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Catullo e Lesbia

Mario Rapisardi · 1875 · Free in the US

43,723 words · about 3 h 4 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1875 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Catullo_e_Lesbia&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Mario Rapisardi
Language
Italian
Published
1875
Length
43,723 words · about 3 h 4 min
Sections
90 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (90)
  1. Front matter under 1 min
  2. Avvertenza about 2 min
  3. I. I Tempi di Catullo about 13 min
  4. II. La Vita di Catullo about 23 min
  5. III. Lesbia about 12 min
  6. IV. La Poesia di Catullo about 15 min
  7. V. Questioni under 1 min
  8. I. Quinto o Caio? about 1 min
  9. II. Sirmione o Verona? about 1 min
  10. III. Nascita e morte about 1 min
  11. IV. Ordine e divisione dei carmi about 13 min
  12. V. Amici e rivali about 6 min
  13. VI. La fortuna dei carmi di Catullo about 12 min
  14. VII. Di alcuni traduttori di Catullo about 13 min
  15. 1. Al passere di Lesbia - II Ad passerem Lesbiae about 1 min
  16. 2. In morte del passere - III Finis passeris under 1 min
  17. 3. Quinzia e Lesbia - LXXXVI In Quintiam et Lesbiam under 1 min
  18. 4. A Lesbia - V Ad Lesbiam about 1 min
  19. 5. - VII under 1 min
  20. 6. - LI about 1 min
  21. 7. - CIX under 1 min
  22. 8. A sè stesso - VIII Ad seipsum about 1 min
  23. 9. A Lesbia - LXXII Ad Lesbiam under 1 min
  24. 10. - LXXXV under 1 min
  25. 11. - LXXVI about 1 min
  26. 12. Sul marito di Lesbia - LXXXIII In Lesbiae maritum under 1 min
  27. 13. - XCII under 1 min
  28. 14. A Lesbia - XLII Ad Lesbiam about 1 min
  29. 15. A Lesbia - CVII Ad Lesbiam under 1 min
  30. 16. A Copone - CIV Ad Coponem under 1 min
  31. 17. Sugli annali di Volusio - XXXVII In annales Volusii about 1 min
  32. 18. Amor di donna - LXX De inconstantia feminei amoris under 1 min
  33. 19. A Manlio - LXVIII Ad Manlium about 9 min
  34. 20. A Quinzio - LXXXII Ad Quinctium under 1 min
  35. 21. - LX under 1 min
  36. 22. Ad Alfeno - XXX Ad Alphenum under 1 min
  37. 23. A Rufo - LXXVII Ad Rufum about 1 min
  38. 24. A Ravido - XL Ad Ravidum under 1 min
  39. 25. A Celio - LVIII Ad Caelium under 1 min
  40. 26. A sè stesso - LXXVI Ad seipsum about 2 min
  41. 27. A Furio ed Aurelio - XI Ad Furium et Aurelium about 1 min
  42. 1. Al passere di Lesbia - II Ad passerem Lesbiae about 2 min
  43. 2. In morte del passere - III Finis passeris about 1 min
  44. 3. Quinzia e Lesbia - LXXXVI In Quintiam et Lesbiam under 1 min
  45. 4. A Lesbia - V Ad Lesbiam under 1 min
  46. 5. - VII about 1 min
  47. 6. - LI about 1 min
  48. 7. - CIX under 1 min
  49. 8. A sè stesso - VIII Ad seipsum about 2 min
  50. 9. A Lesbia - LXXII Ad Lesbiam under 1 min
  51. 11. - LXXVI about 1 min
  52. 12. Sul marito di Lesbia - LXXXIII In Lesbiae maritum about 1 min
  53. 14. A Lesbia - XLII Ad Lesbiam about 1 min
  54. 15. A Lesbia - CVII Ad Lesbiam under 1 min
  55. 16. A Copone - CIV Ad Coponem under 1 min
  56. 17. Sugli annali di Volusio - XXXVII In annales Volusii about 1 min
  57. 19. A Manlio - LXVIII Ad Manlium about 2 min
  58. 20. A Quinzio - LXXXII Ad Quinctium under 1 min
  59. 21. - LX about 1 min
  60. 22. Ad Alfeno - XXX Ad Alphenum under 1 min
  61. 23. A Rufo - LXXVII Ad Rufum under 1 min
  62. 24. A Ravido - XL Ad Ravidum under 1 min
  63. 25. A Celio - LVIII Ad Caelium under 1 min
  64. 26. A sè stesso - LXXVI Ad seipsum about 1 min
  65. 27. A Furio ed Aurelio - XI Ad Furium et Aurelium under 1 min
  66. 1. Al passere di Lesbia - II Ad passerem Lesbiae about 4 min
  67. 2. In morte del passere - III Finis passeris under 1 min
  68. 3. Quinzia e Lesbia - LXXXVI In Quintiam et Lesbiam about 1 min
  69. 4. A Lesbia - V Ad Lesbiam about 2 min
  70. 5. - VII about 2 min
  71. 6. - LI about 1 min
  72. 8. A sè stesso - VIII Ad seipsum about 1 min
  73. 9. A Lesbia - LXXII Ad Lesbiam about 1 min
  74. 10. - LXXXV about 1 min
  75. 11. - LXXVI under 1 min
  76. 12. Sul marito di Lesbia - LXXXIII In Lesbiae maritum about 1 min
  77. 14. A Lesbia - XLII Ad Lesbiam about 1 min
  78. 15. A Lesbia - CVII Ad Lesbiam under 1 min
  79. 16. A Copone - CIV Ad Coponem about 1 min
  80. 17. Sugli annali di Volusio - XXXVII In annales Volusii about 2 min
  81. 18. Amor di donna - LXX De inconstantia feminei amoris under 1 min
  82. 19. A Manlio - LXVIII Ad Manlium about 5 min
  83. 20. A Quinzio - LXXXII Ad Quinctium about 1 min
  84. 21. - LX about 1 min
  85. 22. Ad Alfeno - XXX Ad Alphenum under 1 min
  86. 23. A Rufo - LXXVII Ad Rufum under 1 min
  87. 24. A Ravido - XL Ad Ravidum under 1 min
  88. 25. A Celio - LVIII Ad Caelium about 1 min
  89. 26. A sè stesso - LXXVI Ad seipsum about 2 min
  90. 27. A Furio ed Aurelio - XI Ad Furium et Aurelium about 4 min

