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Maia

Gabriele D'Annunzio · 1908 · Free in the US

37,357 words · about 2 h 37 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1908 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Maia&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Gabriele D'Annunzio
Language
Italian
Published
1908
Length
37,357 words · about 2 h 37 min
Sections
4 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (4)
  1. I about 2 min
  2. II about 4 min
  3. III about 4 min
  4. IV about 2 h 27 min

Continue:

I

VITA, o Vita, dono terribile del dio, come una spada fedele, come una ruggente face, come la gorgóna, come la centàurea veste; 7o Vita, o Vita, dono d’oblìo, offerta agreste, come un’acqua chiara, come una corona, come un fiale, come il miele che la bocca separa 14dalla cera tenace; o Vita, o Vita, dono dell’Immortale alla mia sete crudele, alla mia fame vorace, alla mia sete e alla mia fame d’un giorno, non dirò io 21tutta la tua bellezza?

Chi t’amò su la terra con questo furore? Chi ti attese in ogni attimo con ansie mai paghe? Chi riconobbe le tue ore sorelle de’ suoi sogni? 28Chi più larghe piaghe s’ebbe nella tua guerra? E chi ferì con daghe di più sottili tempre? Chi di te gioì sempre come s’ei fosse per dipartirsi? 35Ah, tutti i suoi tirsi il mio desiderio scosse verso di te, o Vita dai mille e mille vólti, a ogni tua apparita, come un Tíaso di rosse Tíadi in boschi folti, 42tutti i suoi tirsi!

Nessuna cosa mi fu aliena; nessuna mi sarà mai, mentre comprendo. Laudata sii, Diversità delle creature, sirena 49del mondo! Talor non elessi perché parvemi che eleggendo

io t’escludessi, o Diversità, meraviglia sempiterna, e che la rosa bianca e la vermiglia fosser dovute entrambe 56alla mia brama, e tutte le pasture co’ lor sapori, tutte le cose pure e impure ai miei amori; però ch’io son colui che t’ama, o Diversità, sirena 63del mondo, io son colui che t’ama.

Vigile a ogni soffio, intenta a ogni baleno, sempre in ascolto, sempre in attesa, pronta a ghermire, pronta a donare, 70pregna di veleno o di balsamo, torta nelle sue spire possenti o tesa come un arco, dietro la porta angusta o sul limitare dell’immensa foresta, 77ovunque, giorno e notte, al sereno e alla tempesta, in ogni luogo, in ogni evento,

la mia anima visse come diecimila! È curva la Mira che fila, poi che d’oro e di ferro pesa 84lo stame come quel d’Ulisse.

Tutto fu ambito e tutto fu tentato. Ah perché non è infinito come il desiderio, il potere umano? Ogni gesto armonioso e rude 91mi fu d’esempio; ogni arte mi piacque, mi sedusse ogni dottrina, m’attrasse ogni lavoro. Invidiai l’uomo che erige un tempio e l’uomo che aggioga un toro, e colui che trae dall’antica 98forza dell’acque le forze novelle, e colui che distingue i corsi delle stelle, e colui che nei muti segni ode sonar le lingue 105dei regni perduti.

Tutto fu ambito e tutto fu tentato.

Quel che non fu fatto io lo sognai; e tanto era l’ardore che il sogno eguagliò l’atto. 112Laudato sii, potere del sogno ond’io m’incorono imperialmente sopra le mie sorti e ascendo il trono della mia speranza, io che nacqui in una stanza 119di porpora e per nutrice ebbi una grande e taciturna donna discesa da una rupe roggia! Laudato sii intanto, o tu che apri il mio petto troppo angusto pel respiro della mia anima! E avrai 126da me un altro canto.

II

O nacqui ogni mattina. Ogni mio risveglio fu come un’improvvisa nascita nella luce: attoniti i miei occhi miravano la luce 133e il mondo. Chiedea l’ignaro:

“Perché ti meravigli?„ Attonito io rimirava la luce e il mondo. Quanti furono i miei giacigli! Giacqui su la bica flava udendo sotto il mio peso 140stridere l’aride ariste. Giacqui su i fragranti fieni, su le sabbie calde, su i carri, su i navigli, nelle logge di marmo, sotto le pergole, sotto le tende, sotto le querci. 147Dove giacqui, rinacqui.

