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Sac. ACHILLE RATTI
DOTTORE DELLA BIBLIOTECA AMBROSIANA
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Prefazione
ANDO qualche cenno del Monaco Cisterciese Ermete Bonomi milanese e delle sue opere (*) ho accennato ad un codice manoscritto di compendio del ricco dono che appunto dei manoscritti Bonomiani il signor ing. cav. Luigi Cereda faceva alla Biblioteca Braidense, dove il codice porta la segnatura AE. XV. 15. Indicavo il codice col titolo di Miscellanea Chiaravallese, e promettevo di darne prossimamente qualche più ampia notizia.
Proprio come dice il nome che le ho dato, la Miscellanea contiene notizie e cenni di molte e svariatissime cose. La mia speranza di avvivare tutti i punti morti che vi trovavo non si è pienamente avverata; ma un po’ dando ragione al ne quid nimis (’) Archiv. Stor. Lomb., 30 giugno 1895 (pagg. 303-382) pag. 548. e più ancora ricordando quel che vuol essere una promissio boni viri: ho creduto bene di non differire più a lungo l’adempimento della promessa mia.
Basteranno poche righe per aggiungere un cenno di un altro cdice chiaravallese, al quale non ho bisogno di dare il titolo di Libro dei prati di Chiaravalle, perchè l’ha dall’origine.
La Miscellanea chiaravallense
È un codice cartaceo che misura m. 0,23 x 0,32 incirca, è legato in pergamena; le pagine sono numerate fino alla 79ª, i numeri dall’80 in su designano i fogli, l’ultimo dei quali reca il numero 286.
Il primo titolo che troviamo è tale: Catalogus monachorum conversorumque Cisterciensium Congregationis Lombardiae, e sta sulla coperta stessa del volume; ma nessuno creda che il Catalogo occupi tutto il volume o buona parte di esso; non tiene che le pagine 2-48 (la pag. 1 è occupata dall’indice molto sommario di tutto il volume), prefisso il pieno titolo della prima parte del catalogo: Catalogus monachorum Cisterciensium Lombardiae quo anno, quo mense, et quo die habitum sanctae Religionis Cisterciensis susceperunt. E la stessa mano che condusse il Catalogo fino all’anno 1635, soggiunse al titolo: Ex libris N. Bernardini Corbettae, e scrisse sotto la data a. 1609, 7 Februarii N. Bernardinus de Corbettis. Tutto questo induce a credere con sufficiente certezza, mi sembra, che questo P. Bernardino Corbetta è l’autore del Catalogo, e non di esso solo, come vedremo nel seguito. Varie mani conducono il Catalogo stesso fino al 6 settembre 1795; ma dal 22 aprile 1753 è fuor di dubbio che la mano è dell’istesso p. Ermete Bonomi nominato sopra, il quale appunto sotto la data 22 aprile 1753 registrò il proprio nome D. Hermes Bonomi, e qua e colà dall’anno 1698 in poi appose ai diversi nomi preziose note, come altre mani avevano già fatto per gli anni antecedenti. Preziose quelle note, perchè i meriti e i demeriti di molti tra i Cisterciesi registrati, eruditi, oratori, musici, apostati, bene o malemeriti dalla Congregazione fino alla soppressione di questa (a. 1799), colle vicende da molti passate dopo di essa, vi trovano sobrio, ma sufficiente rilievo. Riporto delle note stesse quelle che mi sembrano di maggiore interesse. Dico di maggiore interesse, perchè non se ne credano affatto prive le altre, massime per la storia della Congregazione Cisterciese di Lombardia: mi è anzi fortissima la tentazione di darle tutte quante; ma non finirei più.
Alla pag. 16 sotto la data 14 dicembre a. 1603, al nome di N. Cesario de Manusardis risponde una nota di mano del secolo XVII-XVIII: Ob astrologiae excellentiam dictus magnus piscator Clarevallis ut ex traditione seniorum.
Qual’è il milanese, il lombardo, per non dir di più, che non conosca il Pescatore, il Gran Pescatore, il doppio Pescatore di Chiaravalle. che ha dedicato a questo papà degli almanacchi milanesi le prime pagine di un articolo intitolato appunto: Vecchi almanacchi milanesi, ci dice che nel 1635 il Gran Pescatore di Chiaravalle già si pubblicava in Milano. Il nostro valoroso sig. ha potuto coi documenti alla mano indicare l’introduttore del famoso Almanacco nella persona dello stampatore Lodovico Monza.
