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Contro l'alchimia e gli alchimisti palinodia dell'Argonautica - Versione diplomatica

Angelo Ingegneri · 1606 · Free in the US

15,461 words · about 1 h 5 min to read

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Author
Angelo Ingegneri
Language
Italian
Published
1606
Length
15,461 words · about 1 h 5 min
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6 reader sections
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Contents (6)

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Front matter

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Indice

Al molt'illustre Girolamo Fosco

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E L L A preſente dedicatione io non hò veruno di que' fini, che ſogliono mouer altrui à così fatte attioni: Nō d'honorar V. S. Reuerendiſsima, per ſè ſteßa, e per le ſue virtù, honoratiſsima: Non di dar riputatio-

nene all'opera, che non è capace di tanto fauore: Non di procacciar difeſa à coſa così lieue, che non vi ſarà cane, che le abbai: Non d'auanzar di credito co'l poco giudicio, ch'io moſtro nella baſſezza del mio dono: Non di pagar debiti vecchi, che non ne hò'l modo: Nè finalmente di farne di noui; ch'à tale hoggimai è giunta la beneficenza di V. S. Reuerendiſsima verſo di me, ch'io non mi trouo più reſto per tener maggior inuito della ſua liberalità: Ma ſolo in ſegno d'amore, e di riuerenza, le mando queſto breue diſcorſo mio, della cui viſta (sì come inteſi già dal gentiliſsimo Padre Frà Ippolito Fabrani) ella ſi ſcoprì più d'vna volta corteſemente deſideroſa. Hollo accompagnato d'vn picciolo poema, al quale egli ha particolare relatione. L'vn', e l'altro più curioſo, che dotto, e forſe più piaceuole, che verace: ſaluo doue ſi nominano Perſonaggi, et amici, non mai da me à ſofficienza lodati. Il primo recar potrebbe qualche poco di guſto à V. S. Reuerendiſsima, che ſaggiamente deue riderſi dell'Alchimia da lui biaſ-

mata. Ma'l ſecondo non haurà che fare con i penſieri di lei, ſe non quanto per auentura l'alluſione, ch ei contiene, alla fauola dell Aureo Vello può con pari allegoria accennare' l corſo felice della prudentiſsima vita di V. S. Reuerendiſsima. La quale, abbandonate le ciuili commodità della ſua nobile patria, e gli agi honeſti della caſa ſua, ſe ne paſsò, degnamē accompagnata da non volgar dottrina, e da amabiliſsimi costumi, nella ſecura Naue della vera Religione, con l'aura ſoaue dello Spirito Santo, all'acquiſto di quel teſoro, ch'è poſcia ſtato a lei con ſomma prouidenza raccōmandato dal Sapiētiſsimo Principe PAPA . N. S. Teſoro veramente pretioſiſsimo, nō pure per le Pōtifcie Gemme da lei cuſtodite, e per l'oro, e l'argento diſpenſato à poueri, ma molto pìu per la vita immortale, e celeſte, che ella guadagna à sè medeſima, quelle con ogni fede, e diligēza guardando, e queſti diſtribuendo con non minor riguardo alla perfetta giustitia, che pietoſo, & ardentiſsimo zelo di carità. Il che ottima-

mente preuide Sua Beatitudine ſin' all'hora, che adoprandoſi V. S. Reuerendiſsima in ſeruigio del Santo Vfficio ſotto all'Illustriſsimo, e Reuerendiſsimo Signor Cardinale di Santa Seuerina di glorioſa, e valoroſa memoria, ella ſi reſe così giudicioſa imitatrice de' moraliſsimi, e catholichiſsimi eſſempi del ſuo Padrone, che quando Sua Santità in minoribus ſucceſſe a quel gran Cardinale nel carico dell' Inquiſitione, volle nel poſſeßo ancora ſuccedergli dell'opra, e del miniſtero di V. S. Reuerendiſsima. Di cui di maniera ſi venne compiacendo ſino alla ſua meritiſsima aſſuntione al Pontificato, che ſubito la creò vno de ſuoi più intimi Camerieri, e la fece ſuo ſegreto Elemoſiniere, e Cuſtode delle Gioie, come s'è detto. E così piaccia à Dio conſeruar Sua Beatitudine lungamente, e dare à V. S. Reuerendiſsima altrettāta proſperità, come io ſpero vederla in breue eſſaltata à grado, più conueneuole alla ſua incomparabile bontà, et al beneficio, e decoro di Santa Chieſa. Intanto io la ſupplico à gradire con la ſolita ſua hu-

manità l'humile testimonio, ch'io le porgo della diuotione, e dell’obligo mio: aſsecurandoſi, che doue manca l'effetto abonda la volontà, e che al difetto di più euidente gratitudine ſopplirà ſempre vna memoria inestinguibile delle gratie riceuute da V. S. Reuerendiſsima; Alla quale bacio affettuoſiſsimamënte la mano. Da Napoli il dì 20. Agosto 1606.

Di V. S. Molt' Illustre, e Reuerendiſs.

