Front matter
Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Avvertimento
Una monografia della zecca di Reggio Emilia, non mai tentata fino ad ora, non tornerà discara ai cultori della scienza numismatica, per il grande interesse che ad essa si connette. La considerazione che in essa lavorarono artisti di grido che da qualche tempo sono oggetto di studio diligente, quali Lodovico e Giannantonio da Foligno, Pastorino da Siena, il Signoretti, il Bombarda ed altri; la particolarità che in essa riscontrasi, e che non ha esempio nella storia di alcuna altra zecca italiana, della coniazione dei bagattini, distinta allatto da quella che si chiamava la zecca, in cui coniavansi monete d’oro e d’argento; l’abbondanza veramente eccezionale di documenti inediti che vengono costantemente in sussidio all’argomento, sono le ragioni che mi hanno consigliato al paziente lavoro della illustrazione della zecca reggiana.
E poiché il difetto principale che si lamenta oggi nella maggior parte delle storie di zecche nostre è la prolissità nella trattazione, che stanca e svia l’attenzione di chi legg:, ho procurato che l’importanza dell’argomento e il desiderio d’intrattenermici non avessero a farmi dilungar troppo, a scapito di quella chiarezza e brevità che specialmente in questi lavori è a desiderarsi. Perciò riferirò solo quanto ha stretta attinenza all’argomento e dei moltissimi documenti rinvenuti negli archivi riporterò in appendice i soli veramente importanti per l’esplicazione di quanto si riferisce nella mo-
nografia o come notevole supplemento ad essa. La descrizione di tutte le monete reggiane conosciute in Italia e la riproduzione dei tipi più importanti tra esse, formeranno la seconda parte del lavoro. Per rendere completa questa parte, ricorsi alla cooperazione di direttori di pubblici medaglieri e a privati raccoglitori, che tutti trovai cortesi e pronti all’aiuto. Sento l’obbligo di riconoscenza di ringraziare in ispecial modo il barone senatore di Cantogno, bibliotecario e conservatore del medagliere di S. M. il Re, a Torino, il Dott. , conservatore del R. Gabinetto numism. di Brera in Milano, il sig. Giuseppe Rivani, direttore del Museo di Ferrara, il sig. Dott. , direttore del R. Museo di Parma, il sig. di Milano, che mi furono larghi di comunicazioni preziose e sopratutto il Dott. , conservatore del Museo Nazionale di Firenze, che mi fu larghissimo di consigli autorevoli e mi comunicò moltissimi documenti.
Il mio desiderio di portare nuova luce alla scienza numismatica e di aggiungere una pietra al grande edificio della illustrazione generale delle zecche italiane che vuolsi incoraggiare, possa servirmi di venia alle mende incorse nel non breve nè facile lavoro.
Capitolo I
Origine della zecca reggiana. — Apertura nel 1233. — Il Vescovo Nicolò Maltraversi concede a Pietro Millemerci di batter moneta. — Gli operai della zecca. — I primi capitoli per la coniazione. — Periodo di chiusura della zecca. — Riapertura nel 1269. — Azzo di Este. — Provvedimenti contro la circolazione della moneta cattiva e falsa. — Coniazione di piccole monete nel 1325 e nel 1326. — Contratto tra il Comune ed Elia Anelli parmigiano.
L’origine della zecca di Reggio rimonta ad un’epoca comune a non poche altre zecche italiane; ma mentre si hanno documenti abbondanti sulla prima apertura di essa, non è noto a qual anno rimonti e a chi spetti il diploma in vigore del quale ebbe vita.
Nessun dubbio che il diploma ci sia stato e per concessione imperiale o regia. La diplomatica e la storia del diritto pubblico medioevale non ci lasciano in proposito alcuna incertezza.
Soltanto riavvicinando fatti e circostanze ben note nella storia reggiana e riscontri per analogia colla storia d’altre zecche italiane dello stesso periodo, non è fuori di luogo l’argomentare che il diploma sia stato concesso da , grande di-
spensatore di privilegi, invero poco all’unisono coi nuovi tempi, ma tendenti a quel fine politico che poi pienamente fallì al famoso imperatore.
