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A Leone Tolstoi Ode
O d’un cor puro, d’una grande anima Verace, fiammante parola, Regnar la terra, la morte vincere 4Ben puoi tu sola!
dal letargo ferin le torpide Umane caterve ridesti; Gl’ingegni alati governi, gli animi 8Servili investi.
Con improvviso fragor di fulmine Le tresche regali scompigli; Dei tenebrosi farisei sgomini 12Gli empj consigli.
Tu le gelose gare, tu gl’invidi Conflitti fraterni reprimi; Benigna incieli gli onesti, i reprobi 16Severa adimi.
Fiotto perenne tu sei, che i cardini Corrode alle rupi giganti; Flagel di foco sei che dal tempio 20Caccia i mercanti.
Fremea tra’ sonni del Volga un demone Vermiglio: « Si annienti là vita! » Solcava un tetro baglior d’incendj 24L’ombra atterrita.
Briareo sorse; le braccia ferree Vibrò contro al ferreo destino; Inorridito crollò le gemmee 28Torri il Kremlino.
Ma dietro al rosso fantasma oh flebili Baldanze, oh terrori e delitti! Oh imperiali macelli e scempio 32D’eroi sconfitti!
Ben più feconda ne’ freddi esilj, Nell’ombra d’esizj feroce, O di Yasnaia pensoso apostolo, 36Fu la tua voce.
Sia che del core gli abissi interroghi E n’apra i responsi a’ malvivi Sia che salubri linfe da’ mistici 40Gorghi derivi;
O che le pugne brutali e gli ozj Dei forti e le oscure ruine Con sovrana arte scolpisca in pagine 44Adamantine;
O per gl’industri tugurj, esempio Sdegnoso alla mandria proterva, In fabril vesta, le membra ad infime 48Fatiche asserva:
Sia che pietoso fuor de la tenebra Gli erranti mortali richiami; E del tuo pane, del tuo cor gli umili 52Conforti e sfami;
O che selvaggio di contro a’ despoti Ribelli dottrine asserragli, E le mendaci furie con placido 56Lume sbaragli;
Salve, o tu padre d’alte idee; provvido D’audaci astinenze maestro A un’operosa stirpe cui domano 60Fame e capestro!
Gloria a te, vecchio sublime, rovere Indocile al turbo imminente: D’un’età nova, d’un novo popolo 64Simbol vivente!
Per l’aule dotte di Kief bestemmj L’anfibia congrega vigliacca; Su petti inermi briaca infurj 68L’ira cosacca;
A la tua sacra canizie attorcasi L’anatema stolto: che vale? Il tuo pensiero, sole dell’anime, 72Splende immortale!
Agòne
A me co’ lirici fiori Insegnò l’epiche ghirlande a intessere; Insegnò Empedocle a temprar l’animo 4Entro alle vergini fonti dell’essere.
É tuo, sicelide musa, il vulcanio Licor, che l’arabe mie vene avvampa; É tuo, titanico monte, lo spirito, 8Che contro agl’idoli igneo s’accampa.
Ma la difficile arte de’ facili Ritmi e l’ingenua melode e il vivo Gioco dell’agili rime, dall’ubere 12Tuo seno, o italica musa, derivo.
Come gli alípedi cavalli inanima Già presso al termine l’esperto auriga, Ed erto il forvido flagel, dall’invida 16Calca dilungasi, che gli diè briga;
Così, nell’ansia de la vittoria, Io questi aligeri miei carmi avvento, E innanzi al torbido vulgo degli emuli 20Sol co’ più nobili resto al cimento.
Ai volontarj della carità
Te, cui non regio fasto o plauso infido Di servi abietti il mite animo ha domo, Te, che sul trono, ove ogni vizio ha nido, 4Osi esser uomo,
Io che tutta donai la mente al vero, Nè più mi tocca il cor biasimo o lode, Io che nulla da l’uom temo nè spero, 8Te ammiro, o prode,
Più d’allor che fra l’armi un empio gioco Ti rapì giovinetto (ahi bieche trame Di perfidi potenti, ahi mozza in poco 12Sul campo infame
Itala fede!) or qui dove con certa Ugna ed abominose ali ruina La morte, e le incantate aure diserta 16Di Mergellina.
Ma non di voi, se dietro al fragoroso Cocchio intronando il servil inno echeggi, E al lato augusto il furbo vecchio esoso 20Più si pompeggi,
Mentre che Roscio, al cerretan di piazza Tolto il tamburo “o genti, urla, o sovrani, Io son chi sono, è questo è un re di razza, 24Battiam le mani,„
Non di voi tacerà chi con sereno Occhio guardi le umane opre, di voi Che sol di carità l’animo pieno, 28Umili eroi,
Le dolci madri abbandonando e i figli, Di voi stessi obliosi, ove più miete La morte, e ciechi bollono i perigli, 32Primi accorrete.