Suiſceratiſs. & vbligatiſs. Seruitore.

Angelo Ingegneri.

Al molt'illustre il sognor Hieronimo Fosco

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EL FOSCO tuo ſua ſpenta lampa accende Chi dal calle d'honor torſe le piante; E con sì chiaro, e degno lume auante Di nouo' l bel camin ſcorge, e riprende. Dal S A C R ON O M E poi ciaſcun' apprende A farſi vero di virtute amante; E'l manſueto al fin graue ſembiante Lieta, e tranquilla altrui l'anima rende. Quinci al S O M M OP A S T O R grato rieſci Sì, ch'ei de l'ampia ſua diletta greggia La parte à lui più cara à te confida. Che tanta nel tuo cor pietà s'annida, E tanto zelo in te ſplende, e fiammeggia, Ch'ero ogn'hor doni, e ogn'hor teſoro ascreſci.

Contra l'alchimia e gli alchimisti

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C R I S S E lo Speroni, huomo eloquentiſſimo, vn curioſo Paradoſſo in fauore dell'Vſura; E perchè fù giudicato errore, che, anco da ſcherzo, ſi lodaſſe vn peccato di queſta ſorte, egli n'hebbe per penitenza fare quella bella eſſortatione alle Cortigiane, che ſi legge tra l'altre ſue leggiadriſsime Orationi. Hora à me, c'hò compoſto l'Argonautica, nella quale, oltra gli honori debitamente reſi à Principi, à Signori, & ad amici miei, pare, che mio ſcopo ſia ſtato' l commendar l'Alchimia,

& eſſaltare la fabrica del Lapis Philoſophorum, chi darà già mai caſtigo che baſti? ò penitenza, ch'al fallo ſembri equiualente? Mà che aſpett'io ch'altri la mi dia? nè che l'altrui giudicio m'habbia à correggere? Tocca al peccatore il rauuederſi da sè ſteſſo, e rauuiſto ch'egli è, il far delle ſue colpe l'emenda, e pagarne la pena di propia ſua volontà. Sù dunque, più non vi ſ'indugi. Nè per venirne alla ſodiſfattione ſi trapaſſi da male à male, come dall'Vſura alle Cortigiane; ma ſtieſi nella ſteſſa Alchimia: vitio, che per la maggior parte di coloro, che v'attendono, (e per ciò n'eſcludo i Principi, i quali poſſono hauer degni, e glorioſi fini, nè vanno à riſco d'impouerire) eccede ogn'ingordigia de gli vſurai; e con l'infallibile infelicità de gli euenti ſuoi conduce i ſuoi amatori talhora à viè più calamitoſa conditione, che non fanno le perfide, inganneuoli, et ammorbate meretrici. Nella quale impreſa io non procederò nè da Filoſofo, nè da Poeta, nè da Oratore. Il primo, perch'io no'l ſono; Il ſecondo, perche auuegna ch' io' l foſsi, baſti l'hauer fauoleggiato quando ne diſsi la bugia. Al terzo sì m'accoſtarei volentieri; Mà qual arte in ciò può agguagliare, non che auanzare la verità? Anderò con vn tale mio foſco, e debile lume naturale, e con certa mia ſemplice eſpreſsione, toccando alcuni punti eſſentiali, più conſiſtenti nel fatto, che nelle ragioni; valendomi di qualche coniettura non male à propoſito, ſenza vbligarmi à verun ordine, raſſomigliandomi in queſto, non al dotto e regolato pittore, il qual finge la ſua tauola con perfetta inuentione, & imita ogni ſua parte con proportionato diſegno; ma più toſto al capriccio di colui, che nella varietà delle grotteſche ricerca, e bene ſpeſſo ritroua

la non Seti talhor cara, e bramata vaghezza, e di-lettatione. Dicono primieramente quelli viuaci,‘ e curiofi intelletti di voler comporr vna medieina da fanare i metalli infermi: e tali chiamano tutti gli altri, dall’oro in poi. Ma coftoro ( s’io non m’incanno ) in vece di coaiuuare,* fi com efsi fi prefumono, rìntentione della Natura,s’ingegnano» per mio parere,di contraoperare alla volontà di lei, e di diftruggere per vna parte la bellezza dell vnr«erfo. Laquale diriuando dalla diuerfità delle cofe; Tempre che tutti i metalli fi riduceffero in oro folo, diterrebbe in quello de i minerali, che non è l’vltimo fuò ornamento, manca,e rifiretta. E perchè, di grafia i non intende la prouida, c fertile Natura di volere nelI vniuerfaieopificio Tuo, còsi come Toro, 1 argentoancon, e i rame, & il ferro, loflagno, el piombe forfè più di tutti 1 argento viuo?E perchenon fono eglino tutti quanti; opportuni, ed attiad alcun buono, eparticolare effetto? anzi ciafeimo à più d’vno? e tutti in fomma nelle fpetie loro perfetti, di quella petfettione, che conuiene à cadauno? E daquaìfebre, cd altra malattia, e da chi, ouero da qual lorpolfo, od infolito sbadiglio conofciuta, fi trouano così gli fuenturati oppreffi? Aozi end e, che cerai medicinófrfi aflumono di fanare lèforti tutrè’j per la medefimà loro ragione, inferme de gli animali, così fenfifiui, come vegetabili, e riurgli tutti alla fola perfettione rationale?efserido quella lenz alcun fallo fanima più perfetta, e tutte l’altre declinando da lei, fi come(appo coflo ro) fanno dall’oro umi gii altri metalli. Ma che farebbeil Mondo, fela Matura,4ciolta, fecondo quella noua Filofofia^’ogni

