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Mirtilla

Isabella Andreini · 1602 · Free in the US

20,724 words · about 1 h 27 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1602 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Mirtilla&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Isabella Andreini
Language
Italian
Published
1602
Length
20,724 words · about 1 h 27 min
Sections
12 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (12)
  1. Front matter under 1 min
  2. Alla Illustrissima about 1 min
  3. Alla Marchesa Lavinia della Rovere about 1 min
  4. Alla Molto about 1 min
  5. Alla Signora Lodovica Pellegrina about 1 min
  6. Interlocutori under 1 min
  7. Prologo about 6 min
  8. Atto primo about 14 min
  9. Atto secondo about 11 min
  10. Atto terzo about 16 min
  11. Atto quarto about 19 min
  12. Atto quinto about 17 min

Continue:

Front matter

fi

Indice

Alla Illustrissima

O cominciai quasi da scherzo, Illustrissima, & Eccellentissima Signora, ad attendere à gli studi della Poesia, e di tanto diletto gli trovai, ch’io non hò mai più potuto da sì fatti trattenimenti rimanermi, e come dal Cielo mi sia stato negato, ingegno atto à sì alto, e nobile essercitio; non per questo mi son’io sgomentata, anzi mi sono ingegnata d’assomigliarmi à quelli, che nati, & allevati nell’Alpi nevose, ò campi sterili, non però lasciano di coltivarli à tutto lor potere per renderli più, che possano fecon- di. è l’ingegno humano cosa troppo divina, e coloro, che nell’otio intepiditi lasciano cosi raro dono perire, non meritano tra gli huomini essere annoverati, Però, che trapassando la vita loro con perpetuo silentio, à guisa, che le bestie fanno, non sono buoni ad altro, che à consumar quello, che dalla Natura, ò dalla Terra è prodotto. Da sì fatta maniera di vita, e costumi desiderando io d’allontanarmi, seguitai gli incominciati studi; onde mi avvenne alli giorni passati di compore una Pastorale, la quale io per aventura troppo ardita, mando hora fuori con la scorta del nome di V. E. Illustriss. Desiderando, che ciò mi giovi à mostrarle la divotione, e riverenza, ch’io le porto, non intendendo, che l’autorità del suo Divino nome la difenda, perciò che essendo questa la prima fatica dell’ingegno mio, che sia venuta in luce desidero sentirne liberamente l’openione di ciascuno, per potere i diffetti di questi, e de gli altri miei scritti emmendare. Accetti per tanto V. E. Illustriss. questa mia Pastorale, che hora le appresento, con quella istessa humanita, ch’ella più, e più volte s’è degnata (contra ogni mio merito) di pre- star gratia silentio alle mie vive parole, e per non infastidirla humilmente me le inchino, bacciandole con ogni riverenza le degnissime mani, e pregandole da Dio ogni suo maggior contento, e felicità.

Di Verona il dì 24. di Febraro 1588.

Di V.E. Illustriss.

Rumiliss. serva, e devota

Isabella Andreini Comica Gelosa.

Alla Marchesa Lavinia della Rovere

O cominciai quasi da scherzo, Illustrissima, & Eccellentissima Signora, ad attendere à gli studi della Poesia, e di tanto diletto gli trovai, ch’io non hò mai più potuto da sì fatti trattenimenti rimanermi, e come dal Cielo mi sia stato negato, ingegno atto à sì alto, e nobile essercitio; non per questo mi son’io sgomentata, anzi mi sono ingegnata d’assomigliarmi à quelli, che nati, & allevati nell’Alpi nevose, ò campi sterili, non però lasciano di coltivarli à tutto lor potere per renderli più, che possano fecon- di. è l’ingegno humano cosa troppo divina, e coloro, che nell’otio intepiditi lasciano cosi raro dono perire, non meritano tra gli huomini essere annoverati, Però, che trapassando la vita loro con perpetuo silentio, à guisa, che le bestie fanno, non sono buoni ad altro, che à consumar quello, che dalla Natura, ò dalla Terra è prodotto. Da sì fatta maniera di vita, e costumi desiderando io d’allontanarmi, seguitai gli incominciati studi; onde mi avvenne alli giorni passati di compore una Pastorale, la quale io per aventura troppo ardita, mando hora fuori con la scorta del nome di V. E. Illustriss. Desiderando, che ciò mi giovi à mostrarle la divotione, e riverenza, ch’io le porto, non intendendo, che l’autorità del suo Divino nome la difenda, perciò che essendo questa la prima fatica dell’ingegno mio, che sia venuta in luce desidero sentirne liberamente l’openione di ciascuno, per potere i diffetti di questi, e de gli altri miei scritti emmendare. Accetti per tanto V. E. Illustriss. questa mia Pastorale, che hora le appresento, con quella istessa humanita, ch’ella più, e più volte s’è degnata (contra ogni mio merito) di pre- star gratia silentio alle mie vive parole, e per non infastidirla humilmente me le inchino, bacciandole con ogni riverenza le degnissime mani, e pregandole da Dio ogni suo maggior contento, e felicità.