Vediamo infatti che la zecca reggiana s’apre nel 1233 e che il concedente, almeno nella esteriorità ufficiale, è il vescovo: e precisamente quel Nicolò de’ Maltraversi, prelato caro a Federico che lo favorì di amplissimi privilegi, dei quali anche ci rimangono i testi e in un periodo in cui lo spirito pubblico in Reggio fu diretto da una gente aristocratica, fieramente ghibellina ed a Federico non meno del Vescovo bene accetta. Se Reggio avesse avuta la concessione di coniar moneta prima di Federico, non avrebbe certamente tralasciato di valersene, come di privilegio non solo onorifico, ma anche grandemente vantaggioso pel commercio locale, e cespite importante delle finanze comunali. L’averlo fatto soltanto nel 1233 è dunque grande indizio che il relativo privilegio fu di data di poco anteriore a quell’anno.
Ma ciò che v’ha di notevole nell’atto col quale il Vescovo di Reggio appaltava ad alcuni assuntori l’esercizio della zecca è che in effetto il Vescovo rappresenta una parte curiosa e invero tutta propria di un periodo storico di transizione quale fu quello della prima metà del secolo XIII, in cui il nuovo comune venne colle buone o colle cattive a liquidare tutti i diritti signorili che da Carlo Magno a erano stati concessi ai Vescovi. Citerò appena alcuni fatti ed alcune date che hanno un singolare significato a questo proposito. Nel 1186 il Comune di Reggio imprende l’escavazione di un navilio. Notisi che il diritto delle acque pubbliche, una regalia non meno importante di quella di battere moneta, spettava al Vescovo e non al Comune. Ma nel 1179 il Comune si era fatto donare dal Vescovo le acque del Tresinaro obbligandosi a dargli in corrispettivo la allodiale proprietà di certi molini. Insomma, come acutamente osservava il a proposito di fatti analoghi avvenuti fra il Comune di Genova e quegli Arcivescovi, la donazione qui non è che una formola notarile, ma nasconde una vera e propria espropriazione per pubblico interesse. E gli ultimi diritti del Vescovo sulle acque pubbliche reggiane furono poi del tutto espropriati dal Comune di Reggio precisamente al Maltraversi e tre anni dopo l’apertura della zecca, cioè nel 1236, essendo podestà uno dei più caldi fautori della politica di , il marchese Delfino Pallavicino. I tempi correvano così e s’imponevano inconsciamente anche a chi pareva volesse sottomettere l’Italia dei liberi comuni ai concetti di politica autocratica del secondo Federico.
Ma nel contratto d’appalto della zecca l’espropriazione comunale si vela sotto formule contrattuali anche più sottili e delicate di quelle che abbiamo citate per il gius d’acque. Forse la data assai recente del privilegio non acconsentiva che si usassero procedimenti più solleciti e rudi che avrebbero potuto offendere lo stesso imperatore, autore del privilegio; forse il buon accordo che pare regnasse sempre nelle relazioni del vescovo Maltraversi gran signore e altamente rispettato, come ce lo descnve la penna vivace del contemporaneo , col Comune, importò una forma più riguardosa e più delicata; forse tutte due queste condizioni di cose concorsero nello stesso effetto. Certo è che nel contratto d’appalto del 1233 il vescovo è il vero concedente e l’appaltatore da lui direttamente ripete la concessione. Allegato al contratto fra vescovo e appaltatore v’è un atto importante non meno per la storia della zecca reggiana ed in genere di tutte le comunali italiane dello stesso periodo storico, che per la storia del diritto pubblico; e in questo atto, che modesta- mente assume il carattere di una ratifica, noi vediamo il podestà del Comune di Reggio approvare e rendere quindi esecutivo l’appalto. Senza l’approvazione del podestà, vale a dire del Consiglio generale di cui il podestà nell’ordine economico e amministrativo era il sindaco e il rappresentante normale, l’appalto non avrebbe potuto avere effetto e l’atto relativo sarebbe rimasto nullo.
