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Scelta di alcune poesie di Settimontano Squilla
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Dedica di Tobia Adami
Amici miei, io vi fo un presente, non del mio, ma d’un amico, che conoscete. Dono piccolo nell’apparenza, ma grande veramente nella sua realtá. Io l’ho giudicato degno de’ vostri belli spirti, e so che voi ne farete stima secondo il merito d’esso. Il parlare stretto talvolta e filosofico, e piú con la naturalezza ed accortezza calabrese che con l’eleganza toscana adornato, non vi disturbi, che gli altissimi concetti qui proposti vi sieno meno piacevoli e gustosi.
Io son certo che né lo μυροθήκιον di Dario, né l’Ὁμηροθήκιον d’Alessandro conteneva cose piú eccellenti. Nel resto il Primo Senno, che fa gli suo’ raggi tanto illustri e chiari, come per Prima Possanza ci ha fatto d’una istessa spezie, così ci unisca nel suo santo Amore; ed io per servirvi sarò sempre
1. Il Proemio
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Io, che nacqui dal Senno e di Sofia 1, sagace amante del ben, vero e bello, il mondo vaneggiante a sé rubello richiamo al latte della madre mia. Essa mi nutre, al suo marito pia; e mi trasfonde seco, agile e snello 2, dentro ogni tutto, ed antico e novello, perché conoscitor e fabbro io sia. Se tutto il mondo è come casa nostra 3, fuggite, amici, le seconde scuole 4, ch’un dito, un grano ed un detal ve ’l mostra 5. Se avanzano le cose le parole 6, doglia, superbia e l’ignoranza vostra stemprate al fuoco ch’io rubbai dal Sole 7.
1. «Senno» è l’intelletto eterno. «Sofia», la sapienza creata, diffusa in ogni ente, che, impregnata dall’intelletto divino, partorisce i veri sapienti, ma da sé, i sofisti, e rubelli a se stessi, in quanto creati da Dio.
2. Dal divino Senno aiutato, il savio penetra, con esso lui, quasi volando, tutte le cose fatte e future.
3. Questo verso contiene tutta la loica e tutti sillogismi, che dalla parte al tutto ci guidano a sapere.
4. «Scuole seconde» sono quelle che non da Dio nella Natura imparano, ma da’ libri degli uomini, parlanti come opinanti di proprio capriccio, e non come testimonianti di quello che imparerò nella scuola di Dio.
5. Col dito replicato si fa il palmo, dal palmo il braccio, dal braccio la canna, ed ogni numero crescente. Col grano replicato, i pesi; col detale riempito, le misure. E questo è il modo di loicare piú noto in matematica.
6. Le parole non arrivano a dir l’essenza delle cose; né tutte le cose note hanno la lor propria voce, e Lignote nulla: talché la deficienza, l’equivocazioni e sinonimitá fan doglia a’ savi, che veggono non potersi sapere; superbia a’sofisti, che mettono il saper nelle parole; ignoranza a tutti.
7. Prometeo rubbò il fuoco, e fu però carcerato nel Caucaso, perché facea...
2. A' poeti
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In superbia il valor, la santitate passò in ipocrisia, le gentilezze in cerimonie, e ’l senno in sottigliezze, l’amor in zelo, e ’n liscio la beltate, mercé vostra, poeti, che cantate finti eroi, infami ardor, bugie e sciocchezze, non le virtú, gli arcani e le grandezze di Dio, come facea la prisca etate. Son piú stupende di Natura l’opre che ’l finger vostro, e piú dolci a cantarsi, onde ogni inganno e veritá si scuopre. Quella favola sol dee approvarsi, che di menzogne l’istoria non cuopre e fa le genti contra i vizi armarsi.
Come scrisse l’autore nella sua Poetica, i poeti moderni hanno con le bugie perniciose contrafatto la virtú, ed ornato i vizi colla veste di quelle. E grida, lor contro, che tornino al prisco poetare.
E perché pensano che le favole sono degne di cantarsi per l’ammirazione, dice che più mirabili sono l’opere di Natura. E qui condanna , che fece la favola essenziale al poeta: poiché questa si deve fingere solo dove si teme dir il vero per conto de’ tiranni, come Natan parlò in favola a David; o a chi non vuol sapere il vero, si propone con gusto favole burlesche o mirabili; o a chi non può capirlo, si parla con parabole grosse, come e usâro, e piú il santo Vangelo. Talché l’autore lauda quella favola solo, che non falsifica l’istoria, come è quella di Dido in bruttissima; ed ammonisce la gente contra i vizi propri o strani, e l’accende alla virtú. Laonde questo ultimo verso dicea nel primo esemplare: «E fa le genti di virtú infiammarsi».
