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La Città del Sole
Hos. Dimmi di gr̃ia tutto quello che t’avvenne in q̃sta navigatione. G. gia v’hò detto come girai il mõdo tutto, e poi com’arrivai alla Taprobana e fui forzato movere in terra, e poi fugendo la furia de terrazani mi rinselvai, et uscÿ in un gran piano proprio sotto l’equinottiale. Hos. cqui che t’occorse. G. subito incontrai in un gran squadrone d’huomini, e donn’armate, e molti di loro intendevano la lingua mia, liquali mi condussero alla Città del Sole. Hos. Di com’è fatta questa Città, e come si governa. G. Sorge nell’ampia campagna un colle, sopra il quale stà la maggior parte della Città, mà arrivano i suoi giri molto spatio fuor delle radici del mõte, il qual è tanto che la Città fà due miglia di diametro, e più, e vien’ad esser sette miglia di circolo; ma per la levatura più habitation’hà, chè se fuss’in piano. È la Città distinta in 7 gironi grandissimi nominati dalli sette pianeti, e s’entra dall’un’all’altro per quattro strade, e per quattro porte alli quattro angoli del mondo spettanti, mà stà in modo che se fuss’espugnato il p° girone, bisogna più travaglio al 2° e poi più, talche sette fiate bisogna espugnarla per vincerla, mà io son di parere, che n’anco il primo si può tanto grosso, e terrapieno, et la di torrioni, artellaria, e fossati di fuora, enorme, dunque p̃ porta tramontana di ferro coperta fatta che s’alza, e cala con bello ingegno si ved’un piano di cinquanta passi trà la muraglia prima, e l'altra, appresso stanno palazzi tutti uniti per giro col muro che puoi dire, che tutti hanno uno, e di sopra han li reuellini sopra colossi come chiostri de frati, e di sotto nõ v’è introito se nõ dalla parte concava delli palazzi, poi son le stanze belle con le finestre al convesso, et al cõcavo, e son destinte con piccioli muri trà loro solo il muro connesso è grosso otto palmi, il concavo trè, il mezano uno ò poco più, e cossi poi s’arriva al secondo piano, ch’è dui passi ò trè manco, e si veden le seconde mura con li reuellini in fuora, e passeggiatorÿ, e dalla parte di dentro l’altro muro che serra li palazzi in mezo fà il chiostro con le colonne, e di sotto, e di sopra belle pitture, e cossi s’arriva fin al supremo, e sempre p̃ piani, solo quando s’entrano le porte che son doppie per le mura interiori, ed esteriori s’ascende per gradi tali, che non si conosce, perche vanno obliquamỹ, e son d’altura quasi insensibili distinte le scale. Nella sommità del monte v’è un gran piano, et un grã tempio in mezzo, di stupendo arteficio. Hos. Seguita in cortesia. G. Il tempio è tondo p̃fettamỹ, e non ha muraglia, che lo circonda ma sta situato sopra colonne grosse, e belle assai; la cupola grande ha in mezzo una cupoletta con uno spiraglio, che pende sopra l’altare, ch’è uno solo, e sta nel mezzo del tempio. Girano le colonne trecento passi, e più, e fuor delle colonne della cupola vi son p̃ otto passi li chiostri con mura poco elevate sopra le sedie, che stan d’intorno al cõcavo dell’esterior muro; benche in tutte le colonne interiori, che senza muro fraposte tengono il tempio, vi siano sedie portatili assai; sopra l’altare ň v' è altro, ch’un Mappamondo assai grãde dove tutt’il cielo è dipinto; et un’altro dov’è la terra, poi sul cielo della cupola vi stanno tutte le stelle maggiori del cielo, notate cõ i nomi loro e virtù, ch’hanno sopra le cose terrene cõ tre versi per una, ci sono i poli, et i circoli segnati non del tutto, perche ci manca il muro a basso; ma si vedono si noti in corrispondenza nelli globbi dell’altare. V’è semp̃ accese sette lampadi nominati dalli sette pianeti; sopra il tempio vi stanno alcune celle nella cupoletta a torno, e molt’altre grandi sopra li chiostri, e cqui habitano li religiosi, che sono da quaranta. V’è sopra la cupola una banderola per mostrare li venti; e ne segnano 36; e sanno qñ spira ogni vento, che stagione porta. E cquì stà anch’un libro in lettere d’oro di cose importantissime. Hos. Per tua fé dimmi tutto il modo del governo, che cqui t’aspettavo. G. È un prencipe sacerdote tra loro, che s’appella ⊙ e in lingua ñra si dice Metafisico, questo è capo di tutti in sp̃uale e