Di Verona il dì 24. di Febraro 1588.

Di V.E. Illustriss.

Rumiliss. serva, e devota

Isabella Andreini Comica Gelosa.

Alla Molto

A Pastorale della Signora Isabella Andreini piacque si fattamente à tutti quelli, che l’hanno havuta per le mani questi giorni addietro, che fu stampata, ch’io mi sono risoluto di adornar d’essa le mie stampe; & appresso dar contentezza à quelli, che la desiderano, non havendosene potuto, non dico havere, ma appena vedere in quella prima impressione. Però con questa mia honoratissima risolutione, havendola ristampata, ho voluto lasciarla vedere sotto la protettione di V. Sig. molto illustre. Et si come dalla Fautora d’essa fu inviata al mondo segnata in fronte dal glorioso nome dell’Eccellentiss. Signora Marchesana del Vasto, così mi hà parso convenevole farla vedere di nuovo con la honoratissi- ma scorta di V. Sig. Illustre: laquale non è per portarle, se non chiarissimo splendore, & à me allegrezza non poca, degnandosi di accettarla con quell’animo, ch’io gliela dedico. Et pregandole da nostro Signore ogni felicità, humilmente le faccio riverenza.

Di Verona il dì 26. Aprile. 1588.

Di V. S. molto Illustre

Affettionatissimo servitore

Sebastiano dalle Donne.

Alla Signora Lodovica Pellegrina

A Pastorale della Signora Isabella Andreini piacque si fattamente à tutti quelli, che l’hanno havuta per le mani questi giorni addietro, che fu stampata, ch’io mi sono risoluto di adornar d’essa le mie stampe; & appresso dar contentezza à quelli, che la desiderano, non havendosene potuto, non dico havere, ma appena vedere in quella prima impressione. Però con questa mia honoratissima risolutione, havendola ristampata, ho voluto lasciarla vedere sotto la protettione di V. Sig. molto illustre. Et si come dalla Fautora d’essa fu inviata al mondo segnata in fronte dal glorioso nome dell’Eccellentiss. Signora Marchesana del Vasto, così mi hà parso convenevole farla vedere di nuovo con la honoratissi- ma scorta di V. Sig. Illustre: laquale non è per portarle, se non chiarissimo splendore, & à me allegrezza non poca, degnandosi di accettarla con quell’animo, ch’io gliela dedico. Et pregandole da nostro Signore ogni felicità, humilmente le faccio riverenza.

Di Verona il dì 26. Aprile. 1588.

Di V. S. molto Illustre

Affettionatissimo servitore

Sebastiano dalle Donne.

Interlocutori

Venere,

& fanno il Prologo.

Amore.

Uranio inamorato d’Ardelia.

Igilio inamorato di Fillide.

Pastori Coridone inamorato di Nisa, Che non si vede.

Tirsi Cacciatore.

Opico Vecchio.

Filli innamorata d’Uranio:

Ninfe &

Mirtilla inamorata del medesimo.

Ardelia Ninfa di Diana.

Satiro inamorato di Filli.

Gorgo Capraio.

Prologo

Ven.ur m’è stato concesso amato figlio Di ritrovarti; hor dì per qual cagione Ti partisti di grembo à la tua madre? Amo.Io certo mi godea dolce riposo Nel tuo bel sen là sù nel terzo Cielo, E lieto mi vivea, poi che nel mondo Lasciato havea foco leggiadro, e santo, Acciò fusse il mio bene à l’human seme, A le fiere, a gl’augelli, a i boschi, e a l’onde Compartito, e diffuso; e mentre intento Aspettava portarne immensa lode, In ricompensa da i mortali udij Dei forsennati amanti; E le querele, e i pianti. E perche l’importune, e meste voci Non turbassero più l’orecchie mie, Discesi in terra ad acquetar le loro Vane, e torbide menti. Ven.O caro figlio,

