Read here

La mia vita, ricordi autobiografici

Ida Baccini · 1904 · Free in the US

59,155 words · about 4 h 9 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1904 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=La_mia_vita,_ricordi_autobiografici&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Ida Baccini
Language
Italian
Published
1904
Length
59,155 words · about 4 h 9 min
Sections
39 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (39)
  1. Front matter under 1 min
  2. Dedica under 1 min
  3. Prima di entrare in discorso about 1 min
  4. Capitolo I. I parenti, i luoghi about 3 min
  5. Capitolo II. I primi anni about 6 min
  6. Capitolo III. A scuola about 6 min
  7. Capitolo IV. I viaggi di allora about 4 min
  8. Capitolo V. Montemurlo about 5 min
  9. Capitolo VI. La famiglia Borrani about 4 min
  10. Capitolo VII. Il matrimonio di mia sorella e la nostra partenza per Genova. about 3 min
  11. Capitolo VIII. A Genova about 11 min
  12. Capitolo IX. Livorno about 13 min
  13. Capitolo X. La prima volta about 4 min
  14. Capitolo XI. Ancora di Livorno about 4 min
  15. Capitolo XII. Cuore e testa about 4 min
  16. Capitolo XIII. L’Assuntina about 3 min
  17. Capitolo XIV. Il mio ritorno a Firenze. La bottega di mio cognato about 4 min
  18. Capitolo XV. Tra la calzetta e la letteratura about 7 min
  19. Capitolo XVI. Vincenzo Cerri about 7 min
  20. Capitolo XVII. Primi tentativi di volo about 4 min
  21. Capitolo XVIII. Come divenni maestra elementare about 7 min
  22. Capitolo XIX. La mia prima alunna about 5 min
  23. Capitolo XX. Napoleone Panerai ed Enrico Nencioni about 7 min
  24. Capitolo XXI. La primavera dell'ingegno about 6 min
  25. Capitolo XXII. Muore mia madre about 10 min
  26. Capitolo XXIII. I miei rapporti con gli editori about 15 min
  27. Capitolo XXIV. Fioritura about 8 min
  28. Capitolo XXV. Tra Milano e Roma about 13 min
  29. Capitolo XXVI. La «Cordelia» about 19 min
  30. Capitolo XXVII. Parentesi dolorosa about 11 min
  31. Capitolo XXVIII. Manfredo Baccini about 6 min
  32. Capitolo XXIX. Sorrisi e lacrime about 10 min
  33. Capitolo XXX. L’Esposizione Beatrice about 8 min
  34. Capitolo XXXI. L'associazione della stampa in Toscana about 8 min
  35. Capitolo XXXII. Capitolo color di rosa about 6 min
  36. Capitolo XXXIII. Come sono e come vorrei essere... about 8 min
  37. Capitolo XXXIV. Seconda giovinezza about 4 min
  38. Conclusione about 3 min
  39. Indice under 1 min

Continue:

Front matter

ct

ct ct ct ct ct ct

ct

Dedica

ct ct ct ct

Prima di entrare in discorso

ct

... Comincio subito col dichiarare che nessun sentimento di vanità m’ha spinto a scrivere questo libro: e ho il diritto di esser creduta perchè tutta la mia vita trascorsa, vita di silenzio, di lavoro, troppo spesso di lacrime, è una prova convincente della mia profonda antipatia per tutto quanto sa di pubblicità, di ostentazione e — per dirla con la solita barbara voce moderna — di réclame. Scrivo queste pagine non tanto per appagare il bisogno imperioso di sincerità che, su per giù, è in tutte le anime affaticate e dolenti che poco han chiesto alla vita e che molto le hanno dato: quanto per rivelarmi, tal quale io mi sono, a persona che io amo più di me stessa e alla quale desidero di lasciare questa geniale compiuta rivelazione d’una individualità femminile moderna.

E avverto pure i lettori (e ne avrò di certo perchè i curiosi non mancano) che questo non è un libro d’arte: e che anderebbero quindi grande- mente errati se vi cercassero i soliti lenocinii di forma e le solite belle pagine da trascriversi più tardi nelle famose Antologie scolastiche, ove, a difetto di belle e compiute figure, s’imbandiscono ai giovani dei pezzetti di mosaico, incollati insieme Dio sa come!

Questo libro, dunque, se non potrà chiamarsi una confessione vera e propria — non ci si confessa che a Dio — sarà almeno un libro sincero, onesto, che mi guadagnerà qualche simpatia da chi, come me, non chiede nè spera molto dagli uomini e considera l’esistenza per quello che veramente è: una via, più o meno comoda, più o meno soleggiata, per giungere ad altre vie, ad altre altezze.

