed esser voglio.
La dissomiglianza di stile tra queste dodici lettere, per cui sembrar ti potrebbero di molti e diversi autori, non farà maraviglia a chi gì’inglesi uomini conosce un poco, i quali secondo lor vario umore or lieto or mesto or loquace or taciturno or benevolo cd or inimico variamente parlano e scrivono e vivono.
In fine alcune brevi note ho aggiunte al testo, perchè non intendono tutti quello che tra due s’intende amici e viaggiatori uomini, e delle francesi e inglesi, cose ottimi conoscitori.
Lettera I
Voi m’invitate ad esercitarmi per lettere nella lingua italiana. Ve n’ho dell’obbligo, perchè amo lei e voi. Ricordatevi che io sono inglese, nè voglio suggezione. L’indipendenza è la mia passione anche nelle parole, e qualche inglesismo mi si dee permettere, che sarebbe in Italia delitto di lesa crusca, e scandalo de’ grammatici. La patria vuole il suo dritto, e sento con l’aria di Londra addensarsi il mio capo e il mio pensare, come accade ai romani tornando da Tivoli e da Frascati. Chi sa che non vi scriva ancora in veneziano? Libertà in somma, questa faccia la base del nostro trattato di commercio. Sapere che la vostra lingua veneta mi piace assai. Sono appassionato per l’ariette da battello, le canzon barcarole, pei sonetti e le canzonette di quel vostro gentiluomo; la conversazione delle vostre dame piacevami assai anche per quel linguaggio sì vivace insieme e gentile. Oh come un inglese nato a tacere, e avvezzo alle sue dame-statue trova un’insolita grazia nel convivere tralle vostre! Noi le tostiamo, è vero, ma anche le accommiatiamo ai frutti, perchè ci vengono a noja, se mal non m’appongo.
Ma quale argomento mi date per le mie lettere? E voi volete ch’io vi dica il mio pensiero sopra gl’italiani, massime letterati? Oh questo sì che mi può far ridicolo! E’ ben vero, che gusto le buone lettere, le unisco alla musica, alla pittura, al teatro, ai casini: i letterati mi facevano la loro corte, mentre io la faceva alle virtuose; mi ricordo quel giorno, in cui mi paragonaste colla vostra malizia italiana alla signora principessa di W.... che passa la giornata tra il suo nano, la sua scimia, il suo papagallo, e il precettore del principino. E’ vero che i letterati m’hanno dato occasion di conoscergli, poichè io studio l’uomo volentieri. Ma per questo? Io ho studiato questa specie d’uomini, ed ho trovato, come madama Tencin una nuova specie di bestie. Fan molto bene in Italia i veri uomini di lettere a fuggir il titolo di letterati, come un affronto, poichè è avvilito da tanti pedanti, da tanti fanatici, e peggio. Vedete a qual pericolo mi mettete con tale argomento, se mai si sapesse il nostro carteggio, e la mia libertà di pensare inglese, e un poco prussiano su questi pregiudizi nazionali. Voi stesso, che siete filosofo, il sareste voi abbastanza sentendomi criticare le opinioni, e le pazzie degl’italiani? L'amor della patria è un amor proprio sotto altro nome, ed è un pregiudizio, una pue- rilità, quando crede il bene, e la gloria del suo paese dipendere da una commedia, da un sonetto. Questa pazzia, sapete, è la pazzia più dominante d’ogni nazione. Ho visto Parigi in tumulto, in sedizione, perchè un bell’ingegno avea detto male della musica francese. Si stamparon libelli a migliaia, si ruppero amicizie antiche, si venne talora alla spada, la guerra civile era al colmo tra i partigiani della musica italiana, di quei della francese, e questi credevano di salvare la monarchia messa in pericolo dai trilli di Caffariello, e dall’ariette di Buranello. Al mio arrivo in