impedimento s altra cola non faeefse giàbiai, che la più perfetta Già nonne farebb’elJa piùd’vna; e tutte faitre n andieb^ono afpafso, sì cb ei ben lì patria dire módo, e netto da vero, non però più appellarfi vniuerfo. Qui mi deurei fermare; Tuttauia è pur bene di pafsarne a più efsatta cofideratione. De glianimaJi, pigliandogli tutti infiemc, e nel genere generalissimo,noi non vedremmo altro, che huomini; a’ quali,.s’ehi volefsero arar la terra per fofientar la vita, conuerrebbe portare’! giogo, e ftiafcinarel vomero. Nè puntomene parrebbe Arano 1 rimirare quella gran machina priua di bruti, e di piante, che I vedere vna grofsa Città ripiena, & habitata da Principi tutti, chequà, e làconpompofe veitimenta caminafsero, fenza però compagnia di feruitorì, nè di caualli: la quale nel rimanente nuda d’artig^ani, e di botteghe, evuota di mercato, e di conta* d.ni, fi ridurrebbe m breuifsimo fpatio di tempo à più feluatico fiato d vna forefta,quando i Principi ftefsi non finfoluefserodidiuenircalzolai, edardi pighoà tutti gh artifici mecanici necessari al viuer fiumano. Se fi vuole anco,per più minuto clsame,pariare à parte à parte de gh animali fenfidui, e vegetarmi ancora, e presupporre la Madre Natura d ogni genere conueneuolmente amatrice,non haurà difficoltà, che frà gj’irragioneuoh il leone, come Rè, e Signore di rutti |if altri,.e tot le anco la leiroia, sx come quella, che più sapprelsx?IIe humane fembianze, pecuparebbe’l luoco al caual10, al bue, & all elefante, non che à i meno vrilhe meno confiderabih, che vi fieno. IJ che ne i pefei pafsaria ben f’s c * fofsero tutti ftorioni, ò frotte, e la grandezU delie balene non ne riportafse la vittoria, e così ne

gli vccelli, fé’] paone, o’I fagiano, eh e meglio, ne ottoni (se la deuura prerogati u a: ma 1 ’ aquila troppo imperierà non ne vorrebbe ilare à, legno 1 De i vegetabili non ragione, perchè i gufti fono differenti; ma fe la Naturami volefsebene (degli alberi parlandoci haurèm-r tno le fiche à tutto paltò, e delle piante; il mellone;ouero la vite la leuarebbe (e drittamente^ della mano, àgli alberi,& alle piante infieme: e così tant’altri buoni frutti, tanti virtuofi femplici, tanti vari fiori, e tante va-? ghe verzure fi verrebbon perdendo, congraue cordoglio della fconfolata vernata, la quale pur alquanto fi riconforta con i Tempre verdi allori, Honor ci ’ Imperadori, e dì Poeti. Ma, ò pouera, e debile Natura, pofciach’ella nelle fue principali intentioni ritroua sì duri incontri, che le conuiene in vece dell’oro-, ch’ella amarebbe, produr vii piombe*, che le difpiace, e che voglia Iddio,ch’ella’l conofea, nè fappiapur’anco ciò, ch’ei fi fia. Più pouera molto., e mefehina la forte nofìra, Tela Natura non foffe in cotalmodo impedita, e con quant’oro ella ci va-’ lefse à fomminiftrare, noi nòn hauefsimo’I ferrro,. e gli altri, almeno per formar co’l primo la fpada, onde difenderci da’ nemici, eh coltèllo per tagliarci’! pane, a la carne,.: Che fe nel rimanente poi ijpiati delle perfone priuate, che.fogliono efsere diftàgno, tutti gli vfì.del; piombo., tutti i vàfildi rame, &alla fine ancora tutte le monete, che fono, d’argento, falserò d’oro, à quanta? baffo prezzo l’iftefs’oro fi conducefse, enquale’n corri-’ modo’! Mondo fi trouafse per ciò ridotto, io lafcio,.chc; quelli medefimi Filofqfi fe lo confiderino, fin che a più»? opportuno fuoco cene raramétiàgio. Y^rantf nte-io n