tp̃ãle, e tutti li negotÿ in lui si terminano. Ha tré prencipi collaterali: Pon, Sin, Mor, che vuol dire Potestà, Sapienza et Amore. Il Potestà ha cura delle guerre, e delle paci e dell’arte militare, è sup̃mo nella guerra, ma nõ sopra ⊙ , ha cura dell’officiali, guerrieri, soldati, munitioni, fortificationi, et espugnationi. Il Sapienza hà cura de tutte le scienze, e delli dottori e magistrati dell’arti liberali, e mechaniche, e tiene sotto di sé tant' officiali quante son le scienze: c'è l’Astrolago, il Cosmografo, il Geometra, il Loico, il Rethorico, il Gramco, il Medico, il Fisico, il Politico, il Morale, e tien'un libro solo dove stan tutte le scienze, che fa leggere a tutto il popo ad usanza di Pitagorici. E questo ha fatto pingere tutte le muraglie, sù li revellini dentro, e di fuori tutte le scienze. Nelle mura del tempio esteriori, e nelle cortine, che si calano qń si p̃dica per nõ p̃dersi la voce, vi sta ogni stella ordinatamy con tre versi per una. Nel dentro del po girone tutte le figure matematiche, più che nõ scrisse et , con le loro propositioni significanti. Nel di fuori v’è la carta della terra tutta, e poi le tavole d’ogni provintia con i riti, costumi, e leggi loro, e con l’Alfabeti ordinati sopra il loro alfabeto. Nel dentro del 2° girone vi son tutte le pietre preziose, e nõ p̃tiose, e minerali, e metalli veri, e pinti con le dichiarationi di dui versi p̃ uno. Nel di fuori vi son tutte sorti di laghi, mari e fiumi, vini, ogli, et altri licori, e loro virtù, et origine, e qualità; e ci son le carrafe piene di diversi licori di cento e trecento anni, con li qãli sanano tutte infirmità. Nel dentro del 3° vi son tutte sorte d’herbe, et arbori del mondo pinte, e pur in teste di terra sopra il revellino, e le dichiarationi dove p̃a si trovaro, e le virtù loro, e le somigliãze ch’hanno con le stelle, e cõ li metalli, e con le membra humane, e l’uso loro in medicina. Nel di fuori tutte maniere di pesci di fiumi, e laghi e mari, e le virtù loro, et il modo di vivere, di generarsi, et allevarsi, et a che serveno, e le somigliãze ch’hanno cõ le cose celesti, terrestri dell’arte, e della nata. Sì che mi stupÿ qń trovai pesce vescovo, e catena e chiodo, e stella, a punto come sono questi cossi trà noi, ci sono incini, rizzi, spondoli, tutto quanto è degno di sap̃e con mirabil arte di pittura, e di scrittura che dichiara. Nel 4° di dentro vi son tutte sorti d’ucelli pinti, e lor qualità, grandezze, costumi, e la fenice è verissima app̃sso loro, nel di fuori stanno tutte sorti d’animali reptili, serpi, draghi, vermini, e l’insetti, mosche, tafani & cõ loro cõditioni, veneni, e virtuti, e son più che pensiamo. Nel 5° di dentro vi sono animali p̃fetti terrestri di tante sorti, ch’è stupore, nõ sappiamo noi la millesima parte, e pero sendo grandi di corpo, l’hã pinti anchora nel di fuore revellino, e quante maniere de cavalli solamỹ, oh belle figure dichiarate distintamỹ. Nel 6° dentro vi sono tutte l’arti mechaniche, e l’inventori loro, e li diversi modi come s’usano in diverse regioni del mondo. Nel di fuori vi sono tutti l’inventori delle leggi, e delle scienze e dell’armi; trovasi Mosè, Osiri, Giove, Mercurio, , et altri assai, et in luoco assai honorato era Giesù Christo e li dodici ap̃li, che ne tengono grã conto; Cesare, Alessandro, Pirro, e tutti li Romani; ond’io ammi- rato come sapevano q̃lle historie, mi mostrarono che essi teneano di tutte nationi lingua, e che mãdavano a posta p̃ il mondo l’ambasciatori, e s’informavano del bene, e del male di tutti, e godeno assai in questo. Vidi che nella China le bombarde e le stãpe furo pa ch’a noi, ci son poi li maestri di q̃ste cose, e li figliuoli, sensa fastidio giocando, si trovano saper tutte le scienze historicamỹ pa ch’habbin dieci anni.
Il Amore ha cura della generatione, d’unir li maschi alle femine in modo che faccin buona razza; e se rideno di noi ch’attendemo alla razza delli cani e cavalli, e trascuramo la ñra. Tien cura d'ella educatione, delle medicine, speciarie, del seminare e racogliere i frutti, delle biade, delle mensi, e d’ogni altra cosa p̃tinete al vitto, vestito e coito, et ha molti mastri, e mastre dedicate a q̃st’arti.
