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Avvertimento al lettore.
La quistione sociale attira ogni giorno più l’attenzione, non soltanto di quella eletta minoranza che in ogni paese civile si occupa di essa con criteri scientifici, ma anche di quella grande massa che, profana alla scienza, non può tuttavia disinteressarsi di ciò che tocca così profondamente i suoi interessi ed i suoi sentimenti. Essendo necessario che la discussione per non degenerare nelle asserzioni gratuite rimanga nel campo sereno delle idee, noi crediamo compiere cosa utile alla cultura generale della nostra nazione mettendo alla portata del maggior numero possibile di persone alcune delle migliori opere del socialismo scientifico. La corrente di pensiero che questo rappresenta, se va acquistando ovunque una importanza sempre maggiore, è tanto più degna di nota in Italia in quanto la nostra borghesia come nessun’altra le dà ammirevole copia di forza e di ingegno. Abbiamo pensato di aprire la serie colla esumazione di un’opera nostrana, che quantunque sia rimasta sino ad ora sconosciuta e sia stata scritta nella preistoria del socialismo, presenta una rara modernità di concetti generali.
Essa vale inoltre a dimostrare che è gloria precipua del socialismo italiano di avere lanciata una prima e precoce parola in un periodo in cui la borghesia, non essendosi ancora completamente rivelata, poteva disporre a’ suoi fini delle forze del proletariato.
Malgrado i non pochi errori materiali che nel libro si contengono e pei quali l’autore stesso invocava l’opera di paziente rifacitore, abbiamo preferito riportare lo scritto del Pisacane tale qual’esso è, per conservargli il sapore di spontaneità che si riscontra nell’originale.
Prefazione
Cari Amici,
Quando mi pervenne il vostro gradito invito di scrivere una prefazione pel Saggio sulla rivoluzione di Carlo Pisacane, mi proposi di fare uno studio sull’uomo e sul pensatore, non certamente degno dell’uno e dell’altro — chè a tanto le mie forze non sarebbero bastate, ma che avesse almeno potuto attestare della intenzione mia sincera di fare il meno male che per me si potesse.
Ho dovuto rinunziarvi perchè so che avete fretta di pubblicare il libro. Mi limito perciò ad applaudire alla scelta del Saggio di Pisacane, come primo volume della Biblioteca Socialista ed esporre brevemente le ragioni del mio giudizio, che certamente saranno state anche quelle che guidarono voi.
In Italia si conosce abbastanza Carlo Pisacane come patriota, come eroe, come martire; lo si conosce poco o nulla come pensatore e come socialista; nessuno, forse, tra gli appartenenti alla generazione sorta dopo il 1860, ha letto i suoi libri. Ora, in un momento in cui il patriotismo cade in discredito per le male opere dei patrioti, fu savio divisamento quello di fare apprezzare in Pisacane il pensatore socialista.
Fu savio l’intendimento, perchè nella miseria intellettuale del socialismo italiano non poteva lasciarsi nell’oblio questo Saggio sulla rivoluzione, ch’è il primo libro italiano moderno in cui ex professo si espongano le teorie socialistiche.
La ripubblicazione non è del resto un semplice atto di riconoscenza; poichè lo scritto di Carlo Pisacane, a quarant’anni di distanza, conserva un sapore di modernità e di vera contemporaneità, che sorprende e desta ammirazione.
Anzitutto si deve rilevare che nel nostro autore si sente l’influenza degli scrittori e delle rivoluzioni francesi nella genesi delle sue idee; ma egli ha saputo emanciparsi dalla venerazione cieca verso la Francia, che in una mente meno robusta avrebbe potuto suscitarsi. Si può, anzi, deplorare che troppo egli si lasci trasportare nell’antipatia contro la Francia; ciò che si può spiegare coi ricordi della spedizione di Roma del 1849.
Carlo Pisacane, come possono oggi farlo i più avanzati socialisti, combatte ; ma se egli si mostra severo contro la sua dottrina (specialmente nella parte che rispecchia il misticismo cristiano e la vana speranza di farne una leva per la rigenerazione sociale) e contro il suo metodo (e non sempre le sue accuse sono giuste), è sempre pieno di affetto e di rispetto per la persona.