verbigratia, caualli, operi pra= ter intentionem, per ritronarfi da ftraniero impediménto circofcritra la facolta; ouero quand ella non fa leo= Di, efa pecore ydi {eruigio enon diterrore del genere: human;e cOsiquand’ella £3 falci’, e! plarani > € non’ produce pera,& vliue; Cid io tengo per yna vana, ‘& €tronea opinione, molto detrattiua.e pregindicialeal= lamaefas-& alla pofsanza della (Natura..’Anzi-io ardi= feo affermare, ch’ella habbia ciafcnna {petie cotanto! cata che per’ la confermatione 2 perfettione d’ogn’ vna, ella voglia, & intenda. talhora efprefsamente’l meno perfetto:;si come quandoella foimala femina, declis nanté {enz’alcun, dubbio ‘di virhh 3€ di perfettione dal mafchio. che fe altramente fofle, ed ella;come chiarlanoalcuni poco amici delle Donne; faceffe la femina per. errore, eipreter intentionem, impedita’da cofe:eftrins! feche scioe fuoridi lei: conciofiacola che ¢otai impedimenti fieno accidentali se’ confeguenzaremonibili se faperabilis pre{npponighivna volta timoflis eecort, Per» wO24In man-

mancamente} di Temine, efìintavn tratto vna qiialcher fpetie d animali. E quello,che fi dice, dVna’, fi può dir di tutte; di che niuna cola è la più affonda, nè la più fconueneuok:. Conchiudiamo adunque, che la Natura habbia inrentione, à fitniglianza di tant’altre forti di cole, di voler diuerfe forti di metalli ancorai deftinati à vari effetti, ogn’vno con l’intime fue, e particolari propierà,e ciafcuno nelle/fer fuo il più che le fia poffibile perfetto: e non l’oro fòlo, forfè’I manovrile di qualch’vno de gli altri, ma certo (almen per fabufo ) il più dannofo di tutti, e talhora la più perniciofa cofa del Mondo.Che fe ciò non fofse,noi non vedremmo, oltra l’oro, altre lèi forti di metalli fidamente, ma tante^e quinci farebbe di meftieri d ’ accrefcerei numero de’ Pianeti molto bene, s ogni metallo n’hauefse ad hauere’l fuo, conforme alla communeapplicationede gli Alchimiftici hieroglifici ) quanti gradi di differenza fi potriano interporre, & annouerare dall’oro al piombo, fecondo che perdo fito, ò la difpofitione della terra producente, e della più,ò meno fpedira virtù del Sole, ciafcuno s’andafse meglio accollando all’efsenza, & alla perfettione dell’oro. 11 che non fi vedendo,rimane beniffim®confìrmato,che la Natura ha determinato le fpetie à i metalli, & afsegnato à ciafcuna, per maggior feruigio, e bellezza del Mondo, le propie fue qualità. Potrei anco dire, edarebbemi’l cuore di prouark> ageuolifIìmamente,ch’ogn’alrro metallo fia affai più perfetto dell’oro, e dell’argento. E grande argométo pare, che ne porga la maggior quantità, che fi troua di tutti gli altri: s’egli è pur vero, sì com è veriffimo, che Dio, e la Natura abondino Tempre Celle cofc più perfette. Ilchefimanifeftaper laprodottione

rione de gli animali,delle piante, e di tutte le cofe più ri* chiede,& opportune alla vita humana.Vedefi,che le fere feluagge, e nociue fono incomparabilmente in minor quantità de gli animali domeftiricreati à commodo,&à beneficio dell’huomo.Dei vegetabili parimentejquecdi, che fono inutili, non che dannofi, fono affai manco in numero de gli atti à giouare, & à dilettare. Ma gli huomini principalmente eccedono tanto in moltitudine laitre forti d’animali, che non ha verità nelle cofe naturali, più euidente di quella, che dou e maggior perfettione, quiui fia maggior copia,e più grande abondanza. E per colmo di locidezza,non ha dubbio, che gli Angeli fleffijperfettiffimi di tuttelaltre creature, auanzano ogni computatione, & ogni ampia dima. Stando adunque’! fatto in quella maniera; e trouandofi de gli altri metalli maggior quantità, che deli oro, nè dell’argento; ne lègue lènza contratto, che quelli fieno molto più perfetti di quegli. Ma ci è vn altra ragioneancora,Iaqualealfai labilmente, conferma cotale verifimiglianza.E quella è, che’l ferro, egli altri, à torto da coftoro dimandati imperfetti, hanno le loro propie operationi, e ciafcuno ne ha molte, e tutte indriz»ate à qualche necelfario, od vtile fine. Ma 1 oro, e 1 argento, fe pur fono d’agio,ò di fodisfattione a! Mondo, leruono folo i Uro mentalmente, e nella guifa, che fanno i roffiani, i quali procurano’! piacer carnale, e noi prellanoelfi medefimi al Signore vitiofo, e lafciuo; da cui nondimeno vengono prezzati foura tutte laltre conditicni di virtuofe, &honorate perfone. Nel rimanente, à che altro vagliono l’oro, e l’argento, che à far collane, e vafella, lequali altrettanto, e più vaghe talhora riefcono di profumi, e di porcellane.