Correte là pe’ torti antri, nel fondo Di covi atri e di sozzi anditi strani, Tombe di fango, in cui brulica un mondo 36Di vermi umani
Vivi sempre alla fame, a’ morbi, al pianto; Al sole, al vero, alla giustizia morti: Oh vana e fiera civiltà, se tanto 40Strazio comporti!
O del dover candidi alunni, o chiara Falange di modeste anime, a cui Grato è più d’ogni ben tòrre alla bara 44La vita altrui,
Voi non aurea mercè, voi non promessa Giova o desio di stabili corone: Pietose anime, a voi l’opera istessa 48È guiderdone.
Da qual sia loco, in qual sia nome o segno Vi aduni amore all’alta impresa, noi, Salve, diremo, o generoso, o degno 52Stuolo d’eroi!
Salve, o tu primo, onde ancor vive intera Del nolano pensier tra noi la face, Inaccesso intelletto, anima austera, 56Labbro verace.
E tu salve con lui, caro e temuto Guerriero e vate di giustizia amico, Sia che il verso o la spada o il motto acuto 60Vibri al nemico.
Per voi l’arte e il sapere, ond’uom dimacra, Non è fatuo pensier, vacua parola, Ma campo di gagliardi atti, ma sacra 64Di virtù scola.
Tal corse un giorno al torbido Acragante, Cui funesto rendean l’aure maligne, Il puro sofo agrigentin, di sante 68Infole insigne.
A lui le avare leggi Iside e i bui Chiostri del bello i templi aurei dischiuse, Per che, scese dal ciel, parvero in lui 72Tutte le muse.
Derelitti giacean sotto a’ cocenti Strali del morbo i popoli malvivi, Di conforto orbi, di speranza spenti, 76Di senno privi;
Ma poi che all’egre menti e a’ corpi frali Benigno ei porse e farmaci ed avvisi, E intorno a lui, qual per incanto, i mali 80Cadean conquisi,
Mutati in breve i tetri affanni e il lutto, Fiorì gioja e salute il suol natio; Ed ei parve a’ redenti uomini in tutto 84Simile a un dio.
Al Lavoro
O buon gigante dalle industri mani, Che il foco asservi e il metal domi e foggi, E al tuo carro aggiogati i mostri immani 4Della terra e del mare agli astri or poggi;
Mago debellator d’orridi arcani Che in mille guise al dì l’opre tue sfoggi, E con l’occhio al domani, il pie su l’oggi, 8In fraterna armonia stringi gli umani;
Provvido agitator, cui di monarchi Violenza selvaggia o lega astuta 11Di gnomi avari invan contende il volo,
Te di popoli padre onesti e parchi, Moderator d’alte energie, te solo 14Signor del mondo l’avvenir saluta.
All'Etna
Or che il florido maggio i campi tiene, E si destano al sol fragranze e canti, Poggi nitido il capo alle serene 4Di luce e di salute aure festanti.
Trescano a’ piedi tuoi silfi e sirene; Fremon dentro di te sofi e giganti; E tu tranquillo di vermiglie arene 8E di colti e di boschi ampio t’ammanti.
Muto io ti guardo dal campestre nido Propizio all’arte e alle memorie care; 11E azzurreggia lontano il mare immenso.
E se alle vostre picciolette gare E agli odj vostri, alme rissose, io penso, 14Più che di sdegno, di pietà sorrido.
All'utopia
O che gli esperj boschi o di Cirene T’accolgan gli orti, o presso il mauro Atlante O dell’erculea Gade a le serene Valli, raggiante
Forma, ti avvolga; o che tra l’auree faci, Onde l’azzurra immensità sorride, Di promesse alimenti alte e di baci L’alme a te fide;
A te, come ad amante, ansano i petti, Che stranieri alla colpa, al dolor noti, Al Buono, al Bello audacemente schietti Vivon devoti.
E tu benigna al pensator che il bieco Secol dinanza, e tra un cader di numi Nuov’erte ascende imperturbato, il cieco Tramite allumi.
Del magico destriero erto sul dorso Te per impervj regni urge il poeta: In te dell’ansie ardimentose il corso Fervido acqueta.
Ma chi dell’oggi vive e la codarda Anima in cupidigie acri tormenta, Te stolto irride, te chiamar bugiarda Maga si attenta.