Ho avuto anche in mente, scrivendo, di aggruppare intorno a me — raggi luminosi sprigionantisi, per meravigliosa virtù, da un nucleo oscuro — fatti e personaggi che ebbero il loro quarto d’ora di celebrità: fatti nei quali sostenni un’umile parte, personaggi a cui mi avvinsero rapporti di affari, di simpatia o d’affetto.

Ho, detto quanto dovevo dire. Avanti dunque, che la via lunga... ne sospinge.

Primavera del 1902.

Capitolo I. I parenti, i luoghi

ct ct Per poco ch’io mi raccolga in qualche cheta stradicciuola della mia vecchia Firenze, in qualcuna di quelle stradine fiancheggiate da orti e da muri, quali con insuperabile colorito seppe descrivercele la dolce fantasia di , io ricostruisco senza troppa fatica la piazzetta di San Niccolò a Prato e la casa dove nacque e visse, finchè, non andò sposa in casa Baccini, la mia mamma. Era una piazzetta silenziosa, piena di sole nell’estate, dal selciato corroso, irregolare, tra le cui commettiture si aprivano la via mille ciuffetti di erbe parassite: a destra, s’inalzava il R. Conservatorio di S. Niccolò, un bel fabbricato massiccio, dal portone giallognolo, sempre chiuso, portone misterioso, a cui, bambinuccia di quattro o cinqu’anni appena, chiedevo già il segreto delle educande ivi rinchiuse.... Che cosa facevano, dalla mattina alla sera, quelle bambine? Si divertivano, come me, a far le signore, a confidarsi le angustie finanziarie della famiglia, e a guardar fisse le nuvole, nelle belle sere d’estate, quando il tramonto dava loro l’aspetto di giganti alati, di pesci giganteschi, di angioli vestiti d’oro e di rosa?

Si divertivano, come me, a guardarsi lungamente alla spera, e a far le boccacce, delle boccacce orribili, che mi facevano poi rompere in un disperato pianto d’angoscia e di paura? La casa del mio nonno materno sorgeva in faccia al Conservatorio e vi si accedeva per mezzo di una scaletta esterna, di legno, imporrato dagli anni e dall’umidità. Non ho mai capito la povertà di quella casa, messa a confronto con i lauti guadagni del nonno.

Amministratore dei beni delle monache e fattore di tutti i poderi da esse recati in dote al monastero di San Niccolò, Ignazio Rinaldi poteva passare, senza timore di essere contradetto, per uno dei signorotti più facoltosi di Prato. La tavola ricca e squisita, i tributi in frutta, vini, latticini, pollame, caccia, carni d’ogni specie che gli venivano continuamente offerti dai numerosi contadini suoi dipendenti, lo spirito arguto e festevole del nonno, la sua vasta coltura classica, avevano resa la sua casa modesta un luogo di gradito ritrovo per tutto quanto d’intellettuale si trovasse allora in Prato o fosse di passaggio nella piccola industriosa città.

Frati, preti, predicatori, musicisti, ricchi agricoltori, si raccoglievano volentieri intorno alla grande tavola rettangolare della saletta del primo piano, ove dalla mia bellissima mamma e dalle sue sorelle, aiutate da qualche contadina, venivano servite delle vivande squisite, quantunque molto semplicemente presentate. A quei tempi, in Toscana, la chincaglieria nella cucina era un’arte press’a poco ignorata: e un bel pezzo di vitella in umido, fiancheggiato da rigaglie di pollo o da spinaci, pareva il nec-plus-ultra delle accortezze gastronomiche. Erano frequentatori di quella casa Don , Pievano di Montemurlo, scrittore garbato ed elegante, (tenuto in molto conto da che in casa di lui prese gli appunti occorrenti per gli ultimi capitoli del «») lo storico e , fondatore della prima Scuola Normale maschile a Firenze.

Il nonno possedeva anche delle terre in proprio a Coiano, paesello distante qualche chilometro da Prato e celebre per aver dato i natali a nostro cugino, che fu poi arcivescovo di Firenze.

Ricordo, di Coiano, una grande strada maestra, piana, polverosa, bianca, e un podere vastissimo, a perdita di vista, attraversato per ogni senso da lunghi interminabili filari di viti, curve sotto il peso di enormi grappoli d’uva.