Ond’avvien, che mai sempre alte querele S’odono contra te? ti chiama ogn’uno Tiranno, micidiale, empio, e fallace; Dicon, che sei di sdegno, e di furore, Di crudeltà, di doglia, è di vergogna Sola radice; e che da te sospetti Nascono; ingiurie, tradimenti, guerre, Frodi, ribellioni, inganni, e morti. Sento ancor dir, per tua vergogna, e scorno, Che per te furon miseri, e dolenti Di Piramo, e di Tisbe i caldi amori; E che restossi il notator d’Abido Preda del mare, e l’infelice Amante Di Sesto per seguirlo a morte corse. Soggiungon ch’Alcione, e che Ceice Miseri per te pure uscir di vita: E che per te la Greca Donna afflitto Lasciò ’l suo sposo, ond’arse Troia antica; E che Filli dolente, havendo in vano Demofonte aspettato, al fin, di speme Priva, col laccio uscì di vita; e peggio Dicono ancor, che per te sol s’accese L’incestuoso, & isfrenato ardore Di Mirra verso ’l Padre: e le fraterne Fiamme infame di Bibli, e di Canace; E che fu sol per te cruda Medea: E che Scilla troncasse al proprio padre Il biondo crin fatale, e che Pasife Per te sol partorì l’orrendo Mostro,

Che fu del ventre suo vergogna, e peso; Et Hercole, che già resse le stelle, Sostenne la conocchia, e torse il fuso: E più dirci; ma l’honestà mi chiude La bocca, onde mi taccio, e di Tereo, E di Semiramis, e di tant’altri Infami, e dishonesti avvenimenti. Amo.Sappi diletta madre, Ch’oscuro velo ingombra sì le menti De i miseri mortali, Che di tanti lor mali Non veggon la cagion, nè miran come Non Amor, ma furor è che gli offende, E mentre son da te stato lontano, Sconosciuto tra lor per isgravarmi Di queste farse accuse hò dimorato; E quel malvagio, che di me prendendo La forma, ogn’hor gli inganna Ho discoperto loro, Havendo ardire il temerario, & empio Di farsi anch’egli figlio Di Venere, e di Marte, Quasi il Ciel producesse un sì rio germe Nacque il bugiardo di lascivia, e d’otio E di vani pensieri Fu poi nudrito: egli si finge Amore Per ingannar le genti, e d’arco s’arma E di faretra, e non so come l’ali S’è pur formate, e vola, e in ogni cosa

Mente la mia figura; se non ch’io Hò gl’occhi, e veggio; e se ben egli ha gl’occhi, Non ha l’uso de gl’occhi, e in tutto è cieco. E per tutt’ove il mio celeste foco, E ’l mio Nettare spargo, il rio sottentra, E con larve mentite, Vi mesce il suo veleno, e in dishoneste Tempre il strugge, e promettendo lunga Pace, e conforto, gli invaghise prima Di piacer falso, e poi ch’al suo volere Gli hà tratti, fra timor, sempre, e fra speme Gli tiene involti, e di dolor gli pasce, Poi disperati gli conduce a morte. Questi è quel crudo di pietà nimico, Vago sempre di lagrime, e che sempre Del mal si gode, ov’io del ben mi pasco, Egli dubbiosa gioia, e dolor certo Apporta; ed io le mie dolcezze dono E vere, e certe, e di soave ambrosia Pasco l’anime in somma io sono Amore, Et egli un cieco error, che la ragione Uccide, e lascia al cieco senso il freno. Ven.O trascuratamente de mortali, Che quel furor, che non hà fine, ò modo, Credono Amore. e dovrian pure almeno Scorger i tuoi seguaci, Che sono Verità, Prudenza, e Fede, Timor, Honor, vero contento, e Pace, Honestate, e fermezza,

