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La Città del Sole - Versione critica

Tommaso Campanella · 1602 · Free in the US

12,554 words · about 53 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Tommaso Campanella
Language
Italian
Published
1602
Length
12,554 words · about 53 min
Sections
2 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (2)
  1. Indice under 1 min
  2. La Città del Sole about 53 min

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Indice

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La Città del Sole

Ospitalario: Dimmi, di grazia tutto quello che t’avvenne in questa navigazione.

Genovese: Già t’ho detto come girai il mondo tutto, e poi come arrivai alla Taprobana, e fui forzato movere in terra, e poi, fuggendo la furia di terrazzani, mi rinselvai, ed uscii in un gran piano proprio sotto l’equinoziale.

Ospitalario: Qui che t’occorse?

Genovese: Subito incontrai un gran squadrone d’uomini e donne armate, e molti di loro intendevano la lingua mia, li quali mi condussero alla Città del Sole.

Ospitalario: Di’, come è fatta questa città? e come si governa?

Genovese: Sorge nell’alta campagna un colle, sopra il quale sta la maggior parte della città; ma arrivano i suoi giri molto spazio fuor delle radici del monte, il quale è tanto, che la città fa due miglia di diametro e più, e viene ad essere sette miglia di circolo; ma, per la levatura, più abitazioni ha, che si fosse in piano. È la città distinta in sette gironi grandissimi nominati dalli sette pianeti, e s’entra dall’uno all’altro per quattro strade e per quattro porte alli quattro angoli del mondo spettanti; ma sta in modo che se fosse espugnato il primo girone, bisogna più travaglio al secondo e poi più, talché sette fiate bisogna espugnarla

per vincerla, ma io son di parere, che n’anco il primo si può, tanto grosso e terrapieno, e la di torrioni, artelleria e fossati di fuora. Entrati dunque per la porta tramontana, di ferro coperta fatta che s’alza, e cala con bello ingegno si ved’un piano di cinquanta passi tra la muraglia prima, e l’altra. Appresso stanno palazzi tutti uniti per giro col muro che puoi dir che tutti siano uno, e di sopra han li revellini sopra a colossi, come chiostri de frati, e di sotto non vi è introito se non dalla parte concava delli palazzi, poi son le stanze belle con le fenestre al convesso, e al concavo, e son distinte con piccioli muri tra loro solo il muro convesso è grosso otto palmi, il concavo tre, il mezano uno e poco più, e così poi s’arriva al secondo piano, ch’è dui passi e tre manco, e si veden le seconde mura con li revellini in fuora, e passeggiatori, e dalla parte di dentro l’altro muro che serra li palazzi in mezo ha il chiostro con le colonne, e di sotto, e di sopra belle figure pitture, e così s’arriva fin al supremo, e sempre per piani, solo quando s’entrano le porte, che son doppie per le mura interiori, ed esteriori, s’ascende per gradi tali, che non si conosce, perché vanno obliquamente, e son d’altura quasi insensibili distinte le scale. Nella sommità del monte v’è un gran piano, e un gran tempio in mezzo, di stupendo arteficio.

Ospitalario: Seguita in cortesia.

Genovese: Il tempio è tondo perfettamente, e non ha muraglia, che lo circonda ma sta situato sopra colonne grosse, e belle assai; la cupola grande ha in mezzo una cupoletta con uno spiraglio, che pende sopra l’altare, ch’è uno solo, e sta nel mezzo del tempio. Girano le colonne trecento passi, e più, e fuor delle colonne della cupola vi son per otto passi li chiostri con mura poco elevate sopra le sedie, che stan d’intorno al concavo dell’esterior muro; benché in tutte le colonne interiori, che senza muro fraposte tengono il tempio, vi siano sedie portatili assai; sopra l’altare non vi è altro, ch’un Mappamondo assai grande dove tutt’il cielo è dipinto; e un’altro dov’è la terra, poi sul cielo della cupola vi stanno tutte le stelle maggiori del cielo, notate con i nomi loro e virtù, ch’hanno sopra le cose terrene, con tre versi per una, ci sono i poli, e i circoli segnati non del tutto, perche ci manca il muro a basso; ma si vedono si noti in corrispondenza nelli globbi dell’altare. V’è sempre accese sette lampadi nominati dalli sette pianeti; sopra il tempio vi stanno