Londra ho trovati due gran partiti e furiosi; io credea, che si trattasse della libertà o del commercio tra questi nuovi Wighs e Torys. Trattavasi d’una critica fatta da un bell' umore d’alcuni passi di Milton, e di Skakespear; egli era accusato come ribelle, il giudice della pace faceva il processo, voleasi trattarlo come l’ammiraglio Bing. Egli aveva veramente criticati insieme con quegli antichi due o tre poeti moderni servili imitatori di quei maestri, e adoratori dei loro difetti, e questi erano i suoi accusatori e i difensori della patria e della maestà, com’essi dicevano della nazione. Pensate come io mi divertii di questa scena. E Londra è pur l’emporio del pensar libero, e contiene un milione di cervelli indipendenti e sovrani ciascun nel distretto del suo cranio. In mezzo dunque al regno della libertà e della filosofia si vedono tali commedie. Che sarà in Italia? Poveretti! Siete ancor bamboli in paragone di noi giganti nella sublime filosofia spregiudicata. Ci vuol altro, che ripetere a mente qualche passo di lettera persiana, o della pulcella, e citare Toland e Tindal! Siete sempre copie, noi siamo originali; i barbieri, e i calzolai di Londra vi ponno far da maestri in questa filosofia. La ragione, la filosofia, la libertà di pensare, questo è il linguaggio d’un parlamentajo e di un marinaio. L’uno sedendo legislatore nelle due camere, l’altro calafatando la nave detestano i pregiudizi. Che direbbono gl’italiani, che ne sono sì schiavi di me forestiere, che giudicargli ardisco? Vi ricordate dello stupore, che dimostrò visitandomi quel cavaliere poeta? Vide sul mio tavolino Dante e Petrarca insieme con Pope e con Adisson. Mi vide gustare que’ suoi poeti, e talora anteporli ai miei. Quante carezze mi fece! Sebbene bentosto cambiò stile, quando parlai di qualche critica di quei due maestri suoi perfettissimi secondo lui e impeccabili. Come perde la pazienza e la creanza, non potendo spiegare quel passo di Dante, che si era impegnato di capir tutto quanto, e diede in furie, e disse villanie contro mezza la compagnia; scomparve il cavaliere, e non si vide fuor che il poeta. Ciò m’è accaduto più volte; e per verità i vostri letterati, che trattano coi forestieri di tali materie, rispettano poco l’ospitalità. Lasciamoli dunque ne’ lor pregiudizi, e ridiamo tra noi. Siate discreto, ed io sarò libero a dirvi il mio parere. Ho diritto a questa libertà. Son tornato inglese perfetto con pochi mesi di Londra. Se io sentenzio i principi o i re a tavola, o al caffè, se peso l’Europa sulle bilancie dell’equilibrio, ben posso alzar tribunale tra i letterati e i poeti. E poi non ho io patente autentica di legittimo giudice in fatto di lettere italiane? Mi giovi almeno a questo il diploma d’Arcadia, che fui costretto a prendere a Roma, e che mi era dovuto secondo il parere, e le proteste di que’ molti letterati, poichè io sapeva qualche aria di Metastasio, e spendea qualche guinea. Ed era il primo mio viaggio in Italia, onde ancora vivea con gl’inglesi, e scorticava i versi vostri e la prosa; pur quai lodi non mi davano per la mia pronunzia, per l’orecchio fino e il gusto delicato della mia lingua italiana, quando erano a pranzo,da me! In ogni città mi volevano ammettere in qualche accademia, ed io gli ammetteva intanto alla mia tavola. Qui dibattevansi i punti primarj della letteratura, e con le bottiglie si numeravano le decisioni. Mi si offerivano sonetti e dediche da ogni parte, e sono uscito d’Italia ben conoscendone il genio letterario, perchè avea ben pagati i miei maestri. Addio.