Il Metafisico tratta tutti questi negotÿ cõ loro, che sensa lui nulla si fà, et ogni cosa la comunicano essi quattro, e dov’il Metafisico inchina son d’accordo. Hos. Hor dimmi dell’officÿ, e dell’educatione e del modo come si vive, s’è Repca o Monarchia ò stato di pochi. G. Questa è una gente ch’arrivò là dall’indie, et erano molti filosofi, che fugiro la ruina di Mogori e d’altri p̃doni, e Tirani onde si risolsero viver’alla filosofica in comune se ben la comunità delle donne nõ s’usa tra le genti della provincia loro; ma essi l’usano, et è questo il modo. Tutte cose son comuni; ma stanno in mano d’officiali che le dispensano, onde nõ solo il vitto, ma le scienze, et honori, e spassi son comuni, ma in maniera che nõ si può appropriare cosa alcuna; Dicono essi che tutta la proprietà nasce dal far casa appartata, e figli e moglie p̃p̃a, onde nasce l’amor proprio, che per sublimar a ricchezze, ò à dignità il figlio, o lasciarlo herede, ogn’uno diventa ò rapace publico se nõ ha timore sendo potente, ò avaro, et insidioso, et hippocrita s’è impotente; ma qñ p̃deno l’amor p̃p̃o resta il comune solo. Hos. Dunq̃ nullo vorrà faticare, mentr’aspetta che l’altro fatichi, come dice contra ! G. Io nõ sò disputare ma ti dico ch’hanno tant’amore alla patria loro ch’è cosa stupenda, più che nõ si dice de Rom. qñ son più spropriati; e credo che li preti, e monaci ñri se nõ havessero li parenti, ò l’amici, e l’ambitione di crescere più à dignità sariano più spropriati e santi caritativi con tutti. Hos. dunq̃ là nõ c’è amicitia poiché nõ si fan piacere l’un l’altro! G. anzi grandma, perch’è bello a vedere che tra loro nõ ponno donarsi cosa alcuna, perche tutto hanno del comune, e molto guardano gli officiali, che nullo habbia più che merita, però quant’è bisogno tutti l’hanno, e l’amico si conosce tra loro nelle guerre, nell’infirmità, nelle scienze, dove s’aiutano et insegnano l’un l’altro, e tutti li giovani s’appellano frati, e q̃lli che sono 15 anni più di loro padri, e quindeci meno figli, e poi vi stanno l’officiali a tutte cose attenti, che nullo possa far all’altro torto nella fratellanza. Hosp. e come? G. di quante virtù noi habbiamo, essi hanno l’officio, c’è l’un che si chiama liberalità, un magnanimità, un castità, un fortezza, un giustizia Criminale, o civile, un solertia, un verità, beneficienza, gratitudine, misericordia, e ciascuno di questi s’elegge q̃llo, che da fanciullo nelle scuole si conosce inclinato a tali virtù, però, nõ sendo tra loro latrocinÿ, né assassinÿ, ne stupri, ne incesti, et adulterÿ, delli quali noi c’accusiamo, essi s’accusano d’ingratitudine, di malignità, qń un nõ vuol piacere honesto, di bugia che l’abborrischono più che la peste, et q̃sti son privati per li peccati dalla mensa comune del commertio delle donne, e d’alcuni honori, fin che pare al giudice p̃ emendarli. Hosp. hor dimmi come fan gli officiali? G. questo nõ si può dire, se nõ sai la vita loro, primo è da sapere che l’huomini, e donne vesteno d’un modo atto à guerreggiare, benche le donne han la sopraveste fin sotto al ginocchio, e l’huõ sopra. et s’allevano tutti in tutte l’arti; dopo i trè anni li fanciulli imparano la lingua, e l’alfabeto nelle mura, caminando in quattro schiere, e quattro vecchi li guidano e l’insegnano, e poi li fan giuocare, e correre, per rinforzarli, e semp̃ scalzi, e scapigliati, fin alli sette anni; e li conducono nell’officine dell’arti, cositori, pittori, orefici, & e mirano l’inclinatione dopò il settim’anno vanno alle lettioni delle scienze naturali tutti che son quattro