Continue:

Front matter

fi

Indice

Avvertenza

Se la critica non deve far altro che analizzare, sminuzzolare e distruggere un’opera d’arte, proprio come i bambini, che disfanno i loro giocattoli per vedere come siano costrutti, io confesso candidamente, che questo, che ora pubblico, non è punto un libro di critica. Di alberi genealogici disseppelliti, di quistioni di nomi, di prosodie, di tèmi e di radici, scoperti con tanta facilità, quanta ne hanno certi animali a trovare e dissotterrare tartufi, di tutti quelli intin­goli insomma, di cui la filologia moderna si giova per rendere più appetitose le sue pietanze, il discreto lettore non troverà in queste pagine neppure la traccia; e s’egli torna pur mo’ di tedescherìa, dove di tutta codesta roba ha dovuto fare più scorpacciate, scommetto cento contr’uno, che resterà più che scandolezzato dal mio leggiero procedere, e farà la pelle d’oca, o di papero, al solo pensiero, ch’io abbia avuto il coraggio di scrivere un libro intorno a , senza fonderci e stillarci dentro tutto ciò che la scienza moderna ha trovato, a principiare dalla razza ariana e dalla vandalica, che insegnò civiltà a noialtri Latini, e scender giù giù fino all’uso degli epiteti e delle particelle congiuntive, o separative. A dir la verità, se io mi fossi provato a metter la falce nel campo germanico, avrei potuto far tale una mèsse di questioni catulliane, di citazioni, di lezioni, di cifre, di abbreviature, di numeri arabici e romani, e di altri simili fiori, da inzeppare più d’un volume, meritarmi l’ammirazione dei più, che sogliono levare a cielo e guardare con religioso stupore tutte quelle cose, che non son buoni a comprendere. Ma siccome io non credo aver tanto di attitudine e di forze da mettermi a codesta fatica sublime, fatto prima di cappello a tutti quei bravi Tedeschi, i quali han così bene notomizzato il corpo del povero , mi son con­tentato d’un lavoro assai più modesto: ho interro­gato più il mio poeta, che i suoi cento interpreti e chiosatori; più l’umana natura che i libri; ho studiati i suoi tempi, i suoi costumi, i suoi amori, l’anima sua, la sua vita, e mi son data ragione dei suoi carmi, dei suoi versi, delle sue parole: i critici hanno spezzettata la statua, ed io mi sono studiato a rimetterla in piedi.

Intenda, o faccia altri la critica in diverso modo, alla guisa dei Tedeschi, o dei Turchi, io non voglio sapere; a me pare, che le opere d’arte, che sono figlie del sentimento, non s’abbiano a studiare e spiegare che col sentimento; che lo studio dei nomi, delle date, delle parole per sè medesime, sia un lavoro che prepara la critica, non la critica stessa; la scorza e le foglie, non l’albero.

Con questo intendimento io ho dovuto, o far brevissimo cenno, o passarmi affatto di certe questioni, che formano la delizia degli eruditi; non sono stato sempre scrupoloso nel tradurre la lettera, la parola, la frase, ma ho fatto del mio meglio per rendere il senso, la situazione, lo spirito del mio poeta.

Se, nonostante questo proposito ed ogni mio studio, non sono riescito a far niente di buono, la colpa non è certamente mia: la botte dà del vino che ha.