E così che ha la prima origine la zecca reggiana. , seguendo, in tutto ciò che tornava utile alle sue mire politiche, le tradizioni dei suoi predecessori, concede al vescovo, non agli erimanni, al Comune, il diritto di monetazione; ma il vescovo per far uso di tal diritto è costretto a transigere col Comune, e il Comune ratificando si sostituisce di fatto nelle ragioni del vescovo, cioè del concessionario meramente ufficiale.
Nè poteva tardare che il Comune facesse un passo più in là e tagliasse fuori del tutto il vescovo. E se duro poi l’antica impronta vescovile nelle monete, di cui dirò tra breve, anche nel tempo in cui il Comune coniò senza chiedere licenze ad alcuno, la ragione si ha da ricercare tutta nel credito, dirò così, della ditta, nella estimazione che la buona antica moneta reggiana godeva sui mercati.
Il primo documento sulla zecca di Reggio rimonta al 1233 ed è appunto relativo alla prima apertura, che ebbe luogo quindi nove anni prima di quella della vicina Modena.
Il vescovo Nicolò Maltraversi, con atto del 14 agosto, concedeva a Pietro de’ Millemerci e ad alcuni suoi soci di fabbricare della moneta grossa e piccola reggiana: i concessionarii, dal canto loro, s’obbligavano di sborsare al Maltraversi cinque denari su ogni otto da coniarsi, dedotte prima tutte le spese per se stessi e per gli operai monetieri, tagliatori, saggiatori, imbiancatori, tonditori, affinatori, due inservienti e per tutti gli utensili necessarii alla battitura: gli altri tre denari su ogni otto sarebbero andati di diritto ad accrescere la mercede dei concessionarii.
Questi s’impegnavano inoltre a render ragione al vescovo, ogni tre mesi, dei guadagni e delle spese e di sottostare alla sorveglianza di due delegati del vescovo, i quali avrebbero verificato se la moneta fosse della bontà voluta e se niuno ne asportasse furtivamente. In caso di violazione dei patti, i locatarii avrebbero sborsato cento marchi.
L’ingerenza del Comune nelle cose della zecca si rileva da un successivo atto 14 settembre dell’anno stesso, col quale si stabiliva che la nuova moneta fosse esaminata ed approvata, oltreché dai soprastanti delegati dal vescovo, anche da quelli del Comune: solamente dopo tale approvazione si potesse metterla in circolazione.
Il Millemerci scelse tosto gli operai cui affidare il delicato ufficio della coniazione, nelle persone di Ottobono Benvogli, Giovanni Boncatino, Giovanni Bono de Statuii, Leonardo Gabbi, Ottolino Benvogli e Zuchai di Cremona, Giovanni Bello e Lanterolo Ulcemonti fratelli, chiamati calderarii de Panna, Giacomo di Desio, Ugo Aliario di Milano, Opizzo calderaro di Piacenza. Tra tutti questi operai e il Millemerci si stabilivano l’8 ottobre dello stesso 1233 i patti seguenti; gli operai promettevano:
1.° di coniare il meglio possibile la nuova moneta,
2. di evitare le frodi ed il falso nella moneta, di denunciare i falsificatori e di custodire le monete e sopratutto i punzoni (carbones),
3.° di non rimanere, nò allontanarsi dalla zecca per nessuna circostanza, senza la licenza del Millemerci e de’ suoi delegati,
4.° di accettare e di licenziare quegli operai che ai concessionarii della zecca piacesse,
5. di denunziare il nome di quelli che contravverrebbero ai patti stabiliti,
6.° di non eleggere alcun preposto o console o altro capo senza il consenso del Millemerci,
7.° di dare le più esatte informazioni sull’andamento della coniazione, se il Millemerci le avesse richieste,
8.° di tagliare la moneta secondo quanto era stabilito, cioè denariorum in unciam.
9.° di coniare nove onde di marco reggiano d’argento pel prezzo di otto regini et bolzonum scilicet.... pro pretio quatuor Reginorum,
10.° in compenso del loro lavoro gli operai avrebbero ricevuto otto denari reggiani per ogni marco di onde nove reggiane.
Delle monete in argento dette grossi, battute in quest’epoca, conservansi più esemplari, in alcune collezioni d’Italia; più rare sono invece quelle in argento basso dette piccoli; delle quali tutte sarà data la descrizione in appendice.