Ricordo un’aia spaziosa, una cucina immensa, tutta nera, dal cui soffitto scendevano innumerevoli ciocche di pomodori e rèste d’agli: e, ritta sul limitare, una vecchina arzilla, cognata del nonno, coi capelli grigio-rossastri pettinati alla Beauharnais che mi faceva vezzi e moine dicendomi:

— Ida! Ida! Ma che razza di nome t’hanno messo quegli eretici fiorentini? Non sei neppure nel ! S’è mai sentito di peggio?

Nel 1855, nella Toscana granducale, quando l’andare in vapore pareva quasi un insulto alla religione e ai buoni costumi, i fiorentini godevano presso gli austeri pratesi la medesima stima che oggi ispirerebbero a noi i più scapigliati rappresentanti dell’antico , immortalato dal . ct Prima di scrivere questi appunti, avrei dovuto certamente rivedere molti dei luoghi su cui aleggiano per me tante dolci memorie... e certe descrizioni sarebbero riuscite meno vaghe e quindi più efficaci.

Ebbene, no: io ho voluto che quelle case, quelle strade, quelle chiesine di campagna mi rimanessero nel pensiero un po’ incerte, un po’ indecise, come fluttuanti nella nebbia del sogno.

Un fabbricato nuovo una trebbiatrice, uno sprazzo di gaz acetilene o di luce elettrica mi avrebbero rovinato tutto: e io sono povera abbastanza nella vita reale per avere il diritto di conservare intatta la fresca e doviziosa poesia dei miei ricordi giovanili.

Capitolo II. I primi anni

ct ct ct I dizionari biografici che cominciò, pel primo, a metter di moda in Italia e, più tardi, la manìa dei profili per cui ogni persona che avesse sulla coscienza appena appena una pagina di prosa stampata veniva pregata dai critici in trentaduesimo di concedere con i propri connotati anche le sue fedi di nascita e altre generalità: — dizionari e profili, dunque — dicono a tutti ch’io sono nata a Firenze, nel 1850, da Leopoldo Baccini e da Ester Rinaldi: che il mio babbo, già viaggiatore delle due case editrici pratesi Alberghetti e Giachetti, era venuto a stabilirsi a Firenze due o tre anni prima della mia nascita, insieme con la moglie e l’unica figliuoletta Egle, per dirigere la tipografia di Giuseppe Celli. Il Celli, tipo strano d’uomo e di lavoratore, ebbe il suo quarto d’ora di celebrità pel romanzo umoristico dell’, . Questo libro dell’illustre autore della «Storia della letteratura italiana» non si trova più in commercio, credo: ma non sarebbe forse inutile rintracciarlo, non foss’altro per verificare se i rapporti fra autori ed editori fossero, anche allora, così poco cordiali!

Via delle Ruote, la strada in cui nacqui, non è nè larga nè stretta, nè bella, nè brutta: strada di popolo, piena di botteguccie, senza una fisonomia speciale. La casa sì che era caratteristica e dava da pensare. Alta, nera, tetra, con uno di quei portoni verdastri, a centina, che — mi servo d’una felice espressione d’uno scrittore moderno — «par che raccontino a chi passa la tristezza delle grandi stanze buie, fredde, dove il sole non si ferma che per pochi minuti, quasi timoroso di perdervi la sua luce...»

Di questa casa che il martello spietato delle demolizioni ha raso al suolo, vedo ancora distintamente la camera ove nacqui, una camera ampia, malinconica, la cui unica finestra, coperta da due tendine di giaconetta ingiallita, dava sopra un cortiletto quadrangolare, dalle mura scortecciate, sudicie, trasudanti una perenne umidità. Cortile uggioso, buio, forato da un visibilio di finestre e di finestrini pieni di ragnatele e che pur si affaccia al memore pensiero insieme coi lussureggianti giardini di Boboli, di Pegli, dell’Acquasola, tutti fragranti di rose, tutti inondati di sole.

Avete mai pensato, lettori, che grande livellatore, che severo socialista sia il passato?

Le finestre del salottino e della cucina davano sull’orto del Manicomio, un orto curioso, senza fiori, senz’alberi, spartito in piccoli quadrati irregolari dove, nel verno, nereggiavano i cavoli e i broccoli di rapa.