I. I Tempi di Catullo

ct

A giudicare dall’apparenza, la repubblica romana non poteva essere nè più forte nè più temuta. Soggiogata tutta quanta la penisola italica, domata, se non vinta del tutto, la Spagna; asservita la Grecia e la Gallia transalpina; penetrata l’Africa fino in Getulia, l’Asia fino alle vallate del Fasi e alle falde meridionali del Caucaso; sottomesse la Siria, la Palestina, tutte le rive del Mediterraneo, fuorchè l’Egitto, Roma non è ancor paga di tante conquiste; ha paura, come Alessandro, che la terra sia troppo angusta alle sue vittorie; la guerra, già suo istinto, è divenuta abitudine e necessità. viene; sparge il dissidio fra’ Galli; arresta le invasioni degli Elveti; scompiglia le armi di Ariovisto; passa trionfando fra i ghiacci dei Gebenni, le selve e le paludi del Sabi, le rovine e le fiamme del Vercingetorige, non senza ardimento di afferrare, nel plenilunio, le contese sponde britanniche, sfidare le sacre falci dei druidi, calpestare i loro santuari misteriosi, addensando sul loro indomito capo assai più tremende tempeste di quelle, che le nove vergini di Sain sapevano acquetare e commuovere coi fragorosi tripudi e col suono spaventoso dei loro barbarici sistri.

Lo splendore della vita militare non potea non gettare un luminoso riflesso sulla vita civile di Roma: le quaranta lumiere fiammeggianti d’intorno a Cesare nel suo più glorioso trionfo doveano certamente valere a qualcosa. Il popolo gongolava di gioia al magnifico spettacolo di tanti lumi, di tanti elefanti, di tante aste cariche di spoglie nemiche, di tante legioni, di tanti trofei; le tre superbe parole: veni, vidi, vici, notate in una tavoletta e portate in gran pompa dinanzi al trionfatore del Ponto, ricordavano i tre passi del Nettuno d’, riproducevano con mirabile effetto la portentosa rapidità di quelle vittorie.

Fra le supplicazioni, i trionfi, i giochi e gli spettacoli d’ogni maniera si dimenticarono un tratto i recenti orrori della guerra civile, le proscrizioni di Silla, i soprusi dei nobili, la corruzione dei cavalieri, la pericolosa oppressura delle province, i fieri tentativi di Spartaco e di Catilina; si sarebbe detto, che il grido delle ottocento città conquistate da Cesare nelle Gallie assordasse, inebriando, la gran tiranna del mondo, mentre al lamento d’un milione di prigionieri si ridestavano dalla morte gli altrettanti scheletri degli uccisi, che, inoltrandosi a poco a poco e rinserrandosi ogni dì più intorno a lei, potevano, dopo quattro secoli, piombarle addosso, straziare il suo corpo, insultare ferocemente al suo maestoso cadavere.

Aguzziamo un poco lo sguardo, penetriamo al di là di questo splendore, rompiamo questa portentosa vernice.

Quella furia sanguinosa, di cui s’erano valsi gli Etruri per distruggere Roma, si giovò Cesare per soggiogare le Gallie, si dovea servire Augusto per arrivare all’impero, la discordia, che disunisce gli animi e rovina gli Stati, scorre pazzamente per la città; sconvolge ogni ordine di leggi e d’idee, conturba ogni ragione di cose, suscita invidie, fomenta rivalità, infiamma odii vecchi ed ambizioni nuove, agita i forti, aizza i deboli, scatena gli ardimentosi, travaglia e corrompe tutti. Da un lato un’aristocrazia straricca, oziosa, insolente; dall’altro una plebe prosuntuosa, arrogante, venale. La proprietà concentrata in pochi, la ricchezza malamente distribuita, l’ingens cupido agros continuandi, come la chiama, la coltura affidata agli schiavi, distruggono a poco per volta quella classe di mezzo, anello necessario a congiungere gli estremi, che aveva dato a Roma l’impero di sè stessa e del mondo. La legge agraria è sempre là, tinta del sangue dei Gracchi, minacciosa e terribile fra le due schiere, spauracchio dei ricchi, speranza dei miseri, maschera degli ambiziosi, rovina della repubblica.

Le memorande lotte fra patrizi e plebei, in cui la grandezza del fine rendea sopportabili i mezzi, tralignano in meschine guerre di brighe, d’insidie, di personalità indegne e volgari; il cittadino si pone in luogo dello Stato, il partito in vece della legge; licenza, non libertà; non generose battaglie di liberi, ma pettegolezzi e rappresaglie di schiavi; forza d’armi e di denaro su tutto: anarchia morale e politica.