Fino a quando i Reggiani continuassero a coniare tal moneta non è espressamente dichiarato.
Come accennai da principio, devesi al credito che la moneta reggiana godeva in ogni luogo, se per qualche tempo si seguitò, come sembra probabile, a batter moneta coll’impronta vescovile. Le varianti o almeno alcune di esse che conosconsi delle monete con tale impronta, appartengono probabilmente a successive coniazioni.
Di questo periodo però e di quello delle lunghe lotte ambiziose delle varie signorie succedutesi in Reggio fino ad Azzo d’Este nulla rilevasi da documenti e cronache relativamente alla zecca, oltre la notizia di una temporanea chiusura di essa, non è noto se breve o no, e della sua riapertura nel 1269 in casa di Gherardo Massi, come ricorda il Memoriale reggiano di quell’anno.
Nel 1290 i Reggiani, nella speranza d’un avvenire più tranquillo e giovevole al buon andamento della cosa pubblica, inviavano un ambasciatore ad Azzo d’Este, signore di Ferrara, offrendogli il governo della città per un triennio. L’Estense tenne così la città fino alla morte successa poco dopo, lasciandola poscia al figlio Azzo.
Del periodo di Azzo d’Este (1293-1306) conservasi una moneta che sarà descritta a suo luogo, ma sulla cui coniazione mancano documenti. Per avere notizie sulla zecca reggiana occorre sorvolare sul breve periodo di libertà succeduto ad Azzo e delle altre vicende politiche fino al 1312.
A causa dell’invasione di monete cattive e false che avevano trovato modo di entrare in gran numero in circolazione, a scapito del commercio, gli Anziani nella seduta del 27 dicembre 1312, prendevano queste deliberazioni per porre argine all’inconveniente: che fosse riconosciuta per buona soltanto l’antica moneta cioè i bolognini, i reggiani e i modenesi grossi e piccoli; che le locazioni di tutti i dazii e le condanne pecuniarie s’intendessero eseguite con quella; che si potesse spendere il grosso veneziano del doge per venti bolognini o reggiani piccoli, il tornese di giusto peso per trent’otto, il carentano per tredici e mezzo, il tiralino crociato per dodici e il fiorino e le altre monete d’oro per quello che varrebbero a bolognini e a reggiani; che a cominciare dal 20 del prossimo giugno in avanti tutte le altre monete, oltre le sopradette, fossero soppresse dal corso della città e distretto di Reggio; che i cambiatori e i mercanti, fino al 20 giugno non potessero vendere o spendere il bolognino, il reggiano o il modenese per più di dieciasette mezzani e il veneto del doge per ventotto mezzani; che tutti quelli che dovessero ricevere qualche somma di denaro fino al 20 giugno, ricevessero in pagamento il bolognino, il grosso reggiano e bolognese per diciasette mezzani, il tornese per cinquantaquattro mezzani e il carentano per dicianove; finalmente che la antica moneta di Reggiani grossi e piccoli si dovesse fabbricare in Reggio, alla lega dei bolognini reggiani e modenesi secondo l’impronta della città di Reggio, e ciò dal mese di gennaio del prossimo anno 1313.
Documenti abbondanti si hanno sulla battitura del 1325. Nella seduta degli anziani del 20 settembre di quell’anno, molti oratori, riconosciuta la necessità nel commercio locale di mettere in corso nuove monete piccole, presentavano parecchie proposte per facilitare l’attuazione della cosa e salvaguardare il Comune e la cittadinanza nei propri interessi. Con centosettantacinque fave bianche favorevoli contro cinquantatre nere, fu approvato dal Consiglio in massima la cosa e si stabilì di eleggere alcuni che deliberassero tra loro e riferissero sul valore, sul corso e quantità da stabilirsi per la nuova moneta da coniarsi.
