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Lettera di dedica
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O non so veramente senza arrossire presentarmi coll’umile offerta di questa mia Commedia a V. E., che occupata nelle gravi incombenze del Pubblico Governo, o ritirata in mezzo ai libri nel suo sceltissimo studio, è sempremai accostumata ad alti pensieri ed alle più serie applicazioni. Ma dovrei certamente arrossir di vantaggio, se, non potendo la mia bassezza dare a’ miei ossequiati Padroni e Protettori benèfici altra più luminosa testimonianza del mio profondissimo particolare rispetto e della mia umilissima riconoscenza, non mettessi in fronte d’alcuna delle mie Opere il nome veneratissimo di V. E., tra gli altri venerabili nomi di cui le ho fregiate sinora e son tuttavia per fregiarle.
Qual giustissima taccia della più vergognosa ingratitudine non sarebbe per meritarmi una omission così rea, mentre principalmente è a tutta Venezia palese con qual benignità V. E. da ben tre anni in qua suol riguardar me e le cose mie; con qual cortese affabilità si degna di accogliermi; con qual profusione in fine di beneficenze fa comparire agli occhi del Mondo l’onore accordatomi dell’autorevole suo patrocinio?
Ella è opera di questa rispettabile protezione, che hammi procurata la mia buona fortuna, la tranquillità stessa colla quale scrivo le mie Commedie, e il coraggio con cui mi espongo a darle alle stampe, senza che m’inquietin le ciance ai alcuni, o mi faccia paura il viso arcigno di altri. Il generoso compatimento che dona alle mie Opere un Soggetto di così fino discernimento, com’è V. E., deve a ragione far diffidare del proprio talento chiunque fosse per giudicarne diversamente; e la benevolenza d’un Personaggio così ragguardevole per Virtù, per Nobiltà, per Dignità, per cospicue Aderenze, deve ispirar del riguardo alla malignità la più rabbiosa.
Qui sarebbe il luogo, ECCELLENTISSIMO SIGNORE, di metter in vista alcun poco quell’ammirabile genio, che vi ha reso posseditore perfetto non meno di tutte quelle morali, civili e politiche virtù che son utili alla Repubblica, che delle scienze più profonde e della più colta Letteratura; di esaltar le glorie non mai interrotte per secoli del vostro illustre casato. Vero esempio della nobiltà più cospicua; di rilevar lo splendore che in Voi ridonda dalle Porpore, o secolari del Padre e dell’uno de’ Zii, o ecclesiastiche dell’altro, vero onore non meno del Sacro Cardinalizio Collegio, che della inclita Patria e di tutta la Letteraria Repubblica. Ma io debbo religiosamente ubbidire al preciso comando che fatto mi avete, di tenermi in un rigoroso silenzio su questi punti, allora quando mi avete generosamente accordata la permissione di dedicarvi una delle mie Commedie. Mi sottopongo adunque anche in ciò al vostro volere, con quella stessa rassegnazion rispettosa, colla quale unitamente a questa mia Commedia, intitolata L’Uomo Prudente, mi do l’onore di umiliar a V. E. la mia riverentissima persona.
Di Vostra Eccellenza
L’autore a chi legge
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’UOMO PRUDENTE, che nella mia edizione fiorentina tiene il luogo di Commedia XXV era la terza nella edizione di Venezia nel Tomo I. Allora l’accompagnai con una lettera all’Editore; e buon per me che il medesimo l’ha stampata; poichè serve ora per mia giustificazione contro l’esclamazioni di un zelantissimo Autore, il quale da questa Commedia sola mal concetto formando delle opere mie, le ha senza leggerle condannate. Pregoti, Lettor carissimo, di scorrere attentamente questa mia lettera, che ora trascrivo, e rileverai in appresso il motivo del mio rammarico.
Ho letta di volo e ho corretta all’ingrosso la terza (Commedia), che destinata abbiamo alla stampa. Ve la rimando, perchè non manchi materia al torchio; e vi prego, circa all’ortografia, facciate che il correttore supplisca.
Dal principio del Carnovale passato io non ho più Veduto rappresentare l’Uomo Prudente, e nè tampoco ho avuto tempo di leggerlo; onde, ripassandolo ora alla meglio, mi ha fatto specie, come se cosa nuova e non mia fosse effettivamente. Mi son consolato delle cose che mi pajono buone, ne ho scoperte delle cattive, e ho deciso dentro di me medesimo, che quando ho scritta la presente Commedia, non avevo ancora spogliata affatto la fantasia di tutti i pregiudizi del Teatro corrotto, e che mi compiacevo tuttavia del sorprendente e di una estraordinaria virtù.