Gli urli delle ammalate, percosse non di rado dalla mano furiosa di qualche inserviente irascibile, giungevano fino a noi e mi producevano una strana impressione, malgrado la mia giovanissima età. Che potevo io avere? Cinque o sei anni tutt’al più. Mi rendevo conto, perfettamente, dei mali di petto che fanno tossire con sì dolorosa insistenza i poveri infermi: intendevo la febbre, i dolori artritici, le eruzioni cutanee. Ma la pazzia, no, non giungevo a capirla. Che voleva dire quel sentirsi bene, quel mangiare e bere come fanno tutti, e non esser più quelli di prima? E il non riconoscer più le persone care? E il ridere scioccamente e il pianger senza ragione? E l’aver delle manìe, delle fissazioni strane, come quella di non volere stare al sole per timore d’esser liquefatti e di tenersi stretta la testa con tutt’e due le mani per impedirle di rotolare a terra?

Infastidivo i miei con domande incessanti alle quali, pur troppo, non si poteva dar mai una risposta chiara, soddisfacente.

Spesso la mamma, una bellissima ma nervosissima donnina magra, che pativa un po’ anch’essa di quel male misterioso a cui la scienza ha dato oggi il nome di neurastenia, m’imponeva silenzio impazientita, dicendomi con voce tremante: — Sta zitta, per amor di Dio! Non senti che il parlar di certe cose mi fa male? —

Non sentivo nulla, io: e malgrado alcune piccole correzioni corporali che mia sorella, un bel tipo di ragazza fresca e sana, perfettamente equilibrata, credeva necessario di infliggermi, tornavo al mio posto d’osservazione in cucina, ritta sopra un panchetto, dietro l’imposta della finestra.

Mi ricordo che quasi ogni giorno, verso l’Ave Maria, scendeva nell’orto, in compagnia d’una inserviente, una bella ragazza alta, svelta, dal viso pallidissimo, come di cera. Si guardava da prima intorno con sospetto, con inquietudine: poi si lasciava cader seduta sopra una panchina, accanto a un grosso ciliegio e durava delle mezz’ore a cantare con una nenia melanconica questi quattro versi:

La mangiavo con gli occhi, io, quella povera creatura giovane che non poteva più divertirsi, nè ridere, nè andare al teatro, nè fare il chiasso con le ragazze della sua età.

In casa raccontavano che si chiamava Annina e che era impazzata perchè le era morto il damo in tre giorni.

Annina, povera Annina, il vecchio Manicomio non è più che un ammasso di rovine: sull’orto, sulla vigna, sulle lunghe corsìe tenebrose si distendono al sole, oggi, strade ridenti, fiancheggiate da eleganti palazzine e da giardini in fiore ... Ma tu, povera visione dei miei giovani anni, sei ritornata alla vita, alle speranze, all’amore? Ti scalda il sole di nuovi affetti? O sei scesa, pallida vittima del destino, nel silenzio eterno della tomba, là dove s’acqueta ogni desiderio, là dove dai poveri frali consunti, lo spirito immortale s’inalza, lento, ma costante, verso le altezze superne, tramutandosi in fiore, in profumo, in una stilla di rugiada, in un raggio di sole, in un fremito d’ala, in un cantico senza fine?

Dove sei andata, o Annina, o cara, o indimenticabile visione dei miei giovani anni?

Ho accennato alla mia sorella Egle. Ell’era maggiore di me dodici anni ed era nata a Prato in casa dei nonni Baccini, mentre mio padre correva l’Italia per conto degli Alberghetti che in quell’epoca attendevano alla ristampa dei classici greci e latini.

I miei genitori vennero a stabilirsi a Firenze fra il 1846 e il 1847 conducendo seco l’unica figliuoletta.

Nella tipografia Celli, il babbo pose gli occhi sopra un giovinetto laboriosissimo che faceva un po’ di tutto: rivedeva stampe, piegava, rilegava, attendeva alle spedizioni e, all’occorrenza, componeva. Questo giovinetto, appartenente a una famiglia popolana fiorentina, si chiamava Andrea Salomoni: e siccome era anche buono e servizievole, il babbo non tardò a farselo intimo, tanto che la nostra casa divenne in breve tempo la sua. E ciò con grande soddisfazione del sor Giusto suo padre che avendo ricevuto dal Signore la benedizione di dodici figliuoli, tutti sani e provvisti d’un formidabile appetito, vide in questo fatto il dito della Provvidenza.

Dreino e l’Egle divennero inseparabili: egli accompagnava la bambina a scuola, andava a riprenderla, la conduceva le domeniche in Giardino di Boboli o al Parterre (Firenze) fuori di Porta San Gallo; e se pioveva, la divertiva in casa con mille giuochi o lazzi burleschi. La mamma, sempre malaticcia e nervosa, era grata al giovinetto di tutte queste cure che, in certo modo, lasciavano lei in un riposo quasi completo: ed era lontana, oh ben lontana dall’immaginare che quella innocente intimità avrebbe fatto capo, di lì a qualche anno, a un amore ardentissimo.