Se quella traditio seniorum, di cui parla la nostra nota, era verace, come, tutto considerato, è da credere, ci troveremmo, credo per la prima volta, in presenza non del primo almanacco dal titolo del Gran Pescatore di Chiaravalle, ma del Gran Pescatore stesso in petto ed in persona. Che a Chiaravalle ci fossero peschiere formate dalla Vettabbia è certissimo, e ancora adesso si può vedere e, se si vuole, navigare un simulacro di laghetto. Si capisce quindi come potesse parlarsi di pescatore. Che poi il Pescatore portasse la barba tradizionale e il non meno tradizionale cappello a cono, i documenti non lo dicono.
Alla pag. 17, sotto la data a. 1608. io Mariti, viene N. Hillarion (sic) de Rancatis Abbas e in margine la nota: Velut oraculum in Curia Romana.
La nota è magnifica; ma mi affretto ad assicurare i miei pochi lettori, che se essa non va presa alla lettera, gli è che vuol essere interpretata con tutta la maggior estensione. Perchè quel P. Ilarione Rancati è stato veramente uno dei più illustri personaggi del secolo XVII, e per me direi addirittura un vero grand’uomo. Poliglotta e famigliare con le lingue greca, ebraica, araba, siriaca; vero portento di memoria e di erudizione, non meno che di scienza e di dottrina vasta e solidissima; altrettanto profondo nelle speculazioni, che abile nella trattazione degli affari; apprezzato ed adoperato spesso da principi, da re, da papi, e in corrispondenza con tutti i personaggi più illustri dell’Europa intera: da Paolo V ad Alessandro VII, dal re di Spagna al re di Polonia e alla Regina di Svezia, da S. Vincenzo de Paoli al Card, di Retz; il suo voto pesò per molti anni in tutte le decisioni di qualche importanza delle varie Congregazioni Romane, nei processi criminali come in quelli di canonizzazione, e le stesse più grandi questioni teologiche e diplomatiche del suo tempo (basti ricordare la famosa questione de Auxiliis, le condizioni ecclesiastiche dell’Inghilterra, e le difficoltà diplomatiche insorte tra la S. Sede e Luigi XIV) in forza di mandati altissimi passarono per le sue mani: ben degno che alcuni voti lo designassero al supremo pontificato nel Conclave dal quale usciva Alessandro VII; e che questo Pontefice suo amicissimo al primo annunzio della sua morte 17 aprile 1663) esclamasse: Extincta est lucerna Urbis et Orbis.
E questo grand’uomo era milanese, nato a’ 2 di settembre del 1594 e battezzato due giorni dopo nella allora parrocchiale di Santa Maria Beltrade; e alle porte di Milano vestiva l’abito Cisterciese nell’abbazia di Chiaravalle, a’ 10 di marzo del 1608, proprio come dice la nota; e di là passava al monastero di S. Ambrogio, del quale fu anche Abbate, come più tardi di quello di S. Croce di Gerusalemme a Roma; e alla sua città non cessava di rendere utili ufficii; e tanto onore le faceva, da dire i Ministri del Re di Spagna, «essere il padre Abate bastante a qualificare la città di Milano».