Il governo di Roma era tutto municipale, fatto per una città, non per un impero; la sovranità del popolo non valicava il pomerio; la libertà, tutta al centro, la tirannìa tutta intorno; là estremamente liberi, qui eccessivamente schiavi. Le grandi conquiste rendeano necessarie le grandi riforme; non se n’ebbe mai davvero il coraggio: la repubblica romana avea la debolezza dei vecchi, laudatores temporis acti; il passato era il suo ideale; voleva vivere a uso degli antichi, more majorum. Aprite le porte di Roma, gridava Cesare, s’introduca tutto il mondo nella città; ma era lì a dargli sulla voce, a chiuder le porte sul naso del mondo; a morder le gambe a chiunque. Catone era il passato; Cesare l’avvenire. Qualche concessione fu fatta, ma ora inopportuna, ora tarda, non mai generosa e completa. Si modificò, si rimendò, si rattoppò il vecchio; si traccheggiò con prudenza, quand’era mestieri operar con coraggio; si curò la cancrena, non si tagliò. Si concesse agli alleati il diritto di città, e si ferì al cuore l’aristocrazia, che vide scapparsi di mano ogni suo privilegio; il senato, di cui s’inforsò l’autorità; il popolo, a cui si resero impossibili i comizi: gl’Italici, vinti in campo con l’armi, vinceano col voto in città. La responsabilità dei magistrati diminuita in ragione diretta dell’estensione delle conquiste; prorogate le magistrature e gl’imperi: ai tribuni per poter meglio resistere e per far più dispetto alla nobiltà; ai consoli per mal inteso zelo d’utilità pubblica; accordati pieni poteri ai governatori, semplici magistrati a Roma, magistrati supremi ed inappellabili nelle province. Da ciò quattro mali: la riputazione e le cariche ristrette in pochi; la prepotenza dei proconsoli e dei pretori; l’oppressione e il malcontento dei provinciali; la corruzione dell’esercito divenuto servo del mestiere e partigiano di chi il comandava.

Il senato, già mente e cuore della repubblica, degno, come dice , delle lodi dello Spirito Santo, che non isdegnò di notare nel l’alta prudenza ed i vigorosi consigli di quella sapiente assemblea, il senato perde mano mano ogni podestà; soggiace alla forza delle armi, o all’astuzia degl’intrighi; vien reclutato dal più potente, invaso un po’ per volta da quella razza bastarda di ricchi, venuta su a furia di concussioni e di ladronecci, che non contenta di spadroneggiare nelle province soggette, s’insinua mascheratamente in Roma, compra le anime degli altri per vender poi la propria alla sua volta; schiaccia i Gracchi, corrompe i tribuni, s’assicura dei cavalieri, trafficando in comune, lusinga il popolo e il tiene a bada; ingombra ogni potere, riduce in poche mani ogni cosa. La venalità dei magistrati, il traffico della giustizia, l’iniquità dei giudizi oltrepassa ogni termine, fa schifo insieme ed orrore. I faziosi soli governano, danno, tolgono a pieno talento, insidiano e deprimono gl’innocenti, alzano agli onori soltanto i suoi: chi non è di loro è contro di loro. Non c’è scandalo, ribalderia, scelleratezza che non facciano per agguantar magistrati, abbrancar cariche e gradi: comprato a prezzo di vergogne il potere, a prezzo di vergogne il mantengono; scellerati nell'arrampicarsi, scelleratissimi nelle cadute. Hanno due puntelli, perchè si reggano in piedi: gli spergiuri da un lato, i gladiatori dall’altro. Giurare il falso era un mestiere, e, avuto riguardo alla corruzione dei tempi, possiamo anche dire un mestiere onorato: si campava onestamente spergiurando: il giuramento era una merce; l’anime si vendeano pubblicamente all’incanto; l’Inghilterra, madre di commerci, è figlia, in questo, di Roma.

Quando gli spergiuri, sicarii morali, non bastavano, si ricorrea al coltello dei gladiatori: era un mezzo più sbrigativo. Questa razza di malfattori, carne da macello, rifiuto di galere, escremento delle province, affluiva a Roma, divenuta il fognone del mondo; e, chiamata com’era a proteggere, non poteva non essere protetta. Alloga i suoi servigi al migliore offerente; a Clodio, per esempio, e a Milone, masnadieri da croce ambedue; trascorre, impune, a ogni insolenza, a ogni braverìa, a ogni delitto; leva scandali e rumori per tutto ove passa; lascia traccia di sangue per ogni via; sparge dovunque il terrore. Sorge sulla tribuna Pompeo a parlare in favor di Milone? I partigiani di Clodio lo fischiano, l’insultano, lo svillaneggiano. Spalleggia Catone il consolato di Enobardo? Le masnade di Pompeo e di Crasso il feriscono. Svergogna Clodio la terza moglie di Cesare? Ha femmine e ribaldi che lo difendono. Che più? La città, il senato, la legge, le sostanze e la vita dei migliori cittadini erano nelle loro mani.