Misero! E tu fra tanto, oltre a’ mortali Tumulti, immersa in un albor di puri Sogni risplendi, e verità immortali Nel sen maturi.
Tal Galassea, che in un vapor sereno Casta delude i nostri audaci voli, Nutre un’immensa nel suo latteo seno Festa di soli.
In te dal rogo indeprecato il guardo Ultimo eresse il redentor di Nola; Udì fra’ ceppi lo Stilan gagliardo La tua parola,
E sorse: alla solare isola accolto Dagli strazj trentenni ebbe ristoro: E incontro gli movean con lieto volto e .
Tu per ignoto a’ tristi arduo sentiero Il destin delle genti unica guidi; O pietosa Utopia, madre del vero, Sempre a noi ridi!
Ridi a noi come allor che il tuo più vago Nimbo acceso del Cristo al capo biondo, Tutto mostravi al suo sguardo presago Libero il mondo:
O come a’ dì ch’austero a una rissosa Gente augurando i tuoi regni vicini, Del futuro salía la gloriosa Erta .
Per te Giustizia e Libertà, ne’ tuoi Regni vissute ed invocate, ahi quanto, Vincon la notte mostruosa, e a noi Scendono, intanto
Che radiosa di fraterno zelo Carità schiude le infinite braccia, E in un culto d’amor la terra e il cielo Provvida allaccia.
Alla virtù
Giacchè di voi, fantastiche Parvenze, libero si aggira il polo, E ferrea legge è all’anime 4D’un’idea fulgida seguire il volo,
Qual delle grate immagini, Ond’han le tenebre vitali un raggio, Perseguirem con l’ansia 8Mente fra’ dubbj del reo viaggio?
Non te certo, sollecita Forza, anzi furia, che ingombri i cori Del vulgo, aperti al fascino 12Di conquiste auree, di vitrei onori.
Non te, sirena perfida, Che un serto in premio offri a’ tuoi fidi, E dando baci all’algide 16Tombe, la smania de’ vivi irridi.
Troppo, o circee fantasime, Già bevve l’animo de’ vostri inganni: Lungi da voi, più nobile 20Meta m’insegnano saggezza ed anni.
Santa virtù, presidio D’inespugnabili petti, sovrana Fiamma che scaldi e illumini 24Per l’erta gelida la stirpe umana,
È tua quest’incolpabile Vita; propizia tu a noi riguarda, Or che fra scede e còmputi 28Ghignando imbestia l’età codarda.
Tu la titania fiaccola Rapisti all’ardue case di Giove, Ond’arti industri ed utili 32Norme conobbero le genti nuove:
E tu sotto al vulcanio Martel, tra’ fulmini del nume irato, Temprasti al fiero urànide 36L’acciar dell’animo maggior del fato:
Sì ch’ei, fitto alla scitica Balza, il dir tumido dell’argicída Sprezzando, al divin despota 40Lanciò ne’ secoli la prima sfida.
Per te, ch’austera moderi I selvaggi impeti, gl’iniqui ingegni, Vien che tremenda ai reprobi, 44Ai buoni provvida, giustizia regni.
Per te, madre a vittoria, Degli ebbri eserciti nell’ignea festa, Libertà scende, e barbari 48Vessilli e porpore di re calpesta;
Onde poi grata all’opere Ride la copia sul suol ferace, Mentre dell’arte i candidi 52Còri in dotti éduca ozj la pace.
Volge fortuna i torbidi Flutti, e con mobile talento opprime Ne’ gorghi atri le specie, 56Ch’or or dell’essere toccâr le cime:
Vinte dal moto assiduo, Che tutto esercita con leggi ascose, In terra, in mar, nell’etere 60Sembianza assumono varia le cose:
Ma tu, fra scille rabide E lusinghevoli sirene, squassi La face, e invitta a’ secoli, 64Sempre a te simile, pugnando passi.
Felici, o voi che vigili Nell’ombre, al fulgere del roseo lume Sorgete, e di lei, fausta 68Solo a’ magnanimi, vi fate un nume!
Voi stringerà con ferrea Tanaglia il macero bisogno; in voi La regnatrice invidia 72Proverà il tossico de’ dardi suoi;
Ma sia che alfin tra’ cantici, Orrendi al tracio domato orgoglio, Voi chiami, augusti indigeti, 76La gloria al vertice del Campidoglio;
O sia che ne’ maliaci Varchi, o nel tessalo scompiglio, i vostri Capi col pugno bronzeo 80Su le macerie la morte prostri,
A voi supremo gaudio Sgorga dal candido dover compiuto; Ed all’ematia polvere 84La tua bestemmia si sperde, o Bruto.
