Indice
Pensieri e giudizi
Appendice
Saggezza antica
Prefazione
Mario Rapisardi è comunemente conosciuto solo come poeta, e molti ignorano il Rapisardi prosatore. Tuttavia non è questo il libro che rivelerà compiutamente il nuovo aspetto di Lui, che impresse orme di gigante nella patria letteratura: sono vari pensieri e giudizi filosofici artistici politici sociali, tutti materiati di vita moderna, e che in gran parte Egli mandava ai giovani studenti e ai lavoratori nei comizi lontani per far sentire alla folla la sua parola gagliarda e vibrante. Chè senza dubbio la prosa meglio della poesia è adatta a essere intesa dal popolo, può con fidanza scendere e indugiarsi tra il popolo, ricercando e scotendone le intime fibre sì come acqua di pioggia ristoratrice s’infiltra e si espande nei meandri di un terreno riarso. E veramente a tale ufficio ben risponde questa prosa facile colorita immaginosa, che ha ora l’austerità di una dissertazione dottrinale, ora il fáscino di un colloquio d’amore, ora la concitazione di un proclama di guerra.
Per Mario Rapisardi l’arte fu un apostolato, e la sua missione di educatore egli adempì scrupolosamente e con sicurezza. Come a Lui importava anzitutto essere stimato quale carattere, così voleva che i giovani uscissero dalle nostre scuole non col cervello imborrato di erudizione, ma col cuore pieno di magnanimi sensi, nutriti di sani princípi, pronti sempre a combattere e a cadere per l’Ideale. Egli, rapito sempre in una visione divina di rigenerazione, in una sublime aspirazione al benessere universale, tentava infondere negli animi l’amore alla verità e alla bellezza con la potenza suggestiva delle sue immagini geniali; e tutto quanto vedeva d’inciampo al raggiungimento del grande Ideale umano, cercava abbattere con l’impeto della sua parola fulminatrice, che pareva il grido solenne di un profeta antico annunziante prossima la vagheggiata redenzione.
Flagellare il vizio, esaltare e fare amar la virtù, dovunque e in qualunque modo: a questo mirò costantemente per tutta la sua vita attiva e laboriosa, con entusiasmo giovanile, con sincerità quasi selvatica.
Io tal son qual mi mostro: ai sensi il detto, L’opra al pensier, l’anima al volto uguale.
E per tale ragione Egli, folle orditor d’alti sogni, che osava dir fango al fango e svelar la putredine sociale, parve a molti eccessivo. Eccessivo, forse; ma in tempi corrotti l’indignazione è indizio di coscienza sicura e la indifferenza potrebbe essere anche viltà. In ogni modo, bisogna convenirne che i suoi intendimenti furono nobili e puri, e la sua opera dissonnatrice fu santa.
Soffrì, è vero, in compenso persecuzioni e dolori, ma i suoi nemici non furono punto degli eroi; combattè a viso aperto, ma non fu mai vinto; e se ebbe l’effimero plauso popolare, non però Egli porse facile orecchio alle meretricie lusinghe del potere, nè s’implicò in faziosi raggiri o in tribunizi armeggiamenti. Anzi ebbe a pentirsi amaramente di aver troppo fidato in certi avventurieri della sua città che gli parvero degni del suo favore incondizionato, e che purtroppo lo sfruttarono in vita e ora lasciano vilmente il suo cadavere insepolto.
Il Rapisardi non fu mai animato da passione di parte: ciò confessò Egli candidamente più di una volta. Il suo spirito spaziava oltre alle piccole gare. Era uccello di bosco, e per cantare aveva bisogno di solitudine e di libertà. Libertà andò sempre cercando per sè e per gli altri; e per essa si appartò dal mondo, e la solitudine fu la sua fortezza. Anche leggendo i suoi scritti giovanili appar chiaro che questa aspirazione umanitaria, confortata da un rigoglioso e prorompente amor di patria, Egli mantenne sin dagli anni più teneri. E nell’Ode , che sembra scritta da ieri, fiducioso cantava:
Ov’è causa d’oppressi, ovunque è suono Di liberi trionfi, Ovunque è pugna ad atterrare un trono, Non più, come solea, superba e fiera, Ma sorella ai gementi Sventolerà l’italica bandiera!