celiane,ò cTalt:re(come che più fragili) pivi noue, e m eno reperibilifoftanze? Ridendom’io, finche mene giungano all’orecchie migliori nouelle, di quell’oro potabile, che fi fìngono gli Alchimifti; ilquale, ò non fi trotta; ò, trouato, non s’adopra; onero, adoprato, non è di profitto: & in (ottima è vna chimera, sì còme il più ♦dell’altre cofe della loro profefsione. Vna ne confefs’io bene per realifsima,che per noftra innata infelicità, anzi per volontaria noftra miferia,l’oro,e l’argento fieno(vferò pure vna volta anch’io termini chimici)quel vero meftruo,e quella potentifsima acqua ardente, e quell’aceto acerrimo, chefolue fideftpaga ) tutte l’altre materie, e corrompe^ideft guada, e contaminaJtutti i materiali; e fono,ch’è il peggio,come di (opra diffi, per cagione delrimmoderato defiderio loro,e per Fv(b ior peffimo,Ia defolatione, e l efterminio di tutti i maggiori, e più veraci beni deH’vniuerfo „ Ma qui mi Tento arredare, e veggio farmifi incontra groffa fchiera di quefti Coaiutori della Madre Natura,& odomi dire, Centra I tuo primo intendimento ti fe fin’hora da magro hiofofaftro affai intricatamente raggirato per lo calle della ragione; e pure t’eri nel principio proteftato di volerla con effo noi per altro verfo,cioè ftartene folo nel fatto,e nelle conietture. Hor, digrada, per tua maggior confufione, vengali allarmi elette da te. E che dirai tu di tanti, e tanti valent’huomini, iquali non meno con l’opre dellelor mani, che con gli fcritti delle lor penne, hanno apertamente dimoftrato al Mondo il vero poffeffo, ch’eflì hebbero così in theorica, come in prattica, di quefta rariffima feienza? E qui mi viene pofto tra gli altri auan-tevn Raimondo Lullo, jlquale, offra i moki libri, che B egli

egli copofe in quella facoltà, làfciòai Re d’InghèJterra, per quanto narra® coftoro,migJiaia,e miiJiona di feudi, ouero,per quella valuta,notabile quantità diverge doro. Et appreso di lui vn Arnaldo di Villa Noua,vn Conte di Treueri, efrà i più antichi,vn farr.ofifsimq Geber, e tant altri, che fanno à punto’vna Turba, così ditr andata da loro ftefci. O quanto mi tocca voglia di ridere. Non mancano in Piemonti, e fors’anco in Turino propio, non che’n molt altre parti d’Italia, e fuori, di quegli, che affermano, che’ì pur l’altr’hieri morto, efotterrato Ethereo, fpeciofo foggetto della corriua noftra Argonautica,hà fatto al Sereniamo Signor Duca di Savoia moltemilliona doro, elafciatagli grande quantità di lapis in tuttaperfettionej II che piacefse à Dio, che così folTe la verità, come non potrebbe à più degno Principe toccare vna così alta fortuna; ma balta à noi di negarlo fenz altro; prouilo pofeia cui tal credenza aggrada: ma temo ben’ionon la dialettica gli failifca neila maniera, ch’ella chiarì quel buono fcolare, ilquale^argomentando contrai padre, chele tré ouafollerò cinque, prefe che s’hebbe per fe’l grolfolano vecchio le tré à punto, che lì vedeuano in tauola, fe ne rimale co’l beli honore d acuto lìllogizzanre,! ma non mangiò però le due, che non v’erano, nè v’andauano, le non cacciaci da lui per ragion di loica. Corre adunque quella fai fiflìma fama tanto vicino 3 e così di frefeo > e nói verrerno preftar fede alle aperte menzogne de i folli feguaci d arte sì vana, có tanta interpolìrione di tempo,e tanta diltanza di paefi? Altro ci vorrebbe per farmi à credere cotanti loro miracoli. Ma io non veggo per niuno d elfi } ne Citta fondata, nè Signoria acquifiata j nè im

prefa tentata, ned opera pia rnftituita, nè pubIico,ò priuato edificio inalzato, nè pure vn’heredità di quattro quattrini in veruno de i difendenti loro.Dell’ardire, e del valore del Colombo tutte le più degne, & autentiche hiftorie, e la fteffa Conquida dell’Indie farà Tempre gloriofa fede. Così della dignità, e della pietà del Cardinale di Torre Cremata Spagnolo le doti, che fi donano in Roma à tante zitelle ogn’anno il giorno della Santiflìma Annuntiata. Di Papa Paolo fecondo Vinetiano il palagio di San Marco. Di Sifto Quinto le agugìie. Del Cardinal Farnefe la fontuofa chiefa del Gesù; E così della magnanimità d’altri Cardinali,e Signori molti gran Tempi, e molte fuperbe fabriche. E finalmente delle ricchezze d’ogninon mezzano mercante,qua fi vede i’acquifto di fpatiofe pofselfioni con l’arme nouelle fopra à gli alberghi, e sù per [le colombaie, colà piùd’vnfeudo nobile, altrettanto teftimonio della declinatione d’alcuna antica famiglia, quanto trofeo della fortunata induftria, e della graffa parfimonia del moderno poffeffore. Di coftoro, perdio, qual fegno fi fcorge,[ò doue, che pure alquanto ci dia caparra di ciò, che di loro cinguerta’l volgo? Ma tanto ne manca, che de i particolari profeffori di queft’arte appaia nota veruna, che nè dell’arte fteffa fi ritroua nè ombra, nè veftigio d’alcuna forte. E pure della ftampa, dell’artiglieria, e di molt’altre noue, e men’vtili inuentioni è paffato di mano in mano à poderi l’effercitio, el’vfo: e nonfolo non fi fono col tempo fmarrite, ma fempre fono venute auanzando di fottigliezza, e di perfezione, aitate tuttauia da gli accredimenti d’altri begli, e perfpicaci intelletti. Nè fra gl’inuentori loro, anzi nè frà gli emoli B z ancora.