La vera contemporaneità delle idee del caduto di Sapri risulta in modo veramente brillante da ben altri elementi.
Carlo Pisacane quando scrive della fatalità delle rivoluzioni, della minima influenza della propaganda delle idee e della massima pressione dei bisogni, pare che abbia voluto anticipare la risposta ai codardi e agli inetti, che nei moti di Sicilia non videro che l’azione dei sobillatori. Se scrive sul contrasto tra la crescente ricchezza dei pochi e la miseria dei molti, sulla impotenza dei progressi tecnici e industriali a lenire le sofferenze dei lavoratori, pare che le sue siano pagine stralciate da ; nè nei libri di e di si trova recisamente affermata la preminenza della quistione economica e la subordinazione della politica, più che in questo Saggio sulla rivoluzione. Nel quale, infine, si rinviene nettamente delineata la teoria anarchica col considerare il governo come un’ulcera, nel ritenere che una società si livella da sè e che la libertà non si apprende dagli educatori; nel combattere le leggi perchè riescono sempre a benefizio dei privilegiati, che le fanno, nel giudicare che dev’essere spontanea la reciproca limitazione tra i diritti di tutti e legittima la soddisfazione di tutti i bisogni e delle inclinazioni di tutti; nel propugnare la formola libertà e associazione da sostituirsi a quella mazziniana Dio e popolo e all’altra francese libertà, uguaglianza e fratellanza, che ai tempi di Pisacane erano in onore tra i rivoluzionari italiani.
Però anche Pisacane ha pagato il suo contributo alla dea contraddizione. Così, mentre in lui si manifestano le preferenze per l’anarchia quando delinea il futuro patto sociale, quando poi accenna al modo di disciplinare l’azione futura si sente l’uomo che crede nella utilità dello Stato. Egli accenna alla tendenza verso l’unità mondiale, verso l’internazionalismo, ma non sa sottrarsi ad una specie di chauvinisme nei ripetuti paralleli tra l’Italia e la Francia, che irrompe più veemente quando esclama: sono umanitario, ma innanzi tutto italiano. Egli pensa e scrive come un intransigente socialista contemporaneo e disprezza la quistione politica e il principio della nazionalità; ma agisce diversamente e per la patria dà la vita!
Innanzi a quest’ultima e sublime contraddizione inchiniamoci riverenti; e inchinandoci rintracciamo nel suo stesso Saggio la ragione del contrasto.
Carlo Pisacane, come tanti sommi psicologi contemporanei, ripetutamente afferma che la coltura, i libri, le idee non sono i fattori determinanti delle azioni, ma che invece la molla vera alle medesime si deve cercare negli affetti, nei bisogni, nei sentimenti. Egli nato e vissuto in un momento in cui la patria e la nazionalità erano tutto, per la patria e per la nazionalità, anche quando la sua mente incamminavasi per un’altra via, eroicamente morì. E del resto, a suo giudizio, era utile, era necessario, che si sperimentasse la vanità della ricostituzione della nazione! E colla constatazione di questa scomparsa della illusione patriotica, prevista dal nostro autore, permettetemi che io vi ringrazi della occasione somministratami di unire il mio nome, in qualsiasi misura e modo, ad un’opera che credo utile e doverosa e vi stringo con affetto la mano.
Castrogiovanni, 12 Aprile 1894.
Capitolo I.
I. Ragionamento sul progresso. — II. Riscontro con la Storia. — III. Tendenza della società moderna. — IV. Religione.
I. La parola progresso suona nella bocca degli uomini di ogni condizione, d’ogni partito, ma è da pochissimi, anzi quasi da nessuno compresa. I sorprendenti trovati della scienza, che, applicati all’industria, al commercio, al vivere in generale, trasformano in mille guise i prodotti, sono fatti innegabili: noi vediamo ove erano gruppi di capanne sorgere superbe città; vediamo campi aspri e selvaggi squarciati dall’aratro, e resi fecondi; selve, monti, mari superati, rozzi velli trasformati in finissime stoffe; le intemperie vinte con l’arte, le tenebre cacciate da fulgidissima luce, il navigare contro i venti, il percorrere con portentosa celerità sterminate distanze, perfino il fulmine reso rapido messaggiero dell’uomo; l’immensità dei cieli, le viscere della terra esplorate, gli astri, gli animali, i vegetabili, i minerali tutti studiati, classificati, misurati..... Se questo è il progresso, niuno può negarlo, o non comprenderlo.