lettori della medesma lettione, et in quattro hore tutte quattro le squadre si spediscono perche mentre l’altri s’esercitano il corpo, ò fãno li pubblici servitÿ, l’altri stanno alla lettione. Poi alli dieci si metteno alle matematiche medicine et altre scienze. E c’è continua disputa tra loro e concorrenza. E q̃lli poi diventano officiali di q̃lla scienza dove più riuscirono, ó di quell’arte mecchanica, ch’ogn’una han il suo capo. et in cãpagna ne lavori, e nella pastura delle bestie pur vanno ad imparare; e quello è tenuto di più grã nobiltà che più arti impara, e meglio le fà. Onde si rideno di noi che l’artifici appellam ignobili; e diciamo nobili quelli, che null’arte imparano e stann’otiosi, e tengon in otio, e lascivia tanti servidori. L’officiali poi s’eleggono da q̃lli quattro capi, e dalli maestri di q̃ll’arte; li quali molto bẽ sanno ch'è più atto à q̃ll’arte, ó virtù, in cui hà da reggere: e p̃pongon in consiglio, et ogn’uno appone quel che sa di loro. però nõ può ⊙ se nõ quello, che sà tutte l’historie delle genti, e riti, e sacrificÿ, e repche et inventori di leggi et arti. poi bisogna, che sappia tutte l’arti meccaniche, perch’ogni duoi giorni s’impara una, ma l’uso cqui le fà saper tutte, e la pittura. E tutte le scienze ha da sapere, matematiche, fisiche, et astrologiche. Delle lingue nõ si cura, p̃ch’ha l’interpreti, che son li grammci loro. Ma più di tutti bisogna che sia metafisico e theologo, che sappia ben la radice, e prova d’ogn'arte, e scienza; e le similitudini, e differẽze delle cose; la necessità, il fato, e l’armonia del mondo. La possanza, sapienza, et Amor divino, e d’ogni cosa; e li gradi dell’Enti, e correspondevoli loro, cõ le cose celesti, terrestri e mariteme. e studia molto ne profeti, et Astrologia, dunque si sà ch’ha d’esser ⊙, e se nõ passa trentacinque anni nõ arriva a tal grado. E questo officio è p̃petuo; mentre nõ si trova chi sappia più di lui, e sia più atto al governo. Hosp. e chi può saper tanto! anzi nõ può saper governare chi attende alle scienze. G. io dissi à loro questo e mi risposero: più certi siamo noi, ch’un tãto litterato sà governare, che voi, che sublimati l’ignoranti pensando, che sian’atti, e sia pur tristo in governo, nõ sarà mai crudele, ne scelerato, ne tiranno un chi tanto sà; ma sappiati, che q̃sto è argto, che può trà voi. Dove pensate, che sia dotto chi sa più gramca, e logica d’, e di questo, e q̃llo autore dove ci vol sol memoria servile onde l’huõ si fà inerte; perche nõ contempla le cose, ma li libri; e s’avvilisce l’anima in q̃lle cose morte ne sà come Dio regga le cose, e l’usi della natura, e delle nationi. il che nõ può avvenire al ñro ⊙ perche nõ può arrivare à tante scienze chi nõ è scaltro d’ingegno ad ogni cosa: onde è semp̃ attivissimo al governo. noi pur sappiamo che chi sà una scienza sola nõ sà quella, ne l’altre bene. et che colui ch’è atto a una sola studiata in libro, è inerte, e grosso. Ma nõ così avviene all’ingegni pronti, e facili ad ogni conoscenza come bisogna che sia l’⊙ e nella citta ñra s’imparano le scienze cõ facilità tale, come vedi, che più in un’anno cqui si hà, ch’in dieci o quindici tra voi. E mira in questi fanciulli. Nel che io restai confuso per le ragioni sue, e la prova di q̃lli fanciulli, ch’intendevano la mia lingua, perche d’ogni lingua semp̃ hann’essi trè che la sappiano. E tra loro nõ c’è otio nullo, se nõ quello che li fa dotti; che però vanno in campagna a correre, a tirar dardi, sparar archibugi, seguitar fere, lavorare, conoscer l’herbe, hor’una schiera, et hor’un’altra.