ancora >$è trouat’huomo eosìinuidiófo, e maligno,che fi fra ingegnato di nafconderle, ò d ’ offufcarle. Ond e adunque > che queft’infeiice fcienza ha hauuto così mala forte, che fra tanti, che l’hanno ( per quanto fe ne ragiona ) acquiftata, e goduta, non è fiata pei fona, che l’habbia voluta communicare altrui? anzi tutti l’hanno fiottoenimmi, figure, e parabole maifiempre occoltata ì ed ella fìefia non è fiata da tanto giàmai, ch’ella fi fia da sè, Ior mal grado, manifeftata? per quel beneficio sì grande, che fe non è congiunto à lei, viene adunque ad eflere pazza cofa, od almeno inutile, il ricercarla.Che fo mi foffe detto, che ciò non hà permeflb il Signore Iddio, perchè %ebbe fiato la ruina del Modo; io rifponderei, che n due maniere, fecondo tale opinione, potrebbe feguire tanta ruina: ouero per la grand abondanza dell oro, e’1 largo modo, che s’apri*’ beà ciafcunodi procacciarfene à fatietà, il che farebbe cagione, chcniunu piùattcndefse àmeftiero dalcuna forte, onde tutti verrebbóno à rcftar priui delle cofe bifogneuoli alla vitahumana: ouero per Tabulo dell’ord, ilquale da molti prodigamente, e vitiofamenteprofufo, haurehbe forza di fcuuertire tutto l’vniuerfo. La prima èvna ragione ridicola: perchè non è il vero, che fe à tutti folle lecito l’arricchir doro à vòglia loro,, rie rimanc/fero perciò farti difii uttej sì perché la neceflìtà, ottima niaeftra di tutte le communi attieni, c’infègnarebbe molto bene ad affaticarci per confeguire le conuenewoli commodità; stanco, pèrche l’oro, crefciuto in così immenla quantità, fcemarebbe di prezzo in guifa, ch’ei non farebbe più quella fingolar colà, in virtù della quale fi comperando, e fi venddsero le merci, e fi fòceffeWi

ro ilauori, & i feruigi altra!. Ma altra materia in tal cafo fuccederebbe, col cui cambio s accommunarebbono tutti gli opportuni aiuti, e per Io cui acquato connerrebbe, che l’huomo s’ingegnaffe, e fuda(ìe,com egli fà il dì d’hoggi per loro, valendofi de gli artifìci (oliti, e dell’induftrie nè più, nè meno. E cotal materia per auentura fora l’argento viuo ifteflo,si come quello,che, per tramutarli tanto facilmente in oro, dtuerrebbe pretiofifììmo j e per effer da molti in così fatta tramutarlone adoprato, fi farebbe più raro, & affai manco volgare, & ordinario, ch’egli non è al prefente. Ma non e anco!vero, ch’eauegnadio, che la Icienza del lapis fofse per mezzo di buoni, e veridichi libri, e di dotti, e particolari maeftri, affeguibile diuàafcuno, tutti vi fi applicaffero, onde ne feguiffero gl incommodi fopradetti. Poi che in pari grado d’ageuolezza,per efferabbracdate, & apprefe daqualfiuoglia,fì ritrouano tant a^tre profeffioni, etant’altr’arti, le quali pur-vaghonoinfallibilmente, non fole à fomminiftrare a chiunque le poffede, & cfsercita, il foftentamento della pedona» e della famiglia, ma à porgergli ampia, e fecura occafione dauanzarfi fommamente di fortuna, edi dignità.Ut che tutto dì fi veggono chiariffimi, e notabihffimi effempi. E queffe fono la relligione, la mihtia, le leggi > la medicina, la corte, la mercantia, & altreiimili, per non dir forfè più di tutte la parfimonia, tantoanoftu giorni (e dà grandi maffimamente^affomgliata, che non lenza miftero fe neprouerbia fotto’l nome, e la compagnia della Lefina t E non per tanto non ognuno v attende, nè fe ne diletta. Ma molti per impotenza, ouero per impatienza f quello, che principalmente auaet*