A questo punto io milanese non so davvero se gloriarmi o confondermi. In tutta Milano non una via, non una pietra che ricordi il nome di questo suo gran figlio; e dire che si mostrano così minute le diligenze, così larghi i criterii, così indulgenti i giudizii, onde si raccolsero tanti e tanti nomi. Si dirà che del Rancati niente fu pubblicato per le stampe; ma chi vorrà accontentarsi di questa ragione? Se non bastava il cenno biografico dato dall’Argelati coll’ imponente catalogo degli scritti; poteva forse bastare la Vita del P. D. Barione Rancati Milanese dell’Ordi?ie Cisterciense scritta dal P. D. Aìigelo Fumagalli Monaco dello stesso Ordine, stampata in Brescia MDCCLXII dalle sta7npe di Giambattista Bossini, e fregiata di un bello e parlante ritratto del grande Cisterciese inciso dal Cagnoni e tirato in moltissime copie all’epoca della sua morte. La vita del Fumagalli non è gran cosa; ma i fatti vi sono raccolti con sufficiente cura e completezza, premessovi a modo di introduzione un buon elenco di scrittori che parlarono del Rancati. Al P. Rancati resta il conforto di essere in buona compagnia, non dico col suo tardo Confratello il il P. Ermete Bonomi, di cui in principio di questo scritto, ma di quell’altro grande milanese suo contemporaneo e antico confratello mio, Antonio Giggeo (t 1632) che, per non dir altro, col suo Thesaurus UngucB arabica (Mediolani, ex Typographia Ambrosianae Bibliothecae 1632: l’autografo si conserva nella Biblioteca stessa colla segnatura A. 20, inf.) si ergeva (e non solamente per priorità di tempo) a vero fondatore della lessicografia arabica. Dopo il P. Ilarione Rancati, mi è permesso soggiungere subito il suo compatriota, confratello, compagno di studii, erede e custode dei suoi scritti, il P. Franco Ferrari, Francus de Ferraj’iis, come lo nota il nostro catalogo alla pag. 25, sotto la data 1649, 2j Ianuarii; con le note marginali Abbas, e: Vir doctus et in adnotandis in die occurrentibus diligentissimus. La veracità della nota è confermata da quanto sotto il nome Fèrrarius Francia da l’Argelati. Credo sue parecchie note diri Guaiolo.
Mi il Catalo;. 23), sotto il 28 marzo 1641 non ha dimenticato il P. Damiano Latuada di Latuada, abbas et praes gtneralis t al quale il margine riserbava la lode per noi altrettante interessante che per lui onorifica: Vera foenix occonomorum qui a fundamentis erexit monasterium celebre Parabiagi et Dibliothecam curri atriis superiori et inferiori Santi Ambrosii maioris Medio lani construxit.
Intanto succede una novità nel Catalogo stesso: sotto l’anno 1654 (pag. 26) la nota marginale ci avverte che sequentes monachi adnotati sunt a die professionis; ma le note vanno sempre più scarseggiando, ed anche le poche che occorrono non hanno alcun interesse generale.
Al fol. 80 comincia la seconda parte del nostro Catalogo, quella che riguarda i Conversi: Nomina, cognomina conversorum Cistcrciensùtm Congregationis Lombardie?. La stessa mano, come a me sembra sicuramente, del P. Bernardino Corbetta conduce la serie dei Conversi dall’anno 15 18 fino al 1606. Qui una mano del secolo XVIII nota che desiderantur icsque ad 165J nec in Archivio Clarevallensi reperiimtur; e poi continua essa medesima la serie dall’anno 1657 al 1749.
E noto che il titolo di Conversi denota quei membri delle comunità religiose, che vi tengono il posto, dirò così, della bassa forza. E ce lo dice a colpo d’occhio anche il nostro Catalogo con certe note monoverbe, troppo eloquenti e abbastanza frequenti: «Apostata» oppure «Defecit» ed anche «Ad triremes». Le quali note, se confermano il proverbio che l’abito non fa il monaco, potrebbero anche accennare a infelicità o a poco rigore di scelta nella accettazione dei soggetti; cose di questo basso mondo, dove se le miserie sono tante, sono almeno altrettante e di regola ben distinte le responsabilità.
Ma se parlavo di bassa forza, nessuno pensi ch’io voglia mai parlare con minor rispetto dei buoni Conversi di Chiaravalle o d’altrove.
L’agiografia cristiana (che sa essere storia bella e buona, e spesso della migliore) è là ad attestare quanto spesso e quanto largamente fiorissero anche tra’ Conversi le virtù del cuore fino a quel più alto eroismo che è la santità, e le storie dei diversi Ordini non hanno dimenticato i nomi di Conversi che furono e artisti e scrittori, spesso utilissimi, se anche molto modesti.
Il nostro catalogo registra (fol. 80) uno di questi nomi sotto la data 23 giugno 1556: Fr. Benedictus de Blachis.
Nessuna nota lo segnala alla nostra attenzione; ma non credo sia da mettere in dubbio che si tratta di quel F. Benedetto da Parma, che il Fumagalli ripetutamente cita nella trigesimaseconda dissertazione sulle antichità longobardico-milanesi, dove lo dice autore «saranno due secoli e più» di un manoscritto opuscolo; opuscolo di cui dà più chiara idea dove dice che F. Benedetto «sulla fine del secolo sestodecimo raccolse in un codice alcune memorie di questo monastero (di Chiaravalle)», onde lo chiama poi «il cronicista F. Benedetto»; del quale sebbene non divida l’ingenua fede, lo dice tuttavia «un buon converso, discretamente versato nella diplomatica e nella storia», non piccolo encomio in bocca d’un uomo come il Fumagalli.