Le cinque poesie, che io qui riporto, tutte mirabili per semplicità greca di movenze, per maschia esuberanza di sentimento, furono così ordinate e corrette da Lui, che ebbe in animo di includerle nell’edizione definitiva della sua opera poetica. Le aveva chiuse in un foglio con sópravi la indicazione autografa: «Dopo la Francesca da Rimini — Odi civili. 1862-1865». Forse il timore che avrebbero potuto guastare l’euritmia del Volume lo ritenne dal ristamparle, e per la stessa ragione io non seppi per esse trovar posto fra le «poesie postume», credendo più acconcio
pubblicarle a compimento di questo libro. Ad esse faccio seguire gli , che il Rapisardi tradusse in vari tempi e che volle chiamare con significativa espressione: «Saggezza antica».
Gli odiernissimi saccentelli, che minosseggiano ventosamente pei circoli e pei caffè, certo sogghigneranno alla lettura di queste pagine, come di cose oramai viete, come di ciarpame di retorica patriottica, come di sentenze di moralità squarquoia. Ma quanti hanno l’animo educato ai forti studi e il cuore aperto alle più belle manifestazioni della vita udranno echeggiare in questo libro la voce carezzevole di un amico buono, il
quale fu un uomo dalla eroica tempra, che ebbe fede inconcussa nei destini umani, e che resterà come un monolito superbo, una colonna miliare nell’infinito progresso della civiltà dei popoli.
Pagine autopsicobiografiche
Nacqui in Catania il 25 febbraio 1844. Ciò che appresi nelle scuole, se tali potevano chiamarsi quelle che avevamo in Sicilia prima del ’60, mi fu più d’ingombro che d’aiuto.
Rifeci da me la mia istruzione, ribellandomi di buon’ora a tutte le superstizioni religiose, filosofiche e sociali. Formai su’ classici il mio gusto; ma chiesi alla Natura e al mio cuore le ispirazioni dell’arte. Quando altri pretendeva riformare la poesia italiana, ricostruendo barbaramente i metri greco-latini, io m’ingegnai di rinnovarla dandole un contenuto scientifico, sociale, moderno.
Non sono addottorato in nessuna scienza; non aggregato a nessuna accademia. Mi sono svolto da me, fuori d’ogni scuola e d’ogni partito, correggendo e mutando le mie opinioni, senz’altro intento che la verità. Ho affrontato e rappresentato, ne’ limiti e co’ mezzi dell’arte, i più ardui problemi della civiltà contemporanea; tentato una forma nuova di epopea, sostituendo al meraviglioso mitologico e romanzesco il meraviglioso scientifico e naturale; son passato dall’epopea alla lirica, dall’elegia alla satira.
Fra la gazzarra o il silenzio congiurato dei critici ho pubblicato le opere seguenti:
, Canti X. Firenze, succ. Lemonnier, 1868.
, versi. Pisa, Nistri, 1872.
, studi. Firenze, Succ. Lemonnier, 1875.
, poema. Milano, Brigola, 1877.
. Catania, Galatola, 1879.
, lib. VI di , trad. Milano, Brigola, 1879.
, versi. Catania, Giannotta, 1883.
, trilogia. Catania, Tropea, 1884.
. id. id. 1887.
, integralmente tradotte. Napoli, Pierro, 1889.
. Catania, Giannotta 1892.
, trad. Palermo, Pedone, 1892.
, poema. Catania, Giannotta, 1894.
. id. id. 1897.
, commedia rappresentata a Roma nel 1894, stampata a Firenze nel 1897.
e altri poemetti. Catania, Giannotta, 1902.
È in queste opere tutta la storia dell’animo mio, dei miei odi e dei miei amori, de’ miei vizi e delle mie virtù. E se ho detto odi, non si scandalizzino. Io non ho mai potuto amare la verità, la libertà, la giustizia senza odiare i loro contrari. Smascherare e marchiare i ciarlatani e i farabutti potenti m’è parso dovere d’uomo, di cittadino, di poeta. Il vespaio dei mezzani mi s’è naturalmente avventato contro; ma la stima e l’affetto degli uomini più puri d’Italia mi ha mente compensato delle impertinenze e delle perfidie, onde mi han gratificato da trent’anni i truffatori della pubblica opinione e i rivenduglioli della propria coscienza.