Alta Quies
Bianco fra’ nericanti orti il villaggio Posa ne la quieta alba lunare; Addormentato sotto al niveo raggio Palpita il mare.
O bella pace, agl’innocenti petti Solo nel sonno e per brev’ora scendi; Su l’egre cure, su’ mordaci affetti L’ala distendi.
Te la terra, te il ciel chiama, te quanti Ansan fra’ gorghi della vita assorti; Te, sorda a’ voti de’ pugnaci amanti, Godono i morti.
A te, del sonno e della morte figlia, Drizzi il vano desio l’età rubella; Con le tue labbra alfin tu le mie ciglia Stanche suggella.
Ballata
Siede su la recente fossa paterna il fosco Giovine. Alla città bianca de’ morti Il roseo maggio esulta; nell’imminente bosco 4Cantan gli augelli in vaghi amori assorti.
Ei pensa e geme: “O caro petto, per te la vita Fu una mistica prova, un sogno austero: Come palma in deserto, s’aprì nell’infinita 8Regíon della fede il tuo pensiero.
S’avventâro a’ tuoi fianchi i morbi e le sciagure, Come tumultuosa orda di schiavi; Ma tu, mite, qual sandalo odoroso alla scure. 12Benedicendo l’anima esalavi.
Ahimè, la terra inerte gittâr su la tua fronte; Ahimè, il tuo cor nell’ombra alta s’immerse! Eterno or vivi? Il cielo, il vero è tuo? La fonte 16Dell’eterna giustizia alfin si aperse?„
Commossa alle dolenti voci la terra parve, E si dischiuse. Dalla nera fossa In bianche tele avvolto uno scheletro apparve, 20Onde il giovin tremò fin dentro all’ossa.
Su su da la sdrucita bara s’eresse a pena; Mirò stupito il caro volto, e sulla Polve, piegata in arco la scricchiolante schiena, 24Segnò col dito una parola: Nulla.
“Nulla! Ma tra la festa dell’orgogliose aiuole Canta un inno all’amore il roseo maggio; Ma la vita tripudia sotto i baci del sole, 4Ma dell’anima tua vive in me il raggio.
O vita, enigma strano a chi tue leggi abusa; O amor, veleno a chi tue leggi offende: Stolto chi voi, divini, de’ proprj falli accusa, 8E ignorare o saper tutto pretende!
Nulla! Ma fin che a noi, vincitrice Atalanta, L’auree sue poma la beltà ne getti; Finchè tra belve e nembi, una tua voce, o santa 12Virtù, rinfranchi de’ cessanti i petti;
Finchè ruggendo pugni, giovin leone, il dritto. Oscuro al volgo e dai monarchi irriso, E tra le fiamme e il sangue del prometèo conflitto, 16Vergine libertà, splenda un tuo riso;
Finchè tra’ naufragosi vortici del mistero V’è una sfinge che tacita seduce, Fra’ granitici errori una gemma del vero, 20Negli anfratti del core un fil di luce;
Finchè, l’amore in petto, al ver le ciglia fisse. Bella è la morte e nobile il cimento, O vita, eterna Circe, cui solo doma Ulisse, 24Al tuo magico regno, ecco, io mi avvento!„
Charitas
Male a vigili studj, ad opre altere Cerca felicità chi da repente Smania sedotto dietro ignee chimere 4Sproni la mente.
Come di parchi cibi e schietti umori Paga è natura, perchè amica e fida Con le vene di foco e il crin di fiori 8Sanità rida,
Felicità, chi ben l’estima, assai Poco ne chiede, perchè al nostro tetto Ospite arrivi, e di benigni rai 12Ne allieti il petto.
Lei semplicetta alle infrequenti soglie Amiche all’onestà, grate alla pace, Dove non mai d’immoderate voglie 16Fumi la face,
Amor conduce, che di maritali Gioghi non solo e d’almi parti ha cura, Onde i secoli vince e le mortali 20Specie infutura.
Ma, dispergendo con serena faccia I tracotanti sogni e i dubbj lenti, In operosa fratellanza abbraccia 24Tutti i viventi.
Però che tutto, in qual sia loco e forma, In onda, in aria, in ombra, in luce immerso, Tutto l’agitatrice anima informa 28Dell’universo;
E sia che in membra coerenti o sparte Vario s’intrami, e il moto occulti e il senso. Sente, spira, si nutre, è viva parte 32D’un corpo immenso.
O carità, per te sconfitta cade L’ira, che sul confin torbido eretta Incaina le genti, e d’empia clade 36Le messi infetta.