Mi persuase i sonni il canto della trebbia, il canto dei marinai, il canto delle sartie al vento, l’odore della pece, l’odore degli otri, 154l’odore dei rosai, il gemitìo del siero giù dai vimini sospesi nella cascina, la vece delle spole nei telai notturna, il ruggir cupo dei forni accesi, 161il favellar leggero dell’acque pei botri,

il battere della maciulla nell’aia. E parvemi talora su quei familiari suoni farsi un alto silenzio e riudire il lontano 168canto della mia culla.

Mi destò il Sole raggiandomi la faccia. Vidi per le trame delle mie palpebre il fulgore del mio sangue. Il mozzo pendulo dal cordame 175gittò a me supino il suo grido, il suo grido annunziatore; e rise il lieve lido come un labbro su la bonaccia. Le secchie all’alba nel pozzo traboccanti d’acqua ghiaccia 182con lor croscio argentino suscitaron nel mio vigore nudo il brivido salubre del lavacro mattutino. Le allodole gloriose in alto in alto in alto dalla rocca dell’Azzurro 189mi chiamarono al grande assalto.

I poledri violenti

su la prateria molle, irsuti il pel selvaggio, coperti di rugiade come i bruchi villosi in fondo alle corolle, 196m’annitrirono su i vènti che parean recarmi il sentore degli ippòmani favolosi forte come un beveraggio. Cantò: “Ben venga maggio!„ dal colle di ginestre chiaro la teoria 203coronata di canestre votive, e per le contrade e per l’anima mia trionfò Prosèrpina in veste tosca obliando Ade. Quante voci, quanti richiami, quanti inviti nell’aurore 210belle! Ma ebbi altri risvegli.

Ebbi un letto vasto, sacro all’amor cieco e al perspicace odio; vasto sì che giacersi potessero con meco e con la mia donna 217la forza e la grazia, la crudeltà e la froda, la voluttà e la morte.

Tra l’una e l’altra colonna pendeva una cortina grave che copria d’ombra il rito infecondo 224e la carne sazia, quando la concubina seduta su la proda mi guatava in silenzio con i suoi occhi instrutti nella cui notte ingombra io vedea passar gli antichi 231mostri e gli eterni lutti.

Io t’abbandonai, O mia carne, t’abbandonai come un re imberbe abbandona il suo reame alla guerriera che s’avanza in armi tremenda e bella, 238ond’ei teme e spera. Ella s’avanza vittoriosa, tra moltitudini in festa che di tutti i lor beni fan conviti al suo passare. Attonito trasale 245il re dolce, e la sua speranza ride al suo timore; ché non sapea di tanta gioia e di tanta fame

ricchi i suoi schiavi, non sé tanto possente né di tanto feroci spirti 252pieno il suo dolce cuore.

Io ti saziai, o mia carne, ti saziai come l’alluvione sazia la terra che più non la riceve ed è sommersa. 259Fiumi perigliosi precipitarono ruggendo sopra di te perduta. Fosti talora come uva premuta da fiammei piedi; talora come neve 266segnata di vestigia cruente, d’impronte oscure; talora come inerte gleba; e parvemi ch’io sentissi in te serpere ignote radici e udissi lunge stridere su la cote 273forse una scure.

Furonvi donne serene con chiari occhi, infinite nel lor silenzio

come le contrade piane ove scorre un fiume; furonvi donne per lume 280d’oro emule dell’estate e dell’incendio, simili a biade lussurianti che non toccò la falce ma che divora il fuoco degli astri sotto un cielo immite; 287furonvi donne sì lievi che una parola le fece schiave come una coppa riversa tiene prigione un’ape; furonvi altre con mani smorte che spensero ogni pensier forte 294senza romore;

altre con mani esigue e pieghevoli, il cui gioco lento parea s’insinuasse a dividere le vene quasi fili di matasse tinte in oltremarino; 301altre, pallide e lasse, devastate dai baci, riarse d’amore sino alle midolle, perdute il cocente

viso entro le chiome, con le nari come 308inquiete alette, con le labbra come parole dette, con le palpebre come le violette. E vi furono altre ancóra; e meravigliosamente 315io le conobbi.