I dizionari biografici han dato di me notizie monche, inesatte, maligne; le Antologie, a uso delle scuole, hanno riprodotto di mio pochi versi dei più giovanili e dei più scadenti; i critici e gli storici officiali della nostra letteratura contemporanea han fatto del lor meglio per immolarmi agli idoli armeggioni e ai ciurmadori gloriosi del quarto d’ora. Ma io, della nomea che dànno o tolgono i trafficanti delle scuole e delle gazzette, mi son curato sempre assai poco: molto invece degl’Ideali a cui vivo e nella cui vittoria ho fede incrollabile.
L’arte è stata per me una battaglia perpetua per l’Ideale. Vissuto al di fuori, e, se non fosse superbia, direi al di sopra di tutte le scuole, di tutte le chiese, di tutti i partiti, ma studiandoli e sorpassandoli tutti, io mi sono man mano trasformato, infliggendo al mio animo non pochi tormenti, rinunziando a molte cose che rendono generalmente cara la vita, ascendendo, non so con qual forza d’ale, ma certo con grande ardimento, dalla fede cattolica alla concezione meccanica dell’universo, dalla fede nella monarchia rappresentativa all’ideale umanitario.
Di questo non so se Golgota o Campidoglio gni grado, ogni passo è stato segnato da una espressione particolare dell’arte mia; tanto che, leggendo con benevola attenzione i miei scritti, nell’ordine onde furono pubblicati, un critico diligente può tessere tutta la storia del mio animo e della mia vita. I momenti più caratteristici, i problemi più ardui della coscienza e della vita contemporanea hanno ricevuto qua e là nell’opera mia trentenne la loro espressione fantastica.
Devo l’emancipazione assoluta del mio spirito allo studio delle opere di , di , di , di , di , di . Ho studiato assai il pensiero contemporaneo nelle letterature straniere; ma non ho accattato, come tanti pur fanno, il mio bagaglio nè ai Francesi, nè agl’Inglesi, nè ai Russi: mi sono studiato invece di rimaner fedele alle buone tradizioni dell’arte nostra, e ho cercato di essere spiccatamente italiano, pur permettendomi quella libertà e quegli ardimenti nello stile, nella lingua, nei metri, che sono detestati dagli accademici e dai pedanti, che in Italia hanno ancora una grande autorità.
Indice
― "Il culto d’un popolo verso i grandi suoi morti..."
― "In tempi orbi d’ideali..."
― "Non c’è quasi persona d’animo indipendente e onesto..."
― "Il falso concetto che il monismo escluda l’Idealità..."
― "Come v’è nella natura una legge che condanna gl’ibridi all’impotenza..."
― "Se per rinascita dell’Ideale s’intende..."
― "Questa baraonda elettorale..."
― "Si grida da un pezzo su la decadenza degli studi..."
― "Detesto il femminismo..."
― "Lasciate che l’uomo lavori quanto può..."
― "Troppi giornali si vanno oggi scrivendo..."
― "È ipotesi da profano..."
― "Anzichè chiedere ai despoti di cessare dalle carneficine..."
― "Il materialismo imperiale della Germania odierna..."
― Per il centenario dell’Università di Palermo
― Per un questionario: «Fra cinquantanni l’Europa sarà republicana o tedesca?»
― "Che la giustizia esista, non è da dubitare..."
― "Chi misura la grandezza di un popolo..."
― "Richiamare alla memoria dei lavoratori..."
― "La migliore azione, che possa fare un Re..."
I
Il culto d’un popolo verso i grandi suoi morti è senza dubbio indizio della sua civiltà; ma, quando si pensi che molti di quei magnanimi a cui s’inalzano monumenti furono perseguitati e calunniati e odiati in tutte le maniere mentre durarono in vita, vien quasi voglia di conchiudere che molte che paiono manifestazioni di animi generosi non sono altro che misere ipocrisie, e gran parte di ciò che diciamo civiltà non è che industria d’inganni, onde un popolo si studia apparire quel che non è, non solo al giudizio degli altri ma di sè stesso.