I delegati presentarono le loro proposte nella seduta del penultimo dello stesso mese di settembre, e furono accettate a grandissima maggioranza. Fu quindi stabilito: che si dovesse fabbricare la nuova moneta piccola in ragione di venti denari piccoli per bolognino grosso e per altrettanto questo si spendesse e in proporzioni si spendessero tutte le altre monete grosse e piccole; che per la fabbricazione di detta nuova moneta si eleggessero octo sapientes de populo et artibus che s’impegnassero di farne fabbricare fino alla somma di quattromila lire di denari piccoli in ragione di venti denari di questi per bolognino grosso, e che scegliessero fabbricatori valenti, i saggiatori e gli addetti; che tosto fabbricata la nuova moneta, le contrattazioni si facessero con quella, intendendosi che una lira piccola di reggiani equivalesse a venti soldi di reggiani piccoli di tal moneta e una lira grossa fosse uguale a tre di reggiani piccoli di moneta piccola; finalmente che i dazi e le gabelle del Comune si riscuotessero in moneta piccola.
La nuova battitura fu affidata ad Elia Anelli di Parma, che si assunse l’incarico, dietro ricompensa di dieciotto bolognini per ogni marco.
L’anno dopo, per avvantaggiare il commercio cittadino che reclamava una certa quantità di moneta piccola, il capitano del popolo faceva la proposta di una nuova battitura, in consiglio degli Anziani. Dopo lunghe discussioni, prevalse il partito di coniare altre otto o diecimila lire di reggiani piccoli, dandone ancora l’incarico ad Elia Anelli ed a suo fratello Bertolino, colle stesse condizioni dell’anno precedente, limitando il termine della locazione ad otto mesi. Sembra che l’Anelli si associasse nella locazione Iacopino Bellinzoni ricordatoci quale fabricator monete prò septengintis vigiliti duobus Marchis di detta moneta fabbricate ad rationem da cui et veto bottonenomili parvorum pro quolibet marcho.
La battitura s’iniziò ed era già a buon punto, quando per diverse cause che arrestarono il lavoro e sopratutto per la carcerazione del fratello di Elia per fideiuxionem quam fecit prò Thomaxio de Anellis, allo scadere del termine la coniazione non era finita secondo i patti fìssati colla Comunità e l’Anelli fu costretto a chiedere una proroga di due mesi, che ottenne, per ultimare il lavoro. Ma neanche al termine della nuova dilazione il lavori) era finito e il locatario domandava un’ultima proroga di un mese e mezzo, con un’istanza alla Comunità: dalla quale risulta ch’esso pure, non e noto per quali cause, era stato rinchiuso in carcere, ed infermo.
Gli Anziani, nella seduta del 15 maggio 1327, tenuto conto delle ragioni esposte, concedevano all’Anelli tutto il prossimo mese di giugno per dar termine alla battitura.
Durante le varie signorie che dopo questo tempo si succedettero per tutto il secolo XIV a Reggio, non si battè moneta in questa città. Nel frattempo vi era in corso la moneta milanese.
Capitolo II
Gli Estensi fino a Borso. — Il Comune chiede a questi facoltà di aprire una zecca di moneta minuta che non è poi messa in esecuzione. — Ercole I. — La zecca speciale dei bagattini. — Gl’incisori dei conii Antonio Magnani, Giacomo e Lazzaro Martelli, Battista Parolari alias Sforzani. — La zecca del 1492. — Il locale della zecca. — Marco e G. Battista Cacci. — Nel 1500 Taddeo Zacchetti assume l’appalto dei bagattini. — Nuova battitura di monete di piccolo valore nel 1502. — Il duca impone che i conii siano incisi a Ferrara. — Giannantonio da Foligno orefice e medaglista li eseguisce.
Alla morte di Ottobono Terzi parmense, signore di Reggio, ucciso nel 1409 dopo quattro soli anni di signoria, la città cadeva sotto il dominio del Marchese Nicolò d’Este che seppe approfittare del momento per attuare il suo progetto di impossessarsene. Nicolò d’Este governò fino al 1442, nel qual anno cessò di vivere. Gli successe Leonello, uno dei suoi figli naturali che, morendo anzi tempo nel 1450, lasciò erede universale Borso. Questi nel 1452 veniva fatto duca di Reggio e Modena da Federico III d’Austria. Durante tutto questo tempo a Reggio non si battè moneta e vi ebbe corso quella ferrarese.