E l’esercito? come più contenerlo dopo tante vittorie? ridurlo a ragione, quando disponeva della forza? Un tempo la forza era della repubblica; ora la repubblica è della forza: il braccio comanda al pensiero. La guerra, che per i soldati è un mestiere, per la repubblica è una necessità, non solo per tenere in freno le province tumultuanti e sconfiggere i barbari non mai domati, ma per occupare i soldati, per divertire le armi, se non le menti, dalla guerra civile. Triste condizione d’uno Stato aver paura della propria forza! Rimedio disperato ed inefficace strappare di mano il coltello a chi ha fermo in mente di uccidersi. La forza vien dal pensiero; e quando le menti sono scisse, si ha un bel fare ad allontanare le armi: la guerra civile si proroga, non si scansa. O le armi sono sconfitte dagli stranieri, e la repubblica ne ha danno e vergogna, senza accrescere per questo la sua sicurezza interna; perchè i malcontenti, che son sempre i più, traggono da quella sconfitta argomento a declamar contro di essa, sotto il comune pretesto, di non aver saputo difendere l’onore nazionale; come avvenne in Francia per la male andata impresa del Messico; i turbolenti seminano zizzanie contro al Governo; e gli ambiziosi fanno tesoro del malcontento comune per trarre a sé l’attenzione di tutti, a cui sanno promettere mari e monti, e dare speranza di solida prosperità. O le armi ritornano vittoriose, e in tal caso il pericolo della repubblica ritorna a dismisura più grande; chè la vittoria rende insolenti i soldati, e prepotenti i capitani; quelli non riconoscono altri fuor che i loro capi; questi nessuno al di là di sè stessi; la guerra civile è inevitabile, e dietro a questa la servitù: Cesare è la conseguenza di Silla.

Roma è un anfiteatro; in mezzo all’arena una donna, ferma ed intrepida, benché ferita: la libertà madre a tutti; sotto ai suoi piedi uno scettro. I gladiatori hanno imbrandito le daghe da un pezzo; i primi cadaveri ingombrano il circo; duellano a morte i superstiti: hanno armi ed insegne diverse; un fine e un’ambizione comune: il potere.

Caduto Silla, terribile incarnazione degli odii e delle vendette del vecchio patriziato, offeso al cuore dai Gracchi, da Mario, dagli uomini nuovi, come andavano detti, altri campioni, men feroci sì, ma non men risoluti, si contendono con ogni mezzo e con arte diversa il trionfo.

Catulo, Crasso, Lucullo, amministratori, non capitani, pretendono invano al sanguinoso ereditaggio di Silla.

Sertorio abbandona il campo alla prima; s’impone ai barbari di Spagna, a via d’imposture, di stratagemmi, d’audacia; si ride di Metello e di Roma, e muore tradito, non vinto.

Pompeo, prima onorato, poscia invidiato da Silla, scacciato ch’ebbe Perpenna dalla Sicilia, sconfitto Domizio in Africa, costretto Lepido ad abbandonare l’Italia, vinti i capitani di Sertorio, massacrati gli schiavi, finita la guerra coi pirati, vòlta faccia ai senatori, ghermisce il consolato, carezza i cavalieri e la plebe, fa fronte a Cesare, diviene sostegno della repubblica e speranza della libertà, egli, che regge a mala pena sè stesso, e non è mai sicuro strumento della propria ambizione.

Catilina è la voce delle province, esecrato perchè vinto; Spartaco la voce degli schiavi; Cicerone la voce della sua vanità; Catone e Bruto, maschere antiche: cinico il primo, traditore il secondo: l’uno traffica la moglie, l’altro maledice alla virtù; grandi nel morire ambedue.

Lo spettacolo dura troppo. Il popolo è stanco di tante guerre, di tante discordie, di tanto baccanale di ambizioni, di vendette, di stragi: ha la vertigine, bisogna che si lasci cadere per terra; riposarsi per riprender fiato e per vivere.

Da Farsaglia ad Azio è come un interregno.Nes- suna autorità che la forza; nessuna speranza nel domani: una sola battaglia può da un momento all’altro cangiare ogni cosa; il popolo vive alla giornata, non vuol darsi più pensiero di nulla.

Consoli, tribuni, agitatori di professione, arruffapopoli di mestieri si spaventano di questa generale stanchezza. Insieme al riposo avrete la servitù, grida M. E. Lepido ai Romani; insegnerete ai posteri come vi siate fatti vincere e soffocare nel proprio sangue. Io non so qual torpore v’ingombri, esclama Licino, tribuno della plebe, che nè gloria alcuna vi muove, nè ribalderia di sorta vi offende; giacete nell’ignavia a tutti i costi; credete esser liberi e padroni di voi, perchè non vi si frusta le spalle, e vi si permette accattare alla porta dei ricchi.

Tutte voci al deserto; il popolo, come il Nerone d’, vuole ciò che più gli manca: la pace. Come averla? Obliando. E dove trovar l’oblio di sè stesso? Nel piacere. Perduta l’idea del giusto, si perde anche quella del buono; non c’è leggi senza costumi, nè costumi senza leggi: l’ordine morale e l’ordine giuridico sono correlativi e coesistenti. Le molte leggi son sempre indizio di corrotti costumi, come i molti medici di molti malati. Le poche leggi decemvirali erano prima bastate ai Romani; valevano, dicea Crasso, assai più di tutte l’opere dei filosofi; si ricorse poscia ai plebisciti, ai senatoconsulti, agli editti, ai responsi, alle sentenze, alle tradizioni, alle consuetudini, a un visibilio di leggi: si cercò rimpalmare alla meglio la vecchia baracca. Le leggi son come le toppe in un vecchio vestito; più tu ne metti, e più il vestito è alla corda.