Fui io che, involontariamente o piuttosto, con bambinesca malizia, feci accorti i nostri genitori dell’idillio che, da anni, si svolgeva sotto i loro occhi.

Ma torniamo a me, poichè è di me principalmente che in questo libro si deve parlare.

Bambinuccia di cinqu’anni appena, fui messa a scuola da certe sorelle Gozzini, tre vecchie zitellone che erano coadiuvate nel non arduo loro ministero dal fratello Gesuino e da un certo sor Romolo, un pretino arzillo, di cui non m’è riuscito ritenere il casato.

In questa scuola dove ogni bambina portava la sua seggiolina con una specie di trespolo per il lavoro, s’insegnava a leggere, scrivere e a far di conto: i lavori muliebri nei quali veniva impiegato quasi tutto il giorno, consistevano per le più piccine in legacci da calza fatti a maglia, in solette, in calze: e, per le più grandicelle, in cucito. Niente ricami, nè lavoretti di fantasia. L’unico lavoro di fantasia che vidi eseguito in quella scuoletta fu un panierino a croce inamidato e riempito di ciliegie finte.

L’onorario variava da un paolo (56 centesimi) ai due paoli, o alla lira codina (84 centesimi). E per Ceppo e per le Pasque presentavamo alle maestre due bei rinvolti di zucchero e di caffè. In compenso di questa poetica dimostrazione di gratitudine, esse ci facevano imparare a mente la Pastorale, che le più brave recitavano dopo davanti ai presepii delle proprie parrocchie.

A questa mia prima scuola di via del Campaccio (ora Santa Reparata) si collegano i due seguenti aneddoti da me narrati in un volume di Racconti edito dai sotto il titolo complessivo di .

Capitolo III. A scuola

ct ct ct — .... in quel tempo quantunque fossi avidissima della lettura, non mi si davano a leggere altri libri all’infuori della Storia Sacra: ed io, com’è naturale, versavo tutta la piena del mio sentimento su quei portentosi racconti che impressionavano così vivamente la mia fantasia. A costo di sembrarvi feroce, vi confesso che il caso lacrimevole del povero Abele non mi faceva nè caldo nè freddo. Quel buono e candido giovinetto che voleva bene a tutti e al quale tutti volevano bene: che era il cucco della mamma, il prediletto del babbo e il possessore di un bel gregge, mi ispirava un mediocre interesse. Tutte le mie simpatie erano per Caino; per Caino il sognatore, il solitario, il triste. Siccome in quell’epoca ero gelosa di una bambina del casamento, a cui i miei genitori facevano gran festa, poichè all’era tanto mite e gentile, quanto io indomita e turbolenta, così prendevo una viva parte alle torture di quel povero diavolo che si limava dalla passione lungo le rive dell’Eufrate.

Mi ricordo della sora Gegia che si scalmanava a descriverci minutamente i particolari che precederono e accompagnarono il nero delitto! La passeggiata in campagna (per poco non diceva fuori di porta) il famoso bastone, il sangue innocente, la voce tremenda di Dio, tutto veniva narrato, dipinto con portentosa efficacia. Per me la sora Gegia, a far la maestra, aveva sbagliato vocazione. C’era dell’artista, c’era della Rachel in quella donna grande, ossuta, incartapecorita, dagli sguardi fulminei che vi incutevano un religioso terrore. Bisognava sentirla, quando imitando la voce del Signore, faceva rintronare la scuola con la terribile domanda: — Caino, che hai tu fatto di tuo fratello? — Tutte le bambine si stringevano le une alle altre, impaurite: io sola, col mio sorrisetto di donnina incredula, protestavo contro quella collettiva manifestazione di viltà.

— A chi volete bene, bambine: a Caino o ad Abele? — concludeva inevitabilmente la sora Gegia, asciugandosi il sudore.

— Ad Abele! — rispondevano ad una voce tutte quelle povere creaturine palpitanti. E siccome una certa volta io non aprii bocca, la sora Gegia si rivolse a me, chiedendomi con tuono aggressivo:

— E lei, signora Ida, — quando la buona maestra era sdegnata, ci dava sempre del lei e della signora — a chi dei due fratelli vuol bene?