Nel 1793, quando stampavasi la citata dissertazione, l’opuscolo di F. Benedetto esisteva ancora (1. e, pag. 225), nella biblioteca della badia di Chiaravalle. Nel 1842 era posseduto dal signor Michele Caffi, che lo chiama una Cronaca, e ci fa sapere che fu scritta nel 1592 e che il Converso autore chiamavasi Benedetto di Blachi. Dove sia andato a finire il codice di F. Bene- detto non so dirlo, perchè non son riuscii., a saperlo: sono però tanto più lieto eli poter dire* e lo dico subito, che forse la nostra Miscellanea ce ne ha conservato una seconda edizione migliorata ed accresciuta, come vedremo più avanti. Intanto sappiamo che il di Blachì del Caffi (se pure il Caffi non lo trovò nel titolo stesso del suo manoscritto, ciò che, come vedremo, è reso probabile dal titolo del Libro dei prati) voleva essere una traduzione del de Blachis del nostro Catalogo, e che se F. Benedetto scrisse la sua cronaca proprio nell’anno 1592, aveva già 34 anni di religione.
Il nostro buon F. Benedetto, prima ancora che dal Fumagalli, era già nominato in posto abbastanza onorifico, voglio dire tra Gli Scrittori d 1 Italia del Bresciano Conte Giammaria Mazzucchelli (Voi. II, P. II, pag. 1300), benché questi erri certamente nel dirlo Converso del monastero di S. Ambrogio di Milano, nel mentre stesso che dice: «vien creduto autore della seguente opera, la quale si conserva a penna nella libreria di detto monastero (di S. Ambrogio) nel Cod. segnato del num. 287 in fol.
Monasterium Clare-oallis Mediolani. Origo et series Abbattim, Priorum et Ce Iterar iortim ab anno 11 39 ad an. 1631. atque eìtisdem et totius Ordinis Cisterciensis Privilegiorum Summarium, ex quibus Cisterce?isium /ustoria illustratur. Auctore F. Be7iedicto de Blachis Converso eiusdem Monasterii, tet ereditar».
Troppa roba davvero, perchè il codice santambrosiano possa identificarsi con l’opuscolo di F. Benedetto. Senonchè esso mi ha l’aria d’una miscellanea, il primo contingente della quale, Monasterium Clarcevallis Mediolani, fosse veramente il detto opuscolo, la di cui nota paternità sia stata estesa agli altri contingenti della miscellanea, come non rare volte è avvenuto. Comunque sia, quell’estensione fa onore al buon Converso. Ma né le Antichità lo7igobar dico -milanesi del Fumagalli, né la illustrazione storico-scientifico-monumentale-epigrafica del Caffi ne fanno cenno; che anzi questi non ricorda neppur i cenni che del Blachi già davano le Antichità, benché le citi, e benché esse vi abbiano attinto prima di lui e non meno largamente che lui. Che l’opuscolo-cronaca non sia l’unico scritto lasciatoci dal buon Converso, lo mostreremo con prove di fatto sulla fine di questa scrittura. Nell’istesso errore del Mazzucchelli era caduto, quasi contemporaneo al Blachi, l' Ughelli (Ital. Sac, t. IV, col. 271) forse alludendo alla stessa creduta opera di F. Benedetto, pur rendendo a questi l' invidiabile lode di aver non poco giovato al Puricelli con lavoro ed industria di uomo antiquarum rerum valde periti.
Tornando alla nostra Miscellanea, i fogli 128-134 v presentano un Breve racconto delle cose più notabili della Gran Città di Milano.
Di trascriverlo qui per intero non val proprio la pena: nulla di veramente nuovo; si direbbe piuttosto un riassunto del Ritratto di Milano del nostro Torre, con parecchi tratti di somiglianza col proemio storico che l’Ughelli, cisterciese anch’egli, premette alla serie degli arcivescovi nostri. Ne dò dunque solo un cenno per quanto posso breve insieme e completo.