In quel tempo fece la sua gran comparsa l’Uomo Prudente, a fronte del cattivo Teatro. Non so se in oggi avrà la stessa fortuna a fronte delle Commedie mie posteriori, le quali hanno in loro più natura, più verità, miglior condotta e stile migliore. Qualunque sia per essere l’evento di tal confronto, sarà forse male per la Commedia; ma non sarà male per me, s’ella rimarrà indietro per cagione delle altre mie, le quali amo tutte egualmente.
Voi avreste piacer di sapere quali sieno i difetti che ho io scoperti nell’Uomo Prudente; ma non sono così goffo che dirvelo io voglia, poichè vi potreste far merito palesandolo a qualche amico, e in poco tempo si divulgherebbe la mia sentenza data da me contro di me medesimo, e aprirei gli occhi io stesso a chi forse gli ha ancora chiusi.
Questa Commedia è stata reputata per buona da gente molto più dotta, molto più delicata di me; e gli scrupoli miei saranno fors’anco ingiusti, e gli avrò concepiti forse in grazia di una nuova maniera di pensare, di cui mi sono coll’andar del tempo invaghito.
La prudenza diPantalone mi sembra ora un poco troppo eccedente; il fine della Commedia alquanto sorprendente ed estraordinario; ma a fronte delle Commedie che vedevansi due anni sono, questa mia è un zucchero. Chi vorrà criticarla, e la porrà in confronto delle altre mie, mi farà sempre onore, ed io sarò stato il primo che avrà detto lo stesso, e voi ne sarete sempre legittimo testimonio, pregandovi di conservar questa lettera per autentica di una tal verità.
È uscito in quest’anno alla luce in Roma un libro che ha per titolo: De’ vizj e de’ difetti del moderno Teatro ecc. Ragionamenti VI. L’autore ha fatto pompa di una diffusissima erudizione, e non può negarsi ch’egli non sia dotto, elegante e brioso. Circa all’utilità dell’opera io non darò giudizio, riportandomi in ciò al Novellista Fiorentino, il quale dando notizia di cotal libro nella Novella 42 dell’anno 1753, colonna 662, sul fine così ragiona: Non so chi sia l’Autore del libro; ma all’apparenza non è religioso, ed io esorto i miei Fiorentini a non lo leggere.
Parlerò di questo, che tocca a me solamente. Nel primo Ragionamento pag. 59, condanna l’Autor suddetto questa mia Commedia: convien dire ch’egli non abbia letta la lettera all’Editore, poichè trovandola da me medesimo condannata, sarebbesi rispar- miata la briga. Dic’egli aver di questa sola Commedia mia parlato, perchè questa specialmente gli fu lodata da alcuni, come ben regolata e ben condotta; disgrazia sua, e disgrazia mia, che abbiamo dato in persone di cattivo gusto. Se egli avesse avuto la sofferenza di leggere qualche altra Commedia mia, spero che avrebbe di me parlato con più carità e discretezza, e a fronte di tante Città d’Italia, che onorano le Opere mie per la loro onestà, sarebbe egli solo, che di scorrette e pericolose tacciate le avesse.
Personaggi
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PANTALONE de’ BISOGNOSI, mercante veneziano, uomo prudente.
BEATRICE, sua seconda moglie.
OTTAVIO | suoi figliuoli del primo letto.
ROSAURA
DIANA, vedova, amante di Ottavio.
LELIO, cavalier servente di Beatrice.
FLORINDO, amante di Rosaura.
Il GIUDICE criminale della Città.
BRIGHELLA | servi in casa di Pantalone.
ARLECCHINO
COLOMBINA
NOTAIO | tutti parlano.
BARGELLO
Un CUOCO
Birri.
Quattro bravi.
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Atto I
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ct ct ct Camera di Beatrice, con tre tavolini e sedie, candelieri con candele accese, e sei tazze di tè. ct Beatrice. Signor Lelio, sentite com’è grazioso questo tè.
Lelio. Non può essere che grazioso ciò che viene dispensato da una mano, ch’è tutta grazia.