Con sicura speranza, Saggio, e santo piacere d’honesto foco, Che con la face d’Himeneo s’accende; Ma i suoi abominevoli seguaci Sono errori, furori, odij, disdegni, Rabbia, fraude, menzogna, Pazzia, sfrenato ardire, Disperatione, inganno, e guerra, e morte. Egli, se ben hà l’ali, a terra vola, Nè mai si leva, e mancan le sue forze Allhor, che manca la mortal bellezza. Ma tu con l’ali tue al Cielo porti I tuoi seguaci, e ’l tempo à le tue forze Non può far danno, nè la morte istessa; Poi che non ami tu beltà caduca; Ma celeste, e divina e che bisogna Ragionar più de la disuguaglianza, Che tra voi è? dirolla in un sol detto. Tu solo sei la vita in questa vita D’ogni cosa creata, egli la Morte. Ma godo, poi che fatto hai lor palese, Quai le tue forze sien, qual tu ti sia: Acciò che da quì innanzi Amore, Amore Sempre sia detto, e non s’attribuisca Quello à te, che il furor pazzo, ed errante Tra i mortali produce, Amor si lodi Come vero custode de le genti, E donator di gioia, e di piacere. Amo.Tu sai mia genitrice, che fu sempre

Mia legge, e mio costume Di non lasciar perire I miei fidi seguaci, Et anco di punire Gli alteri spreggiator de le mie forze, Hor sappi ch’io tornando A rivedere il Cielo, Ritenni alquanto in questa parte di volo: Dove con gran dolore, e meraviglia, E bestemmiar, e dispreggiar sentimmi Da un superbo Pastor nomato Tirsi, E da una Ninfa, che si chiama Ardelia. Hor quì m’arresto per punirli, e quando Saran contra di me più contumaci, E men se ’l crederan, farò pentirli Di lor temerità. tu cara madre Meco trattienti in queste selve intanto, Che segua al mio voler conforme effetto, Quì staremo invisibil tra loro, E quando sarà tempo, il duro core Pungerò lor con questo aurato strale; Onde l’un’arda, e non ritrovi loco Per amor di Mirtilla, e l’altra avvampi Per sua pena maggior di se medesima. Ven.Sei tu forse sdegnato Contra questi insensati, Che non si sono avvisti Del poter de gli Dei? Vuoi forse far di loro aspra vendetta?

Amo.Saria contrario effetto a l’esser mio, Quand’io, che sono Amore, odiassi amando, E volessi vendetta, che sol l’odio Mio nemico desia, non si conviene A me, che sono Amore, A sdegno dar loco, che sovente Estingue il mio gran foco. Ven.Che fia dunque di loro amato figlio? Amo.Dopo che Tirsi havrà compreso à pieno Il mio valore, e non havrà più speme Di fruir di Mirtilla, che d’Uranio Innamorata ogn’altro odia, e disprezza, Lascerò, che ’l furor l’induca ad atto Di voler con la morte uscir di doglia: Ma perche finalmente non consento Ne l’altrui morte, levarò la forza Al mio nemico, e piegherò Mirtilla A le sue voglie, e farò, che non ami Uranio, che lei fugge, per seguire Ardelia, laqual voglio, che d’Uranio, Spento il proprio suo amor, divenghi sposa: Farò poscia, che Igilio, Volendo incrudelir contro se stesso, Desti pur questo mezo nel bel seno Di Filli alta pietade; ond’ella in tutto Uranio lasci, & a lui sol si doni. E Coridon sarà sempre felice Con la sua Nisa, poi che miei devoti Furon mai sempre; e così sodisfatto

A le divine leggi Havrò del mio gran Regno. Ven.Così dunque facciam diletto figlio, E diportianci in queste quì d’intorno Selve vicine, fin che tempo fia D’essequir quanto brami. Amo.O madre mia, se queste meraviglie Saranno udite poi da qualche sciocco Saran credute favole; e nel vero Saran pur vere cose Perche non san quel, che sa fare il Cielo, E che ’l far che sì tosto Divenga amante un cor disamorato, E che un’altra invaghisca di se stessa, Miracoli non sono a i sommi Dei, Che pon far ciò che vogliono. Ven.Si figlio.

Atto primo

Ura.Hiaro Sol quando mai Uscirai tu da l’umido tuo letto, Che misero, e dolente al tuo ritorno Non mi ritrovi, come al tuo partire Mi lasci? Congiurati al mio mal, quando mai furo Tante miserie in un sol petto accolte? Tir.Chi consente al suo mal, come tu fai, Sol di se stesso, e non d’altrui si doglia: Tu sei cagione Uranio del tuo danno, E del continuo affanno; Tu folle, tu sol vuoi, Finir miseramente i giorni tuoi. Ura.Si come non elessi D’amar chi m’odia, così ancor non posso Lasciar di seguir quella, Che ingrata ogn’hor mi fugge, E fuggendo mi strugge, Troppo è felice quel Pastor, che puote Amare, e non amar quand’egli vuole. Tir.Il voler nostro è come quel liquore, Che porge vita à una fiammella accesa;