Lettera II
Non posso dissimulare, che di tutte le nazioni quanto alla letteratura m’ha la vosrra annoiato più di nessuna. I francesi e i tedeschi hanno de’ gran pregiudizi, ma non così incomodi, come quelli degl’italiani. In
Francia la letteratura è frivola, ma diverte; la varietà stessa di tante stampe, che nascono e muoiono il dì medesimo a Parigi, fa un divertimento; e sopra tutto la critica v’ha un’aria di civiltà o almeno di scherzo, che vi solleva da qualche noia. Quell’esservi un centro di tutto il regno, dove fan capo tutti i capricci e gl’ingegni della nazione, presenta un mercato universale, dove ognuno può scegliere, e forma un sistema riunito e raccolto di pensare, per cui sapete presso a poco il giudizio dei più e dei migliori; ma in Italia ogni provincia ha un parnaso, uno stile, un gusto, e secondo il genio del clima un partito, una lega, un giudizio separato dall’altre. Napoli, Roma, Firenze, Venezia, Bologna, Milano, Torino, e Genova son tante capitali di tante letterature. Un autore approvato in una è biasimato nell’altra; e il più grand’uomo l’oracolo di questa provincia appena si nomina in quella. A Palermo, a Padova, a Pisa, a Lucca, a Verona, a Brescia ho trovato principi diversi, diverse maniere di pensare, studi diversi. Dove domina la giurisprudenza, dove l’antiquaria; quì il latino, là il volgare, le belle lettere in un luogo, le matematiche nell’altro, chi esalta unicamente il , il e e , chi non vuol altro che e , chi pregia sol , chi stima solo , chi vuol commedie, chi pretende tragedie. Ciascuno di questi gusti è l’ottimo, e l’unico e vero di quella città, dove esso regna, la qual disprezza e deride la sua vicina, e tutte le altre con tutti i lor gusti. Mi pareva ben dilettevole andar cambiando nazione e costumi cambiando i cavalli da posta, e trovare della novità, ch’è il premio d’un viaggiatore, ad ogni passo. Ma mi nojava eziandio il non saper mai dove fosse l’Italia, e dove prenderne giusta idea. Roma pretende dar legge a tutti, il suo nome le basta. Firenze ha la crusca, e ha avuti i Medici; ma Bologna è la madre degli studi, ed ha l’Istituta, che val ben più d’ogni accademia; ma Torino, Padova e Pisa hanno università; ma Venezia ha dell’ingegno, de’ libraj, e de’ torchi più d’ogni altra: ma Napoli e Genova han de’ danari, Milano delle buone cucine, e l’Ambrosiana, Verona l’anfiteatro e Maffei, e tutte alcun titolo, alcuna ragione e diritto per incoraggire i suoi letterati, e dar pascolo alla lor vanità. Ognuna alza il suo tribunale, ha il suo parlamento letterario e comanda nel suo distretto quanto Londra all’Inghilterra, Parigi alla Francia in materia d’opinioni sovranamente. A dire il vero io penso, che se in fatti l’Italia tutta avesse un centro, un punto d’unione, sarebbe più ricca d’assai nell’arti, nelle lettere e forse nelle scienze, che non qualunque altra nazione. Ma questo disgregamento, che produce poi la discordia, la gelosia, l’opposizione d’un paese coll’altro, fa parere a chi non esamina, che gl’italiani siano più poveri che non sono, e più ridicoli. Perchè di ciò nasce, che i più piccoli pedantucci, i sonettisti fanno figura e autorità nelle piccole loro letterarie combriccole, onde è piena l’Iralia di tai letterati plebei, di veri insetti della letteratura. E al contrario gli uomini dotti e di merito non vi hanno quel credito, che lor si dovrebbe, anzi spesso si trovano esposti alia critica, cioè agl’insulti e alle insolenze d’ogni più vile scrittore. Quindi son timidi, circospetti, e non fanno quel bene alle lettere, che farebbero co’ loro studi, se fossero più sicuri e avessero la conveniente autorità. Lì dove in Londra e in Parigi, dove sono raccolti tanti grand’uomini, e posti in luogo elevato, onde tutta la nazione vede la loro luce, e la rispetta, non temono fuorchè i loro pari, e intanto la plebe de’ poetastri, de’ gazzettieri, de’ libercolanti va strisciando nel suo fango, e non giunge a nojarli. Costoro son fuochi fatui, che spariscono subito senza far tetro ai pianeti, sono effumazioni, che il Sole dilegua e strugge. Ma in Italia, dove non è un Sole, dove i pianeti sono radi, o troppo dispersi, un vapore diventa una nuvola, e si fa un turbine una tempesta d’ogni piccola esalazione. Questo male è comune in Italia a molte classi e generi di persone. V’è la stessa diversità nel vestire e nelle mode, benchè tentino d’aver tutti le mode di Francia, non ci riescono, perchè ogni provincia le accomoda a se, le riceve più tardi, le varia, onde si vedono le cuffie e le parrucche di un secolo vicino a quelle d’un altro, un guardinfante rotondo con un ovale, le buccole della Montespan col chignone della Pompadour. Nel giro d’Italia d’un anno poteste fare la storia dei vestiti e delle mode d’un’età intera col fatto alla mano. Giugne a Torino l’ultima stoffa di Persia e di Parigi, quando è in voga a Messina o a Trento qualche stoffa a gran fiori, e argento delle prime fabbriche di Lione. La galleria famosa delle scarpe, delle berrette, de’ ventagli ec. antichi e moderni, barbari e nostrali, che è in collegio romano, è inferiore a questa galleria di tutta Italia. Qualche cosa di somigliante si trova in Germania, perchè la costituzione di quello stato è presso a poco la stessa. Ma la letteratura tedesca, come il lusso, non sono in quel fervore come l’italiana, o sia per la lentezza in ogni cosa maggiore tra i boreali e per la maggiore vivacità tra i meridionali, o perchè la lingua tedesca non è ancora del tutto ripulita e usata nei libri, oppure, il che credo più vero, perchè le arti, le lettere, e la coltura sono in Italia, come in clima nativo, e germogliano da per tutto, e vivono anche nell’abbandono di premi e di mecenati. Ci vuol pazienza, ma egli è certo, che i pittori, i poeti, i belli ingegni, i pronti artisti nascono a centinaia tra voi, e uno per volta tra noi, e anche in Francia, che che ne dicano i parigini, che credono tutta la Francia simile alla capitale. Essi non sanno o non vogliono saperlo, che un architetto, un teatrista passabile è più raro a trovarsi nelle provincie, che non un finanziere amabile a Parigi. Io mi son dilettato d’esaminar questo punto, ed ho trovata l’Italia come la Grecia ricca di se medesima, e di spontanei talenti, e la Francia e la mia patria benchè tanto inclinate alle arti, e a far la fortuna degli artisti, hanno difficilmente di quell’opere e di quegli uomini, che manda l’Italia per tutto, e di cui l’Europa tutta provvedesi. Ma questo lusso medesimo italiano nuoce all’Italia. Pochi trovano delle corti, dei principi, dei milordi, che gli . Re- stano in picciole città, e fan poco. Son costretti a lavorare alla giornata, o a far di capriccio. Ed ecco un popolo di mediocri e di sciocchi. Vedetene la chiara prova nei lor poeti, che sono tra tutti gli artisti in maggior numero, vanno a finire nelle Raccolte; questo è il lor premio, la loro gloria. Pochissimi arrivano ai sublime di una cantata per qualche signore, che gli paga con l’onore di proteggerli e con qualche cena, ove tra la nobiltà si fanno deridere: come dice Luciano in quel suo bel quadro del corteggiare i grandi; pochissimi all’onor di servire una truppa di comici con tante commedie per mese e tanti ducati per commedia; il resto si scarica nelle Raccolte. Che compassione insieme e che riso mi movea questa usanza italiana, e solamente italiana! Mi pareva la poesia, massimamente a Venezia, un curioso mestiere, una nuova manifattura, un lanifizio. Mi son trovato agli sposalizi più d’una volta, ne ho vednti i preparativi, e le feste più solenni. I poeti vi lavoravano al pari de’ falegnami, de’ pittori, degli stuccatori, e de’ macchini- sti, col solo divario che aveano paga più discreta di tutti