Sarebbe perciò desiderabile, a decoro di una gente e ad onor vero dei grandi trapassati, che non ci si affaccendasse troppo a commemorare, a statuare, a monumentare coloro che furono grandi, e si guardasse invece di conformare i pensieri e le azioni nostre a quelle dei magnanimi, dico di coloro che tali furono veramente, non di tanti che prima e dopo morte usurparono tal nome, e fama e gloria ebbero di grandi non per fatti pri, ma per capriccio di fortuna che li pose in alto, e per adulazione di servi, che più adorano la fortuna che non rispettino la virtù.
Questa sarebbe da vero opera di nazione civile; ma i popoli, quantunque si dicano civili, seguiteranno probabilmente a far pompa di morti per coprire le miserie dei vivi: chè, inalzar marmi e bronzi costa soltanto danari, quando l’ingegnarsi di imitare i grandi costa tali sagrifici che, tranne pochissimi, nessuno è capace, non che di sostenere, d’immaginare.
II
In tempi orbi d’ideali, difficilissima è più che mai la vita degli apostoli di una idea. Lottar contro un’avversa corrente di opinioni e di credenze è opera generosa, è battaglia sublime che rianima, rinvigorisce ed esalta. Ma predicare a un branco di uomini che ti voltano sogghignando le spalle, è quasi da pazzo, e ci vuol davvero una coscienza più che umana delle proprie forze e una fede illimitata e inconcussa nell’Idea che si persegue, per non dubitare della propria ragione e del trionfo avvenire del proprio ideale.
E a non restar sopraffatto dall’indifferenza e dalla corruzione invadente, ci voglion tempre da eroe. E il maggior tormento di un’anima nata ad amare i suoi simili, è la necessità di dover diffidare di tutti, vivere di sospetti e di rifiuti fra uomini che tentano ogni istante corromperti e umiliarti, per tirarti dalla loro e far di te, se non un amico, un compagno; se non un lor difensore, un lor simile: chè nulla soffrono di peggior animo i codardi se non la virtù, che è una perpetua e vivente rampogna della loro viltà.
III
Non c’è quasi persona d’animo indipendente e onesto, che sommessamente o a voce alta non si dolga della misera condizione a cui ha ridotto l’Italia una mano di uomini, non sai se più malvagi o inetti, che, afferrato con ogni più vile arte il potere, non c’è prepotenza e viltà che non commettono, pur di restarvi quanto più lungamente è possibile: uomini che tutto corrompono e confondono e manomettono; fanno e disfanno ordini a lor unico pro; calpestano diritti, eludono leggi, prevaricano magistrati, creano privilegi, schiacciano e denigrano il popolo che hanno dissanguato e dissanguono insaziabili: sono insomma i rappresentanti legittimi e la schiuma vera di quella borghesia, che, gloriosamente sòrta or è un secolo, agguantato a via d’oro e d’astuzie il potere, sfruttato le rivoluzioni e il lavoro altrui, ora disperatamente combatte contro ogni nuovo ideale, si lusinga poter fermare o distogliere il fatale andare della storia e non crede, o finge, alla sua rovina immancabile e imminente.
IV
Il falso concetto che il monismo escluda l’Idealità, quando invece la sposta dal campo metafisico e la pone giustamente come suprema realtà della vita, ha dato origine al nuovo misticismo che non è veramente un sistema filosofico, ma un orientamento e un atteggiamento specioso di spiriti irrequieti, che, proclamando fallita la scienza, sperano trovare nel soprannaturale la soluzione di tutti i problemi dell’universo.
Se questa reazione al positivismo non si fosse manifestata da qualche tempo e non avesse invaso la mente di alcuni uomini insigni, la questione se sia possibile una morale senza Dio sarebbe addirittura oziosa: giacchè la scienza e la storia l’hanno risoluta da un pezzo per gli intelletti sgombri di mistici vapori e di perniciose preoccupazioni.