— A Caino! — risposi a testa alta, mentre una vampa di rossore mi saliva alle guance, — a Caino! Le bambine credettero ch’io fossi impazzata e mi guardarono con ansietà. La sora Gegia, poi, suppose che la mia risposta si dovesse attribuire a uno di quei capriccetti inesplicabili di bimba viziata, che cadono ad una buona parola, ad una carezza affettuosa.

Decise di prendere, come suol dirsi, la lepre col carro, e riprese con dolcezza:

— Su via, Iduccia, sii ragionevole; perchè vuoi bene a Caino?

— Perchè, — risposi — perchè Caino era brutto, solo, disgraziato! Io — aggiunsi con veemenza, ripensando alla leggiadra e cara bambina di cui ero gelosa, — io non amo la gente bella, buona, tutta garbo e grazia! Voglio bene alla gente cattiva, io!

E nascosi la faccia tra le mani, dando in un dirotto pianto.

La mia risposta parve così straordinariamente malvagia che nessuna delle mie compagne volle, per quel giorno, fare il chiasso con me; e la sora Gegia, scandalizzata, scrisse una lunga lettera alla mamma. Pareva quasi che il «suo» Abele, glielo avessi ammazzato io!

Che dirvi della profonda impressione lasciatami dagli spaventosi racconti di Core, Natan ed Aberon? Di quell’Jeu che buttava le persone dalla finestra, come se fossero stati torsoli di mela? Della sciagurata Gezabele mangiata dai cani?

La mia Storia sacra era adorna di quelle solite incisioni, nelle quali, lì per lì, non è facile distinguere la faccia degli uomini da quelle delle bestie, e le fiamme divoratrici da un cesto d’insalata romana. Eppure quelle incisioni mi tenevano inchiodata al tavolino per lunghe e lunghe ore; eppure io le vedevo sempre, anche in sogno!

Oh i Padri Eterni dalle lunghe barbe spaventose! Oh i poveri Maccabei la cui testa faceva appena capolino da un’enorme conca circondata di lingue di fuoco! Oh la brutta Atalia che sgambettava, spavalda, davanti al limitare del tempio!

Sono lì, tutti, che menano intorno al mio scrittoio una ridda grottesca... ct Nonostante le mie bizzarrie, ero una bambina studiosa, diligentissima. Non s’era mai dato il caso ch’io fossi andata a scuola senza aver fatto le lezioni.

Servivo d’esempio a tutte; e quando veniva a ispezionare la scuola quel certo sor Romolo, il pretino arzillo, allegro, che non stava mai fermo un minuto, la sora Gegia voleva ch’io gli presentassi i miei quaderni.

Il sor Romolo che mi vedeva di buon occhio, lodava la mia buona volontà, portava a cielo il mio ingegno e mi gratificava d’una grossa manciata di orribili confetti di Pistoia, che trovavo eccellenti. Quand’ero in buona, gli cantavo, senza farmi pregare, la preghiera del Mosè:

e siccome avevo una vocina agile ed intonata, tutti mi stavano ad udire a bocca aperta, e dimenticavano le mie orribili preferenze. Ma la vista della vecchia Storia sacra mi ricorda un altro episodio ch’io non voglio tacervi, perchè lo credo il più caratteristico.

Come ho detto, io non ero mai andata a scuola senza aver fatto le lezioni Ma un giorno, un giorno memorando, in cui era arrivata a casa una nostra cuginetta che aspettavamo a desinare, non ebbi voglia di studiare e lasciai che Balaam e l’asina se la intendessero fra loro.

Appena arrivata a scuola vedo il sor Romolo più vispo e arzillo del solito, e sento la voce un po’ chioccia della sora Gegia che ci annunzia come qualmente il degno pretino ci interrogherà sulla lezione di storia sacra assegnata per quel giorno!

Figuratevi come rimasi!

— Ecco rovinata la mia reputazione di bambina diligente — pensai. — I confetti di Pistoia e il sorrisetto della sora Gegia anderanno chi sa a chi!... — Era una amarezza insopportabile. Che fare? Mi viene, lì per lì, un’idea improvvisa, luminosa. Apro la Storia sacra alla pagina 56 e stacco delicatamente il breve capitoletto che trattava l’Asina di Balaam, Poi, seria e composta, aspetto gli avvenimenti.

— Tocca a lei! — mi dice poco dopo la sora Gegia.

Mi alzo e cogli occhi bassi dichiaro che nella mia Storia sacra mancano, da mesi e mesi, due facciate, proprio quelle della lezione, e che perciò mi è stato impossibile lo studiarla.

La mia abituale sincerità e la stima di cui godevo da tanto tempo, non permisero ad alcuno di mettere in dubbio le mie parole.