alcune celle nella cupoletta a torno, e molt’altre grandi sopra gli chiostri, e qui abitano li religiosi, che son da quaranta. V’è sopra la cupola una banderola per mostrare li venti; e ne segnano 36; e sanno quando spira ogni vento, che stagione porta. E qui sta anch’un libro in lettere d’oro di cose importantissime.

Ospitalario: Per tua fe’ dimmi tutto il modo del governo, che qui t’aspettavo.

Genovese: È un prencipe sacerdote tra loro, che s’appella Sole e in lingua nostra si dice Metafisico, questo è capo di tutti in spirituale e temporale, e tutti li negozii in lui si terminano. Ha tre prencipi collaterali: Pon, Sin, Mor, che vuol dire Potestà, Sapienza e Amore. Il Potestà ha cura delle guerre, e delle paci e dell’arte militare, è supremo nella guerra, ma non sopra Sole, ha cura dell’officiali, guerrieri, soldati, munizioni, fortificazioni, e espugnazioni. Il Sapienza ha cura de tutte le scienze, e delli dottori e magistrati dell’arti liberali, e mecaniche, e tiene sotto di sé tanti officiali quante son le scienze: c’è l’Astrologo, il Cosmografo, il Geometra, il Loico, il Retorico, il Grammatico, il Medico, il Fisico, il Politico, il Morale, e tien’un libro solo dove stan tutte le scienze, che fa leggere a tutto il popolo ad usanza di Pitagorici. E questo ha fatto pingere tutte le muraglie, su li revellini dentro, e di fuori

tutte le scienze. Nelle mura del tempio esteriori, e nelle cortine, che si calano quando si predica per non perdersi la voce, vi sta ogni stella ordinatamente con tre versi per una. Nel dentro del primo girone tutte le figure matematiche, più che non scrisse e , con le loro proposizioni significanti. Nel di fuori v’è la carta della terra tutta, e poi le tavole d’ogni provincia con i riti, costumi, e leggi loro, e con l’Alfabeti ordinati sopra il loro alfabeto. Nel dentro del 2° girone vi son tutte le pietre preziose, e non preziose, e minerali, e metalli veri, e pinti con le dichiarazioni di due versi per uno. Nel di fuori vi son tutte sorti di laghi, mari e fiumi, vini, ogli, e altri licori, e loro virtù, e origine, e qualità; e ci son le carafe piene di diversi licori di cento e trecento anni, con li quali sanano tutte infirmità. Nel dentro del 3° vi son tutte sorte d’erbe, e arbori del mondo pinte, e pur in teste di terra sopra il revellino, e le dichiarazioni dove prima si trovaro, e le virtù loro, e le simiglianze ch’hanno con le stelle, e con li metalli, e con le membra umane, e l’uso loro in medicina. Nel di fuori tutte maniere di pesci di fiumi, e laghi e mari, e le virtù loro, e il modo di vivere, di generarsi, e allevarsi, e a che serveno, e le somiglianze ch’hanno con le cose celesti, terrestri dell’arte, e della natura. Sì che mi stupii quando trovai pesce vescovo, e catena e chiodo, e stella, a punto come sono questi cossi tra noi, ci sono incini, rizzi, spondoli, tutto quanto è degno di sapere con mirabil arte di pittura, e di scrittura che dichiara. Nel 4° di dentro vi son tutte sorti d’ucelli pinti, e lor qualità, grandezze, costumi, e la fenice è verissima appresso loro, nel di fuori stanno tutte sorti d’animali reptili, serpi, draghi, vermini, e l’insetti, mosche, tafani e con loro condizioni, veneni, e virtuti, e son più che pensiamo. Nel 5° di dentro vi sono animali perfetti terrestri di tante sorti, ch’è stupore, non sappiamo noi la millesima parte, e però sendo grandi di corpo, l’han pinti ancora nel di fuore revellino, e quante maniere di cavalli solamente, oh belle figure dichiarate distintamente. Nel 6° dentro vi sono tutte l’arti mecaniche, e l’inventori loro, e li diversi modi come s’usano in diverse regioni del mondo. Nel di fuori vi sono tutti l’inventori delle leggi, e delle scienze e dell’armi; trovasi Mosè, Osiri, Giove, Mercurio, , e altri assai, e in luoco assai onorato era Giesù Cristo e li dodici apostoli, che ne tengono gran conto; Cesare, Alessandro, Pirro, e tutti li Romani; ond’io ammi- rato come sapevano quelle istorie, mi mostrarono che essi teneano di tutte nazioni lingua, e che mandavano a posta per il mondo l’ambasciatori, e s’informavano del bene, e del male di tutti, e godeno assai in questo. Vidi che nella Cina le bombarde e le stampe furo prima ch’a noi, ci son poi li maestri di queste cose, e li figliuoli, sensa fastidio giocando, si trovano saper tutte le scienze istoricamente prima ch’abbin dieci anni. Il Amore ha cura della generazione, d’unir li maschi alle femine in modo che faccin buona razza; e se rideno di noi ch’attendemo alla razza delli cani e cavalli, e trascuramo la nostra. Tien cura della educazione, delle medicine, speciarie, del seminare e racogliere i frutti, delle biade, delle mensi, e d’ogni altra cosa pertinente al vitto, vestito e coito, e ha molti mastri, e mastre dedicate a quest’arti. Il Metafisico tratta tutti questi negozii con loro, che sensa lui nulla si fa, e ogni cosa la comunicano essi quattro, e dov’il Metafisico inchina son d’accordo.