Beatrice. Voi sempre mi mortificate con espressioni di troppa bontà.
Lelio. Il vostro merito eccede qualunque lode. Poh! che peccato! Un vecchio di sessant’anni ha da possedere tanta bellezza nel fiore degli anni suoi!
Beatrice. Ah! non mi ritoccate sì crudelmente le piaghe.
Lelio. Il signor Pantalone non meritava una seconda moglie sì vaga e sì graziosa.
Beatrice. Quietatevi, vi dico, e bevete il tè, prima che si freddi.
Ottavio. Ah! signora Diana, voi mi mortificate a ragione. Sarebbe ormai tempo ch’io vi mantenessi la parola che già vi diedi, e vi rendessi mia sposa; ma mio padre non vuole in verun conto acconsentire ad un tal matrimonio.
Diana. Ma qual è la ragione, per cui il signor Pantalone si oppone alle nostre nozze?
Ottavio. lo credo che sia l’interesse. Mi disse, giorni sono, che aveva per me un partito di una figlia d’un buon mercante con sessanta mila ducati di dote; e voi, benchè siate nata gentildonna e siate stata moglie di un Colonnello, non vi considera, perchè non avete una ricca dote.
Diana. Ma voi che pensate di fare?
Ottavio. Sposarvi a dispetto di mio padre, anche quando dovessi rovinare la casa. La signora Beatrice mia matrigna è già dalla mia, e contribuirà molto a nostro vantaggio.
Diana. Amica, il signor Ottavio mi consola; dice che voi sarete per noi. È egli vero?
Beatrice. Certo, è giustizia.
Florindo. Ma, signora Rosaura, almeno un’occhiata benigna per carità.
Rosaura. Siete curioso! Fra tanta gente io mi vergogno.
Florindo. Possiamo andar a passeggiare nel corridore.
Rosaura. Certo, da solo a sola! Bella cosa, signorino!
Florindo. Ma non vi è a grado nè sola, nè in compagnia: come abbiamo dunque a contenerci?
Rosaura. Questo tè non mi piace niente. Mangerei più volentieri una zuppa nel latte.
Florindo. A proposito! Ma, cara Rosaura, non mi volete voi bene?
Rosaura. Uh! zitto, che non vi sentano.
Beatrice. Signor Florindo, che fate là con quella scimunita? Siete bene di cattivo gusto.
Rosaura. (La signora sputa sentenze).
Florindo. Io ho tutto il mio piacere, quando sono presso la signora Rosaura.
Beatrice. Eh, che un giovane della vostra qualità non deve perdere il tempo così inutilmente. Non vedete che figura ridicola? Merita ella le vostre attenzioni? Venite qui, che starete più allegro.
Rosaura. (La signora Beatrice mi è veramente matrigna; non mi può vedere).
Florindo. Ma signora, voi siete bene accompagnata,
Beatrice. Eh venite, che faremo la conversazione in terzo.
Lelio. Sì sì, amico, venite anche voi a godere dell’amabile compagnia della signora Beatrice.
Florindo. Ma io...
Beatrice. Ma voi, padron mio, vi abusate della mia sofferenza.
Florindo. Perdonate, sono da voi. (Rosaura, per non disgustarla, conviene ch’io vada. Vogliatemi bene).
Rosaura. (Pazienza! Non mi lascia avere un momento di pace! Povera madre mia, dove sei? Tanto bene che mi voleva! tante carezze che mi faceva! Ed ora ho da essere strapazzata dalla matrigna? Pazienza! pazienza! Lo voglio dire a mio padre).
Beatrice. Guardate la vostra innamorata; piange come un bambolo. Che ti venga la rabbia! Se fosse mia figlia vera, la bastonerei come un cane.
Rosaura. Manco male che non lo sono...
Beatrice. Zitto là, pettegola.
Rosaura. (Uh povera me, la gran bestiaccia!)
Ottavio. Ho inteso tutto. Non dubitate, che sarete servita. Le cento doppie, che avete di debito, le pagherò io. Le gioje già sono ordinate, e i due tagli d’abito domani li avrete a casa.
Diana. Ma non vorrei che vostro padre...
Ottavio. Che mio padre? Che mio padre? Sono padrone io al par di lui. La roba l’ha fatta mio avolo, e posso anch’io prevalermene ne’ miei bisogni. ct ct Brighella. Con licenza de sti do zentilomeni, averia bisogno de dir una parola alla padrona.