Disserransi al tuo piè gl’invidi chiostri Ch’alle genti, alle specie un dio prescrive: Ecco, scevra di vincoli e di mostri 40Iside vive.
Sconfinasi la terra, apresi il polo, S’avvivan gli astri al tuo soffio fecondo, E d’una sola forza e d’un cor solo 44Palpita il mondo.
O di luce e d’amor fonte infinita, Per te santo è il dolore, utile il vero; Solo per te dell’universa vita 48S’apre il mistero.
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Comizio di pace
Quieta alla riva del fervido mare L’immensa pianura nel vespro si stende; Nel ciel di viole vermiglia si accende 4A specchio dell’onde la faccia lunare.
Dai fiori di loto socchiusi alla brezza Vaporano brame di mondi ignorati; Siccome compresi d’un’intima ebbrezza 8Nell’ampio silenzio s’addormono i prati.
Ed ecco dai flutti che lividi e torti, Quai mucchj di serpi, tormentan la riva, Su fragili barche molteplice arriva 12Con lieto susurro la turba dei morti.
Da ville fastose, da inospiti glebe, Di voci diversa, d’età, di sembiante, Mancipj e tiranni, filosofi e plebe, 16Qui tutta conviene la folla esulante.
Non cupida sete, non fame delira, Non ansia sleale di acquisti maligni, Ma un èmpito strano di sensi benigni, 20Ma un acre bisogno di pace li attira.
Concordi nel vago pensiere, le membra Diafane adagian sull’erbe odorose, E intonano un canto, che il fremito sembra 24Che al torbido Enigma sollevan le cose:
“O fiore, che in cima dell’alte ruine Cresciuto di pianto t’inalzi a le stelle, O sogno divino dell’anime belle, 28O candida Pace, sei nostra alla fine!
A te fra le spire de’ draghi tenaci, Che annebbian col fiato la mente a’ più prodi, A te fra le pugne di gloria feraci, 32Fra gl’idoli orditi di splendide frodi,
Dal muto cenobio, dal fòro solenne, Dall’avida reggia, dal pio casolare, A te dalla valle, dal monte, dal mare 36L’umano pensiere lingueggia perenne:
Perenne lingueggia qual fiaccola, accesa Da un fulmine forse nell’ombra remota, Che ognor di sè stessa si ciba, ed illesa 40Traversa avvivando la tenebra ignota.
Indarno? E chi il dice? Dell’arduo mistero Qual magica verga spezzato ha la chiostra? Al mar, che di sangue perpetuo s’innostra, 44Qual braccio ha rapito la coppa del Vero?
Dell’opera ingrata che gli animi lima, Del torvo conflitto di stolti e di rei, O stella che sorgi dell’essere in cima, 48O candida Pace, tu il premio ben sei.
Tu buona ci saldi le piaghe profonde, Che il ferro ci aperse d’un perfido iddio: Un’aura di blando perdono e d’oblio 52La rosea tua bocca nell’anime infonde.
Tu, cinta alle chiome ghirlanda gradita Di bruni giacinti, di bianchi asfodeli, Dall’empie gorgoni, che impietran la vita, 56Nel nitido e fresco tuo peplo ne celi.
Divina! e sei nostra. La sponda felice Che albeggia a’ tuoi miti crepuscoli è questa; De’ liberi ingegni qui suona la festa, 60Qui l’opra si compie di Nemesi ultrice.
Discordia qui spegne la face fumosa, Qui l’irte battaglie de’ miseri han tregua; La dolce Eguaglianza dall’urna pietosa 64Qui l’onda riversa che ogni ordine adegua.
O fiore, che in cima dell’alte ruine Cresciuto di pianto t’inalzi a le stelle, O sogno divino dell’anime belle, 68O splendida Pace, sei nostra alla fine!
Conforto
S’io precipiti o poggi Per l’alta ombra non so: So che com’ieri ed oggi 4Devoto al Ver vivrò.
Chiede la terra ignara: Figlio, che vuoi da me? Fuor che una fredda bara, 8Nulla offrir posso a te.
Madre, il tuo freddo ostello Il mio crogiuol sarà: L’anima mia novello 12Stato e sembiante avrà.
D’eterni stami ordita La rivedrai nuotar Dell’inesausta vita 16Nel fortunoso mar.
Per le raggianti rive Dell’isole del ciel, Tutto che sente e vive, 20O madre, è mio fratel.
Le stelle al mio passaggio Bisbigliano fra lor: Il nostro etereo raggio 24Splende a costui nel cor.