Ospitalario: Or dimmi dell’officii, e dell’educazione e del modo come si vive, s’è Republica o Monarchia o stato di pochi.

Genovese: Questa è una gente ch’arrivò la dall’indie, e erano molti filosofi, che fugiro la ruina di Mogori e d’altri predoni e Tirani onde si risolsero viver alla filosofica in comune

si ben la comunità delle donne non s’usa tra le genti della provincia loro; ma essi l’usano, ed è questo il modo. Tutte cose son comuni; ma stanno in mano d’officiali che le dispensano, onde non solo il vitto, ma le scienze, e onori, e spassi son comuni, ma in maniera che non si può appropriare cosa alcuna; dicono essi che tutta la proprietà nasce dal far casa appartata, e figli e moglie propria, onde nasce l’amor proprio, che per sublimar a ricchezze, o a dignità il figlio, o lasciarlo erede, ognuno diventa o rapace publico se non ha timore sendo potente, o avaro, e insidioso, e ippocrita s’è impotente; ma quando perdeno l’amor proprio resta il comune solo.

Ospitalario: Dunque nullo vorrà faticare, mentr’aspetta che l’altro fatichi, come dice contra !

Genovese: Io non so disputare ma ti dico ch’hanno tant’amore alla patria loro ch’è cosa stupenda, più che non si dice de Romani quanto son più spropriati; e credo che li preti, e monaci nostri se non avessero li parenti, o l’amici, e l’ambizione di crescere più a dignità sariano più spropriati e santi e caritativi con tutti.

Ospitalario: Dunque là non c’è amicizia poiché non si fan piacere l’un l’altro!

Genovese: Anzi grandissima, perch’è bello a vedere che tra loro non ponno donarsi cosa alcuna, perché tutto hanno del comune, e molto guardano gli officiali, che nullo abbia più che merita, però quant’è

bisogno tutti l’hanno, e l’amico si conosce tra loro nelle guerre, nell’infirmità, nelle scienze, dove s’aiutano e insegnano l’un l’altro, e tutti li giovani s’appellano frati, e quelli che sono 15 anni più di loro padri, e quindeci meno figli, e poi vi stanno l’officiali a tutte cose attenti, che nullo possa far all’altro torto nella fratellanza.