Ma cotesto accrescimento continuo della ricchezza e dell’umano sapere, spande egualmente la prosperità su tutti? Suscita nell’uomo il sentimento del proprio diritto, della dignità? Garantisce la libertà, garantisce il popolo dall’usurpazione di pochi, rende forse impos- sibili, sotto ogni forma, la schiavitù, ed assicura l’indipendenza dell’uomo, o almeno ne libra su giusta lance i rapporti? Ogni uno che vuol manifestare francamente la propria opinione, ogni uno che studia la Storia, che osserva il presente, risponderà: No, l’apogèo della civiltà romana, il secolo d’Augusto fu il perigèo della libertà; i rozzi italiani dell’undecimo secolo erano liberi, e vilissimi piaggiatori quelli del civilissimo secolo di ; i Francesi dello splendido secolo di Luigi XIV non furono che spregevoli cortigiani. Ove riscontrasi, adunque, il continuato miglioramento delle umane condizioni?
Quale sarebbe il tipo ideale d’una società perfetta?
Quella in cui ciascuno fosse nel pieno godimento dei proprii diritti, che potesse raggiungere il massimo sviluppo di cui sono suscettibili le proprie facoltà fisiche e morali, e giovarsi di esse senza la necessità o d’umiliarsi innanzi al suo simile, o di sopraffarlo; quella società, insomma, in cui la libertà non turbasse l’eguaglianza; quella in cui in ogni uomo il sentimento fosse d’accordo con la ragione; e in cui niuno fosse mai costretto di operare contro i dettati di questa, o soffocare gl’impulsi di quello. In tal caso l’uomo manifesterebbe la vita in tutta la sua pienezza, e però potrebbe dirsi perfetto. Ma chi trovasi più lontano da questo ideale, il mercante, e il dottrinario moderno, o il cittadino romano, il greco, o lo stesso italiano dell’XI secolo? La risposta non è dubbia, e facendo paragone del presente col passato, saremmo indotti a credere che i miracoli del vantato progresso nascondano il continuo peggioramento del genere umano.
Libera la mente da idee preconcette o da sistemi faremo ricerca di questa legge del progresso, e del modo come esso opera. Tutti i filosofi del mondo, da ad , si accordano nel riconoscere l’esistenza di una legge che chiamano idea, sostanza, logica ecc... che regola le condizioni e relazioni degli uomini. Stabilito un tal principio, svolgono i ragionamenti; ma le conseguenze non sono d’accordo col principio d’onde prendono le mosse. Quel primo concetto, tutto astratto, è creato dal pensiero indipendentemente da fatti: ma una tale astrazione non dura che un istante, la realtà riprende il suo imperio, e la ragione non può che insinuarsi attraverso i fatti, e quindi le conclusioni a cui ognuno di essi giunge, si adattano alle condizioni di quei popoli fra i quali vissero. Platone ed sacrificano l’uomo alla grandezza dello stato, perchè tali erano le greche costituzioni. riconosce la sovranità della nazione sul monarca, perchè scriveva all’epoca de’ rivolgimenti dell’Inghilterra, e per esso la nazione è quale era l’inglese; col parlamento, coi grandi, coi pubblici funzionarii. I filosofi francesi, per contro, che scrivevano sotto l’impulso del bisogno di abbattere ogni privilegio, riconoscono il diritto, la sovranità del popolo nel puro senso democratico. comecché razionalista, era un inglese che scriveva, nel 97; quindi afferma che il popolo francese non aveva il diritto di giudicare, e condannare il suo re.
Dopo la rivoluzione del 93 le condizioni del popolo sono cangiate, e con esse cangiano le idee sorte dai nuovi mali; la miseria crescente chiama a sè l’anima dei pensatori, quindi essi non sacrificano più l’individuo allo stato, ma al diritto d’ogni uno vogliono che s’adatti la costituzione di esso, e mirano all’umana prosperità; d’onde l’idea del convitto umano, del socialismo, rivolto nell’applicazione alla ricerca dei godimenti materiali.