Che s’egli manca, è forza, ancor, che manchi La fiamma, hor se tu vuoi, che ’l tuo gran foco Finisca, non gli dar più nutrimento. Ura.Come può ’l voler mio voler mai questo? Tir.Libero è il voler nostro, e può volere Pur, mal grado d’Amor, quel ch’egli vuole, Ura.E vero Tirsi, e lo confesso anch’io, Che ’l voler nostro è libero; ma quando Amor ne’ cori nostri, Con mille, e più radici Abbarbicato vive, Egli tanto ci oprime, Che la ragione in noi Debole è sì, che quasi nulla puote; E tanto il crudo lusinghier ci alletta, Che lieti ne i martiri, ne le pene Viviamo, & in che modo Liberarci possiam, mal conosciamo. Tir.Fuggi, che co’l fuggir si vince Amore. Ura.E dove fuggirò? nel Cielo forse? Egli nel Cielo alberga, e fa tremare Giove tonante, e gli altri eterni Dei: Ne l’Aria forse? egli ne l’Aria à volo Si leva, con la face Ardente infiamma i semplici augelletti, Forse dirai, che in qualche opaca selva Di ricovrarmi io tenti: Non sai, che non è selva Cotanto horida, e folta,

Ch’egli non la penetri Col suo vivace foco? e che sia vero, Le crude Tigri Hircane, I Leoni superbi di Nemea, E di Lernea le velenose Serpi, E quante fiere scorron per li boschi Chiara ne fanno, e indubitata fede, Venendo per Amor spesso a contesa: Nel profondo Ocean fuggirò forse? Ahime, che i Pesci, ancor che sien ne l’acque, Schermo non ponno haver dal suo gran foco, Altro dir non mi puoi Tirsi mio caro, Se non, ch’io vada tra i dannati spiriti. Ahi, che nè quivi ancor troverei scampo Contra ’l Fanciul, che tutto il mondo vince, Poi che l’istesso Re de i laghi Averni Ardendo per Proserpina ci mostra, Che nel suo Regno ancor non può fuggirsi D’Amor l’alta possanza, e qual più certo Segno si puote haver de la sua forza, Se perdonar non volse A la sua Genetrice, & à se stesso? Dunque ben creder puoi, che in van si tenta Fuggir da la sua mano, Poi che non solo in Cielo, in Terra, e in Mare Mostra immenso il potere; Ma co’l suo gran valore Questo Nume invincibile, e tremendo, L’Inferno ancor mirabilmente sforza,

Tir.Voi sciocchi amanti, voi Lo figurate un Dio, Per haver degna scusa al fallir vostro. Non sai tu, che gli Dei, misero, e stolto, Governan giustamente il tutto; & egli Regge il suo Regno sempre ingiustamente? Amore altro non è, che un furor cieco, Un ben dannoso, un mal sicuro appoggio, Tiranno ingiusto al fin de’ vostri cori: Il ben, ch’egli v’addita è finto, e ’l male Pur troppo vero; e s’egli pur tal volta Promette qualche ben, tosto vi toglie La speme di fruirlo: onde maggiore Si fa la doglia, e più cresce l’affanno. Questi sono i piacer, questi i contenti, Che voi provate amando, Per un lieve piacere, Mille gravi tormenti, E per poca dolcezza molto amaro; Nè mai provate un bene, Senza tormenti, e pene: Onde ben posso dir, ch’ogni piacere, Ch’Amor vi fà gustare, altro non sia, Che diletto fugace, e dolor fermo, Dubbio ben, certo male, Honor celato, e dishonor palese Fede perfida, e frale, Sollecito furor, tenace, e saldo, Pigra ragion, senso veloce, e presto,

Incertissima gioia, E certissima noia. Ura.Cieca, cieca è la mente di color, Che dicono, che Amore Non è possente Nume; S’egli non fusse, che mai potrebbe Tener un senza cor molt’anni in vita, E farlo in se morire, E vivere in altrui? Esser più dove egli ama, che ’n quel loco, Dove dimora? e finalmente quale Maggior certezza haver si puote mai De la sua Deità, che per servirlo Non curiam di noi stessi? Tir.O misera Farfalla, Tu ti raggiri a la tua fiamma intorno: E vuoi con biasmo, e danno, Finir la vita tua; e pur potresti Far lieti i giorni tuoi, Con l’ubidirmi abandonando Amore; Ma se t’aggrada pur l’essere amante, Ama la vaga Filli, Che per te (lassa more) more; E lascia di seguire, (Se vuoi pur ch’io ti chiami accorto, e saggio) Ardelia, che ti fugge, e fugge ogn’altro. Ura.Per certo vò più tosto Per Ardelia morire, Che per altra gioire,