Ospitalario: E come?

Genovese: Di quante virtù noi abbiamo, essi hanno l’offìcio, c’è l’un che si chiama liberalità, un magnanimità, un castità, un fortezza, un giustizia criminale, e civile, un solerzia, un verità, beneficienza, gratitudine, misericordia, e ciascuno di questi s’elegge quello, che da fanciullo nelle scuole si conosce inclinato a tali virtù, però, non sendo tra loro latrocinii, né assassinii, né stupri, né incesti, et adulteri, delli quali noi c’accusiamo, essi s’accusano d’ingratitudine, di malignità, quando un non vuol piacere onesto, di bugia che l’abborriscono più che la peste, e questi son privati per li peccati dalla mensa comune del commercio delle donne, e d’alcuni onori, fin che pare al giudice per emendarli.

Ospitalario: Or dimmi come fan gli officiali?

Genovese: Questo non si può dire, se non sai la vita loro, primo è da sapere che l’uomini, e donne vesteno d’un modo atto a guerreggiare, benché le donne han la sopraveste

fin sotto al ginocchio, e l’uomini sopra. E s’allevano tutti in tutte l’arti; dopo i tre anni li fanciulli imparano la lingua e l’alfabeto nelle mura, caminando in quattro schiere, e quattro vecchi li guidano e l’insegnano, e poi li fan giuocare, e correre, per rinforzarli, e sempre scalzi, e scapigliati, fin alli sette anni; e li conducono nell’officine dell’arti, cositori, pittori, orefici, ecc. e mirano l’inclinazione dopo il settim’anno vanno alle lezioni delle scienze naturali tutti che son quattro lettori della medesima lezione, ed in quattro ore tutte quattro le squadre si spediscono perché mentre l’altri s’esercitano il corpo, o fanno li pubblici servizi, l’altri stanno alla lezione. Poi alli dieci si metteno alle matematiche medicine e altre scienze. E c’è continua disputa tra loro e concorrenza. E quelli poi diventano officiali di quella scienza dove più riuscirono, o di quell’arte meccanica, ch’ogn’una han il suo capo. E in campagna ne lavori, e nella pastura delle bestie pur vanno ad imparare; e quello è tenuto di più gran nobiltà che più arti impara, e meglio le fa. Onde si rideno di noi che l’artifici appellam ignobili; e diciamo nobili quelli, che null’arte imparano e stann’oziosi, e tengon in ozio, e lascivia tanti servidori. L’officiali poi s’eleggono da quelli quattro capi, e dalli mastri di quell’arte; li quali molto bene sanno chi è più atto a quell’arte, o virtù, in cui ha da reggere: e propongon in consiglio, et ognuno oppone quel che sa di loro. Però non può Sole se non quello, che sa tutte l’istorie delle genti, e riti, e sacrifici, e republiche ed inventori di leggi et arti. Poi bisogna, che sappia tutte l’arti meccaniche, perch’ogni due giorni s’impara una, ma l’uso qui le fa saper tutte, e la pittura. E tutte le scienze ha da sapere, matematiche, fisiche, ed astrologiche. Delle lingue non si cura, perch’ha l’interpreti, che son i grammatici loro. Ma più di tutti bisogna che sia Metafisico e theologo, che sappia ben la radice, e prova d’ogni arte, e scienza; e le similitudini, e differenze delle cose; la necessità, il fato, e l’armonia del mondo. La possanza, sapienza, ed Amor divino, e d’ogni cosa; e li gradi dell’Enti, e correspondevoli loro, con le cose celesti, terrestri e mariteme. e studia molto ne profeti, ed Astrologia, dunque si sa ch’ha d’esser Sole, e se non passa trentacinque anni non arriva a tal grado. E questo officio è perpetuo; mentre non si trova chi sappia più di lui, e sia più atto al governo.