Per te, mi dice il sole, Sempre al meriggio è il dì: Vivi, o miglior mia prole; 28Ama, il tuo regno è qui.
O legge alta, o misura Dell’essere immortal. Nume della Natura, 32Indomito Ideal;
O amor dell’universo, Luce onde tutto è pien, Come ch’io sia disperso, 36T’accorrò sempre in sen.
Sento nel cor profondo. Ch’io son del tempo il re: In me palpita il mondo: 40Si specchia Iside in me.
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Crepuscolo
Per l’ampio deserto dei piani mietuti La sera i fragranti suoi veli diffonde; S’indugia l’augello tra l’aride fronde, Trillando a la luce gli estremi saluti.
Qual vitreo profilo di magica barca Che il fervido mare dei sogni veleggia, Su’ rosei vapori, che adombran la reggia Del sole caduto, la luna s’inarca.
Susurri vaganti, selvagge fragranze Esalan da’ pori dell’ombra infinita: Memorie indistinte, confuse speranze Esalan da’ cuori confitti alla vita.
O nato alla brama d’impervj misteri, Il fascino accogli dell’ora, e ti adergi: Su l’ala, che sfida la fiamma dei veri, Nel baratro vivo dei cieli t’immergi!
A te, se infierito non t’abbiano il senso Circei beveraggi fra lutei diletti, Non biechi divieti, non termini abjetti, Non mostri o giganti precludon l’Immenso.
Non odi? Dal grembo dell’isole erranti C’han pari alla terra le fasi e i destini, Un popolo immenso di spiriti affini Te chiama con voce sol nota agli amanti.
Mille esseri novi non anco spiati Dall’avida lente che i cieli disserra, Veduti soltanto dall’alma dei vati, Sentiti da’ cori cui poca è la terra,
D’audaci richieste premendo l’Ignoto, Urtandosi a’ valli dell’ombra aborrita, A te simiglianti sollevan pe 'l vuoto Un inno, tra’ solchi di morte, alla Vita.
Nell’alto, nel fondo, dintorno, per tutto Discorre, s’avvolge l’armonico fiume; E Amore sovr’esso, benefico nume, Varcando in trionfo ne accende ogni flutto.
Distendi, bel nume, le magiche anella Per l’etere eterno, fra l’isole estreme: Ogni ente che vive, che spera, che geme, Le schiatte, le specie, le cose affratella!
O cuore del mondo, con mistico suono Il caldo tuo sangue nel Tutto si versa; Le leggi degli astri tuoi palpiti sono; Tuo spiro immortale la vita universa.
Ascendi, bel nume, l’altissima sede Cui d’idoli ha sgombra la spada del Vero Degli esseri tutti tu l’unica fede, Tu l’unica luce dell’arduo mistero!
Dopo il Colèra
Sgombra alfin l’indico mostro le sicule Piagge, e su carro trionfal dileguasi, 3Urlando, all’aer tetro: Ahi, qual innumere stuolo di vittime; Che gemiti pietosi intorno al plaustro; 6Che solitudin dietro!
Te fra le sabbie voraci l’africo Turbo rapisca, te ne’ vitrei baratri 9L’artico ghiaccio, o nero Mostro, se inutile contro te s’armano Gli acuti ingegni de’ mortali, ed ampio 12Regno ti dà il mistero!
Ma già dall’Erice devoto un’aura Manda l’eterna deità di Venere 15Alle deserte rive: Ecco, la memore gramaglia scingono L’oretèe genti, e fra nuziali rèsine 18La gioja alma rivive.
Quando, con simile vicenda, gl’itali Petti sgombrerai tu, superba ignavia, 21Peste de’ cori? Quando Fia che i mortiferi lacci si sciolgano, Per che il novo latin sangue congelasi 24In ozio miserando?
Ahi, nè decrepite fibre, ma giovani Polsi e i migliori usurpi; e il volto lubrico 27Chiuso di larva infida, Dalla purpurea reggia a la squallida Casa discorri, e spargi intorno il fàscino 30Del tuo sonno omicida.
Ignoranza improba, tua mercè, vegeta, Madreporica selva, in cui lussuria 33Gli acri nocchieri insidia; Tende al malefico tuo flato i viscidi Tralci, polipo immane, e attorce e soffoca 36Ogni virtù l’invidia.
Cade ne’ lividi solchi la macera Turba, o dietro un fantasma a’ californici 39Lidi, ignoto carname, Perdesi. I pubblici scrigni dilapida Gaio Licinio Verre fra tanto, e ufficj e leggi invadono 42Publio Clodio Pulcro e Mamurra infame.