Soltanto dal tempo di Borso ricominciamo ad avere notizie sull’argomento che trattiamo. Nel 1460, per le esigenze del commercio locale, il Comune deliberava di chiedere al duca la facoltà di battere mille o millecinquecento lire di moneta minuta, e a questo scopo tre degli Anziani venivano eletti per formulare i capitoli secondo cui regolare la nuova coniazione. 11 permesso del principe al quale spettava il diritto di concessione di batter moneta e che non di rado si riserbava la facoltà d’imporre gì’ incisori dei conii, era necessario. Quando già il Comune di Reggio si credeva sicuro della concessione e aveva ordinato di far condurre in città un valente fabbricatore di monete, a troncare le speranze arrivava una lettera di Borso del 18 aprile dello stesso anno, che rifiutava di accettare in pagamento delle entrate le monete che si volevan battere. La nuova coniazione non potè quindi venire eseguita.
È questa l’unica notizia della zecca reggiana sotto il dominio di Borso, nel cui tempo è probabile che l’officina sia rimasta inoperosa; ciò è avvalorato dal fatto di non conoscersi monete reggiane del suo periodo.
Con maggiori particolari è dato invece seguire la storia della nostra zecca, dal tempo di Ercole I (succeduto al fratello nel 1471) in avanti.
Al 1477 rimonta la prima battitura dei bagarini, zecca speciale di rame puro e che, caso singolarissimo nella storia delle zecche italiane, restò sempre distinta dalla zecca vera e propria dell’oro e dell’argento.
Nella seduta del 3 marzo di quell’anno, gli Anziani stabilivano di chiedere al duca il permesso di coniare della nuova moneta minuta per soddisfare ai bisogni del piccolo commercio: la nuova moneta sarebbe stata di bagattini di puro rame, e di due qualità: gli uni, tali che due di essi equivalessero a un denaro e gli altri del valore di un denaro ciascuno.
Da l’un lato della nuova moneta si sarebbe impresso il diamante, insegna dell’Estense, e dall’altro l’arma della Comunità. Furono inviati a tale scopo al duca degli incaricati anche per intendersi sulle modalità del conio. Nella seduta del 18 dello stesso marzo, gli oratori, già di ritorno, poterono riferire che il principe acconsentiva alla battitura dei bagattini e stabiliva che vi si imprimesse da un lato l’effigie sua o la sua insegna detta il Maxenino alias la Maxeneta e dall’altro lo stemma della Comunità. Si decise allora di scegliere tosto il maestro di zecca e che, quanto al peso delle nuove monete, dodici esemplari di esse dovessero equivalere ad un’oncia . Nell’altra seduta del 23 dello stesso mese il numero dei bagattini da coniarsi fu fissato in quattrocento o cinquecento lire.
Il primo incisore dei bagattini di cui s’abbia notizia è Antonino Magnani orefice reggiano ricordato più volte per lavori da lui eseguiti, nelle carte della Tesoreria del Comune.
Egli fu nei primi anni dell’apertura della zecca dei bagattini il fabbricatore dei conii, coadiuvato poi da Giacomo di Francesco Martelli. Ciò si rileva da una supplica che quest’ultimo, nel 1486, dopo la morte del Magnani, dirigeva ai sovrastanti della zecca, nella quale, dicendo di aver aiutato il Magnani per più anni, domandava la concessione della zecca dei bagattini per quattro anni. A questo scopo prometteva di dar compiti i conii in ragione di sei soldi per lira di oncie dodici e in numero di 146 per libra, stampati in modo che non sia homo in reco che li sapese meglio farli; di lavorare quanto ai soprastanti piacesse, di consegnare di mano in mano i bagattini stampati; di custodire in ogni circostanza le stampe e non consegnarle in altre mani che in quelle dei soprastanti sotto pena di lire io e di perdere la condotta. Il Comune accettò i patti e nominò il Martelli appaltatore della zecca dei bagattini per un anno. Da un’altra carta però in data 21 agosto 1486 risulta che i bagattini da coniarsi pesavano ogni 160 una libbra e che per la loro battitura Giacomo Martelli fu coadiuvato dal fratello Lazzaro.