Beatrice. Questo è il corvo delle male nuove. Di’ su, che vuoi?
Florindo. Venite, galantuomo; parlate con libertà.
Brighella. La sappia che in sto ponto è arriva el patron dalla campagna, onde non ho mancà d’avvisarla, acciò la se regola con prudenza.
Beatrice. Oh sì, ti darò la mancia per così bella nuova! Che importa a me che sia venuto mio marito? E tu, che cosa vuoi dire con questa prudenza che mi suggerisci?
Brighella. Digo mo... la me perdona... se no ghe paresse proprio de farse trovar in conversazion... la me scusa, védela.
Beatrice. Va via di qua, petulante, temerario che sei. Non ho bisogno dei tuoi consigli, e non mi prendo soggezione di un vecchio pazzo.
Brighella. Me piase, la lodo, la fa ben, la par bon.
Beatrice. Signor Florindo, favorisca; venga al suo posto.
Florindo. Eccomi, per obbedirvi.
Lelio. Voi avete uno spirito superiore. Siete degna di governare un impero, non che una casa. Beato il mondo, se tutte le donne fossero del vostro temperamento!
Brighella. Sior Ottavio.
Ottavio. Che vuoi, che e’è?
Brighella. L’è vegnù so sior padre.
Ottavio. E per questo? Che importa a me?
Brighella. Sei lo trova qua colla siora Diana, no so come el la intenderà.
Ottavio. L’intenda come vuole. Se non voleva vedere, doveva stare in campagna.
Brighella. Cussì la va dita, e viva el buon stomego. Siora Rosaura, l’avviso anca ella, e pò la fazza quel che la vol: è vegnù so sior padre...
Rosaura. Mio padre! Oh me meschina! non voglio che mi vegga in conversazione cogli uomini.
Brighella. (Questa veramente l’è una putta de giudizio! Almanco la mostra de aver un poco de suggizion e de rispetto per so padre).
Beatrice. Guardate quella sciocca. È fuggita al nome di suo padre, come se avesse sentito nominare il diavolo.
Lelio. Eccolo che viene. Dobbiamo partire?
Beatrice. Mi maraviglio di voi.
Florindo. Eh, sarà meglio ch’io vada.
Beatrice. Restate, vi dico.
Diana. Signor Ottavio, non vorrei che nascesse qualche sconcerto.
Ottavio. Non vi movete, non vi movete.
Brighella. (Figureve in che smanie che darà quel povero vecchio, a veder la so casa deventada corte bandia).
ct Pantalone vestito da campagna, e detti.
Pantalone. Oh patroni reveriti! Oh che bella conversazion! Sior Lelio, sior Florindo, servitor umilissimo.
Beatrice. Non vi movete.
Lelio. Perdoni, se prevalendomi della sua gentilezza, venni in di lei assenza a godere di quelle grazie, che dispensa generosamente la di lei casa.
Pantalone. Patron, me maravegio, no ghe xe bisogno de ste dichiarazion.
Florindo. Io con rossore mi trovo a incomodare la signora Beatrice.
Pantalone. Anzi ela fa sempre grazia.
Lelio. E compito il signor Pantalone.
Beatrice. (Eh, non lo conoscete quel vecchio furbo!)
Pantalone. Oh, siora Diana, anca ela la xe qua? Anca ela la se degna de onorar la mia casa?
Diana. La bontà della signora Beatrice mi ha dato coraggio di venirle a far una visita.
Pantalone. Beatrice fa el so debito, distinguendo el merito de siora Diana; e mio fio fa ben a impiegar le so attenzion per una zentildonna cussì garbata. (Ah cagadonao!)
Diana. (Sentite con che dolce maniera ci tratta!)
Ottavio. (Oh se sapeste quant’è gatto! Non me ne fido punto).
Pantalone. Siora mugier, cussì sussiegata? Gnanca un strazzo de benvegnuo al povero Pantalon? Cossa v’hogio fatto? Savè pur che sè le mie care raise, che ve vogio tanto ben (ma ben, ma ben)!
Beatrice. Oh oh, quante cerimonie. Chi mi accarezza più di quel che suole, o mi ha gabbato, o che gabbar mi vuole. Fareste meglio ad andarvi a spogliare e andarvene a letto, che sarete stracco.