Ospitalario: E chi può saper tanto! Anzi non può saper governare chi attende alle scienze.

Genovese: Io dissi a loro questo

e mi risposero: più certi siamo noi, ch’un tanto litterato sa governare, che voi, che sublimati l’ignoranti pensando, che sian atti, e sia pur tristo in governo, non sara mai crudele, né scelerato, né tiranno un chi tanto sa; ma sappiati, che questo è argomento, che può tra voi. Dove pensate, che sia dotto chi sa più grammatica, e logica d’, e di questo, e quello autore dove ci vol sol memoria servile onde l’uomo si fa inerte; perche non contempla le cose, ma li libri; e s’avvilisce l’anima in quelle cose morte ne sa come Dio regga le cose, e l’usi della natura, e delle nazioni. Il che non può avvenire al nostro Sole perche non può arrivare a tante scienze chi non è scaltro d’ingegno ad ogni cosa: onde è sempre attivissimo al governo. Noi pur sappiamo che chi sa una scienza sola non sa quella, ne l’altre bene. E che colui ch’è atto a una sola studiata in libro, è inerte, e grosso. Ma non così avviene all’ingegni pronti, e facili ad ogni conoscenza come bisogna che sia il Sole e nella citta nostra s’imparano le scienze con facilita tale, come vedi, che più in un’anno qui si ha, ch’in dieci o quindici tra voi. E mira in questi fanciulli.

Nel che io restai confuso per le ragioni sue e la prova di quelli fanciulli, ch’intendevano la mia lingua; perché d’ogni lingua sempre han essi tre che la sappiano. E tra loro non c’è ozio nullo, se non quello che li fa dotti; che però vanno in campagna a correre, a tirar dardi, sparar archibugi, seguitar fere, lavorare, conoscer l’erbe, or una schiera, ed or un’altra.

Li tre officiali primi non bisogna che sappiano se non quell’arti che all’officio loro appartengono. Onde hanno l’arti comuni a tutti, istoricamente imparandole; e poi le proprie, dove più si da uno ch’un altro. Così il Potesta saperà l’arte cavalieresca, fabricar ogni sorte darmi, così di guerra, machine, arte militare, ecc. Ma tutti questi officiali han d’essere filosofi di più, ed istorici naturalisti, ed umanisti.

Ospitalario: Vorrei che dicessi l’offici tutti, e li distinguessi; e s’è bisogno le educazioni comuni.

Genovese: Sono prima le stanze comuni, e belli letti, e bisogni, ma ogni sei mesi si distinguono dalli mastri, chi ha da dormire in questo girone, o in quell’altro, e nella stanza prima o seconda, notate per alfabeto. Poi son l’arti communi agli uomini e donne, le specu-

lative e meccaniche; con questa distinzione, che quelle dove ci va fatica grande e viaggio, le fanno gli uomini come arare, seminare, cogliere i frutti, e pascer li armenti; però nell’aia, nella vendemia, nel formare il cascio, e mungere [l’uberi?] si soleno le donne mandare, e nell’orti vicini alla Città per l’erbe. L’arti che si fanno sedendo, e stando per lo più son delle donne: come tessere, cuscire, tagliar li capegli, e le barbe, la speziaria; e far tutte le sorti di vestimenti fuorché l’arte del ferraro e dell’armi. E ch’è atta a pingere non se li vieta. La musica però è delle donne: che più dilettano, e de fanciulli, ma non le trombe e tamburri. Fanno le vivande, apparecchiano le mense: ma lo servire a tavola è proprio delli giovani maschi, e femine, finché sono di venti uno anno. Stanno in ogni girone le publiche cucine, e le dispense della robba, e d’ogni officio, soprastante è un vecchio, e una vecchia, che comandano, e han potestà di battere o far battere d’altri, li negligenti, o disubidienti, e notano ognuno ed ognuna in ch’esercizio meglio riesce. Tutta la gioventù serve alli vecchi che passano 40 anni, ma il mastro o maestra han cura la sera quando vanno a dor- mire e la mattina di mandar alli servizi di quelli a chi tocca, uno o due ad ogni stanza. Ed essi giovani si servono tra loro, e chi ricusa, guai a lui. Vi son prime, e seconde mense d’una parte mangiano le donne, dall’altra gli uomini; e stanno come in refettorio de frati. Si fa senza strepito, ed un sempre legge a tavola cantando, e spesso l’officiale parla sopra qualche passo della lezione. È una dolce cosa vedersi servire di tanta bella gioventu in abito succinto, e così a tempo, e vedersi a canto tanti amici, [frati?], figli, e madri, vivere con tanto rispetto ed amore.