Un altro artista che aveva lavorato attorno ai conii dei bagattini è Battista Parolari alias Sforzani, orefice e fonditore reggiano, che circa nel 1486 prometteva di fare i bagattini per 10 soldi la libbra e di coniarli anche più belli di quelli fatti pel passato.
Veniamo ora a parlare della apertura della zecca principale di Reggio, alla quale convennero più volte artisti di grido per la fabbricazione dei conii delle monete d’oro e d’argento e delle cui vicende è dato poter raccontare quasi senza lacune, per l’abbondanza di importanti documenti che ne rimangono.
La zecca dell’oro e dell’argento, come quella dei bagattini, era data dal Comune in locazione e formava così un cespite importantissimo delle finanze cittadine. Al Comune spettava la sorveglianza pel buon andamento di questo ramo del pubblico servizio e a questo scopo si nominavano ogni anno i superstites cichae, cioè sei deputati e sovrastanti alla zecca fra i quali doveva essere un dottore in leggi, un notaio, un mercante e un cittadino esperto. Ciascun anno essi sceglievano, fra loro, due che dovevano rimanere in carica anche per l’annata prossima: gli altri scaduti venivano sostituiti con nuove nomine. L’incombenza di tali sovrastanti era di fare il contratto di locazione della zecca, nominare i depositari o assistenti che dovevano di continuo star presenti quando si battevano monete ed essere in rapporto col conduttore della zecca, dal quale dipendevano i maestri di zecca, o zecchieri. Gli assaggiatori invece venivano delegati dai soprastanti a fare le prove della bontà delle monete, delle quali davano una breve relazione scritta e in proporzione del loro lavoro venivano retribuiti dal Comune.
Gli Anziani di Reggio adunque, nella seduta del 21 ottobre 1491, considerato il vantaggio grande di ottenere dal duca la facoltà di aprire una tal zecca, deliberavano di chiedergli di poter coniare due sorta di monete, l’una del valore di un soldo, l’altra del valore di sei denari, fino alla somma di cinquecento o mille ducati d’oro; poco dopo, nella seduta del 27 dicembre, fissavano le norme per facilitare l’attuazione del progetto.
La risposta da Ferrara venne nel marzo del susseguente 1492 e fu favorevole. Il duca raccomandava che le nuove monete si facessero " de arzento fino et bono come se costuma in li altri luoghi„, affinchè potessero aver corso dovunque e più difficilmente potessero venir falsificate .
Sembra però che solo due anni dopo incominciassero i Reggiani a valersi del permesso ducale di batter monete, perchè soltanto dal 1494 i documenti accennano a un lavoro di zecca iniziato allora.
Da una lunga nota di spese per l’impianto della zecca e acquisto di bilancio, cesoie, catenacci, utensili e restauri di casse ferrate per custodire le monete, rilevo che si addattò a locale della zecca un pianterreno del palazzo del Capitano, nel centro della città.
Vedremo che solo più tardi il locale fu definitivamente trasportato in casa di messer Bartolomeo Zanelletti, nella parrocchia di S. Silvestro, corrispondente oggi al luogo dove si estende il ghetto degli ebrei.
Il 7 giugno dello stesso 1494 il Comune bandiva inoltre una grida, invitando chiunque "a valersi a la dicta Cecha in fare battere ogni suo arzento et quello affinare et partir l’oro dall’arzento senza suspicione de inganno ni de fraudo alcuna„.
L’appalto della zecca fu dato a Marco Cacci, bresciano, ma l’incisore dei nuovi conii fu il figlio di quegli, Giambattista, che aveva chiesta ed ottenuta la cittadinanza reggiana. Questo incisore, a giudicare dalle monete che ne rimangono, esercitava l’arte sua con discreta abilità.
Vennero tosto mandati al duca come "una primizia et monstra „ della nuova moneta che s’era incominciata a battere, due soldi reggiani del valore di cinque quattrini l’uno e due altri del valore di dieci quattrini ciascuno, d’argento fino.
Il duca rispondeva tosto: "molto ni sono piaciute et ni pare che siano belle et che potrano capire in ogni loco et ve ne comendemo grandemente„. Consigliava anzi farne battere in grande quantità per maggior vantaggio del commercio.