La corruzione dei costumi tenne dietro alle conquiste d’Asia, s’estese e divampò sempre più col divampare delle guerre intestine. Il popolo romano somiglia a quei giovanetti, educati rigidamente in famiglia, tenuti lontani da ogni piacere, custoditi, spiati, sindacati in ogni cosa, fin dentro al pensiero. Hanno un tantino di libertà? Addio: non c’è più verso di tenerli in freno. La nostra natura è una molla: più la premi e meglio scatta.

La voluttà era un mondo ignoto ai Romani: bisognava conquistarlo. I fichi di Cartagine, mostrati al popolo da , son come il primo e più volgare indizio di quel mondo. La conquista fu intera e completa: cominciò ai tempi di Silla e finì coll’impero. Il rispetto alla legge avea fatto i Romani più che uomini; la licenza li fece men che femmine. Gli ambiziosi facevano a gara per corrompere il popolo; e mentre questo divora spensierato alle diecimila mense imbandite da Crasso, si pasce di squisite vivande mollemente sdraiato sui ventiduemila triclinii ordinati da Cesare, s’accarezza soddisfatto la pancia, che gli ha impinzata Lucullo o Pompeo; essi hanno tempo ed agio di far man bassa su tutto. Dalle grandi ricchezze, dice Sallustio, cadde la gioventù romana in grande lussuria, avarizia, superbia: cominciarono a rapire, a consumare, ad aver per poco il loro e desiderare l’altrui; l’onore, l’onestà, le cose d’Iddio e degli uomini aveano in tutto confuso; nessuna cosa appensata nè ammoderata. Lo desiderio delle pulcelle, delle meretrici, di tutte altre vanità non era minore. Erano alcuni uomini, che sostenevano contro natura femminilmente, e femmine che tutta onestà aveano recato a pubblico disonore. Anche per cose da mangiare spiavano e cercavano tutto in terra e in mare; dormìano anzi che il desiderio del sonno venisse; non aspettavano nè fame, nè sete, nè freddo, nè stanchezza, ma tutte cotali cose disordinatamente antivenivano. Si potea dire benissimo con :

Sin dall’anno 566 di Roma, la legge Orchia avea cercato di porre un freno ai conviti. Non valse. La legge Fannia che riconfermò indarno la precedente, la Didia che la estese a tutta Italia, la Licinia, quell’altra fatta ad istanza di Silla, la legge Emilia che prescrisse la qualità e la quantità delle vivande, la legge Antia che impose un modo alle spese, l’editto di M. Antonio, la legge Giulia, ed altre assai che si fecero più tardi, non ebbero mai valido effetto; non che moderare, stuzzicaron sempre più la ghiottonerìa. Sacerdoti, magi- strati, trionfatori tutti faceano a gara a imbandir sontuosi banchetti. Le cene private non erano certamente più frugali delle pubbliche; famosa è la risposta di al suo maestro di casa: non sapevi che Lucullo dovea cenare con Lucullo?

Alla gola tien dietro la lussuria, la mollezza, l’accidia, ogni vizio più turpe. La via Sacra, i Portici, la via Appia, tutti i passeggi di Roma brulicano di mezzani, di prostitute, di libertini, di gladiatori pronti a trafficare la loro robustezza, di molli e profumati cinedi che sfoggiano i loro anelli e la loro beltà, di senatori che fan l’occhietto ad effeminati seguaci di Venere Aversa, di matrone più dissolute e sfacciate delle loro ancelle; un pubblico convegno di seduzioni, un vero mercato di amori.Alberghi, taverne, barberie, seggiole, lettighe, offrono asilo stabile od ambulante all’anonima prostituzione dei magnanimi figli di Remo.

Gli edili chiudono gli occhi; è un gran che se richiedano dalle pubbliche cortigiane la licentia stupri; i censori borbottano e sbraitano inutilmente; la legge tollera e tace; Acherio non dubita asserire, che se l’impudicizia è delitto nei liberi, è necessità negli schiavi, è dovere nei liberti.

L’arte, crescente fra tali sozzure, non potea non sdrusciarvi il manto, insudiciar l’anima, prostituendo le membra. L’oscenità parve un dovere: si fornicò col pennello o con lo stilo. Fra’ pochissimi intatti , il poeta abborrito; gli altri, non escluso il virgineo , infetti di quella tabe, chi più, chi meno.

Storico di quell’età corrotta , uomo dissoluto, scrittore severo, pensatore profondo. Immagine di quell’incerta altalena di fazioni e d’idee. , cervello grande, ed anima vuota; disse assai più che non fece; parteggiò per Cesare e per Pompeo; eclettico negli scritti, eclettico nella vita.

, erudito fecondissimo e farraginoso, è il bibliotecario e la biblioteca di quel secolo. Seguì Pompeo, si rese a Cesare, ebbe insoliti onori da tutti, e li meritò. Seppe quanto potea sapersi ai suoi tempi; e morì fra’ libri.