Si dona a ciascuno il suo piatto. E li medici hanno cura di dire alli cochi in quel giorno, qual sorte di vivanda conviene; e quale alli vecchi, quelle alli giovani, e quale all’ammalati; e l’officiali hanno la miglior parte, e mandano spesso in tavola del loro a chi più s’ha fatto onore la matina nelle lezioni, e dispute delle scienze, e d’armi. E questo si stima per grande onore, e favore. E nelle feste fanno cantar una musica pur in tavola. E perché tutti metteno mano alli servizi, mai non si trova che manchi cosa alcuna. Son vecchi savi soprastanti a chi co-

cina; et nelle stanze; nelli vasi, e nelle vestimenta stimano assai la politia

Vesteno dentro camisa bianca di lino, sopra un vestito con giubbone, e calze insieme sensa pieghe; e spaccato per mezo dal lato, e di sotto e poi imbottonato. Ed arriva la calza sin al tallone, a cui si pone un pedal grande come bolzacchino, e la scarpa sopra; e son ben attillate, che quando si spogliano la sopravveste si scerneno tutte le fattezze della persona. Si mutano le vesti quattro volte varie, qando il Sole entra Cancro, e Capricorno Ariete e Bilancia; e, secondo la complessione, e decenza sta al medico di distribuirle col vestiario di ciascun girone, ed è cosa mirabile che in un punto hanno quante vesti vogliono grosse, sottili, secondo il tempo ecc. Veston tutti di bianco, ed ogni mese si lavan le vesti col sapone, o bugata quelle di tela.

Tutte le stanze sottane officine, cucine, granari, guardarobbe, dispense, vivandari, e lavatori ma si lavano nelle pile delli chiostri, l’acqua si getta per le latrine, o canali che vanno a quelle. Hanno in tutte le piazze delli gironi le loro fontane, che tirano l’acque dal fondo solo con muover un legno, onde esse spicciano

per li canali, v’è acqua sorgente; molta nelle conserve a cui vanno le piogge per li canali delle case, passando per arenosi acquedotti; si lavano le persone loro spesso, secondo il maestro, e il medico ordina. L’arti si fanno tutte ne chiostri di sotto, e le speculative di sopra, dove sono le pitture; e nel tempio si leggono nell’atri di fuori son orologi di Sole, e di squille per tutti i gironi, e banderuole per saper li venti.

Ospitalario: Or dimmi della generatione.

Genovese: Nulla femina si sottopone a maschi, se non arriva a 19 anni; né il maschio si mette alla generazione innanzi alli 21. E più s’è di complessione bianco. Nel tempo innanzi è ad alcuno lecito il coito con le donne sterili o pregne, per non fare in vaso indebito; e le maestre matrone con li seniori della generazione han cura di provederli secondo a loro è detto in secreto da quelli più molestati da Venere, ma non lo fanno sensa far parola al maestro maggiore, ch’è un gran medico, e sottostà ad Amore prencepe officiale.