“O saggi, o strenui„ latra dall’intimo Sen di Tergeste l’imperial carnefice; 45“Sorgete alla vendetta! O formidabili falangi italiche, Questo è sangue fraterno.„ E il tuo sanguineo 48Capo, Guglielmo Oberdan, ci getta.
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Dopo il temporale
Romba il mare da lungi, e all’aria greve Pe’ monti in fuga il temporal volteggia, Mentre fosco di nubi, alto di neve 4Sopra i grigj oliveti Etna torreggia.
Qui intorno a me, nella frondosa reggia, Ove asilo ed altar l’arte riceve, Dolce odorano i cedri, e su tra ’l leve 8Fogliame azzurra la pervinca occhieggia.
O amore, ecco tu passi; ecco la stolta Milizia tua disfreni in fortunosa 11Pugna: munito io guardo entro la folta,
E de’ miei falli e degli altrui pietosa, Vinta non già, ma placida e raccolta 14In un mesto sopor l’anima posa.
Dura progenies
Lascia a’ tardivi roseti i languidi Fiori che il niveo dicembre odorano, Quali amorose memorie ad anima, 4Cui non più tenere speranze infiorano.
Lascia, che molti, come favonj Nel novilunio su l’onde cerule, Del Catanese divino agli animi 8Pacati scendano le note querule.
Non rose o dolce-spiranti flauti A solitario scoglio, non tiepido Lume di sogni, non baci addiconsi 12A un cor, ch’ai dèmoni si attesta intrepido.
Me fieri aspetti d’ombre, me giovano Mortali aneliti per aspri culmini, Me pugne immani d’onde e di naufraghi 16E strida d’aquile fosche tra’ fulmini.
Chi di procaci fantasme ciprie Sognando popola l’ardente spazio? Chi muta l’acre vergin d’Empedocle 20Con le multívole putte d’Orazio?
Altrove, o gregge sozzo: te il lubrico Romagnol fauno conduca a’ pascoli, Te alletti a’ cozzi lascivi, o all’aure 24Ruttando infamie ti munga e smascoli.
Qui di gagliardi stirpe a’ Celicoli Insegnò l’algide paure: suonano Battaglia i vasti antri, cui Stèrope 28E Tifeo d’empie minaccie intronano.
Su l’etnea porta, grave Stesicoro Arma di bronzei nervi la cetera; Vibra dal pieno petto la dorica 32Musa il molteplice poema all’ètera.
Ebe
Te fuggitiva da l’Olimpo, allora Che un’egra ciurma spiritale avvolse Di fantasme atre la febea dimora, 4La terra accolse.
Ma non tepor di ciechi dòmi, al novo Rito canori d’incompresi pianti, Non silenzio d’impervj èremi, covo 8D’esili santi,
Il tuo florido aspetto ebbe e il venusto Lume che nei beati occhi ti ride, Onde ascritto dei Numi al ceto augusta 12Fu l’Almeníde.
Chè non di fiacche membra e luttuose Menti in ferali sottiglianze assorte Tu dea ti piaci e non d’anime irose 16Prone alla morte.
Ben fra l’ombre uno stuol di giovanetti Impazienti di servil costume Spirar sentì nei liberati petti 20Il tuo bel nume;
Tal ch’erti i colli vigorosi e aperte L’anime a un’aura di remoti aprili, Dispettando le sacre ire e l’inerte 24Stupor dei vili,
Te, Bassareo, di cure acri ristoro, Diceano, te dicean, rosea Ciprigna, Che delle grazie e degli scherzi il coro, 28Guidi benigna.
Ode il canto augurale Ausonia madre, Odon l’itale muse, ed un’aurora Primaverile d’anime leggiadre 32Le terre infiora.
Indi a qual con pensier provvido, e schietto Costume e pure labbra al vero intende, A qual di carità semplice in petto 36Fiamma s’accende.
O che dell’arti vereconde al mite Raggio l’innamorato animo inceli, O al patrio bene in sagge opere ardite 40Fervido aneli,
(Sol che in torbide brame oltre il segnato Fine il poter natio troppo non forzi, Ma signor di sè stesso ogni malnato 44Impeto ammorzi).
Una fede operosa, una gentile Esuberanza il tuo sorriso induce, Sì che placido e forte il giovanile 48Tempo ei produce.
Ma tu, celere dea, più che fugaci Petti al dolore ed alla morte sacri, Del miglior de’ tuoi fieri e de’ tuoi baci 52L’opre consacri:
L’opre ingegnose, onde il sapere e l’arte Han perpetuo fra noi culto giocondo, Ed ha del tuo rapido volo in parte 56Compenso il mondo.