Li trè officiali primi nõ bisogna, che sappiano se nõ quell’arti ch’all’officio loro appartengono. onde hanno l’arti comuni a tutti, historicamỹ imparandole; e poi le p̃p̃e, dove più si dà uno ch’un’altro. Così il Potestà saperà l’arte cavalieresca, fabricar ogni sorte d’armi, cossì di guerra, machine, arte militare, ecc. Ma tutti q̃sti officiali han d’essere filosofi di più, et historici naturalisti, et humanisti. Hosp. Vorrei che dicessi l’officÿ tutti, e li distenguessi; e s’è bisogno le educationi cumuni. G. sono pa le stantie comuni, e belli letti, e bisogni, ma ogni sei mesi si distinguono, dalli mastri, chi hà da dormire in questo girone, o in quell’altro, e nella stanza pa o 2a, notate p̃ alfabeto. Poi son l’arti comuni a gl’huõi e donne, le specu- lative e meccaniche; cõ questa distintione, che q̃lle dove ci va fatica grande e viaggio, le fanno l’huõi come arare, seminare, coglier’i frutti, e pascer li armenti; però nell’aia, nella vendemia, nel formare il cascio, e mungere [l’uberi?] si soleno le donne mandare, e nell’horti vicini alla Città p̃ l’herbe. L’arti che si fanno sedendo, e stando per lo più son delle donne: come tessere, cuscire, tagliar li capegli, e le barbe, la spetiaria; e far tutte le sorti di vestimenti fuorche l’arte del ferraro e dell’armi. e ch’è atta a pingere nõ se li vieta. La musica però è delle donne: che più dilettano, e de fanciulli, ma nõ le trombe e tamburri. fanno le vivande, apparecchiano le mense: ma lo servire a tavola è p̃p̃o delli giovani maschi, e femine, finche sono di venti uno anno. Stanno in ogni girone le publiche cucine, e le dispense della robba, et d’ogni officio, soprastante è un vecchio, et una vecchia, che comandano, et han potestà di battere o far battere d’altri, li negligenti, o disubidienti, e notano ogn’uno ed ogn’una in ch’esercizio meglio riesce. Tutta la gioventù serve alli vecchi che passano 40 anni, ma il mastro o maestra han cura la sera q̃n vanno a dor- mire e la mattina di mandar alli servitÿ di q̃lli a chi tocca, uno ò due ad ogni stanza. Et essi giovani si servono trà loro, e chi ricusa, guai a lui. Vi son prime, e seconde mense d’una parte mangiano le donne, dall’altra l’huõi; e stanno come in refettorio de frati. Si fa senza strepito, et un semp̃ legge a tavola cantando, e spesso l’officiale parla sopra qualche passo della lettione. È una dolce cosa vedersi servire di tãta bella gioventu in habito succinto, e coss’a tempo, e vedersi à canto tanti amici, [frati?], figli, e madri, vivere cõ tanto rispetto et amore.
Si dona à ciascuno il suo piatto. E li medici hanno cura di dire alli cochi in quel giorno, qual sorte di vivanda conviene; e quale alli vecchi, q̃lle alli giovani, e quale all’ammalati; e l’officiali hanno la miglior parte, e mandano spesso in tavola del loro à chi più s’ha fatto honore la matina nelle lettioni, e dispute delle scienze, e d’armi. E questo si stima p̃ grãde honore, e favore. E nelle feste fanno cantar una musica pur in tavola. E p̃che tutti metteno mano alli servitÿ, mai nõ si trova che manchi cosa alcuna. Son vecchi savÿ soprastanti a chi co- cina; et nelle stanze; nelli vasi, e nelle vestimenta stimano assai la politia. Vesteno dentro camisa bianca di lino, sopra un vestito con giubbone, e calze insieme sẽsa pieghe; e spaccato p̃ mezo dal lato, e di sotto e poi imbottonato. Et arriva la calza sin al tallone, a cui si pone un pedal grande come bolzacchino, e la scarpa sopra; e son ben attillate, che quando si spogliano la sopravveste si scerneno tutte le fattezze della persona. Si mutano le vesti quattro volte varie, qñ il Sole entra ♋, et ♑ ♈ et ♎; e, secondo la complessione, e decentia stà al medico di distribuirle col vestiario di ciascun girone, et è cosa mirabile che in un pũto hanno quante vesti vogliono grosse, sottili, secondo il tempo &. Veston tutti di bianco, ed ogni mese si lavan le vesti col sapone, ò bugata q̃lle di tela.
Tutte le stanze sottane officine, cucine, granari, guardarobbe, dispense, vivandarÿ, et lavatorÿ ma si lavano nelle pile delli chiostri, l’acqua si getta per le latrine, ò canali che vanno a quelle. Hanno in tutte le piazze delli gironi le loro fontane, che tirano l’acque dal fondo solo cõ muover un legno, onde esse spicciano per li canali, v’è acqua sorgente; molta nelle conserve a cui vanno le piogge per li canali delle case, passando p̃ arenosi acquedotti; si lavano le persone loro spesso, secõdo il maestro, e il medico ordina. L’arti si fanno tutte ne chiostri di sotto, e le speculative di sopra, dove sono le pitture; e nel tempio si leggono nell’atrÿ di fuori son horologi di Sole, e di squille p̃ tutti i gironi, e banderuole p̃ saper li venti. Hosp. hor dimmi della generatione. G. nulla femina si sottopone à maschi, se nõ arriva a 19 anni; ne il maschio si mette alla generazione innanzi alli 21. et più s’è di complessione bianco. Nel tempo innanti è ad alcuno lecito il coito con le donne sterili o p̃gne, per nõ fare in vaso indebito; e le maestre matrone con li seniori della generatione han cura di provederli secondo à loro è detto in secreto da quelli più molestati da Venere, ma nõ lo fãno sensa far parola al maestro maggiore, ch’è un gran medico, e sottostà ad Amore prencepe officiale.