Nella guisa stessa, per le stesse ragioni, nel XVI secolo la vita politica essendo muta in Italia, la filosofia è costretta a rimanersi nell’astrazione, e si manifesta nel razionalismo di Bruno, che Vico e Campanella avvicinano alla realtà, perchè cominciasi a sentire il bisogno d’un’esistenza politica; e quando questo bisogno manifestasi nell’azione, la realtà è raggiunta da Mario Pagano, svolta da Filangieri, da Romagnosi in tutti i rami della vita d’un popolo. Oggi finalmente nella dotta e pacifica Germania, in cui l’azione ha pochissimo imperio sul pensiero, rivive con forme anche più astratte il razionalismo di Bruno; e mentre cercasi anche negare la realtà, procedesi così servilmente sotto l’imperio di essa, che deducesi dai ragionamenti come il costituzionalismo sia l’ideale dello stato perfetto.
Dunque, dal principio del mondo, il pensiero umano non ha potuto mai procedere nelle sue ricerche indipendente dalla realtà; ed appena discende all’applicazione delle idee, che si adattano ai fatti, e non mai i fatti procedono da esse. Ciò basta per dimostrare ad evidenza, quanto sia assurdo il concetto che le rivoluzioni, i mutamenti negli ordini sociali si facciano prima nel pensiero e poi nella realtà; essi sono conseguenza delle condizioni, e relazioni degli uomini, e cominciano a manifestarsi con l’idea quando già sono latenti nella società; dalla manifestazione procedesi all’attuazione, e spesso questa avviene senza di quella: nella guisa stessa che nell’uomo si manifesta un bisogno, poi una idea, poi l’azione, e spesso l’azione segue immediatamente il bisogno di manifestarsi, o maturarsi nel pensiero. Quindi la filosofia è quella che esamina con pacata ragione sulle condizioni, sui rapporti sociali onde discernere ciò che si nasconde sotto l’apparente calma, trae in luce e presenta in concetti chiari e distinti quello che vagamente ed universalmente è sentito. La società ammira le astrazioni del pensiero come i giuochi dei funamboli, ma non apprende nulla da quelle, che possa migliorare le sue condizioni: come niuno impara meglio a camminare osservando le sorprendenti prove d’equilibrio di questi; le une e gli altri non sono che passatempi. La filosofia veramente razionale, ovvero la scienza che merita il nome di filosofia, è quella cominciata in Italia con e seguita da tutti i sommi italiani sino al , che le diede il più vasto sviluppo; secondo i dettati di questa scienza noi seguiremo le nostre ricerche.
Io mi scorgo parte dell’universo; penso, ma penso ciò che è il reale; non si produce nella mia immaginazione nulla che non risulti da ciò che esiste. Ho un’idea chiara e distinta, senza conoscerne l’essenza della materia, del moto, delle sue proprietà; lo spirito è una negazione; e ciò che non è materia, un’incomprensibilità; una cosa, che non potendo essere avvertita dai sensi, non può essere nè pure immaginata; spirito è una parola che non ha significato.
Nel mondo osservo un incessante avvicendarsi di produzione, e di distruzione; due cose opposte, ma se meglio rifletto, ogni contraddizione sparisce, produzione e distruzione non sono che l’effetto di una medesima causa, che è la legge della vita; produzione come distruzione vuol dir moto, ovvero vita.