Che sia di lei men bella. Non sai Tirsi, non sai, Ch’Ardelia, ch’ogn’hor m’arde, è così bella, Che di stupore, e meraviglia pieno Lascia colui, che fisa in lei lo sguardo? Ella hà le chiome sue sì bionde, e terse, Ch’invidia fanno al solar raggio, e scorno; La fronte è di ligustri; E di rose le guancie, e di corallo Le labra amate; di bianchezza i gigli Vincon gli eguali, e ben composti denti; D’ebano l’inarcate, e giuste ciglia; Gl’occhi sì chiari, e lucidi, che ’l Sole Vincon d’assai; il collo tondo, e bianco, Che seco il latte perde; il seno è fatto Di schietto avorio con due poma acerbe, Che tremolar si veggon sotto un velo, A lo spirar di quella dolce bocca, Al cui soave fiato D’odor cedano i venti Che da l’Arabia vengono: E tra le due vallette, ove confina La bella bocca, ancor che sien di neve, Si stà con l’esca, e col focile Amore Ivi inascosto al varco, Hor questo core, hor quello Dolcemente infiammando: Lunghe, e rotonde son le belle braccia, Lunga la bianca mano,

Il corpo schietto, e di misura honesta; La gamba dritta, e snella, Il piè picciolo, e svelto: Ma che dirò de’ guardi? iquali quanto Più parchi sono, con maggior possanza Accendon l’alme di cocente ardore: Le parole son poi sì accorte, e sagge, Che sentir non si possono, che ’l core Preso non resti, e vinto: Ma dove lascio il riso, Che qualhor si dimostra Tra rosate labra Mi fa vedere in terra il Paradiso? Onde giudico Ardelia, Piena sì de beltade; Ma priva di pietade. Tir.Voi miserelli amanti giudicate Non già secondo il vero, ma secondo Il cieco affetto, ch’a servir v’induce Crudele, e falsa Ninfa. Ma poi, che sì cortese T’hò ritrovato nel farmi sapere De la tua Ninfa le molte bellezze, Deh fammi anco palese, Quando di lei t’innamorasti, e come Restasti preso à l’amoroso laccio. Ura.Negar non ti saprei così giusta; Allhor che noi Pastori, Nel bel fiorito Aprile,

Coroniamo le mandre Di verdeggianti rami, Ponendo sù la porta una corona Di fiori, e frondi riccamente adorna; E che ciascun l’armento, e la sua greggia Parimenti corona di bei fiori; E con fumo di puro zolfo gira D’intorno a gli animal, Per levar loro ogni possibil male: E che i gioghi, e gli aratri, I vomeri, le zappe, e i rastri ancora D’odoriferi fior tutti adorniamo, Allhor che le capane, Con le sonore canne Facciamo risonare; allhor che tutti Gli animali si mostrano contenti, Non che i saggi Pastori, Per la solennità di sì gran festa, Festa sacrata ogn’anno A Pale nostra Dea; Allhor dico fui fatto Preda, lasso d’Amore; E questo fù nel gire al sacro Tempio, Dove raccolti fummo Da venerando, e vecchio Sacerdote, Di bianca veste adorno, E di verde ghirlanda coronato, Il qual con lieto viso, Con puro, e santo zelo

All’Oriente volto, Una candida Agnella Uccise, e le sue calde interiora Nel foco ch’ivi ardendo, Portava con la fiamma al Ciel gli odori, Che ’l ricco Arabo suole Raccorda i fortunati arbor Sabei, Gettò, chinando a terra Le ginocchia pietose, e riverenti; Poi volti gli occhi al Cielo, Chiese per noi perdono a l’alma Pale, Se per disaventura, ò per follia, O noi, o ’l nostro Armento Turbato havesse, ò prato, ò fonte, ò bosco A lei sacrato, e con l’istessa voce, Chiese per gratia, e dono, Che fascino, baleno, Arte maga, invid’occhio Turbar mai non potesse Nostra lanosa greggia, e nostro Armento: E con pietoso accento Pregò, che custodisse i nostri cani, Di lor fidata scorta; acciò di latte, Di lana, e bella prole Abondassero sempre; nè giamai A la capanna alcun di noi tornasse Piangendo, e sospirando, Con la sanguigna pelle Di pecora, e di capra, ò di giovenco,