La scienza trova in tutte le religioni un nucleo sostanziale costituito di alcuni precetti morali, che si vanno man mano svolgendo e modificando secondo i tempi, i luoghi, le razze, e che son creduti sufficienti al governo della vita umana. Ciò che le religioni hanno di mitico, di simbolico, di rituale o è una paurosa allucinazione dell’ignoranza, o fioritura fantastica di popoli primitivi, o speculazione interessata dell’impostura. Dio non è altro che la figurazione di quell’Ideale di amore, di giustizia, di pace che è in cima di tutte le umane aspirazioni. Far dipendere la le da Dio è come farla dipendere da sè stessa. La storia ci prova, da canto suo, che gli uomini sono buoni o cattivi indipendentemente da Dio e dalla fede che in esso hanno avuto. Si potrebbe anzi affermare che la bontà e la pietà vera sono spesso in ragione inversa della fede religiosa. Torquemada, come tutti i carnefici dell’umanità, commetteva i più atroci delitti in nome di colui che moriva sulla croce perdonando; Alfonso de Liguori in nome della castità si faceva maestro dei più sozzi peccati. I filosofi increduli, o atei addirittura, da a e ad , sono stati i più innocenti e i più puri degli uomini.
In conclusione, le religioni si vanno sempre più purificando: si vanno, cioè, liberando dalla scorie dei secoli primitivi accostando alla scienza anche senza volerlo, e affermando anzi il contrario: è la forza intima delle cose, la vittoria lenta ma progressiva dell’uomo. Il quale si va finalmente persuadendo che la sua vita si svolge tutta qui, e qui sulla terra ha da cercare il suo miglioramento: e, per conseguire possibilmente la sua felicità, non solo è necessario valersi delle sue proprie forze, ma associare le proprie forze con quelle degli altri.
E questa associazione di forze, per ottenere il migliore bene possibile, non si potrà conseguire senza l’eguaglianza, la giustizia, la libertà, senza un equilibrio perfetto fra diritti e doveri. Conseguire questa intesa e questa universal fratellanza è l’ideale umano, che si va a poco per volta stituendo alle vecchie religioni, e che a poco per volta trionferà.
VI
Se per rinascita dell’Ideale s’intende il ritorno dello spirito alle vecchie forme religiose, e indizio di tale ritorno giudica il misticismo che invade alcuni spiriti contemporanei, io non ho da augurare altro alla nuova generazione se non quella coltura scientifica e quella robustezza di fibra che sole possono liberarla da sì morbosa idealità.
Ma se per Idealità si vuole intendere quello stato di perfezione vagheggiato e non mai raggiunto, il cui desiderio ci rende perfettibili, affaticandoci perpetuamente verso un orizzonte di giustizia, di pace, di libertà, io non capisco lo scoraggiamento di quei generosi intelletti che vedono l’eclissi e temono il tramonto di essa ai dì nostri.
Che gli Dei se ne vadano e con loro parecchie delle idee che hanno ingombrato il cammino dell’uomo, nella sua perpetua ascensione da carne a spirito, è fenomeno logico e naturale di cui ogni animo spregiudicato ha da rallegrarsi. Ma che il positivismo, col suo concetto nuovo della vita nell’universo, ci allontani dagl’intenti più alti e più nobili dell’esistenza, è opinione che può essere scusata in grazia di quell’affetto che lega la mente e il cuore dell’uomo al passato: giustificata dalla ragione e dai fatti non mai.
Se i problemi dell’origine e del fine dell’universo, che hanno travagliato in tutti i secoli la vita intellettuale dell’umanità, non hanno avuto dal nuovo metodo scientifico una soluzione qualsiasi, l’insufficienza non è del positivismo, ma della mente umana: al positivismo devesi, non foss’altro, riconoscere il merito di avere rimosso dal campo scientifico i problemi che eccedono l’umana intelligenza e di avere abbandonato alla fede e alle seduzioni del sentimento ciò che dalla ragione non può essere risoluto.
Il positivismo appare fallito a coloro soltanto che chiedono ad esso, e non tutti in buona fede, ciò che nessuna scienza può dare. Le conseguenze di esso, in ogni caso, nell’ordine morale e politico non possono che agevolare ed affrettare l’emancipazione dello spirito umano dalla scienza, cioè dalla fede, dalla ragione, dal sentimento, dal diritto, dall’autorità.