L’uomo lo scorgo eziandio sotto mille aspetti contraddittorii: eroe e codardo, benefattore e crudele, avaro e generoso; ma ogni contraddizione sparisce quando riconosco queste diverse azioni effetto di una sola e medesima causa, di una sola e medesima legge, la ricerca dell’utile, che secondo l’indole degl’individui, ed i rapporti che costituiscono la società in cui vive, cangia i modi ed il nome; chi lo cerca nella gloria, chi nel- l’ignominia; alcuni nel sacrifizio, altri nei beni materiali..... È questo un fatto che niuno può revocare in forse; esso è riconosciuto da tutta la scuola del sensismo francese ed inglese, dai nostri grandi italiani, , , , e sottinteso da , da , da , da tutti gli economisti moderni, da tutti i socialisti, dai razionalisti della Germania: Di buon grado, dice , io presto aiuto agli amici. Ma ahi lasso! lo fo per indignazione; onde spesso mi contrista il pensiero di non essere virtuoso. dice: ama te stesso sopra ogni cosa, ed il tuo prossimo per amor di te stesso. Negano questa verità i paesi devoti ad un Dio personale, e gli ecclettici, cioè quelli che cercano conciliare i principii della scienza e lo stato presente della società; e così si fanno gli apologisti del sacrifizio quelli che ne rifuggono con orrore!! A Giordano Bruno sarebbe stato più doloroso rinnegare la sua dottrina, che sentirsi ardere le carni; si gettò nel rogo per fuggire il dolore di rinunziare alle proprie idee. I due ultimi versi del suo sonetto il dicono chiaramente:
Chi ha creato il mondo? Nol so. Di tutte le ipotesi la più assurda è quella di supporre l’esistenza di un Dio, e l’uomo creato a sua imagine; ovvero, non essendoci dato imaginare questo Dio, l’uomo l’ha creato ad imagine propria, e ne ha fatto il Creatore del mondo; e così una particella diventata creatrice del tutto.
Ma quale utile può ottenersi dalla ricerca del Creatore del mondo? Nessuno. Il mondo esiste, e ciò è un fatto; in esso da pertutto io trovo moto, da pertutto la medesima causa della vita, che appare in mille guise: è latente nei minerali, vegeta nelle piante, guizza nei pesci, rugge nel leone, ragiona nell’uomo; la diversità dei modi coi quali manifesta la sua potenza, dipende dalla maggiore o minor perfezione del corpo da essa animato. Corpo ed anima sono entrambi immortali, non avvi nell’universo mondo un granello di sabbia che si distrugga; il corpo ridotto polvere, rientra in seno alla gran madre; l’anima o il fluido animatore esce dalla sua prigione che davagli forma, abbandona il corpo che si distrugge e più non si presta al moto, e confondesi con la gran massa di esso che vaga negli spazii; la morte non è che la distruzione delle forme d’individualità. Da questo moto incessante risultano i rapporti dell’uomo col mondo esteriore, degli uomini tra loro, la società; e però non fa d’uopo ricercare la causa del moto, perchè a nulla gioverebbe tale ricerca, ma la legge del moto. Tutti i filosofi del mondo convengono nell’immutabilità di questa legge; quelli soli che riconoscono l’esistenza di un Dio la negano.
Il concetto d’un Dio onnipotente è figlio dello scolasticismo in cui cadde il mondo romano nella sua decadenza. La virtù, il giusto, il diritto sono incompatibili con l’esistenza di questo Dio che può tutto cangiare secondo il suo capriccio, che piegasi alle discordi preghiere dei mortali; nulla vi resta d’immutabile, tutto cangia secondo la sua volontà. L’unità nell’universo sparisce, non è una sola la causa del moto, e quindi una sola la legge di esso, ma son tante cause diverse quanti sono gli enti; l’anima dell’uomo è diversa da quella del bruto, questa da quella del vegetabile, anzi ogni uomo ha un’anima diversa. Ammessa tale ipotesi, la virtù non ha significato, la ricerca di una legge unica del moto è impossibile, impossibile il progresso; per un solo atto della volontà di questo Dio noi potremmo indietreggiare di secoli. L’unica regola, l’unica legge è la rivelazione che ci vien fatta da alcuni uomini in nome di questo Dio; questi uomini sono gli arbitri dell’umanità. La storia non ha più nesso, ma sono tanti fatti, manifestazioni della libera, e però mutabile, volontà di questo Dio. Ma quest’ipotesi scoraggiante e incomprensibile, questo Dio assurdo, imagine della dissoluzione sociale, sparisce, non appena dalla corruzione comincia a manifestarsi novella vita.
Stabilito che una sola debba essere l’ignota causa del moto, ci faremo a rintracciarne la legge; non già astraendo il nostro pensiero, e ricavando le conseguenze secondo i dettati della dialettica, ma seguendo da vicino i fatti, studiandoli accuratamente, e conoscendo così la legge con cui gli uni dagli altri procedono; non già cercando quale dovrebbe essere questa legge, ma quale è; non l’ideale, ma il reale.