Pantalone. Cara fia, vedo che me volè ben anca vu, se ve preme la mia salute. Vegnì qua, tocchemose la man.
Beatrice. Eh via, andate, che questi signori vi dispensano.
Lelio. Oh sì, vada pure a suo comodo.
Florindo. Per amor del cielo, non stia in disagio per noi.
Pantalone. Donca, per obbedir, no mai per mancanza de respetto, me senterò su sta carega, e goderò anca mi della so conversazion.
Beatrice. (Che ti venga la rabbia! Credevo che se n’andasse, e si mette a sedere).
Ottavio. (Anche questo ci voleva).
Pantalone. Ma ste do tazze de tè per chi hale servìo? Chi ghe giera su ste careghe?
Beatrice. Chi e’era? C’era la vostra signora figliuola, in conversazione sfacciatamente cogli altri, coll’amante vicino, e quando vi ha sentito venire, la modestina se n’è fuggita.
Pantalone. Via via, fia mia, no pensè mal de quella povera putta. Cognosso la so innocenza, e no la xe capace de certe cosse.
Beatrice. Cospetto! Mi fareste dire... Ecco, tutte le mie azioni sono criticate, e colei può metter sottosopra la casa, che fa tutto bene. Si vede la vostra troppa parzialità; ma questa sarà la rovina di casa vostra.
Pantalone. Gh’ave rason, disè ben; ghe remediaremo. La metterò fora de casa.
Beatrice. Oh assolutamente, o lei, o io.
Pantalone. E cossì, siora Diana, come se la passela? Stala ben? Brighella, fame dar el tè. Quando se tornela a far novizza?
Diana. Eh, signore, io sono una povera vedova; non trovo chi mi voglia.
Pantalone. Se no la xe ricca de bezzi, la xe ricca de nobiltà e de bellezza. Manca partii, che la gh’averà. Ma cossa gh’astu, Ottavio, che ti me par inmusonà? Gh’astu mal? Gh’astu bisogno de bezzi? Xestu innamorà?
Ottavio. (Chi non lo conoscesse, eh!)
Pantalone. No ti respondi? Ho inteso. La diga, siora Diana, cossa gh’alo mio fio?
Diana. Che volete ch’io sappia de’ fatti suoi?
Lelio. Anco poeta il signor Pantalone?
Pantalone. Un poco de tutto, e gnente de ben. Vogio, se le se contenta, recitarghe certe ottave in lode del buon gusto del dì d’ancuo.
Beatrice. (Egli sta qui per farci rabbia. Io non ne posso più).
Lelio. (Partirò, se v’aggrada).
Beatrice. (Sarà meglio).
Florindo. (Pantalone è un geloso di buonissima grazia).
Pantalone. Come? Cussì presto le me priva de le so grazie?
Lelio. In altro tempo sentirò con piacere le vostre ottave: ora, se mi date licenza, debbo partire.
Pantalone. Patrona de comodarse come che la vol, de star, de andar e de tornar (e de andarse a far ziradonar). (da sè) Anca ela, sior Florindo?
Florindo. Se ve ne contentate.
Pantalone. Anca siora Diana va via? No la vol restar a cena con mi?
Diana. Obbligatissima alle sue grazie.
Pantalone. Gh’ala la carrozza?
Diana. No signore, sono a piedi.
Pantalone. E la vol andar via cussì sola col servitor? Vorla che la serva mi?
Diana. Oh, non permetterei mai tal cosa.
Pantalone. Oh via donca, la servirà sti zentilomeni.
Ottavio. La signora Diana non ha bisogno di nessuno, poichè la voglio servir io.
Pantalone. Oh, sì ben, disè ben. No gh’aveva pensà. (Oh che fio!) Andè, ma tornè presto, che avanti che vaga in letto, v’ho da parlar.
Ottavio. Quello che mi volete dire stassera, me lo direte domani.
Pantalone. No ve basta compagnar siora Diana a la casa? La compagneu anca a la camera? Feu da braccier e da cameriera? No la se n’abbia per mal, che digo per rider.
Diana. (Che vecchietto gioviale!)
Ottavio. (Che vecchio malizioso, volete dire).
Lelio. Orsù, signor Pantalone, a buon riverirla.
Pantalone. Presto, luse, torzo. Brighella, Arlecchin, Colombina. ct ct Pantalone. E sti altri dove xeli? Arlecchin, digo, Colombina; xeli in letto costori?