Noi traversiamo un periodo non di transizione, come dicono (tutti i periodi della vita individuale e sociale sono di transizione, essendo la vita un perpetuo mutamento), ma di lotta. Il corso delle nuove e delle vecchie idee genera la confusione, lo smarrimento, il capogiro ai cervelli più sani e gagliardi. Tra il crepuscolo d’un mondo che ruina dai cardini e il crepuscolo d’un mondo che sorge, il sentimento religioso si atteggia di sembianze che vorrebbero essere inviolabili e adorabili per solenne vetustà, e non sono che maschere senza subietto, ricostruzioni pedantesche e caricature sgraziate di dogmi, di tempi, d’istituzioni che non hanno più ragione d’esistere; il pensiero scientifico ed artistico si panneggia in cento fogge, che si millantano nuove ed originali e non sono che stravaganti e bizzarre.
I mestieranti, i ciarlatani, i prestigiatori profittano, s’intende, del quarto d’ora per alzar banco e tribuna, gridare e strombazzare; attirano e ipnotizzano la folla incosciente, truffano applausi e quattrini, scroccano facilmente quella effimera celebrità schivata e dispregiata dagli animi probi e dagl’intelletti sublimi.
Ma chi può meravigliarsi di questo fenomeno che si ripete a ogni nuovo orientamento del pensiero, una volta, almeno, ogni secolo? E qual forza di uomini associati a fin di bene potrà far rinascere e rivivere ciò che per legge naturale è condannato a perire?
Che il positivismo abbia distrutto troppo? Non credo: parmi anzi che la lentezza del suo cammino e della sua vittoria su le coscienze provenga dal non avere distrutto a bastanza. Che la nuova scienza demolisca e non edifichi? È una calunnia. Alla volontà creatrice essa ha sostituito la legge naturale; al miracolo, l’evoluzione; alle rivelazioni soprannaturali, la lotta per l’esistenza e l’eredità fisiologica; al privilegio del regno umano, le trasformazioni zoologiche; all’anima immortale, l’eternità della forza; all’annullamento delle cose, l’eterna circolazione della vita, la trasformazione perenne della materia; alla degradazione dell’uomo, il continuo perfezionamento del genere umano; alla morale della speranza e della paura, la morale senza obbligazione nè sanzione; alle religioni mutevoli secondo i tempi i luoghi le razze, il sentimento universale dell’Infinito.
V
Come v’è nella natura una legge che condanna gl’ibridi all’impotenza, così v’è nella società una forza di selezione onde i pervertimenti naturali sono condannati ed eliminati.
Abbiano le donne libertà ed egualità giuridica illimitata, ma non pretendano uscire impunemente dal proprio campo. La natura le ridurrà in poco, senza che pur se ne avvedano, nei limiti di quelle operazioni a cui le ha destinate. Le donne con la laurea, con la toga o con l’elmo saranno sempre delle eccezioni sparute: qualcuna, per condizioni speciali, ammirevole: le altre, oggetto perpetuo di compassione e di riso a quanti non abbiano fuor di posto il cervello.
VII
Questa baraonda elettorale, questa lotta indecorosa non di principj ma di persone, non di partiti ma d’individui, giova pure a qualcosa: ci dà la misura della politica e della morale italiana in questa agonia del secolo.
I partiti si scindono, si suddividono, si sminuzzano in un bulicame di esseri anfibi che lottano e s’addentano l’uno con l’altro; tutti vogliono tutto; l'egoismo è lo stato, il tornaconto è l’ideale. Da per tutto l’impotenza che coccoveggia il potere: unica leva l’ambizione, unica arma l'insidia. La politica si muta in casistica di teologanti; la morale in esercitazione di retori; la legge in cavillazione di legulei; l’arte e la letteratura in raffinatezze smancerose e voluttuose di dilettanti e di rimbambiti; le vecchie Muse, rimbellettate e rimpiccicottate, colanti tutte di bava e di sanie, hanno imparata l’alta scuola nei casini e l’insegnano ai ragazzi stemprati dall’amor solitario e agitati da un erotismo infecondo. La critica minuziosa, espressione ultima dell’ingegno e del carattere della borghesaglia putrefatta, s’è impadronita di tutte le manifestazioni della vita. I vermi trionfano.