Nell’universo scorgiamo armonia ed unità, tutto è regolato, il moto degli astri, il succedersi delle stagioni, il prodursi delle piante; tutto è l’effetto di una medesima forza attiva, la quale sospinge gli uomini al moto, e crea le loro diverse condizioni e relazioni, le diverse costituzioni della società; e però essendo la storia un effetto di questa forza, essa deve procedere secondo una regola, secondo una legge immutabile e necessaria.
La noia che esagera il fastidio del presente, la speranza che abbellisce oltre misura l’avvenire; ed in altri termini la necessità di soddisfare ai proprii bisogni, sospingono l’uomo al moto; dolore e piacere, suoi angeli tutelari, lo costringono a fermare la sua attenzione sugli oggetti circostanti. Ed in tal guisa da ogni sensazione, da ogni esperienza vien creata un’idea; se nulla v’è nell’esperienza, nulla v’è nella mente, ovvero come dissero i peripatetici: nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu.
Le continuate sensazioni dirozzano le fibre, che per soverchia rigidezza, come quelle del selvaggio, mancano d’irritabilità, e danno tono a quelle dei fanciulli per placidezza tarde. Appena la fibra acquista un certo grado d’irritabilità, l’uomo immagina; nè ha più bisogno della presenza dell’oggetto per descriverlo e vederlo in sua mente. Segue in ultimo la ragione, facoltà di discernere, la quale classifica, compara, cerca la correlazione. Nella prima le fibre son molte, nella seconda cominciano a tendersi, nella terza hanno il giusto grado d’irritabilità, con la vecchiezza diventano flaccide, l’uomo peggiora, e diventa di nuovo fanciullo.
Le facoltà dell’uomo sono inferiori ai bisogni; da ciò la perpetua operosità della vita. Ad ogni sensazione, ad ogni idea l’uomo subisce una modificazione, e con questa sorge un nuovo bisogno; e così la vita è un avvicendarsi continuo di bisogni, di idee, di nuovi bisogni.
L’uomo, se non è costretto da forze esteriori ad operare diversamente, segue per sua natura questa serie di movimenti, e trasforma tutti gli oggetti circostanti. L’indefinita modificabilità del mondo esteriore, che reagendo sull’uomo lo modifica indefinitamente, costituisce un’indefinita modificabilità di rapporti fra uomo, e uomo, fra esso e gli oggetti che lo circondano. Questi rapporti, ovvero l’azione degli uomini gli uni verso gli altri e sul mondo esteriore, costituiscono le umane società che per tal ragione sono indefinitamente modificabili. Dunque il continuo mutarsi di questi rapporti, ovvero delle costituzioni sociali, è una legge assolutamente necessaria, legge che risulta dalla natura umana; quindi fa duopo o migliorare, o peggiorare continuamente, oppure oscillare fra certi limiti.
Inoltre le fibre vengono modificate secondo il numero delle sensazioni: queste crescono a misura della trasformazione degli oggetti esterni; dunque in una società in cui la natura è selvaggia, e non ancora ha subìto gli effetti dell’umana operosità, le sensazioni debbono essere pochissime, le fibre degli uomini rozze. A misura che le sensazioni crescono per la trasformazione che il mondo esterno subisce per mano dell’uomo, le fibre gradatamente si dirozzano; quindi le tre età che si riscontrano nell’uomo, esistono egualmente nelle società dei sensi, il puro stato selvaggio; dell’immaginazione, l’epoca delle favole e degli eroi; della ragione, l’epoca delle forti passioni, delle grandi virtù, perchè la fibra ha raggiunto tutto quel grado d’irritabilità di cui è capace. Dunque per la natura umana il moto, il cangiamento delle condizioni e relazioni degli uomini, è immancabile; e per la stessa natura nelle società debbono sempre migliorando succedersi tre età diverse; dunque progresso. Ma le modificazioni, ed i rapporti, effetti dell’umana operosità, essendo indefiniti, indefinito eziandio il numero delle sensazioni che ne risultano; e siccome le soverchie, e continue sensazioni logorano ed ammolliscono le fibre, e gli uomini s’avviliscono, ne risulta che le società debbono eziandio soggiacere allo stato di vecchiezza, e morire di sfacelo; il progresso indefinito è impossibile.