Beatrice. Non sono a letto, no, ora verranno. Arlecchino, Colombina.
Colombina. Cosa comanda?
Arlecchino. Son qua, siora padrona, son qua.
Beatrice. Andate a prender dei lumi, per servire questi signori.
Colombina. Subito la servo.
Arlecchino. Vado a rotta de collo.
Pantalone. (Mi chiamo, e no i vien; ela chiama, i vien. Mi comando, e lori gnente; ela comanda, se fa tutto. Ho inteso, basta cussì).
Colombina. Eccomi col lume.
Arlecchino. Son qua col torzo.
Lelio. Signori, la felicissima notte.
Florindo. Scusino l’incomodo.
Diana. Signora Beatrice, vi son serva; serva, signor Pantalone.
Pantalone. La reverisso, patrona, la reverisso.
Beatrice. Voglio accompagnarvi.
Diana. Non v’incomodate.
Beatrice. Permettetemi.
Diana. In casa vostra siete padrona. ct ct La mugier in mezzo de do amazzai; la comanda, la fa e la desfa, e mi no gh’intro per gnente. El fio mena in casa la machina e el la vol a so modo. La fia anca ela se va desmestegando, e scomenza a piaserghe l’odor del sesso mascolin. I servitori no i me obbedisse, e no i me stima un figo: stago veramente ben, che no posso star megio. Cossa me giova aver dei bezzi e della roba, esser un dei primi marcanti, accredità per tutta l’Europa, se in casa non gh’ho la mia quiete, ma più tosto me trovo circondà da tanti nemici, quanti xe quelli che magna el mio pan! Ma gnente: testa, giudizio e pazienza. Col tempo spero de superar tutte ste avversità, e far cognosser al mondo che la prudenza de l’omo supera ogni contraria fortuna. ct ct Brighella.
Pantalone. Coss’è, cossa gh’astu? Perchè xestu cussì incocalio? Cossa xe sta? Parla, gòmita, buta fuora.
Brighella. Che la siora Beatrice se devertissa in mezzo a do cicisbei, no me stupisso, perchè l’è l’ultima moda; che el sior Ottavio conduga i contrabandi in casa, no me fazzo maravegia, perchè l’è el solito de i fioi de famegia, quando che i pol; ma me stupisso, me maravegio, me strassecolo e me disumano, vedendo el sior Pantalon, che con tanta pausa, con tanta indifferenza e quiete d’animo, sopporta su i so occhi le insolenze de una mugier arrogante e de un fio desobbediente, e el permette che in casa soa se tira stoccae a tutt’andar a quell’onor, che con tanto zelo e premura l’ha procurà fin adesso de defender col scudo de la più delicata prudenza.
Pantalone. Caro Brighella, servitor fedel, e quasi fio per el ben che te vogio, perchè fin da piccolo t’ho arlevà in casa mia, me piase el caldo, che ti te senti per el mio onor; lodo el to zelo e stimo la libertà co la qual ti me parli: con tutto questo però lassa che te diga, che siccome ti xe nassuo omo ordenario, no ti xe capace de altro che de pensieri ordemari. Credistu Pantalon tanto orbo, che nol veda e nol cognssa? o lo credistu d’anemo tanto vil, che nol gh’abbia coraggio de far vendetta? Ti me cognossi pur. Ti sa pur chi son, e se so menar le man co bisogna, e se gh’ho stomego de cimen- tarme, siben che so vecchio. Ma, caro Brighella, l’onor xe una marcanzia cussì delicata, che chi troppo la maniza, la insporca. Se avesse scomenzà a rimproverar la mugier e strapazzar el fio; se avesse scazza de casa quei canapioli, se avesse dà i so titoli a quella sporca de Diana, in casa mia nasseva una revoluzion, un strepito, un fracasso tal, che tutta la vicinanza se saria sollevada, e la reputazion de casa Bisognosi andava in bordelo. Quei do zerbinotti, zirando per la città e contando l’istoria a so modo, i m’averave menà per bocca. Tutto el paese averave dito: in casa de Pantalon xe nassuo questo e questo per el poco giudizio del fio, per la poca reputazion della mugier; e Pantalon su i ventoli, e Pantalon fatto materia ridicola delle conversazion. Dise el proverbio: no te metter in testa, quello