L’inizio è tale:
«La Città di Milano Mediolanum già capo e metropoli della Gallia Cisalpina, et hora dello Stato di Milano che è una buona parte della Lombardia, per antichità, per ampiezza di sito, per moltitudine e nobiltà de gli habitanti, viene stimata senza controversia alcuna delle principali città, non solo d’Italia, ma d’Europa tutta, onde con grande ragione se le concede il titolo di Grande». Segue il solito lusso di erudizione etimologica: Olano da Olano capitano dei Toscani; Mediolanum da Medo capitano dei Galli Insubri sorvenuti; Medelland da Medel, vergine, in grazia del tempio trovatovi di Minerva sostituito poi da quello di S. Tecla: o dalla scrofa mediatim lanata trovatavi dai Celti, o, come ama di precisare il nostro, importatavi dagli Edui e dai Biturigi guidati da Belloveso e portanti nell' insegna i primi «una porchetta», i secondi «un montone», donde l’animale biforme per l’unica insegna «il che vien confermato dall’antico ritratto che scolpito in pietra adesso ancora si vede contro ad un arco del Broletto nuovo, è da quanto ne cantò Claudiano de nuptiis Honorii et Mariae».
E dopo tutto questo il nostro etimologista è tanto discreto e conciliativo e tanto sottile filologo da soggiungere, che «non è dia da disprezzare il sentimento di coloro i quali affermano che essendo questa città situata tra li due fiumi Adda e Tesino venisse per ciò Mediolanum chiamata, quasi in medio amnium posita, frapponendosi la liquida l per sfuggire il noioso concorso delle due vocali, e che poi per maggior brevità fosse detta Mediolanum». Come si vede, ce n’è per tutti i gusti.
Seguono, dopo un cenno molto spicciativo sull’antichità di Milano, alcuni tratti sulla chiesa milanese, sulla sua fondazione, e su molti «singolari» suoi Arcivescovi. E qui le usate affermazioni della venuta e predicazione di S. Barnaba, e dell’istituzione fatta da S. Ambrogio di «un Rito dell’Officio divino e della Messa proprio e particolare della Chiesa milanese, che tuttavia si conserva e dicesi Ambrosiano»; affermazioni, delle quali a dare una idea corrispondente all’attuale stato degli studii storici e liturgici, bisognerebbe ch’io potessi qui riferire almeno il sunto e le conclusioni di due recenti scritti, che fanno proprio al caso. Ma andrei troppo per le lunghe, e poi rischierei di farmi gridare la croce addosso, per quanto mi atteggiassi a semplice ambasciatore; perchè quelle affermazioni non si sostengono.
Il nostro racconto soggiunge rapidi cenni sui vari domimi e dominatori succedutisi nella, anzi sulla città fino a «Filippo IL... e suoi discendenti i quali hanno felicemente sic) signoreggiato questa Città fino alla Maestà del Re Filippo quarto nostro Signore hora regnante al quale Iddio conceda longa vita con fortunato Impero». E, se non lunga vita (8 Apr. 1605 — 17 Sett. 1665) lungo impero egli ebbe per ben quarantacinque anni (dal 3 1 Marzo 1621 al 17 Settembre 1665); se poi e quanto fortunato, lo dice abbastanza eloquentemente il famoso fosso, che non sai bene se l’adulazione o piuttosto l’ironia gli assegnava per divisa col motto: Più se 7ie toglie e più si fa grande.
Intanto il tenore del pio voto sembra far risalire il nostro breve racconto agli inizii del regno di Filippo IV; senonchè più sotto accenna agli ampliamenti fatti dall’Arcivescovo Cesare Monti al Palazzo Arcivescovile. Or Cesare Monti non fu elevato alla Sede Milanese che a 28 di Novembre del 1632 e non vi cominciò a risedere che alla fin d’Aprile del 1635.
Sono di qualche interesse i particolari che seguono sulle condizioni civili, economiche, edilizie, ecc. della nostra Città. Qui un bel cenno intorno alla mia Ambrosiana: «Maestoso al pari d’ogni altro riesce l’edificio della Biblioteca Ambrosiana dalla magnificenza del Cardinal Federico Arcivescovo sino da’ fondamenti inalzato e di libri stampati e manuscritti, in grandissima copia da lontane parti con incredibile spesa radunati, riempito, e poi liberalmente ad uso publico conceduto»; qui la Chiesa Metropolitana con già ben 4450 statue «di marmo finissimo»; qui (sorvolo agli altri edificii) il Castello «hormai inespugnabile».