ch’è impotent’al coito, e quali membra con quali si confanno, e cossì sendo ben lavati si donano al coito ogni trè sere; e non accoppiano se non le femine grandi, e belle alli grandi e virtuosi, e le grasse a macri, e li macri alle grasse per far temperie. La sera vanno i fanciulli, et si acconciano li letti, e poi vanno a dormire secondo ordina il mastro, e la maestra, ne si pongono al coito se non han digerito, e prima fanno orazione, e hanno belle statue di uomini illustri dove le donne mirano, poi escono alla fenestra, e pregano Dio del cielo che li dona prole buona, e dormino in due celle, sparti fin a quell’ora che s’hanno a congiungere, ed all’ora va la maestra, e apre l’uscio dell’una, e l’altra stanza. Quest’ora è determinata dall’Astrongo e medico, e si forzano sempre di pigliar tempo che Mercurio e Venere siano orientali dal Sole in casa benigna, e che sian mirati da Marte di buono aspetto e da Saturno così il Sole, come la Luna, di spesso sono Afete e per lo più vogliono Giove in ascendente, ma assai si guardano che Saturno, o Marte non stiano in Angolo, perche tutti quattro Angoli con opposizioni, o quadrati infettano, e da essi Angoli è la radice della virtù vitale, e della sorte; non si curano di satellizio, ma solo degli aspetti buoni, ma il satellizio solo nella fondazione della città, e della legge ricercano che però non abbia principi Marte o Saturno, ed han per peccato li generatori non trovarsi mondi tre giorni avanti di coito e d’azioni prave, e di non esser devoti al Creatore. Gli altri, che per delizia o per servire alla necessità si donano al coito con sterili o pregne o con donne di poco valore, non osservan queste sottigliezze. E gli officiali, che son tutti sacerdoti, e li sapienti non si fanno generatori, se non osservano molti giorni più condizioni; perch’essi, per le molti speculationi, han debole lo spirito animale; e non transfondeno il valor della testa, perché pensano sempre a qualche cosa; onde trista razza fanno, talché si guarda bene, e si donano questi a donne vive, gagliarde e belle. E l’uomini fantastici, e capricciosi alle donne grasse, temperate, di costumi blandi. E dicono che la purità della complessione, onde le virtù fruttano, non si può acquistare con arte: e che l’uomini di mala natura per timor della legge fanno bene: e quella cessante struggon la republica con manifesti, o secreti modi; però tutto lo studio principale dev’essere nella generazione, e mirarsi li meriti naturali, e non la dote e la fallace nobiltà.

Se alcune di queste donne non concipeno con uno, la mettono con altri. Se poi si trova sterile si può accomunare, ma non ha l’onor delle matrone in consiglio della generazione, e nella mensa e nel tempio, e questo lo fanno perch’essa non procuri la sterilità per lussuriare. Quelle che hanno concepito per quindici giorni non s’esercitano, poi fanno leggeri esercizi per rinforzar la prole, e aprir li meati del nutrimento a quella. Partorito ch’hanno, esse stesse allevano li figli in luochi comuni, per due anni lattando, e più, secondo pare al Fisico. Dopo si smamma la prole, e si dona in guardia delle mastre se son femine, o delli mastri con gli altri fanciulli. E qui s’esercitano al’alfabeto, a caminare correre, e lottare; o vero alle figure istoriate. Ed han vesti di color vario e bello. Alli sett’anni si donano alle scienze naturali, e poi all’altre, secondo pare all’officiali, e dopo di questo si metteno in meccanica. Ma li figli di poco valore si mandano alle ville e quando riescono poi si riducono alla Città. Ma per lo più sendo generati nella medesima generazione li contemporanei sono di virtù consimili, e di fattezze, e di costumi, e s’amano grandemente, e aiutano l’un l’altro. Li nomi loro non si mettono a caso, ma dal metafisico secondo la proprietà, come usavano li Romani: onde altri si chiamano il bello, altri il nasuto, altri il peduto, altri bieco, altri Crasso ecc. ma quando poi diventano eccellenti nell’arti loro o fanno qualche prova in guerra, s’aggiunge il cognome dall’arte, come Pittor Magno, Aureo, eccellente, gagliardo, dicendo Crasso aureo, ecc. o pur dall’atto, dicendo: Crasso forte, astuto, vincitore, magno massimo. E dal nemico vinto come Africano, Asiano, Tosco, & manfredi, Tortelio dall’aver superato Manfredi o Tortelio ecc.