Ora ci faremo a particolareggiare le nostre ricerche. Generalmente ogni modificazione che l’uomo opera sugli oggetti circostanti è un prodotto; le modificazioni sono indefinite; i prodotti debbono indefinitamente crescere.
Discorremmo nel primo saggio come si formano le prime famiglie, e quindi i paghi, le città; quindi l’uomo tende all’associazione, o perchè il debole donasi al forte per essere protetto; o perchè questi lo fa suo schiavo, o perchè varii deboli si collegano contro il forte. Insomma questa tendenza continua risulta dall’istinto della propria conservazione, dalla ricerca della prosperità, dalla paura della vendetta, non già dall’amore reciproco degli uomini. Come gli uomini, le famiglie, i vichi, i paghi per vantaggiare sè stessi si uniscono e formano le città, del pari vediamo le varie città formare le nazioni; e queste sotto l’imperio degli stessi moventi, formare gl’imperi. Quindi possiamo inserire che l’umanità ha una tendenza verso l’unità mondiale.
Nè questa è l’unica ragione, ma avvene un’altra non meno importante. La natura, quasi per confermare questa legge, ad ogni regione ha dato prodotti diversi, mentre il desiderio, ed il bisogno di giovarsene è lo stesso in tutti gli uomini della terra, i quali ricorrono alla forza, alla frode, al commercio, per fornirsi di ciò che difettano. Quindi è indubitato che un giorno, se il globo non formerà un solo ed unico stato, certamente la prosperità e la civiltà saranno uniformemente sparse sulla sua superficie. E come ne’ vichi, ne’ paghi, nelle città, nelle nazioni dai varii costumi e gerghi, nacque una pubblica opinione, ed una lingua comune, nella guisa stessa, un giorno vi sarà un’opinione ed una lingua mondiale.
Proseguiamo lo studio della natura umana. L’istinto avverte la esistenza dei fatti senza svolgerne le conseguenze. La ragione le svolge, le studia e le compara. Gli impulsi che riceviamo dallo istinto sono l’effetto dell’immediato piacere che può procurarci un’azione. Se a questa prima sensazione piacevole, ne succedano come conseguenza, altre dolorosissime, noi nol sappiamo. Solamente la ragione può avvertircene, la quale opera quando una sensazione dolorosa fissa su di un oggetto la nostra attenzione. L’uomo deve necessariamente errare; la sua ragione non evita l’errore, ma lo corregge quando i tristi effetti delle sue conseguenze lo costringono a ragionare. L’errore non è conforme alle leggi di natura, altrimenti non sarebbe errore; i suoi tristi effetti sono la voce di queste leggi che ci richiama sotto il loro assoluto imperio. Dunque l’istinto ci allontana dalle leggi di natura, la ragione ci rimena verso di esse. Il fine a cui tendono le leggi di natura, è il bene, è l’azione che risulta dalle ultime conseguenze dei loro effetti; l’istinto, invece, non mira che al bene immediato; la ragione c’insegna di sacrificare questo all’avvenire. L’istinto restringe il nostro sguardo in angusta valle, mentre per discernere le leggi di natura, è d’uopo di ascendere una sublime vetta, ed in un fissar d’occhio tutto antivedere nell’avvenire. Fra i suggerimenti dello
istinto, e le leggi di natura, avvi il medesimo rapporto che passa fra una lettera dell’alfabeto e la scienza. Per il che la legge del moto, della vita, è evidente: il moto è una serie non interrotta di azioni, le quali sono effetti erronei dell’istinto, che più tardi la ragione corregge, quello deviando, questa avvicinandosi alle leggi di natura. Inoltre le condizioni, e le relazioni degli uomini, la costituzione sociale insomma, è l’effetto dell’azione degli uomini, gli uni verso gli altri; dunque le costituzioni delle società sono effetto dell’errare dell’istinto, che la ragione corregge avvicinandole sempre alle leggi magistrali della natura. Svolgeremo più diffusamente cotesta idea.