Conobbi il corpo ignudo alla voce, al riso, al passo, al profumo. Il suono d’un passo sconosciuto mi fece ansioso quasi melodia che s’oda 322giungere nella remota stanza per chiuse porte a quando a quando, e il cuore anela. Risa belle, io già dissi il vostro numero, io vi lodai diverse come le sorgenti della terra, come le piogge 329nelle stagioni! Io dissi la vostra essenza invisibile, profumi, le vostre mute effusioni che pur vincono i torrenti nella rapina! Ma la voce

avrà da me un canto 336più glorioso.

Furonvi città soavi su colli ermi, concluse nel lor silenzio come chi adora; furonvi palagi snelli su logge aperte 343ad accoglier l’aria come chi respira, sacri alle Muse; furonvi orti irrigui, paradisi recinti come labirinti con una porta sola 350e mille ambagi, ove l’aura piega ogni stelo e s’invola come chi fa ghirlande e non le lega; vi furono bevande, frutti, musiche pe’ nostri agi; 357e le melancolie.

III

NOTTE d’estate fra l’altre memoranda per la bellezza indicibile onde rifulse nell’ombra la mia persona mortale, quasi fosse in lei espressa l’effigie divina 364del Desiderio, sotto i muti baleni che facean del cielo estremo una fucina ardente! Nessuno comprenderà mai perché nel semplice atto umano io mi sentissi così bello per tutto l’esser mio: l’eguale 371dei Giovini trasfigurati nei miti eterni della grande Ellade. Per un’ora fui l’eguale dei trasfigurati Giovini alle soglie dei boschi e sul margine delle fonti: nell’ombra calda e sotto i muti 378lampi bello indicibilmente.

La luna era trascorsa; dietro le opache cime vanito era il suo breve incanto. L’orrore medusèo parve impietrare la faccia sublime 385della notte. Non canto,

non grido s’udiva. Rare gemevan l’aure. Boote guardava l’Orsa; e lacrimava il coro delle Pleiadi belle ai ginocchi del Toro; 392ed Orione in corsa veniva armato d’oro su le tristi sorelle; ed Erigone pura, in disparte e con elle, versava anche il suo pianto. Così viveva la gran notte, 399qual la mirò dai monti Orfeo.

Viveva d’una vita altissima taciturna e sacra, come quando l’apollinea prole invocò: “M’odi, o iddia, desiderabile, di negro 406peplo vestita, cinta di astri, inspiratrice degli inni, madre dei sogni, urania e terrestre, generatrice di tutte le cose, ricchissima, oblio delle cure, persuasiva, m’odi!„ 413Eran nel mio petto gli inni. Ma intenti i miei occhi

erano all’orizzonte ultimo che fervea come se vi sfavillasse ignìto e vivido su la vulcania incude un cuor di titano 420con un palpito immenso.

“O cuore titanico„ dissi “formidabile, palpitante al confine del cielo, te anche arde e torce il desiderio onde anelo come s’io morissi? 427Per quale amante? Per quale dominio? Per quale morte? Che vuoi? che vuoi? Ovunque il tuo affanno apre solchi d’arsura che all’alba le rugiade 434non addolciranno. Ah che anch’io questa notte saprei morir come gli eroi, uccidere un re nel suo letto o tra le spade, sciogliere una cintura forte come quella che alla Terra 441cingono gli antichi mari!„

Immobile su la soglia

io guatava con occhi arsi, sentendo in me parole alzarsi confuse, come chi delira. Dietro di me la casa umana, spenta e di cure ingombra, 448ove dormivano i servi, gemeva a quando a quando vana come una lira senza nervi. E parve a un tratto, lontana con la sua doglia senza ritorno, lasciarmi nella solitudine solo. 455Il mio palpito stesso e la rapidità dei lampi si confusero allora; furono una forza concorde che lottò con la più alta ombra, toccò Galassia e i campi, agitò il sonno dell’Aurora, 462svegliò tutte le corde.