che ti gh’ha sotto i piè. Quel che xe nato in casa mia, fin adesso nissun lo sa; e no voggio esser mi quello che lo vaga a pubblicar. Ho remedià con politica; me son contegnù con prudenza, e darò sesto a tutto col tempo. Brighella, el finzer a tempo, el dissimular quando giova, xe la vera virtù dell’omo savio e prudente. Ti pensa a servirme con fedeltà, che in quanto a mi gh’ho spirito, gh’ho cuor, gh’ho giudizio da defender el mio onor al par de chi se sia. ct ct Resto de sasso. Un omo de sta sorte l’è un prodigio del mondo. Cognosso adesso la mia temerità, per la qual me lusingava de esser un omo de garbo, e vedo che son un coccal; e dirò quel che ho sentio dir tante volte:
ct ct ct ct Colombina. Così è; sì, signora, l’ho sentita co’ miei propri orecchi quella pettegola di vostra figliastra a dir male di voi. Ne ha dette tante a vostro marito, ne ha dette tante! Cantava come un rosignuolo di maggio. Gli ha riportate tutte le parole che avete dette contro di lui, ed oltre al vero ha aggiunto ancora molto del suo. Se l’aveste veduta, come vi burlava bene. Contraffaceva tutti i vostri gesti, tutte le vostre maniere, la vostra voce, e si torceva di qua, e si voltava di là. Mi veniva voglia di pigliarla per quei capelli mal pettinati, e su quel viso patetico darle una dozzina di schiaffi spiritosi.
Beatrice. Basta, basta, Colombina, non ne posso più. Sento che la rabbia mi rode, la collera mi divora. Voglio che costei me la paghi; voglio a tutto costo metterla in digrazia di quel babbeo di suo padre. L’invenzione che abbiamo trovata per farla credere di mal costume più che non è, sarà ottima ed opportuna, e spero che riuscirà, come abbiamo fra di noi concertato. Chiamami Arlecchino. Facciamo ch’egli vada subito a ritrovar il signor Lelio ed il signor Florindo, e con bel modo facciamoli venire questa notte qui in casa. Tu eseguirai quanto abbiamo stabilito, e se la cosa riesce secondo il disegno, mi leverò dinanzi agli occhi questa impertinente che mi perseguita.
Colombina. E pure è vero, bisogna guardarsi da’ nasi dritti e da’ colli torti. Ora chiamo Arlecchino. ct ct In casa mia voglio poter fare quello che voglio. Ho preso un vecchio per questo, che per altro non mi sarebbe mancato un giovi- notto di buona grazia. Benchè sia nata povera e ordinaria, avevo più amanti io sola, che tutte insieme le ragazze del vicinato. ct ct Beatrice. Senti, Arlecchino, tu devi andare verso il casino de’ nobili, dove sogliono trovarsi il signor Lelio e il signor Florindo; li hai da condurre in disparte ambedue, ed hai a dir loro che dopo le quattro si portino a questa casa, che la porta ne sarà socchiusa. Ma bada bene, e apri ben l’orecchio, e non far delle tue. Questa ambasciata la devi lor fare separatamente. Al signor Lelio dirai che l’invito è mio, e che io l’aspetto per andare con esso lui a prender il fresco. Al signor Florindo dirai poi che l’invita la signora Rosaura, per discorrer seco con libertà de’ suoi amori.
Arlecchino.
Beatrice. Hai capito? Eseguirai puntualmente?
Arlecchino.
Beatrice. Via. Come dirai? ct ct Colombina. Arlecchino non si può negar che non sia sciocco, ma poi è altrettanto grazioso.
Beatrice. Mi serve con fedeltà, e perciò lo sopporto.
Pantalone. (Vol piover, la volpe se consegia. Ma troverò mi el modo de far andar via sta siora cameriera. Proverò con una invenzion de mandarla in campagna; e se no servirà, la scazzerò colle brutte).
Colombina. Ecco quel vecchio tisico di vostro marito.
Beatrice. Non crepa mai quest’anticaglia.
Pantalone. Possio vegnir? Disturbio qualche negozio d’importanza?
Beatrice. Mi disturbate certo; appunto adesso volevo andarmene a letto.
Pantalone. Senza cena?
Beatrice. Senza cena. Mi duole il capo.