gli altri. Mi son preso piacere una volta di contare que’ componimenti in foglio volante, che addobbavano le botteghe, i palazzi, le strade. Sonetti in lingua veneziana, in paesana, in toscana; altri con la coda, altri nò, canzoni d’ogni metro, capitoli ec. Questo addobbo pareggiava quel de’ damaschi, e de’ tappeti. Pure è questa la vanguardia delle galiotte o delle lancie, i libri e i volumi di poesia formavano il corpo della flotta. Otto diversi ne ho veduti per un solo procurator di s. Marco, e stampati con pompa e spesa grandissima. Maggior lusso di stampe non vidi in opere scientifiche ed importanti. Caratteri e carta sceltissimi, vignette e finali de’ più valenti incisori, sino a fare cornici leggiadrissime e dispendiosissime di fino intaglio ad ogni pagina; talchè talora il più detestabil sonetto si trova ricamato tutto all’intorno con più nobiltà, che mai noi fu alcuna ode d’Orazio, ed alcun salmo di David. Un vetro contorniato di brillanti. Mi disse un gentiluomo, che uno di questi libri era costato più di mille ducati a stamparlo. E con qual frutto? Se ne mandano i fasci di tai libri alle case, come si mandano de’ panieri di fiori o di confettura ai convitati, parenti e amici. Hanno i libri un medesimo fine. Passano in mano delle cameriere e degli staffieri; perisce tutto lo stesso giorno: e mentre s’odorano i fiori, si gustano i dolci o poco o molto, nessuno legge i versi nè poco nè molto. Ma nondimeno al primo sposalizio tornano nuove Raccolte, e una donna non si crederebbe ben maritata se le mancasse l’equipaggio dei versi e la fornitura delle Raccolte. Credo, che se ne faccia un articolo dei contratto matrimoniale. Tutta la parentela sta ad occhi aperti, tutti gridano contro l’abuso, tutti lo vogliono. A voi altri non fa più tanta specie. Ma un forestiere, e permettetemi dirlo, un inglese ancor meglio se ne diverte in cuor suo più che non credete, benchè non insulti e derida come tanti francesi le vostre lettere e la poesia, che credono essi in Italia non esser buona ad altro. Ma che volete che dica, quando sente in piazza di s. Marco improvvisare in rima, e tirar tutto il mondo ad udirli, come poeti mirabili gli stessi ciurmatori, e saltimbanchi? Non ci mancava per avvilire il linguaggio degli Dei, l’arte di Febo e delle muse, che vederla tra i bossoli dell’Orvietano, e le scimie de’ cavadenti. Non nego esser pregio di vostra lingua, ed unico pregio quello d’improvvisare: sebbene io lo abbia sempre assai sospettato d’impostura; e avendomi poco prevenuto in suo favore l’aver sempre incontrato in varie cittì d’Italia, che gl’improvvisatori erano religiosi, gente a mio credere nata a tutt’altro, ed educata in cose e studj molto più serj, che i versi non sono. Nè gli uomini di garbo, come si dicon tra voi, non gli ho trovati assai favorevoli a quella gente, che lor parea profanare il sacro abito e la poesia insieme; tanto più, che non eran buoni poeti in iscritto, nè dotti fuorchè in superficie. L’abate Rolli, essendo io giovare, udii più volte parlarne con dello spregio, benchè avesse improvvisato anch’esso talvolta con grande applauso. Ed anche per questo condanno l’abuso della vostra poesia, non meno che per le Raccolte, e compatisco monsieur de Faì.... che fece mettere alle sue livree per passamani que’ fregi d’una Raccolta, e si compiaceva d’avere al suo servigio tanti poeti, quanti nè Augusto, nè Mecenate non potè averne. Addio.
Lettera III
VOi mi sfidate, amico, a dipingervi la mia nazione, per vedere se io sono così neutrale e filosofo in casa mia, come il sono in quella degli altri. Mi verrebbe un sospetto, che voi foste offeso della mia libertà nel giudicar gl’italiani, e che il vostro amor proprio questa volta v’avesse burlato facendo perdervi quell’indifferenza, che un buon fi-
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Lettere inglesi.