Ricostituiamo i partiti, si grida. Illusione o frode. Per ricostituire i partiti bisogna ricostituire i caratteri. I partiti si sono disgregati e disfatti, perchè i nostri uomini politici non hanno più fede in un ideale qual sia: mancano cioè di carattere. Senza fede in un alto ideale di libertà e di giustizia sociale, senza la virtù del sacrificio di tutte le proprie forze a questo fine, ogni ricostituzione di partiti è un sogno. Si avranno fazioni e sètte, tutt’al più; mobili gruppi dui legati da un interesse effimero, che si sposteranno e si confonderanno e si sparpaglieranno da un giorno all’altro a un mutar di vento.
Da questa babilonia di interessi privati, mascherati dalla commedia del patriottismo, non può sorgere che il governo-monopolio, un’accozzaglia di elementi diversi, tenuti insieme dall’ambizione e dall’avarizia, pronti a trasformarsi di bianchi in neri, pur di serbarsi al potere: un mostro da sette od otto trombe aspiranti, dalle branche innumerevoli, sparse tutte d’innumerevoli coppette. È lo stato - monopolio, che tutto vuole per sè: un privilegio immane. Non si giova della violenza, ma dalla frode; vuole assorbire e distruggere tutto, ma legalmente: la legge è la sua maschera. I ministri e i così detti rappresentanti del popolo (di quale?) rappresentano la commedia del Patriottismo. Si adunano quali rappresentanti del popolo, si squadrano, fan quattro chiacchere, si bisticciano, vengono a’ capelli: e, recitata ciascuno la sua parte, sia di tribuno o di lanzichenecco, sia di legislatore o d’apostolo, si fanno la riverenza, e, ghignando del popolo e di sè stessi, torna ognuno alle proprie faccende. Ha distrutto parecchie industrie private, facendosene appaltatore, cioè sfruttatore irresponsabile. Ora delle cose del corpo vuol salire a quelle dello spirito: dal sale e dai tabacchi alla istruzione. Vuole innalzare il livello della nazionale cultura, lui! E come? Restringendo il numero delle scuole. Bel metodo d’illuminare, spegnendo i lumi! L’istruzione venterà un privilegio dei ricchi. Avremo l’istruzione aristocratica! Per potere esercitare il nobile mestiere di medico o di avvocato bisognerà procurarsi un diploma nelle città privilegiate. Chi non ha gambe da recarvisi e quattrini da mantenersi, crepi; o vada a zappare la terra.
E gli apostoli legalitari pensano intanto e si arrabattono e si accoltellano per ricostituire... che cosa? i partiti o sè stessi? Non ricostituiranno un bel nulla. Il popolo lo comincia a comprendere, e un giorno o l’altro farà da sè.
VIII
Si grida da un pezzo su la decadenza degli studi e su la necessità di riformarne gl’istituti e le leggi. Retorica! E maligna. Chi più si arrabattono sono i canonici ingordi e i famelici docenti delle università così dette primarie: abolendo infatti le minori, crescerebbe il numero dei loro uditori, crescerebbero le dotazioni ai famosi gabinetti e crescerebbero i loro proventi. Bocche enormi e stomachi insaziabili che inghiottono e digeriscono due terzi almeno di quel poco che dà l’erario italiano all’Istruzione. Col tornaconto si aggiunge il mal animo contro i professori ufficiali che hanno stipendio fisso e, fin a oggi, securo: quando essi devono correre in caccia di studenti e accalappiarli e sedurli con ogni arte e fatica, piatendo a questo e a quello e raccomandandosi perfino ai bidelli, loro mezzani, a cui dànno un tanto per ogni iscritto. E si contentassero di queste bassezze! Ma l’astuzia lor consiglia più malefiche industrie. Imborrano le teste dei giovani di strane teoriche di libertà, li gonfiano d’ipotetici diritti, li piaggiano vilmente dando loro a credere esser da più dei professori, potere anzi giudicarli e condannarli a lor beneplacito, assoggettarli ai loro capricci, costringerli a non far lezione come e quando lor piace, anche con la violenza, sfondando cattedre, spezzando panche, scioperando e facendo scioperare: onde, a ogni menomo screzio, uno scandalo e un fracasso; e il ministro coglione dà sempre ragione a loro per paura di peggio.