E fui festeggiata come al solito, e mi furono empite le tasche di confetti. Ma i confetti, quel giorno, mi parvero addirittura scellerati.

Quando fu l’ora di andar via e la scuola era rimasta vuota, cominciai a ronzare intorno alla sora Gegia che faceva il cappelletto ad una soletta. Mi pareva di avere un gran pietrone sullo stomaco.

— Perchè non va a casa, bambina! — mi chiese la buona donna senza alzar gli occhi.

— Vorrei domandarle una cosa — dissi con un fil di voce.

La sora Gegia mi guardò fissa e aspettò.

— Senta, — ripresi. — Se una bambina, per ricoprire una sua mancanza le avesse detto una bugia, meriterebbe una grave punizione, non è vero?

— Secondo, — rispose la maestra guardandomi sempre; — secondo: se questa bambina si pentisse subito del suo fallo e ne chiedesse perdono a Dio...

— Allora? — chiesi tremando e avvicinandomi.

— Io la scuserei e la scongiurerei a non mentir più, mai, a nessun costo. — E mi prese sulle ginocchia.

— Le due pagine della Storia sacra — balbettai allora piangendo — le ho strappate da me, perchè non avevo studiata la lezione.

— Povera Ida! Quanto hai dovuto soffrire! Quanto devono soffrire tutte le persone che mentiscono! Ma questo brutto fatto non si verificherà più...

— Mai più! mai più!

— Oh, come mi rendi contenta! —

La commozione mi soffocava. E nello slancio della mia gratitudine abbracciai strinta strinta la sora Gegia, susurrandole in un orecchio:

— Lo sa a chi voglio bene? Ad Abele!

Ed ero sincera anche quella volta. Oh le inesplicabili con tradizioni del cuore umano!

Capitolo IV. I viaggi di allora

ct ct Verso la fine del 1856 la mia salute dette un po’ a temere: tossivo, mi lamentavo di dolori alla nuca e di una grande stanchezza nelle gambe. A quei tempi non era così invalso come oggi il costume delle villeggiature: per rimediare all’anemia dei piccini si facevano far loro delle lunghe passeggiate fuori di porta, si dava loro a bere qualche uovo fresco o — se il caso era proprio grave — si mandavano a passar quindici giorni dalla lavandaia.

Ma io, avendo i parenti a Prato, mi trovavo in condizioni relativamente più fortunate di altri bimbi dell’età mia.

Dopo molti discorsi, dopo parecchie indecisioni e non poche perplessità la risoluzione veniva presa definitivamente.

Sicuro: la bambina, l’esile e palliduccia bambina che l’afa soffocante di Firenze aveva ridotta a mal partito, sarebbe andata in cerca di più fresca, di più respirabile temperatura: sarebbe andata a..... Prato, dagli zii Baccini, che abitavano una casa abbastanza tetra, in una strada più che ottusa e melanconica, piena di rimesse e di botteghe di legnaiuolo; ma che aveva il vantaggio inestimabile di esser lontana da Firenze una diecina di miglia.

A quei tempi, i chilometri non erano stati inventati: e Prato, col suo Duomo, i cantucci, il Mercatale e le innumerevoli botteghe di barbiere, faceva a noi fiorentini l’effetto d’una città della Svizzera.

Dovevo — quindi — partire. Ma con chi? Il babbo impelagato negli affari della tipografia, non poteva accompagnarmi di certo.

La mamma! Possibile! Coi suoi dolorini reumatici e il nervoso che quando la pigliava sul serio, la faceva piangere e ridere come una grulla, poteva esporsi ai rischi e alle vicissitudini d’un viaggio?

Mandarmi con l’Egle! Prima di tutto essa aveva delle ottime ragioni per non volersi muovere da Firenze: eppoi se veniva via anche lei chi avrebbe badato alla mamma?

E allora? Allora veniva deliberato a unanimità di voti che sarei partita col Carmagnini, il procaccia che aveva la rimessa a Firenze in Piazza delle Cipolle e che partiva per Prato con la sua grande, pencolante e vetusta diligenza, due volte la settimana, il martedì e il venerdì, giorni di mercato.

La mamma aveva conosciuto il Carmagnini fin da quando era ragazza e andavano insieme alla dottrina, dal priore di San Domenico: quindi sapeva che era un uomo serio, da non compromettersi, tale insomma da potergli affidare una creatura con tutta sicurezza.

Il babbo dava il consenso e cominciavano i preparativi per mettermi insieme il fagotto.