Poi un cenno sulla popolazione della città, la quale «per l’ordinario racchiude 300 mila habitanti, il qual numero però hora cresce et hora diminuisce conforme le qualità de tempi più et meno prosperi». Industriosissima quella popolazione, onde Mi- lano «gareggia con le più famose piazze del mondo» ed «è passato in proverbio die se si volesse ristorare l’Italia basterebbe distruggere Milano». Facciamo caldi voti che il proverbio non sìa preso sul serio, più di quel che già non sia, in questo torturarsi dei cervelli ministeriali per trovar mezzi onde ristorare le finanze del paese.
Ne al nostro Racconto manca un cenno sulla nobiltà milanese per dirci che era dedita agli studii delle lettere e delle armi; ne un prospetto quasi dissi statistico della Milano ecclesiastica di allora, rappresentata da Collegiate di Canonici 38, Parocchie 80, Conventi di Religiosi 56, Monasteri di Monache 38, Oratorii di Confraternite 54, Luoghi Pii 28.
Chiudono il Racconto due volte ripetuti i noti versi di Ausonio. Quei versi sono spesso citati dai nostri; ma non sia vero che un milanese li ha incontrati senza ricordarli:
Et Mediolani mira omnia: copia rerum, Inumerà? cultaeque domus, facunda vivorum Ingenia, antiqui mores, tum duplici muro Amplificata loci species populique voluptas, Circus, et inclusi moles cuneata Theatri: Tempia, Palatinaeque arces, opulensque moneta Et regio Herculei Celebris sub honore lavacri Cunctaque marmoreis ornata peristyla signis Mceniaque in valli formam circumdata limbo, Omnia qua? magnis operum velut a?mula formis Excellunt: nec iuncta premit vicinia Roma?.
Due diverse mani del secolo XVIII aggiungono al Racconto poche memorie e pronostici storico-politici fino al 1740; ma io abbandono il Racconto per segnalare (proprio sol segnalare) nei fogli 144-168. Le Electiones Capihtlares Pr&latorum Congregationis sancii Bernardi Ordi?iis Cisiercìensis in Italia prò Provintia ÌAcmbardicE (sic) ab Anno 1556 et inde. Sono dell’istessa mano del P. Corbetta che le conduce fino al 1659.
E passando oltre non faccio ancora che segnalare Moralia deprompta ex Vita divi Patris nostri Benedicti Abbatis conscripta per R. P. D. Angelnm Sanrinum Abb. Congr. Cassinensis Poma? Anno Domini 1587. Chi vuol vedere queste moralità, edificanti davvero, non ha da far altro che aprire la nostra Miscellanea al foglio 176. Io salto (dirò poi perchè) al foglio 184.
Qui la solita mano trascrive sotto il nome del «B. Iacobon» e so:to il tilolo De Contemptu mundi il facile e vivace ritmo che incomincia Cur mundus militai, a torto attribuito da alcuni a S. Bernardo, con minore improbabilità da altri all’inglese Walter Mapes, o al nostro Iacopone da Todi. Chi vuol maggior luce non dico su Iacopone e le sue poesie, ma sul nostro ritmo, può consultare il Repertorio inno logico di U. Chevalier e, per non dire d’altri, il Bòhmer ed anche il nostro Tresatti che non dovevasi, parmi, omettere col Rader dal Repertorio, per quanto e il Rader e il Tresatti non siano omessi dal Wadding che il Reper- torio cita. Io mi accontenterò di Dotare che il testo del ritmo nella Miscellanea sta colle varianti apposte dal Tresatti al testo del Rader e del Wadding, e che finisce coi versi:
Habehit praemium in summa gloria Quod perdunt Damiones in sua perfidia;
aggiungendone così due dopo quello che il Bòhmer (1. e, pag. prec.) dà per il verso finale: Felix qui poluit mundum contemnere. Noterò anche che nella Miscellanea il ritmo è scritto in quartine di senarii invece che in distici di dodecasillabi. Ma è tempo di abbandonare il buon Toditano e il ritmo suo o non suo. Ci aspettano due documenti, l’uno più curioso dell’altro; ed è per non separarli che ho fatto testé il piccolo salto al foglio 184.