A quest’epoca, dopo la coniazione delle monete piccole d’argento, deve ascriversi la coniazione del testone reggiano, moneta da soldi sei di Reggio e cinque di Ferrara. Quando, parecchi anni dopo, colla lettera 7 Marzo 1502 il duca concedeva la nuova battitura, ne abbassava il corso di un denaro e permetteva che a questo tasso se ne potessero ribattere, quella moneta era già in corso da parecchio tempo.
Incoraggiati dal favore del duca, gli Anziani, per mezzo degli eletti Aliprando Arlotti e Baldassarre de Lajata, tre anni dopo chiedevano la concessione di poter battere dei ducati d’oro coli’ impronta o l’insegna del duca e quella della Comunità, della bontà di peso di quelli Ferraresi, Fiorentini e Bolognesi; confermando ed ampliando la concessione data nel marzo del 1492.
Anche questa volta la risposta ducale fu favorevole e la battitura dei nuovi ducati d’oro, dei quali eseguì i conii ancora Giambattista Cacci, fu tosto iniziata.
Questa moneta non arrivò fino a noi o almeno nelle più ricche collezioni non se ne conosce alcun esemplare. Soltanto se ne ha il disegno in una tariffa olandese e sarà descritta a suo luogo.
Poco dopo, nell’anno 1500, aveva luogo una battitura di bagattini. Ne assunse l’appalto per un anno l’orefice reggiano Taddeo Zacchetti e i patti imposti della Comunità, dei quali rimane copia, furono i seguenti:
1.° che il locatario fosse tenuto coniare quel numero di bagattini che sarebbe stato fissato come necessario pel commercio della città e ducato di Reggio, col conio consueto della Comunità;
2.° che della nuova moneta "vadant centum quiguaginta sex ad libram et prò libra qualibet ponderis et non minus nec plus „ salvo ulteriori deliberazioni del Comune;
3.° che l’appaltatore fosse obbligato a presentare i bagattini coniati agli agenti del Comune, di tempo in tempo, a loro beneplacito;
4.° che non potesse venderli per suo privato uso ne presentarli sotto pena di una multa e di vedersi tolta la condotta .
L’artista reggiano si rimise tosto al lavoro e i documenti ne fanno cenno.
Nel 1502, essendo insorte contestazioni cogli esattori delle imposte, il Comune mandava a Ferrara al duca Ercole tre delegati per ottenere una giusta limitazione delle monete in corso e per chiedere la facoltà di far coniare nuove monete di piccolo valore ad uso del popolo. Il duca rispondeva favorevolmente e con lettera 7 Marzo 1502 concedeva che si battessero pezzi da un soldo, due soldi e testoni del valore di soldi sette, denari tre, a moneta reggiana. I soldi dovevano avere per impronta lo stemma di Reggio e l’unicorno, impresa nota degli Estensi: i due soldi una mezza figura di S. Prospero, protettore della città e un’aquila, parte dello stemma ducale; i testoni da un lato l’immagine di Ercole 1 con la berretta in capo, dall’altro l’arme della Comunità.
Il duca però poneva la condizione che i nuovi conii fossero fabbricati a Ferrara, sotto pena di nullità della concessione.
Il Comune non potè quindi valersi dell’opera di Giambattista Cacci (il cui padre frattanto era passato alla zecca di Modena). Egli però conservò il posto di maestro della zecca e cercò a Ferrara un altro artista che volesse assumersi la delicata impresa della fabbricazione dei conii.
Il prescelto, come da documenti preziosi rilevò il Dott. , fu Giannantonio da Foligno, artista provetto in questo ramo e le cui monete sono ancora oggi ritenute fra le più belle del Rinascimento.
I punzoni per la zecca di Reggio, terminati sulla fine di giugno del 1502, vennero spediti da Ferrara il 4 luglio e non fu piccola la difficoltà ch’ebbe a superare Giovanni Soavi agente di Reggio presso la corte ducale, per trovare una sicura occasione per farli trasportare, chiusi e legati in una cassetta, fino a Reggio. Il 12 dello stesso luglio gli Anziani finalmente scrivevano al Soavi che le stampe erano arrivate.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of La Zecca di Reggio Emilia.