rebbe nella fabrica del lapis ) altri per le conditioni del nafcimento loro, altri per diuerfa naturale inclinatione, altri per educatione,e per vlò, e finalmente alcuni per contraria attitudine, e difpofitione corporale, fi danno à vari maneggi, onde traggono’l viuere, eli redo. Ne’l contadino, pcrch’eiveggai’auuocatobeneftante, eriputato, & habbia louente di meftieri del patrocinio Tuo, onde gii conuenga ricorrer a lui bene fpeflo, oltra i foldi, con i buoni capponi graffi, Iafcia d’arar la terra per voglia di diuentar procuratore, e far maggior guadaci 110 • Ne’i labro, per febre, che gli foprauenga, guari-, to eh egli è dal medico, che teforeggia, con riuerenza, dall altrui fecce, cangerebbe’I martello con le ricette. E cosl’l padre di famiglia, o’I figlio di quella, s’egiiha penfiero di mantener la fuccefsione, e gouernar la cafa fua, non fi farebbe nè monaco, nè faldato. Et alla fine alla mercatura, per Io cui mezzo, quand’ella è maffimamente alla parfimonia congiunta, sì come incontra per Io più, fi feorgono in ogni paefe tanti più veri miracoliche non fon quefichefi fingono dell’Alchimia,cioè, che di picciolifsimo hauere fi fanno in breuifsimo tempo ineftimabili facoltà, s’applica chi non v’ha genio,e chi non fi troua apprefso quel poco di primo fondamento molto minore di ciò, che fi ricerca falò per incominciare l’altifsimo magiftero dell’oro.Ma della miferia cor tigiana, onde viè più, che d’altra chimera, talhora rilorgono le tato moftruofè,ecosì ftrane metamorfofi,chl è quell ingenuo, e da bene, che voglia efsere inuidiofo? c non più tofto, concedendogliene la fua forte, non fi compiaccia d’vn’innocente, e femplicilsima vita? In conchiufione I Mondo e cosi diipoiìo, eh ognuno habbia’l

bia’l fro capriccio, e la fila fantafia, e fecondo quella rincàmini’, e fi regga. Quinci veggiamo dvnmedelimo padre iicchifsimo molti figliuoli, i quali potrebDOno ciafcuno goder in pace la parte fua delle grofsisime facoltà; e ruttauia quelli ne và alla guerra, quegxili pone per la mala ftrada, altri con più fecura vocazione fi chiude in vn pouero monafiero; e bene fpefso a colui di loro, che manco il fi penfaua, tocca la primogenitura, el’vmuerfale heredità. Ma che più? 1 iftefsooro, per cui tanto s’affanna lafofiftica turba de gli aranti Alchimifti, da tal’vno non vien egli accumulato, e lepolto, da alcun’altro gettato, e profufo? rimanendo in dubbio apprefso di me, qual di quelli lo prezzi meno. Ma rilpondiamo alla feconda cioè,che Iddio non voglia permettere la communicatione di quella dottrina a molti, per leuarne’l perigliofo abufo. E qui ini par di dire, che forfè i’ìftefso rifpetto concorre nell oro minerale, e nell’argento, e nel ferro, e ne gli altri, i quartale vfati,fono cagione d’infiniti, egrauifsimi danni. Ma oltra che l’onnipotenza diuina può molto bene,e sa prouedere à gli inconuenienti, quand ella vuolejtanto larebbe poi’l giouamento vniuerfale per conw della lànitàl e della preferuatione de i corpi humani, e della nnouatione della lor giouentù, cofe tutte da coftoro vantate non meno, che la conuei fione del mercurio in oro, cho^n altro incommodo riufcirebbe foaue,non che tollerabile, per fuggirei maggior difconcio, e 1 nfco graue, e mortale d’andar ricercando la fallitene ì [empiici, e ne i veleni, come fanno i medici cometturali, iWi il più delle volte male indouinano alle doppie fpeledella borfa» e della vita de i poueri infermi. Della qual ianìtà»

farcita, e rinouatione d’età noi non habbiamo alcuna autorità legitima, che ci faccia fede, che per mezzo i ciueffarte ella fia fiata introdotta da mun fuo professore ne gli altrui indifpofli corpi, ma nè anco in se medeiimo da veruno di loro. E pure con tale aiuto haurian denoto vedere le centinaia, e le centinaia d anni.Dicane <iò, ch’effi fi voglianod’vn tale loro Artefio, cheli tanno à credere, che ne viuefse mille, e tanti, e lalcialsc opere lue fcritte, che fi leggono al giorno dhoggi, quando forfè non v’eraancora attedi fcriuere, ne co enitione delle materie atte à riceuere, e conleruareia Icrittura; Perche quando pofcia foggiungono, eh egli fù contemporaneo delnoflro primo padre Adamo, il diluuio vniuerfale, e la tanta preferittione de tempi ci difobliga da ogni credenza i faluoincafo, che iiuedefsimo ancorai Signor Giacerci’ Antonio Cromo da noi già accompagnato alla fepoltura, viuo, come affermano aL cuni (ciocchi, e (come più follemente fperanoj nnouato, e ringiouinito. Nò già è da dire, che quella parte della prol’perità, e delia prorogatione della vita,non nauefse ad efsere Hata quella, ch’efsi hauefsero con maggior diligenza procurata di tutte le più fmifurate ricchezze, e quella apprefso, in cui da i più potenti haueffero follenuto minor contrailo. Anzi ne larebbono flati dà grandi, e da piccioli Tempre percommune beneficio fauoi-iti. Là onde fe alcuno di loro l’hauefse: realmente, e con effetto confeguita, non ne mancarebbono mille accettate hiftorie, e mille credibili teftimomanze. Venero à i colloro libri; & in vna parola baierebbe i dire, che nulla infegninocon verità, e che fieno fcritucon tanta ofeurezza, edotto à così lontane metafore^rico