Tolta a pena di bocca al lupo ingordo: Ma fusse il numer suo tanto al ritorno La sera a i nostri alberghi, Quanto al parti ne lo spuntar del giorno, Finito questo, fuor del sacro tempio Uscimmo, dove in bella schiera accolte Molte Ninfe vedemmo in un bel prato, Le quai di passo, in passo Gian vaghi fior cogliendo. Tra queste Ardelia vidi, Ahi lasso, e posso dire, Che in un punto la vidi, e in un punt’arsi: E quel, che più m’accese Di lei, fu ch’io sentij, ch’ella si dolse Con le compagne sue Del crudo fin de l’innocente agnella Che quel giorno immolossi, E dissi allhor tra me: s’ella sì duole D’un animal, che per honor di Pale In sacrificio s’offre, Che farà poi vedendo Un’huom, che per lei muora? Certo diss’io così cortese, come Bella la troverò; & ella allhora Quei bei soli affissando Ne’ cupidi occhi miei, E lampeggiando un dolce riso parve, Parve, che ’l tutto confermar volesse, Ond’io da questo mosso,

E da quella beltà, che non ha pare, La mi posi ad amare: Ed è passato il Sol già quattro volte Per i dodici alberghi, Dal dì, ch’ella mi accese, E ’n dolci nodi strinse, Con le dorate chiome, Questo per lei piegato, & arso core Hor hai sentito à pieno L’historia del mio male. Nè soverchio m’è parso il raccontarti Quella solennità, che allhor si feo. Ch’io dolente d’Amor vittima fui, Sapendo come tu sei giorni innanzi, Nel saltar d’un gran fosso ne cadesti, Percotendo d’un piede in una pietra; E fù sì grande la percossa tua, Che molti giorni poi Ne rimanesti infermo; Eccoti detto à pieno Quello, che non vedesti. Tir.M’è stato caro certo L’udir quel, che non vidi; e dal tuo dire Hò chiaramente conosciuto, come In un bel modo in vero Amor t’attese al varco, E in più bel modo poi, Di libero ti fè divenir servo. Ma temo, che, sì come t’accendesti

Ne la stagion, che solo i fior produce, Così sol fiori havrai Del tuo lungo servire. Ura.Deh se tra tanti fiori Potessi haver quel fior, che tanto bramo, Mi chiamerei felice; Ma sì gran ben non lice Forse sperare ad un Pastor sì misero. Tir.Sì dolce Uranio parli, Ch’io non mi sono avvisto, Che mentre odo il tuo dire, E pur teco ragiono D’Amor, vorace tarlo Del tuo misero core, Vanno fuggendo l’hore, & io non vado A i soliti piaceri: Dunque mi parto; à Dio, rimanti lieto. Ura. Voglio teco venire, aspetta Tirsi, Chi sà forse potrei teco venendo Vederla non men cruda Che bella Ardelia mia.

Entre tal’hora fra me stessa penso Al mio stato già lieto al par d’ogni altro, Et hora più d’ogn’altro

D’affanno pieno, e di noiose cure, Dolor m’affligge, & ange, E la disperation m’induce (ahi lassa) A desiar la morte. O più d’ogn’altra sfortunata Filli, Voi pur sapete, o boschi, Valli, selve, e campagne, Qual sia la vita mia, poi che sì spesso Mi sentite lagnare, e i venti ancora Lo san, che per udir l’aspra mia pena, Si fermano sovente: Io sfortunata allhora, che le stelle Fanno ornamento al bel notturno Cielo; E che Cinthia si posa nelle braccia Dell’amato garzone; e che la notte Spiega l’oscuro velo; E che ’l Sonno, e ’l Silentio Porge a i mortali stanchi I dovuti riposi; io me ’n vo sola Senza temer delle notturne larve L’horrido incontro, e misera, o perduta Per gli ermi boschi, e pe i solinghi campi, Indarno Uranio chiamo, e mentre chieggio Al Ciel s’ei mi sarà spietato sempre: Da i cavi sassi accresce il mio tormento Ecco, ch’al mio parlar risponde SEMPRE. Così turbo à la notte in gravi homei Il sui fido silentio; mentre piango Sento i notturni augelli, che stridendo