Se si trovano in sodomia, sono vituperati, e li fan portare dui giorni legata al collo una scarpa: significando che pervertiro l’ordine, e posero li piedi in testa; perche qń si esercitano alla lotta son nudi tutti; maschi, e femine, li mastri conoscono ch’è impotent’al coito, e quali membra con quali si confanno, e cossì sendo ben lavati si donano al coito ogni trè sere; e nõ accoppiano se nõ le femine grandi, e belle alli grandi e virtuosi, e le grasse à macri, e li macri alle grasse per far temperie. La sera vanno i fanciulli, et si accõciano li letti, e poi vanno a dormire secondo ordina il mastro, e la maestra, ne si pongono al coito se nõ han digerito, e pa fanno oratione, et hanno belle statue di huoĩ illustri dove le donne mirano, poi escono alla fenestra, e pregano Dio del cielo che li dona prole buona, e dormino in due celle, sparti fin à quell’hora che s’hanno a congiungere, et all’ha va la maestra, et apre l’uscio dell’una, e l’altra stanza. Quest’hora è determinata dall’Astrõgo e medico, e si forzano semp̃ di pigliar tempo che ☿ e ♀ siano orientali dal Sole in casa benigna, e che sian mirati da ♂ di buono aspetto e da ♄ così il ⊙, come la ☽, di spesso sono Afete et per lo più vogliono ♃ in ascendente, ma assai si guardano che ♄ , o ♂ nõ stiano in Angolo, perche tutti quattro Angoli con ☌ o □ infettano, e da essi Angoli è la radice della virtù vitale, e della sorte; nõ si curano di satellizio, ma solo degli aspetti buoni, ma il satellizio solo nella fondazione della Città, e della legge ricercano che però non habbia principi ♂ o ♄, et han per peccato li generatori nõ trovarsi mõdi trè giorni avanti di coito e d’attioni prave, e di nõ esser devoti al Creatore. Gli altri, che per delitia o p̃ servire alla necessità si donano al coito cõ sterile ò pregne, ò cõ donne di poco valore nõ osservan queste sottigliezze. E l’officiali che son tutti sacerdoti, e li sapienti nõ si fanno generatori, se nõ osservano molti giorni più condizioni; perch’essi, p̃ le molti speculationi, han debole lo spirito animale; e nõ transfondeno il valor della testa, perche pensano semp̃ a qualche cosa, onde trista razza fanno, talche si guarda bene, e si donano questi a donne vive, gagliarde e belle. E l’huoĩ fantastici, e capricciosi alle donne grasse, temperate, di costumi blandi. e dicono che la purità della complesse, onde le virtù fruttano, nõ si può acquistare con arte: e che l’huoĩ di mala natura p̃ timor della legge fanno bene: e q̃lla cessante struggon la repub. cõ manifesti, o secreti modi; però tutto lo studio principale dev’essere nella generatione, e mirarsi li meriti nãli, e nõ la dote, ò la fallace nobiltà.
Se alcune di queste donne nõ concipeno cõ uno, la mettono cõ altri. Se poi si trova sterile si può accomunare, ma nõ ha l’honore delle matrone in cõsiglio della generatione, e nella mensa e nel tẽpio, et questo lo fanno perch’essa nõ procuri la sterilità per lussuriare. Quelle ch’hanno concepito per quindici giorni nõ s’esercitano, poi fanno leggeri esercitÿ per rinforzar la prole, et aprir li meati del nutrimento à quella. Partorito ch’hanno esse stesse allevano li figli in luochi comuni, p̃ due anni lattando, e più, secondo pare al Fisico. Dopo si smamma la prole, e si dona in guardia delle mastre se son femine, o delli mastri cõ altri fanciulli. E cqui s’esercitan al’alfabeto, a caminare correre, e lottare; ò vero alle figure historiate. Et han vesti di color vario e bello. alli sett’anni si donano alle scienze naturali, e poi all’altre secondo pare all’officiali, e dopò di questo si metteno in meccanica. Ma li figli di poco valore si mãdano alle ville, e qń riescono poi si riducono alla Città. Ma p̃ lo più sendo generati nella medesima generatione li contemporanei sono di virtù consimili, e di fattezze, e di costumi, e s’amano grandemente, et aiutano l’un l’altro. Li nomi loro nõ si mettono a caso, ma dal metafisico secondo la proprietà, come usavano li Rom., onde altri si chiamano il bello, altri il nasuto, altri il peduto, altri bieco, altri Crasso & ma qñ poi diventano eccellenti nell’arti loro ò fanno qualche prova in guerra, s’aggiunge il cognome dall’arte, come Pittor Magno, Aureo, eccellente, gagliardo, dicendo Crasso aureo & ò pur dall’atto, dicendo Crasso forte, astuto, vincitore, magno massimo. E dal nemico vinto come Africano, Asiano, Tosco, & manfredi, Tortelio dal’haver superato manfredi ò Tortelio &