A cominciare dal vecchio , autore dell’Erotopegnone, e finire a , maestro di piaceri, la poesia latina non cessa mai di sagrificare alla Venere impura. La biblioteca delle cortigiane si arricchì in poco tempo. La nuova religione perseguitò a morte quei libri, distrusse inesorabilmente tutto ciò che le venne fra le mani; ogni santo padre, ʿOmar ibn al-Khaṭṭāb in diciottesimo, volle aver il merito presso Dio d’avere bruciato un libro pagano. Gli scritti di , di , di , di , di , di , di e di altri parecchi perirono. I roghi, che doveano bruciare più tardi gli eretici, s’alimentarono da prima di libri: si voleva bruciare il pensiero: l’inquisizione era già cominciata da un pezzo, quando san Domenico le diede nome.

, , , , , e tutti quelli che scampano dalla distruzione, non ci dànno che una pallida idea della corruzione di Roma.

Mentre l’arte stravizia, e il popolo s’oblia nel piacere, gli ambiziosi combattono all’ultimo sangue.

Chi vincerà? L’ordine. L’edificio della società romana è sconquassato; minaccia rovina; bisogna incatenarlo, perchè si regga. È il momento della provvidenza, direbbe . Cesare passa il Rubicone.

II. La Vita di Catullo

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Quando Catullo andò a Roma, egli non aveva ancor toccati i venti anni. I cheti silenzi della sua villa di Sirmione, onorata più volte dalla presenza di Cesare; gli studii modesti ed oscuri, i triviali amori di un giorno, la vita tranquilla e ristretta della sua Verona non appagavano più l’anima sua irrequieta ed ardente. Il suo cuore avea bisogno di maggiori emozioni, il suo ingegno di un’aria più vasta, la sua vita di più splendore. Chi vuol cercare la ragione storica che mosse il poeta ad abbandonare la patria e la famiglia, mostra di non aver mai provata quella smania, quella febbre irresistibile dei diciott’anni, che ci spinge a lasciare le cose più caramente dilette, per correre in traccia a certe fuggitive fantasme, che si coronano di rose, ci porgono il lembo delle loro candide vesti, perchè si possa, aggrappati a loro, turbinare nel vuoto misterioso dell’esistenza, sognar fiori e sorrisi e corone di stelle, quando non abbiamo altro d’intorno che tenebre dolorose e triboli avvelenati. Fu questa smania indefinita e il desiderio di compire i suoi studii e di completare il suo cuore, che spinse il giovane Valerio a recarsi a Roma.

Gittate ad un tratto ed a quell’età in quello splendido vortice di vizi, di grandezza, di seduzioni, fra quel vertiginoso agitamento d’uomini e di cose, in cui si confondevano in un fragore inebriante i trionfi, le sedizioni, i tumulti, le pazze grida d’una folla scioperata e venale e il gemito prolungato della miseria, il baccanale del vizio e la bestemmia della virtù; inesperto di tutte cose del mondo, con l’anima riboccante di carmi e di giovinezza, l’ingegno nudrito di forti studii, lo scrigno ben fornito di sesterzi, egli non dubitò un istante di tuffarsi a capo fitto nella vita, con la sprezzante baldanza d’un giovane nuotatore; bevere a larghi sorsi il piacere, non pensando neppure che potrebbe un giorno o l’altro restarne soffocato. Che ne avvenne? Domandiamolo a tutti quei giovani d’ingegno, che abituati a viver più tempo dentro alle primaverili regioni della fantasia, credono conoscere la vita e la società, aver la forza di padroneggiare le impressioni, combatter l’ire manifeste degli uomini, scoprire le arti insidiose dei vili, e con la sicurezza di queste superbe illusioni si lanciano nella società, come nel proprio elemento.

Certo, come tutta quella serie di doveri e diritti, che costituiscono l’umana personalità, non può altrove esplicarsi che nello stato sociale, così la società non può non essere lo stato naturale e fisiologico dell'arte. La giovinezza degli artisti non assume però in tutti il medesimo aspetto; non presenta i fenomeni istessi.

Vi sono taluni, e son forse i più, che lasciato appena il roseo limitare del loro universo incantato, trovandosi improvvisamente di fronte al mondo reale, non possono vincere un certo subitaneo capriccio di ribrezzo e di paura. Sentono che questa nuda e rigida realtà gela ed isterilisce tutto quello che tocca, tarpa le ali alle più leggiadre ispirazioni, impiomba la fantasia, incallisce il cuore, cinge di spine e d’indifferenza le sorridenti illusioni d’un’anima vergine e delicata; si ritraggono però dentro di sè, come la sensitiva; si fanno della società un deserto; vivono in essa come piante esotiche e malaticce; diventano odiatori degli uomini prima d’averli conosciuti; dispregiano la vita prima d’avere sperimentato un dolore e una gioia reale. A sedici anni ci è spesso in noi qualche cosa di ; ed non furono scritti per nulla. Aggiungete a questo la conoscenza della propria condizione sociale; la necessità spesso di lavorare per guadagnar di che vivere; una più o meno durezza della patria potestà; uno sguardo, il primo e forse il più insignificante, d’una giovinetta qualunque; ed ecco un mondo di ragioni per citare il famoso passo di : homo natus de muliere; renderci simpatico , il gufo dei poeti; scrivere la prima elegia sacramentale col sacramentale titolo di Sospiro dell’anima, e con una serqua di versi del o del a epigrafe; ecco infine tante buone ragioni per andar negletti nel vestire; sdraiarci sull’erba dei prati con un libro più o meno sudicio sotto gli occhi; farci tentare il primo suicidio, che non succede poi quasi mai, non già per difetto di coraggio e di volontà, s’intende, ma per una funesta ed irresistibile fatalità: la fatalità c’entra sempre a qualcosa: è un buco di cuffia, che fa spesso comodo.

A sentirci, a quell’età si dovrebbe tutti esser belli, sani, robusti, serviti da quattro paggi in livrea, poter sciupare centomila lire all’anno, girare il mondo da un capo all’altro in cerca d’una bella Dulcinea per dirle: io t’amo, e morirle fra le braccia. Oh! morire in un bacio! Qual poetica morte!

A questa classe di giovani, che soccombono spesso a codeste impressioni, fa riscontro quell’altra, ch’io chiamerei il semenzaio degli uomini serii. Costoro, dotati dalla buona natura di anima callosa e di nervi ricoperti, accorgendosi di buon’ora che la società ha pure le sue grandi attrattive con le sue brave cifre e le sue donne belle, abbandonano di buon grado i loro sogni giovanili, se pur n’ebbero uno; si danno in braccio alla buona ventura, e campano, come va detto, alla men peggio. L’arte del saper vivere non ha a esser poi così difficile, come si crede: veggiamo tutto dì, che coloro che la sanno son sempre i più: non ci vuol dunque nè molto cuore nè parecchio ingegno, e certo assai men del primo che del secondo.

Costoro, è facile indovinarlo, riusciranno agrimensori, speziali, avvocati e che so io; prenderanno la laurea secondo la legge; avranno docile la fortuna; torranno una o più mogli (stava per dir doti) secondo la volontà dei genitori e del buon Dio; moriranno a casa propria a settanta o novant'anni, dopo d’aver preso il santo viatico, e raccomandato all'ultima moglie di non passare a seconde nozze: O terque, quaterque beati!

Fra queste due schiere d’ingegni, noi troviamo una strenua, benchè rara, comitiva di generosi, che senza abbandonare le dolci speranze e i dorati inganni della prima età della vita, nè abborrire assolutamente dalla società, non vogliono prima acquetarsi di aver messo in opera tutte le forze dell’anima e dell’ingegno per trovare una possibile armonia fra i liberi entusiasmi dello spirito e le rigide misure della realtà.

Hanno di buon’ora conosciuto, che l’ideale dei nostri sedici anni, benchè una luminosa e forse la più bella fase dell’anima, non costituisce pure tutta la nostra esistenza; che la società non è poi così cattiva e perversa quale ce la siamo immaginata prima di conoscerla, o quale ce l’hanno descritta certi scrittori; che in mezzo agli errori, ai delitti, alla miseria, guizza il raggio dell’onore, della bellezza, della verità; che il voler chiudere l’arte nel mondo creato dalla nostra fantasia puerile, segregarla dagli uomini e dalla vita è spediente di retori e paura d’anime deboli; che l’ideale insomma non è tutta l’arte, come il reale non è tutta la vita. Costoro costituiscono la classe più valorosa e più nobile degli artisti, i veri apostoli della bellezza, il sacerdozio militante dell’arte.

Catullo non appartiene a nessuna di queste tre classi descritte. La vita della gran capitale, a prima vista, l’inebriò. Non avea mai tanto preso sul serio l’arte sua da stimarla una missione; non facea tanto caso della vita da credere che valesse la pena di prolungarla a prezzo di privazioni e di sagrificii; l’arte e la vita erano per lui una cosa sola: un’ebrezza.

Le amicizie più o meno illustri non gli mancarono. Manlio, a cui era stato raccomandato, ebbe cura di presentarlo alla gran società; il poeta vi entrò come a casa sua. lo protesse e lo amò, e fu poi ricambiato da versi pieni di modestia e di venustà, ch’ebbero a riuscire assai grati a quel vanissimo ed eloquentissimo di tutti i Romani, che scriveva un poema per celebrare le sue gesta. Fu intimo di Licinio Calvo e di , che la somiglianza degli studii e dei costumi gli rese tosto familiari; amico di C. Rufo, di Verannio, di Fabullo, di Alfeno, parte dei quali di lì a poco gli voltaron faccia; fu tenuto in pregio da , che gli diede pubblica testimonianza di stima, nominandolo con onore nelle sue Cronache; da Memmio pretore, che professava la dottrina d’, a cui era pur devoto Catullo, e avea meritata la dedica del gran poema di ; ammesso alla mensa di Cesare, che egli doveva pungere più tardi con gli epigrammi più sanguinosi; accolto nelle primarie famiglie, circondato d’ammiratori, di parassiti, di tutto quello splendore che abbaglia i giovani patrizi, di quel fumo che monta alla testa e fa venir la vertigine.

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