E io dissi: “O mondo, sei mio! Ti coglierò come un pomo, ti spremerò alla mia sete, alla mia sete perenne.„ E d’essere un uomo più non mi sovvenne, 469poi che il mio cuor palpitava su la terra e nel cielo con un palpito sì grande.

E io dissi: “O figlie d’Atlante, Atlantidi, corona ardente delle Pleiadi, o Taigete, o Elettra, o Celeno, 476Merope fosca, e tu, Maia dall’affocata faccia, Asterope, Alcione, scendete ai miei giardini!„ E così dicea vanamente per tendere le braccia, per volontà di chiamare, 483per amor dei nomi divini.

Il silenzio era vivo come un’anima sparsa che ascolti e attenda senza respiro. Un’ala si mosse, una foglia cadde, 490un calice si schiuse, traboccò una fonte, una lingua lambì l’acqua, un’orma calcò l’erba, un balzo ruppe uno stelo, un foco vano rigò l’aria, un odor si diffuse 497umido nella caldura. Tutti i miei sensi vigilavano, nell’attesa della gioia oscura.

Una bellezza indicibile io sentìa spandersi per le mie membra, 504come chi trasfigura.

“Che vuoi? che vuoi?„ Immobile stetti come i simulacri esangui; poiché ogni cosa attraeva il mio gesto ma il mondo parea vanire. 511“Che vuoi? che vuoi?„ Dalle mie stesse vene pareami essere attorta l’anima come da mille angui con torride e gelide spire, “Che vuoi? che vuoi?„ E un lampo discoperse 518la vite meravigliosa, gravida di grandi grappoli, frondosa di fosche fronde, con le radici immerse nelle virtù profonde. “Morire o gioire! 525Gioire o morire!„

Ah, poter di côrre dal ciel più lontano un pugno d’astri

pareami fosse nella mia mano fatta onnipossente 532dal cor che in me fervea! E il grappolo più grande colsi avidamente, che pesava d’ambrosia come la mammella ineffabile d’una dea data all’adolescente 539per gioire e morir quivi. Gli acini eran vivi d’inesausto calore alle mie dita di gelo. Sentii ne’ precordii l’odore del pampino lacerato come d’un velo 546arcano che si fendesse.

O Vita, quel parvemi il primo e l’ultimo tuo dono, e che i miei giovini denti mai polpa d’opimo frutto avesser morso né mai bevuto agreste 553sorso le mie labbra sanguigne. L’odore di tutte le vigne sentii ne’ precordii capaci e di tutti i mosti il sapore, ebbi le vendemmie spumanti

di tutti gli autunni feraci nel cuore, e le feste i canti 560l’urto dei piè danzanti il suono dei flauti frigi, e Lesbo rossa di faci pel natale del vino e l’onda corale e il passo del lidio coturno, o Vita, quando la mia bocca vergine di baci 567 .diedi al tuo grappolo notturno.

Allora, come una statua dalla voluttà della Notte espressa, una forma silenziosa biancheggiò nell’ombra terribile; e trasalii. 574Una luce fatua sorse come una colonna tremante nell’ombra soffocata; e trasalii. Non dissi: “O donna, chi sei tu?„ Non chiesi: “D’onde venuta, 581di quali iddii messaggera?„ Ma la conobbi subitamente, muta ed eloquente. Per sentieri profondi tratta me l’avea sola

dall’armonia dei mondi 588il Desiderio.

Non dissi: “Parla!,. Ma mi volsi a ghermire il suo corpo discinto, che fresco sentii quasi fosse balzato da polle rupestri. Né per baciarla 595la bocca detersi dal succo del grappolo molle; ché il divino Istinto mi volle dei due beni diversi comporre una gioia infinita. O Vita, o Vita! O notte d’estate fra l’altre 602memoranda, in cui la mia carne compì l’umano atto fugace sotto la specie dell’Eterno! O notte in cui viver mi parve figurato nel violento mito che divennemi un segno sacro per le vie della Terra 609ove tolsi tutti i miei beni!

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