Al foglio 180 della Miscellanea la solita mano del P. Corbetta annuncia e fa seguire una «Lettera scritta dalla Regina d’Inghilterra al Principe di Galles suo figliuolo tradotta nell’Idioma Italiano da Giovan Francesco Biondo». Dove sia andata a pescarla questa lettera il P. Corbetta, ne egli lo dice né io lo so; né, dopo parecchie ricerche, so che già sia stata pubblicata. Se la lettera fosse autentica, l’avrebbe scritta quella Maria Enrichetta di Francia, sorella di Luigi XIII, cui Bossuet dedicava «forse la più nobile di tutte le composizioni sue», l’infelice vedova di Carlo I d’Inghilterra, dopo la costui tragica, indegna fine, al futuro di lui successore Carlo IL Autentica o no, la lettera riflette nella sostanza quanto gli storici narrano di quella tragedia nazionale. Si può vedere il Clarendon {The hisiory of the Rebellion and civil Wars of England; Oxford, 1 705-1 706, Voi. II, Part. 2), l’Hume (History of England., il Lingard (A hisiory of England), ma nessuno accenna alla lettera o a qualche cosa che giovi a spiegarla; e tutto induce a crederla una invenzione, come suol dirsi, tendenziosa. E per quel che riguarda l’autore, forse più che ad un ribelle inglese che volesse diffondere ed aggravare le accuse contro la infelice Regina canzonando ad un tempo e lei e il Cardinale Mazzarino, la fattura, che sembra schiettamente italiana del tempo, fa pensare ad un italiano che volesse mettere in ridicolo (facendo onore al proprio cuore non dico) e la povera sovrana, e il Mazzarino, e un po’ tutti i campioni della politica contemporanea. A così pensare mi induce anche il vedere nominato come traduttore della lettera Gian Francesco Biondi.
Non che quel Biondi non sia un personaggio storico o meno adatto alla parte accollatagli. Se non ne parlano né Gian Vincenzo de Rossi (Iani Nidi Erytrcei Pinacotheca, Colon. Agripp. 1643 e Colon. Ubior. 1645 e 1648), né il Mazzucchelli (Scrittori oV Italid), né l’Agostini (Istoria degli Scrittori Viniziani, Venezia, 175 2-1 754); se il Tiraboschi {Storia della Letteratura Italiana, Modena, 1772-1782’, Vili, pag. 275) non accenna se non alla sua Storia d’Inghilterra, insieme che a libri consimili, dei quali la repubblica letteraria poteva benissimo far senza; ne parla abbastanza a lungo il barnabita Niceron {Memoires your servir, ecc., tom. XXXVII, non 39, come dice l’indice generale, pag. 391394), citando e correggendo l’elogio che del Biondi si legge nelle Glorie degli Incogniti di Venezia (pag. 241). Vissuto parecchi anni in Inghilterra, gentiluomo della Camera privata della Regina, famigliare con la lingua e la letteratura Inglese, nessuno si prestava meglio del Biondi ad essere spacciato come traduttore della nostra lettera. Il guaio si è che Carlo I saliva il patibolo a’ 20 di Gennaio del 1649, e il Biondi era già morto nel 1644 a Aubonne in Svizzera, dove si era ritirato a godersi la ricca pensione guadagnatasi in Inghilterra e i beni della defunta moglie presso il cognato Teodoro Mayerne.
Il documento per quanto apocrifo, è troppo interessante e vicino ai fotti, a 1 quali accenna, perchè non valga la pena di darlo per intero, come faccio, trascrivendolo dalla copia del P. Corbetta. Dopo le esso non ha più bisogno di spiegazioni. Kcco il documento.
Figlio amantissimo come sfortunato.
La vostra ultima lettera haverebbe con la forza delle raggiorn per consolare questa infelice Madre, disnuvolato l’occidente del viver mio; ma troppo fuori dei poli è il mio Orizonte e perduto col titolo di Reg na quanto bene haver dovevo in questa vita. Non mi conosco ne anco Donna e viva, se non dall’afflittione, che rege un cadavero spirante, e mi distrugge a poco a poco. Gli accidenti nostri sono moli che sopprimerebbero cuori maggiori de nostri, se più generosi se ne trovano, e la mia penna trema con la mano a ricordarne la cagione. Ma io sono stata il fabro dei miei mali, perchè non dovevo mai lasciare il Re, mio Signore e marito vostro amantissimo Padre, perchè se non havessi potuto levargli un fine così disproportionato a tanto merito, a tanto Re, sarebbe a me almeno stato di consolatione l’accompagnarlo nelle priggioni ne gli horrori del morire, e le nostre anime tanto unite in vita, si sarebbero vicendevolmente ralegrate di passare congiunte all’altra vita, col ridersi delle metamorfosi, e sceleratezze d’una nemica fortuna.