Et questi nomi s’aggiungono dall’officiali grandi, e si donano cõ una corona convenient’all’atto, ò arte sua, cõ applauso, e musica, e si vanno a p̃dere p̃ quest’applausi, perch’oro, et argento nõ si stima, se nõ come materia di vasi o di guarnimenti comune à tutti. Hosp. nõ c’è gelosia trà loro, ò dolore che nõ sia fatta generate? G. Sigr nó: perch’a nullo manca il necessario loro quant’al gusto. e la generatione è osservata religiosamy p̃ bene pubco, nõ privato, et è bisogno star al detto dell’officiali, ne ci bisogna inganno di ballotte p̃ contentarsi delle brutte i brutti: perche trà loro nõ c’è bruttezza che esercitandosi esse donne diventano di color vivo, e di membra forti e grandi, e nella gagliardia e grãdezza consiste la bellezza appresso loro. Però è pena della vita in bellettar la faccia, ò portar pianelle, ò vesti con le code per coprir li piedi di legno. mà nõ haveriano tampoco comodità di far questo, p̃che chi le daria loro!, e dicono che questo abuso in noi viene dall’otio delle donne, che le fà scolorite, fiacche e piccole, e però han bisogno di colori et alte pianelle, e farsi belle. Di più s’uno s’innamora di qualche donna è lecito trà loro parlare, far versi, scherzi, imp̃se di fiori, e di piante. Ma se si guasta la generatione, in nullo modo si dispensa trà loro il coito, se nõ qñ essa è pregna, ò sterile. però nõ si conosce trà loro se nõ amor d’amicitia p̃ lo più, nõ di concupiscenza ardente. La robba nõ si stima, perch’ogn’uno hà q̃to li bisogna; salvo per segno d’honore. Ond’all’heroi la repub. fa certi doni in tavola ò in feste pube di ghirlande ò di vestimenta belle fregiate, benche tutti di biãco il giorno, e nella Città; ma di notte, e fuor della Città vestono di rosso, ò di seta, ò di lana, aborriscono il color negro come feccia delle cose, e però odiano li Giapponesi amici di q̃llo; la superbia tenuta per grã peccato, et si punisce un atto di sup̃bia in quel modo che si commette, onde nullo reputa a viltà lo servire in mensa, in cucina, ò altrove, ma lo chiamano imparare, e dicono che cossì è honore al piede caminare, com’all’occhio guardare. Onde chi è deputato à qualche officio lo fa, come cosa honoratissima, e nõ tengono schiavi perche essi bastano à sé stessi, anzi soverchiano. ma noi nõ cossì, perche in Genova sono settanta mila anime, e nõ faticano se nõ le diece, ò quindici mila, e questi patiscono fatica assai, e se struggono, e l’otiosi si perdeno anche p̃ l’otio, avaritia, lussuria, e usura; e molta gente guastano tenendoli in servitù e povertà, ò facendoli partecipi de lor vitÿ, talche manca il servizio pubco, e nõ si può il campo, la militia e l’arti fare se nõ male, e cõ stento. Mà tra loro partendosi l’officÿ a tutti, e le arti, e le fatiche, nõ tocca faticar quattro hore il giorno p̃ uno. se ben tutto il resto è imparare giocando, disputando, legendo, insegnando, caminando, e semp̃ con gaudio, e nõ s’usa gioco che si faccia sedendo, ne scacchi, ne dadi, ne carte o simili, ma ben la palla, pallone, rollo, lotta, tirar palo, dardo, et archibugio dicono ancora, che la povertà grande fà li huoĩ vili, astuti, ladri, insidiosi, forasciti, menzognari, testim̃ falsi & e le ricchezze insolenti, sup̃bi, ignoranti, traditori, disamorati, presumitori di quel, che nõ sanno & però la comunità tutti li fà ricchi, e poveri; ricchi ch’ogni cos’hanno, e possedono, poveri, perche s’attaccano à servire in ogni cosa; se bene ogni cosa servi à loro. E molto laudano in questo le religioni della cristianità; e la vita dell’aptĩ. Hosp. Bella, e santa cosa mi par questa, ma q̃lla delle donne comuni par ardua. S. Clemente Rom. dice che le donne pur siano comune, ma la glosa intende quanto all’ossequio nõ al letto, e Tertuliano consente alla glosa. G. Io nõ sò di questo, sò ben ch’ess’hanno l’ossequio delle donne, et insieme il letto, ma nõ semp̃, se nõ p̃ generare, credo che si possano ingannare ancora, ma essi si difendono con Socrate, Catone, Platone et altri. potria stare che lasciassero questo uso un giorno perche nelle Città soggette à loro nõ accomunano se nõ le robbe, e le donne quanto all’ossequio, et all’arti ma nõ al letto. E questo la ascrivono all’imperfettione di q̃lli, che nõ hanno filosofato; però vanno spiando di tutte le nationi l’usanze; e semp̃ migliorano. di più questo è bello, che frà loro nõ c’è difetto che faccia l’huõ otioso, se nõ l’età decrepita, qń serve solo p̃ consiglio. Ma chi è zoppo serve alle sentinelle con l’occhi: chi nõ ha occhi serve a cardare la lana, e levar il pelo dalli nervi delle penne p̃ li matarazzi, chi nõ hà mani ad altro esercitio. e s’un membro solo solo ha con quello serve; ma questi stanno (se nõ sono Illustrissimi della Città) nelle ville, e sõ governati bene, e son spie ch’avvisano alla repca ogni cosa. Hosp. dimmi ti prego p̃ hora della guerra, che poi dell’arti, e vitto mi dirai: poi delle scienze, et al fine della religione. G. Il podestà tiene sotto di sé un officiale dell’armi, un dell’artelleria, un delli cavalieri, un dell’ingegneri, et ogn’uno di questi hà sotto di sé molti maestri di quell’arte. Ma di più ci sono l’Atleti, ch’à tutti insegnano l’esercitio della guerra; questi sono attempati prudenti Capitani, ch’esercitano li giovani di dodici anni in suso all’armi, benche pa nella lotta, e correre, e tirar pietre erano avezzi da mastri inferiori. Hor questi l’insegnano à ferire, à guadagnar l’inimico con arte giocando spada, a saettare di lancia, à cavalcare, à seguire, à fuggire, a star nell’ordine militare. E le donne imparano anch’esse querst’arti sotto maestre, e mastri loro, per quando fusse bisogno aiutar l’huoĩ nelle guerre vicine alla Città, e se venisse assalto straniero difender le mura. Onde ben saño sparar l’archibugio, far balle, gittar pietre, et andar incontro, e si sforzano torre da loro ogni timore, et hanno gran pene q̃lli, che mostran codardia; nõ temono la morte perche credono l’immortalità dell’anima, e che morendo s’accompagnano con li spiriti buoni, ò rei, secondo li meriti, benche essi siano stati Bragmani Pitagorici, non credono trasmigrazione d’anima, se nõ p̃ qualche giudizio di Dio. Ne s’astengono di ferire il nemico ribello nemico della ragione, che nõ merita esser huõ. Fanno la mostra ogni duoi mesi, et ogni giorno c’è l’esercitio dell’armi, ò in campagna cavalcando, ò dentro, et una lettione d’arte militare; e fanno semp̃ leggere l’historie di , d’Alesandro, di Scipione e d’Annibale, e poi donano il giudizio loro quasi tutti, dicendo cqui fecero bene, cqui male, e poi risponde il mastro e determina. Hosp. con chi fan le guerre? e perche causa se sono tanto felici? G. Vi sono quattro Reggi nell’Isola, li quali han grãd’invidia della felicità loro, perche li popoli desiderano vivere come questi Solari, e vorriano star più soggetti ad essi, che nõ à proprÿ Reggi, onde spesso lor è mossa guerra sotto color d’usurpar confini, e di viver empiamỹ, pperche nõ segueno le superstitioni de gentili, ne dell’altri Bragmani; e spesso li fan guerra come ribelli che pa erano soggetti, e cõ tutto questo perdono semp̃. Hor essi Solari subito che patiscono preda insulto, ò altro dishonore, ò son travagliati gl’amici loro; ò pure son chiamati d’alcune Città tiranneggiate come liberatori essi si mettono à consiglio; e prima s’inginocchiano a Dio, e pregano che li faccia consigliarsi bene, poi s’esamina il merito del negotio, e cossì se bandisce la guerra. Mandano un sacerdote detto Forense, e dimanda a’ nemici che rendano il tolto, o lascino la tirannia, e se q̃lli negano, li bandiscono la guerra chiamando Dio delle vendette in testimo contro di chi hà il torto. E se quelli prolungano il negotio nõ li danno tempo, s’è Re, più d’un’ hora, et s’è Rep. tre hore à deliberar la resposta, per nõ esser burlati; e così si piglia la guerra, se quelli son contumaci alla Ragne. Dopò ch’è pigliata ogni cosa esequisce il locotenente del Potestà, et esso cõmanda sẽza consiglio d’altri, ma s’è cosa di momento, domanda il Amor e l Sapienza e l ⊙. Si propone in consiglio grande dov’entra tutto il Popolo di 20 anni in sù, e le donne ancora, et si dichiara la giustizia dell’impresa dal Predre, et metteno in orde ogni cosa.
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The end
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