E questi nomi s’aggiungono dall’officiali grandi, e si donano con una corona conveniente all’atto, o arte sua, con applauso, e musica, e si vanno a perdere per quest’applausi, perch’oro, e argento non si stima, se non come materia di vasi o di guarnimenti comune a tutti.

Ospitalario: Non ci è gelosia tra loro, o dolore a che non sia fatto generatore?

Genovese: Signor no: perch’a nullo manca il necessario loro quant’al gusto. E la generazione è osservata religiosamente per bene pubblico, non privato, ed è bisogno star al detto dell’officiali, ne ci bisogna inganno di ballotte per contentarsi delle brutte i brutti, perche tra loro non c’è bruttezza

che esercitandosi esse donne diventano di color vivo, e di membra forti e grandi, e nella gagliardia e grandezza consiste la bellezza appresso loro. Peron è pena della vita in bellettar la faccia, on portar pianelle, on vesti con le code per coprir li piedi di legno. Ma non averiano tampoco comodità di far questo, perché chi le daria loro!, e dicono che questo abuso in noi viene dall’ozio delle donne, che le fa scolorite, fiacche e piccole, e peron han bisogno di colori e alte pianelle, e farsi belle. Di più s’uno s’innamora di qualche donna è lecito tra loro parlare, far versi, scherzi, imprese di fiori, e di piante. Ma se si guasta la generazione, in nullo modo si dispensa trà loro il coito, se non quando essa è pregna, o sterile. Però non si conosce tra loro se non amor d’amicizia per lo più, non di concupiscenza ardente. La robba non si stima, perch’ogn’uno ha quanto li bisogna; salvo per segno d’onore. Ond’all’eroi la republica fa certi doni in tavola o in feste publiche di ghirlande o di vestimenta belle fregiate, benche tutti di bianco il giorno, e nella città; ma di notte, e fuor della Città vestono di rosso, o di seta, o di lana, aborriscono il color negro come feccia delle cose, e però odiano li Giapponesi amici di quello; la superbia tenuta per gran peccato, e si punisce un atto di superbia in quel modo che si commette, onde nullo reputa a viltà lo servire in mensa, in cucina, o altrove, ma lo chiamano imparare, e dicono che così è onore al piede caminare, com’all’occhio guardare. Onde chi è deputato a qualche officio lo fa, come cosa onoratissima, e non tengono schiavi perché essi bastano a sé stessi, anzi soverchiano. Ma noi non così, perché in Genova sono settanta mila anime, e non faticano se non le diece, o quindici mila, e questi patiscono fatica assai, e se struggono, e l’oziosi si perdeno anche per l’ozio, avarizia, lussuria, e usura; e molta gente guastano tenendoli in servitù e povertà, o facendoli partecipi de lor vizii, talche manca il servizio publico, e non si può il campo, la milizia e l’arti fare se non male, e con stento. Ma tra loro partendosi l’officii a tutti, e le arti, e fatiche, non tocca faticar quattro ore il giorno per uno; se ben tutto il resto è imparare giocando, disputando, legendo, insegnando, caminando, e sempre con gaudio, e non s’usa gioco che si faccia sedendo, ne scacchi, ne dadi, ne carte o simili, ma ben la palla, pallone, rollo, lotta, tirar palo, dardo, ed archibugio. Dicono ancora, che la povertà grande fa li uomini vili, astuti, ladri, insidiosi, forasciti, menzognari, testimoni falsi ecc. e le ricchezze insolenti, superbi, ignoranti, traditori, disamorati, presumitori di quel, che non sanno ecc. però la comunità tutti li fa ricchi, e poveri; ricchi ch’ogni cos’hanno, e possedono, poveri, perché s’attaccano a servire in ogni cosa; se bene ogni cosa servi a loro. E molto laudano in questo le religioni della cristianità; e la vita dell’apostoli.

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