Seguendo l’istinto, l’uomo che trovasi sotto una sensazione dolorosa, cerca tutto ciò che allevia il dolore, che distrugge la causa del male; nè riflette se il rimedio dall’istinto suggerito, svolgendo in seguito le sue occulte proprietà, possa cagionare un male maggiore del presente; ricalcitra con esso, e ciò basta. Con questa leggo che risulta dall’indole sua l’uomo costituisce la società e muta la costituzione di essa.
Intanto ad ogni nuova costituzione accettata dagli istintivi desiderii del popolo, esiste sempre un utile immediato, causa di coteste aspirazioni e quindi nei primi istanti, rinfrancata da un tale utile, la società prospera. L’ulcera che dovrà roderla, è nascosta, è appena in germe, i mali non sono sensibili. In tale stato la ragione, non ancora costretta dal dolore a studiare i mali, segue ciecamente l’istinto, ed essendo costretta a serpeggiare nei suoi angusti giri, e comparando e studiando i rapporti delle cose in quelle condizioni che l’errore dominante la sociale costituzione le ha stabilite, risultano i pregiudizii e le opinioni, che un giorno dovranno tiranneggiare questa società, e pur non di meno in quest’epoca, la ragione siccome segue l’istinto, è d’accordo col sentimento; gli uomini sentono e ragionano, non già giustamente, ma liberamente; la società è giovine, i costumi sono puri: il diritto, il giusto, le azioni virtuose sono quelle conformi al patto sociale.
Ma i rapporti sociali che si svolgono partendo da una base erronea, si scorgono diventare sempre più contrarii alle leggi di natura: quindi cominciano a manifestarsi gli inconvenienti, poi i mali, i quali rapidamente crescono ed ingigantiscono; ecco il periodo delle rivoluzioni, o delle dissoluzioni delle società.
In tal periodo il dolore obbliga la ragione a fare studio su i mali che tormentano il pubblico, ed è condotta a delle conseguenze opposte ai pregiudizii ed alle opinioni dominanti contraddittorie con le opere, coi costumi; quindi una lotta di motivi esterni con l’interno convincimento. La virtù, essendo la vittoria di questo su di quelli, ovvero quel sentimento superiore alla stessa fama che appellasi coscienza, per cui disse il Campanella: Onor non ha chi d’altri il va cercando, non è più quella che opera secondo il patto, ma in contraddizione col patto. Il diritto, il giusto non più quello riconosciuto dal patto, ma quello che risulta dai nuovi rapporti delle cose scoverte dalla ragione. Se il patto, per cagione dei dolori che tormentano le moltitudini, non è riformato o cangiato la società è condannata a perire. Allora scorgesi la virtù difettiva; quindi i motivi esterni prevalendo, la ragione è costretta a tacere. Ognuno impotente a combattere i proprii mali, si isola; non è più commosso dai mali altrui, e la ragione stessa impone per la propria conservazione silenzio al sentimento; l’uomo è depravato, è perfido ed infelice.
In questi diversi stati, in queste condizioni la società per mezzo degli scrittori manifesta le sue idee. Nell’epoca di prosperità l’erudizione ordinariamente sovrabbonda, gli scrittori sono puri, le loro opere, le loro dottrine sono d’accordo col patto sociale.
Cominciano i mali, i tormenti, e questo sentimento doloroso manifestasi con rimpiangere il passato, con maledire i depravati costumi. La Divina Commedia fu il canto solenne con cui l’Italia manifestò i proprii dolori, e rimpianse l’antica purezza dei costumi.
I mali cessano, la depravazione generale produce la sfiducia, lo scetticismo. Allora vediamo sorgere sovente gli apologisti del sentimento, i nemici del calcolo e della ragione; scrittori generosi ma non profondi, i quali credono cagione dell’isolamento, dell’egoismo, non già i mali da cui l’uomo è tormentato, ma la facoltà che li fa discernere. Eglino vorrebbero porvi rimedio suscitando in altri quei generosi sentimenti dai quali si sentono animati. Melchiorre Delfico, Giacomo Leopardi sono di un tal genere; la loro voce è lamento, protesta della società contro i mali che tutti sentono.
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