In casa, visto e considerato che non c’era l’abitudine dei viaggi, non c’erano valigie nè borse, ma solo un trespolo di baule color cioccolata, su cui era visibilissimo, malgrado venti e più anni di vita, un cartello giallastro con questo indirizzo: «Signor Leopoldo Baccini, Corfù» indirizzo cagione d’infinite compiacenze alla mamma che non mancava mai di dire anche se l’argomento non lo richiedeva: Quando «Poldo» dovè andare in Grecia...

Del baule, dunque, non c’era da discorrerne. Eppoi con che cosa si sarebbe dovuto riempire? Si cominciava dal passare in rassegna le mie camicine. Due, erano buone; ma una aveva un pezzo dietro; la quarta era lisa nello stesso punto. Ma con un po’ di riguardo, potevano passare, sopratutto — e qui la mamma prendeva un aspetto triste e severo ad un tempo — sopratutto se io avessi perso quel benedetto vizio di far le capriole sul letto, come i ragazzacci.

A sottanine stavo bene. Vestiti, tre bastavano. Quello di giaconetta, a palme, per le feste: quello di gingas per quando la zia Annina m’avesse portato nei giorni di lavoro a girare una porta, suprema delizia dei pratesi; quello a mille righe, di bordatino, per la casa.

Mi rivedo ancora, con le scarpine scollate, col famoso vestito di gingas, insaldato al punto da trasformarmi in un vero pallone, e con la gran paméla in capo, guarnita con un largo nastro scozzese, le cui staffe, lasciate piuttosto lunghette, sventolavano allegramente a destra e a sinistra: mi rivedo ancora, per la mano alla mamma che faceva ogni sforzo per nascondermi la propria commozione e infondermi coraggio.

— Gli zii sono avvisati — mi diceva con voce tremante — e ti aspetteranno a Porta Fiorentina, dove il Carmagnini ti farà scendere. Guarda di non inciampare e di non strapparti la trina delle mutandine. Consegna subito il fagotto allo zio e mostrati allegra, di buon umore. Lungo la strada non ti spenzolare dal fìnestrino; pensa che a volte pesa più la testa... del... del... in somma di tutto il resto della persona. La medaglina al collo ce l’hai: fatti coraggio! Eccoci arrivati!

Risparmio alle pazienti lettrici il racconto delle supreme raccomandazioni al buon Carmagnini, e lo strazio dell’ultimo addio. Tanto io che la mamma piangevamo come due viti tagliate e per un bel pezzo di strada, fintantochè la diligenza non iscantonava, io seguitavo ad agitar la pezzolina bianca....

Appena uscita all’aperto, fuori delle strade tortuose e buiette di Firenze vecchia, mi passavano tutte le malinconie, tutte le tristezze, e mi beavo nella contempla- zione della campagna, delle colline, del cielo purissimo. Nessun particolare del paesaggio mi sfuggiva: dalla bucolina da cui uscivano e rientravano a frotte le formiche, all’ampio cerchio descritto dal volo d’una rondine: dalla stalla ove muggiva un bove, alla villa ridente sulla vetta d’un poggio: da uno schiamazzìo di galline messe in fuga dall’approssimarsi della diligenza, al bel sole sfolgorante in un corteggio di nuvole d’oro, che calava dietro i monti, tutto attirava la mia attenzione, tutto mi piaceva e mi cagionava sensazioni delicatissime, inafferrabili, che ora non saprei ritrovar più!. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ora, appena partiti, siamo già arrivati.... Certo, questo è un bene, un bene inapprezzabile a cui nessuna persona intelligente vorrebbe rinunziare.

Ma perchè, allora, il ricordo di certi viaggi all’antica, a base di diligenze e di polverone, ci danza nella memoria, fulgido come una visione amorosa? Forse perchè tutte le cose lontane ci appaiono più belle: forse anche perchè l’uomo, questo eterno incontentabile, pur di non dichiararsi contento del presente, si tormenta a evocare e a gridar desiderabili giorni e costumi non lieti, non belli, non utili, irrevocabilmente sepolti.

Capitolo V. Montemurlo

ct ct Nei miei ricordi giovanili, tra la tristezza della casa di via delle Ruote e le frequenti melanconiche gite a Prato dagli zii, sorride, fresca e verdeggiante oasi, la visione di Montemurlo. E io ho voluto intitolare con questo nome il presente capitoletto, perchè Montemurlo ha esercitato una grande influenza su tutta la mia vita e forse sull’arte mia.

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…