M’apportan segno di futuro male; E vivendo in tal morte, ecco le stelle Veggio sparire ad una ad una, e sola Restar nel Cielo l’amorosa stella; Laqual, mentre da me tardi si parte, Humilmente prego, ch’al mio male Qualche termine ponga, se non ch’io Diverrò di me stessa acerba Parca. E mentre così parlo, ella se ’n fugge, Sprezzando i preghi miei; in tanto sorge Dal Mar la vaga Aurora, Cinta di rose il rugiadoso crine, E quando il Ciel di più bei fior dipinge, E più le cose allegra, Tanto al mio tristo core La fiera doglia accresce; Perche mi par, che quanto Hà di dolore il mondo Tutto in quest’alma misera s’annidi, Così le notti, e così i giorni interi Consumo in doglia, e in pianto Già le fronzute selve, E ’l garrir de gli augelli, Il mormorar de’ fonti, E ’l dolce susurrar de i lievi venti Tra il verde crin de i Mirti, e de gli Allori, E ’l grato odore, e caro Del fiorito terreno N’apportavano al cor somma dolcezza,

Ov’hor nulla mi giova; Poi che per lunga esperienza (ahi lassa) Hò conosciuto, o dispietato Uranio, Che del mio mal ti godi, e ti nutrisci, E brami pur ch’io muora; e più ti piace La morte mia, che gli Olmi A le ritorte viti; E tu sai pur crudele, Che non amano tanto la rugiada Le mattutine rose, quanto Filli Ama Uranio crudele. Dunque verseram sempre amaro pianto, Gli occhi miei lassi, e la dolente bocca Trarrà dal mesto cor sospiri ardenti, Fin, ch’io misera giunga a l’ultim’hora.

Igi.E più bel raggio mai d’occhi sereni, Nè più candida man, nè più bel crine Arse, avvinse, e piagò libero core, Di quello, ond’io restai, Per te dolce mia Filli, Arso, avvinto e piagato; Filli di te cosa più bella mai Non potea nel suo regno Amor mostrarmi; E chi brama vedere

D’Amor la face, l’arco, e le saette, E Venere, e le Gratie, e finalmente Tutto ’l bel di natura insieme unito; La bocca dolce, e ’l bel sereno sguardo Di te mia Filli miri; E viva poi, se può senza sospiri. Invidio l’herbe, i sassi, i fior, le frondi, Che son tocche da lei, & ogn’hor bramo Cangiarmi in fior, non sol per adornare Di lei le treccie, o ’l delicato seno: Ma per pigliar da lei gratia, & odore: Oh s’io fussi herba, o fosso, che dal suo Candido piè toccato fussi un giorno, Vincerei di letitia ogn’altro amante. E, se fronde venissi, Che per suo scherzo, e gioco, Dalla morbida man toccato fussi, Sarei felice, e fortunato à pieno. Deh s’io potessi in pianta trasformarmi, Frondosa sì, ch’ella sprezzando ogn’altra, Venisse à l’ombra mia per riposarsi, Io non invidierei Quel Platano famoso, Che fece ombra ad Europa, & al gran Giove. Oh s’io potessi un fonte divenire, Non perdendo per questo il senso humano, E che tu Filli mia Venissi à rinfrescar le belle membra Ne l’onde mie, la fonte, che Diana

Vede sovente ignuda, non potrebbe Agguagliarsi di gioia Al mio felice stato. Ma, s’io non posso in fiore, in herba, in sasso, In fronde, in prima, ò in fronte trasformarmi, Potess’io almen cangiarmi in una fiera, In una fiera, che da te seguita Fusse per mia ventura, Che se cosa vietata accresce sempre Il desiderio in noi, Vorrei da te fuggire, Sol per indurre in te desio maggiore, Di seguitarmi, e tormi al fin la vita; E ben sarei felice, Se quella bianca, e delicata mano Del mio viver mortal troncasse il filo. Fill. O dispietato Amore, ecco colui, Che per tua colpa m’ama; Et io per tua cagione, ohime, non posso Renderli il cambio di cotanta fede: E per maggior mia doglia mi conviene Amar, chi m’odio, e servir, chi non prezza Il mio fido servitore, e l’amor mio. Igi.O me felice, hor ecco, Che senza trasformarmi in altra forma, Veggio l’amata Filli, Ecco la bella fiamma, che mi sface; Voglio accostarmi, e dire; Pietade al mio languire.

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