Ma voi sapete, o mio caro, quanta resistenza feci al partire, e che ne gli ultimi miei congedi abbracciando i suoi ginocchi reali, e supplicando vostro Padre, e mio Signore a non permettere questa dura separazione; Egli mi solevo al collo, e mi disse; Madama, a mali estremi devonsi estremi remedii, e di duoi mali è necessario attacarsi al minore. E se voi restate meco, che sarebbe il sommo delle mie consolazioni, chi mi caverà dalle mani e dalle insidie di questi ingrati, e chi mi può meglio di voi procaciarmi aiuti? Di gratia non mi affligete più replicando. Et io so che mi trovai da lui lontano ben dieci leghe senz’accorgermi d’haverlo lasciato, perchè il dolore mi cavò fuori da miei naturali sentimenti.
Pensò egli bene il sospirato mio marito e Re, e nondimeno l’evento delle cose per la malvagità della medema Fortuna, che rese inutili le mie fatiche, ha reso sfortunata la mia partenza del Regno.
Se il Re Luigi mio fratello e Signore fosse sopravivuto, era la giornata molto ben pensata, perché nell’animo suo reale più poteva la generosità, e il fine della gloria di qualsivoglia interesse privato; però li suoi ministri si ricordano delle an iche inimicitie con gl’Inglesi, e se riavessero voluto agiutare la rovina della gran Bretagna, non le potevano fare più a tempo. La Regina mia Cognata udiva cortesemente e con patienza, con le querimonie del nostro misero stato, qualche tratto ancora de i moti primi e naturali d’una Regina giustamente sdegnata, e ingiustamente oppressa. Mi compativa, lacrimava meco, e si ricordava d’essere come Io Regina e Donna, e Madre, e mi prometteva ogni assistenza. Ma quel sole che mi rallegrava la mattina, mi uccideva tramontante la sera, perchè il Conseglio difficultava tutto. Chi havesse creduto al Cardinale Mazzarino, haverei messo il piede in mare col più potente esercito al soccorso de nostri perduti regni, che fosse uscito già mai dalla Francia, e confesso che su le prime m’ingannò. Ma sapete però che anco a voi io scrissi che costui trattava da Corteggiano Italiano, lontano dalla sincerità, e che tutto quello che prometteva era inganno per adormentarmi.
Questo nonostante mi scordai d’esser Regina e Figlia del grande Enrico, e lo pregai humiliandomi senza abbassarmi a interporre almeno i suoi offitii per aiuti col Pontefice, e le sue risposte furono il disanimarmi col dire gran male e di lui e del favorito suo, e nondimeno il mio Secretano, quando tornò da Roma, mi riferì tutto il contrario, e che il Papa era pronto ad ogni soccorso, anco col chiamare una Crociata, quando il Re mio Signore si fosse apertamente dichiarato Cattolico.
Fui in procinto per ricorrere personalmente al Re di Spagna mio Cognato il quale sapeva molto bene che vostro Padre haveva conservato sempre affetto grande a sua Sorella. Unica spina che nella sua dolce compagnia mi traffigeva il Cuore. Ma lo vedevo oppresso tanto dalle guerre che gli haveva mosso sua Sorella nella Fiandra, in Allemagna, in Italia e nel Cuore della Spagna, e mi ricordai di quello che una volta mi disse il Re mio Signore e marito che quel Re non è Patrone di disporre le cose sue senz’il Conseglio de Grandi, e che questi sono così superbi, e si tengono così poco disuguali dal medemmo Re, che uno di loro lo riprese, perchè havesse maritata la Infante sua figlia nel Duca di Savoia, che sarebbe stato meglio accasarla con suo figlio, perchè né l’Infante si sarebbe abbassata un deto, né un deto alzato il figlio, e perciò mi risolsi di non fare questo si lungo viaggio.
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The end
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