praftola fentenzaloro, che fi rendano imponìbili adefferéintefi, forfè anco da più d’vno comporti à bello ftudio per intricare! ceruello altrui, e da taluno per auentura per vendetta delle ingiurie, e de i danni riceuuti da fimiglianti letture. Ma fiemi pur anco lecito di foggiungoreper rifpofta di certa difela, ch’odo efler fatta da gl’interpreti loro, cioè, ch’eflì non fono fcritti fe non a figlinoli dell’arte, i quali, con la grafia del Signore Iddi o, gl’intenderanno; Anzi guai à coloro ( dicono) che fenzal beneplacito diuino vorranno intrometterfi in così fatto maneggio. Chi no sa,che fenza! voler del Signor de Cieli non fi può far cofa buona ì ma chi non sà ancora, che co! buon.piacere di lui, fenza le fcritture di tai dottori, fi può arriuare ad ogni perfetta notitia di qualfiuoglia più alta, e più fecura fcienza? Se tu vuoi adunque infegnare, infegna chiaramente, e come fi delie. E le! buono imparerà, ò quello, che tu chiami figliuolo dell’arte, ne haurai ottenuto l’intento tuo. Se’t reo feoe farà padrone, per conuertir la dottrina in peruerfo vfficio, non dubitare, che D i o glie ne troncherà; l’abufo, e la vita infieme. Ma fe vuoi, che l’ifteflb Dio ne fia! Maeftro, fi come à lui veramente s’appartiene, e non n’hai ad elTe.re’1 giudice tu; lafcia, ch’egli! faccia per quelle vie, che l’infallibile fua fapienza conofce migliori: ch’egli sà bene infondere in vn momento le feienze, eriuelare altrui i fegreti d’ogni mondana, e celefte difciplina, fenza che tu voglia, quali arbitro,od bidonino deTuo’decreti,arrogarti! minifterio di cotaleefpofitione. Oltra che tutte farti, e tutte le feienze, chi le conuerte in vfo cattino, poflbno riufeir peffime. E nondimeno gl’inuentori >e profeflbri loro l’hauno infognate C libera

liberamente; é chiarfifimaménte efplicate ne gli JotQ fediti. Anzi taluna ve n’ha di molto maggior pericolo, che non farebbe quella: che peggio pare à me, che dalle (acre lettere habbiano diabolici intelletti potuto maluagiamente cauar fomento alle loro profane, ed empie opinioni, che non fora, che’l Turco fteffo poteffe à fua voglia formare, e valerli del lapis philofophorum. Deueualì perciò occoltare la fcrittura facra? la quale bene, e catholicamente intefa, ftabilifce & accrefce di giorno in giorno la pietà, - e religione de fedeli? Cosi per la filofofia naturale fi cantina, chi non ha buon lume à graui precipiti). La medicina infegna talhor d vccidere così bene, come di rifanare altrui • La giu reprudenza ammaeftra nelle cauillationi altrettanto, quanto nella dritta ragione. E così latee di mano in mano ad ognuno, ò buono, ò reo, ch’egli fi fia, e lecito 1 applicari! à ciafcuna d’effe, &anco ageuole il fami profitto, e rìufcirneeccellente;cheD i o sà bene ciò, che da permettere, e da vietare, e dal male, ch’egli permette trar maggior bene affai di quello, che può capire 1 tioftro intelletto. Banco da nonpaffar con filentio, che per mezzo di tai libri, sei pur contengono nulla di vero, Tintelligenza dell’arte venga anzi confeguita da i peccatori, che v attendono v cheda gl’innocenti, i quali non badano à cofe tali. E ciò è manifeftiflìmo; perchè 1 fine, che per lo più fà, ch’altri dia opera à cosi latto ftudio Aorno Tempre ad efcluderne i Principi ) e lolo amritia, od ambinone, ò l’vno, e l’altro peccato infieme, a’ quali pofeia tutti gli altri vitij confeguitano, come fà l’ombra al corpo. E quella, che lembra in alcuni iludiofidi quella fetenza > deuotione, o pietolo eflem

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