Pantalone. No saveu che chi va a letto senza cena, tutta la notte se remena? E col remenarve scoverzirè el povero Pantalon, e lu gramo vecchio se sfredirà.
Beatrice. Eh, il gramo vecchio non si sfredirà, poichè voglio dormir sola.
Pantalone. Fè ben: megio soli che mal compagnai. Non m’importa, gh’ho gusto che stè ben; e co sè contenta vu, son contento anca mi.
Colombina. L’ho sempre detto che il signor Pantalone è un uomo di garbo.
Pantalone. Madonna Colombina, gh’ho una cattiva niova da darve. La gastalda vostra siora mare, con reverenza parlando, sta mal, e tanto mal che fursi no l’arriverà a doman de sera.
Colombina. Povera vecchia! Si vedeva che voleva campare poco.
Pantalone. No ve despiase che la mora?
Colombina. Mi dispiace, ma abbiamo da morir tutti. Pantalone. Domattina col mio calesso anderè a trovarla, perchè la desidera, avanti de morir, de darve un abbrazzo.
Beatrice. No veh, Colombina, non andare.
Pantalone. La sarave bella che la fia negasse alla mare sta consolazion!
Colombina. Eh, considero che anzi le sarebbe di maggior dolore. È meglio ch’io non vada.
Pantalone. Basta, se no ti vol andar, lassa star. Ma to sorella Lisetta sta co tanto de occhi a aspettar che la muora, per portar via i bezzi e tutta la roba de casa. (Proverò st’altro sconzuro).
Colombina. N’ha molta della roba mia madre?
Pantalone. Cancaro! la gh’averà i so do o tre mile ducati al so comando.
Colombina. Uh povera madre mia! E deve morire?
Pantalone. No ghe xe più remedio.
Colombina. E mia sorella Lisetta porterà via tutto?
Pantalone. Infallibilmente.
Colombina. Uh povera madre mia! che dolore proverebbe, se non mi vedesse! Oh, voglio andarla a ritrovare senz’altro.
Pantalone. (La medesina ha fatto operazion).
Beatrice. E mi vuoi lasciare qui sola?
Colombina. Ma, signora padrona, si tratta della madre. Io le voglio tutto il mio bene; la natura deve fare il suo effetto. Non voglio che si dica che l’ho lasciata morire senza vederla. Oh poverina! oh povera madre mia!
Pantalone. (Vardè cossa che xe le donne, vardè!)
Beatrice. (Basta, se vuoi andare, non mi oppongo, ma ricordati quel che t’ho detto circa Lelio e Florindo con Rosaura).
Colombina. (Eh, signora sì; questo si farà stassera, ed io partirò domani). Canchero, due mila ducati! Oh cara la mia mamma! Lisetta vuol tutto? Vengo, vengo, mamma mia, vengo.
ct ct Pantalone. Siora mugier carissima, za che semo qua soli e che nissun ne sente, avanti che andè a dormir, vorave, se ve contente, dirve quattro parole.
Beatrice. Dite pure. E chi vi tiene che non parliate?
Pantalone. Vegnì qua; sentemose un puoco, e parlemo d’amor e d’accordo.
Beatrice. Oh, io non sono stanca. Potete parlar in piedi.
Pantalone. No no, vogio che se sentemo; e a ciò no ve incomodè, tirerò mi le careghe. Via, sentève, fia mia, e no me fè andar in collera.
Beatrice. (Io non so di che umore sia la bestia; convien secondarlo). Eccomi. Siete contento?
Pantalone. Sì ben; cussì me piase; obbedienza e rassegnazion. Abbiè pazienza, se ve sarò un pochetto fastidioso, e respondeme a ton.
Beatrice. Dite pure, ch’io v’ascolto. (M’aspetto una gran seccatura).
Pantalone. Quanti anni xe che se mia mugier?
Beatrice. Saranno ormai tre anni.
Pantalone. Donca ve recorderè quel che gieri, avanti che ve sposasse.
Beatrice. Me ne ricordo al certo. Ero una povera giovane, ma dabbene e onorata. Che vorreste dire per ciò?
Pantalone. Dota no me n’ave dà.
Beatrice. Vi siete contentato così.
Pantalone. Nobiltà in casa no me n’ave portà.
Beatrice. Son figlia di gente onorata, e tanto basta.
Pantalone. Ve recordeu quali xe stai i nostri patti, quando v’ho tiolto?
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The end
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