Tu le terre del ciel con repentino Spirito accendi e le stanche ombre avvivi: Trescan albe ed aprili al tuo divino 60Passo giulivi;
Ed amor canta, ahi breve anch’esso, il forte Nodo che il serra alla beltà: rapita Dall’armonia flessànime la morte 64Sogna la vita.
O graziosa dea, m’odi: se ancora Serbi il fato il tuo viso al gener nostro, E da te vivo pregio acquisti ognora 68Opra d’inchiostro,
Del fragrante licore, onde immortale Giovinezza alle pure arti consenti, Or che nel lume di tue candide ale 72Trepido i lenti
Occhi da lungi ripensando affiso, Aspergi il verso mio, tanto che, dòme L’invide serpi, nelle menti inciso 76Viva il mio nome!
Non indegno di lui viva che tanta Vena di melodia trasse dai cori, Sì che al patrio Simeto un’altra pianta 80Porga altri fiori.
Felice! A lui le radiose cime Tutte schiuse dell’arte un genio alato; E amore e gloria, compagnia sublime, 84Gli erano a lato,
Quand’ei, vergin d’affanni e di vecchiezza, Posato il capo sul tuo sen fiorito, S’addormentò nella divina ebbrezza 88Dell’infinito.
Elena
Poi che da pria nel talamo furtivo Trasse il frigio garzon l’inclita druda, E tutta radiosa all’aer vivo 4Mirò la nuda
Beltà, che tanto i greci cori infiamma Da scemar fede all’amatusia dea, E che accendere poi di minor fiamma 8Ilio dovea;
Trepido e di sè fuor quasi, e di brama, Di riverenza incerto i sensi ardenti, Così, cadendo in su’ ginocchi, è fama, 12Sciolse gli accenti:
Donna, fantasma, dea, come e con quali Preci ti chiamerò, se tanto a’ miei Occhi tu splendi, e tanto agl’immortali 16Simile sei?
Dunque vive quaggiù, vive, e d’umana Forma quel luminoso idol si cinge, Ch’io di sogno stimai parvenza strana, 20Che amor ne finge?
O non è questo, ove di terra a un punto Un’occulta virtù leva il cor mio, L’Olimpo? Al trono de’ celesti assunto 24Or non son io?
Pur dalla coppa d’oro Ebe a me versa Il licor degli Dei; ridono, invase Di fulgor novo e d’armonia diversa, 28L’eteree case.
Ma no, tu parli, tu sorridi: oh dolce Voce, cui pari non udì l’eliso; Non le mense di Giove un riso molce 32Pari al tuo riso.
Deh, qualunque tu sii, beltà divina, O su la terra o nell’Olimpo io sia, Te certo amore a’ baci miei destina; 36Se qui, sei mia,
Verrà, nembo di guerra, alle fatali Mura la congiurata oste, e di pianto Cresceranno e di sangue, ahi, le immortali 40Acque del Xanto.
E tu forse, pietosa Ecuba, ad una Ad un vedrai di ferro empio i tuoi figli Procomber tutti, e qual leon digiuno 44Spiegar li artigli
Ne’ penetrali augusti e passar bieco Sopra il corpo di Priamo il vincitore, Strappando all’ara, a cui si stringon teco, 48Le regie nuore.
E trascinato nella polve anch’io Sozzo la chioma, livido la faccia, Sotto al piè del rivale io che fui dio 52Nelle tue braccia.....
Pur non sarà, se avvien ch’ a’ colpi suoi Te chiamando quest’anima si sciolga, Che dalla mente servatrice i tuoi 56Baci mi tolga.
Verrà; ma tra le fiamme, in cui s’invola Pergamo a’ pianti dell’ilíaca sposa, Tu passerai, bellezza aurea, tu sola 60Vittoriosa.
Languiranno all’età, quando pur voce D’aonio vate l’alte gesta avvivi, Gli eroi, cui dell’altrui vita l’atroce 64Strazio fe’ vivi;
Ma te, quanto Amor viva, in qual sia parte Dolenti opere spii l’etereo sole, Te bramerà, più che vigor di Marte, 68L’umana prole.
O beltà, salve! Alle tue rosee leggi Nascono l’arti e i docili costumi; Eterna vivi, onnipossente reggi 72Uomini e numi.
Encelado
Cadde il saturnio re; fredda è la mano Che infranse ai figli della terra il petto; Ma senza tempo all’alta pena addetto 4Giace il Titano.
E non l’ira celeste e de’ captivi Fratelli il fato e il sovrapposto monte Premon così l’indomita sua fronte. 8Come dei vivi
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The end
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