E questi arruffa-studenti, questi cacciatori di soldi e popolarità hanno il coraggio di parlare e gridare e tribuneggiare su la disciplina scaduta negli istituti superiori! Malvagi e ridicoli! E la pecoraggine del parlamento e del paese fa eco alle loro invettive. La disciplina! O se siete voi primi a scalzarla? E se leva ed arma ed arte unica vostra è l’indisciplinatezza su cui speculate e vivete?
Gli studi sono scaduti. E chi lo nega? Ma la principale cagione materiale, esterna siete voi. Un’altra causa di scadimento vi è, ma bisogna cercarla nell’intimo, negli studi stessi, e nel metodo, sopra tutto. Si tira a specializzare. Padroni. Di ogni ramificazione del sapere, che dico?, di ogni capitolo, di ogni paragrafo di scienza, si fa una scienza a sè e un insegnamento a parte. scono i professori, e a servigio di costoro si moltiplicano e s’inventano le cattedre e le scienze. Nella facoltà di medicina abbiamo i microscopisti e i vivisettori. Chi ha da insegnare zoologia fa corsi annuali sul tenia, sul bacillo virgola. I giovani escono dall’Università, e per tutta zoologia sapranno di quante specie è il tenia, di quante vertebre è composto, quanti uncini e quanti peli ha. Evviva la specializzazione! Barbara voce e barbaro metodo. Poi ci sono gli sbuzzacani e gl’inforna-conigli. E queste ce la dànno per fisiologia! La specializzazione è la putrefazione della scienza. I vermi trionfano. E i ciarlatani. Nella facoltà di lettere abbiamo i filologi: peste delle pesti. Squartano le parole e le sillabe: grammatica e metrica con pompa ciarlatanesca; non altro: son buoni a far cento lezioni sul dativo dinamico! E poi ci meravigliamo che i giovani aborrano il greco e il latino. E ci s’empie la bocca di paroloni grossi su la decadenza degli studi classici. Sfido io. Santi giovani, e un po’ pecore, se vogliamo! Se avessero un po’ di argento vivo, li farebbero ballare codesti insegnanti di radici e di suffissi! E la letteratura italiana? Prima c’erano i professori estetici e i professori patriotti. Ignoranti un po’, se dio vuole, ma uomini e galantuomini, dalla cui scuola è uscito tutto quanto ora abbiamo di meglio nella letteratura. Ora abbiamo i critici del metodo storico filologico. Cronisti e archivisti, aridi e miserabili. Adesso la data, il quarto d’ora, la notiziola biografica, la pompa bibliografica: ecco la loro occupazione. Ma come si svolge il pensiero letterario in quel dato secolo? quanti sono le sue caratteristiche? come si trasformano? per quali motivi? in quali circostanze? Nulla di nulla. Sogghignano a chi di ciò parli, carezzandosi la pancetta con soddisfazione superba.
Lezioni e discorsi e libri interi per discutere lo svarione di un amanuense cretino: dissertazioni e controversie accanite per sapere se aveva la barba, se Alighieri s’ha da scrivere con due elle, se è Cielo da Camo, se Beatrice è simbolo. E questa è letteratura italiana. Un pugno di mosche. Zavorra nel cervello; prosunzione e vanità nel cuore. Che precetti ed esempi da nobilitare il carattere, da ingentilire i costumi, da moderare e dirigere le passioni! Umanità, dicevano i vecchi: animalità ora dovrebbesi dire, e peggio: chè più pretenziosi di questi asini carichi di notizie non si dànno.
E voi volete rialzare il livello della pubblica cultura, abolendo università minori, che, viceversa, son le più acconce agli studi; riformando ab imis gli statuti; arricchendo quattro empori di ciarlatanismo a spese di tante altre Provincie diseradate; facendo man bassa su questo o quell’altro Ateneo? O via, ciarlatani! Riformate le vostre teste, e cacciate i mercanti dal tempio, se vi riesce.
IX
Detesto il femminismo che, sfrondato delle frasche onde lo va rinfronzolando la retorica interessata degli affiliati, si riduce ad una lega delle zitellone brutte e saccenti contro gli ominacci che non le hanno sposate.
Nelle donne venero la bontà, adoro la bellezza: due potenze educatrici e dominatrici, di cui le ha dotate la natura, e che le rendono irresistibili a tutte le forze individuali e sociali.
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The end
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