3. La fede naturale del vero sapiente
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Io credo in Dio, Possanza, Senno, Amore 1, un, vita, veritá, bontate, immenso, primo ente, re degli enti e creatore. Non è parte, né tutto, inciso o estenso, 5ma piú somiglia al tutto 2: ond’ogni cosa partecipò virtute, amore e senso. Né pria, né poi, né fuor, l’alma pensosa (ché ’n vigor, tempo e luogo Egli è infinito) può andar, se in qualche fin falso non posa 3. 10Da lui, per lui e ’n lui vien stabilito lo smisurato spazio e gli enti sui 4; al cui far del niente si è servito. Ché l’unitá e l’essenza vien da lui; ma il numero, e che questo non sia quello, 15da quel, che pria non fummo, restò in nui 5. Lo abborrito niente fa il duello, il mal, le colpe, le pene e le morti. Poi ci ravviva il divino suggello,
participabil d’infinite sorti, 20necessitate, fato ed armonia, Dio influendo, che su’ idea trasporti 6. Quando ogni cosa fatta ogn’altra sia, cesserá tal divario, incominciato quando di nulla unquanche nulla uscia 7; 25di voglia e senno eterno destinato, che in meglio o in peggio non pòn far mutanza, sendo esso sempre morte a qualche stato 8. Prepose il minor bene a quel ch’avanza, e la seconda legge alla primera, 30chi die’ al peccato origine ed usanza 9. Poter peccare è impotenza vera. Peccato atto non è: vien dal niente; mancanza o abuso è di bontá sincera 10. Vero potere eminenza è dell’ente: 35atto è diffusion d’esser, che farsi fuor della prima essenza non consente 11. Necessitá amorosa sol trovarsi nel voler credo: ma di violenta l’azioni e passion non distrigarsi 12. 40La pena a’ figli da’ padri si avventa, la colpa no, se da voglia taccagna imitata non è, poiché argomenta; ma dalla prole a’ padri torna e stagna, chi bene generar non fan disegno 45e trascurâro educazion sí magna. Ma colpa e pena alla patria ed al regno, che di tempo e di luogo non provvede e di persone, che fan germe degno 13. Perché dell’altrui pene ognuno è erede, 50non lo condanna ignoranza o impotenza, ma voglia mal oprante in quel che crede 14 Dall’ingannati torna la sentenza agl’ingannanti, che’l Padre occultâro e la fanciulla ancor nostra semenza 15.
55Bisogno e voluntá, non senso raro mirando, spesso rispose il pio Padre lá dove e come i figli l’invocâro 16. Talché, barbare genti [ed idoladre] se operaste giustizia naturale, 60non siete esenti dalle sante squadre 17. Vivo, e non morto, un padre universale, non parzial, né fatto esser Dio mai, a chi s’annunzia piú scusa non vale 18. Al che aspettato e’ venne in tanti guai, 65commosso dagli nostri errori e danni, come per tutte istorie ritrovai 19, contra sofisti, ipocriti e tiranni 20, di tre dive eminenze falsatori, a troncar la radice degli inganni. 70Voi falsi sempre sol, commentatori, additaste per tata alli bambini voi stessi e le serpenti e statue e tori 21. Poi contra i sensi propri a’ peregrini non bastò dir che la saetta vola, 75ma che sia uccello, e Dio gli enti divini. Perdé la Bibbia la mosaica scuola al tempo d’Esdra. 22. I propri farisei Cinghi sortìo, 80Amida i bongi di Chami e Fatoche, l’altro emisfero in empietá finío. Utili a tutti, chiare leggi e poche 23, per l’arte abbandonâro la Natura: perché nel primo seggio le rivoche, 85delle scienze ognun vuol ch’abbia cura 24, non le condanna con le false sètte, ch’abborriscon la luce e la misura. Ammira il sol, le stelle e cose elette per statue di Dio vive e cortigiani: 90adora un solo Dio, ch’un sempre stette 25.
Scuola alza e regno a Dio da questi vani: servir a Dio, in comunitá vivendo, è proprio libertá di spirti umani 26. La santa Chiesa, il Primo Senno avendo 95per maestro, e ’l libro, che Dio scrisse, quando compose il mondo, i suoi concetti aprendo 27, sette sigilli or or disigillando, chiamerá tutto l’universo insieme al tempio vivo dove va rotando 28. 100Né a Dio, né al tutto, male al mondo preme; ma sí alle parti, donde egli è diverso; ma ride al tutto la parte che geme 29. Ogni cosa è immortale in qualche verso; sol l’alme vanno d’uno in altro mondo, 105secondo i merti, piú opaco o piú terso 30, finito in questo ognuna il proprio tondo, u’ gli spiriti sciolti han le lor vie che portan del fatai ordine il pondo, ed il giudicio aspettan del gran die 31.
Propone in questo canto quel ch’egli crede, per metafisico sillogismo, di Dio e delle sue opere nella natura ed arte; e a dichiararlo ci bisogna tutta la sua metafisica.
1. Predicati essenziali di Dio, noti in metafisica.
2. Simiglianza e dissimiglianza sua col tutto.
3. Infinitá di tempo, di luogo e di vigore in Dio.
4. Come gli enti sono nello spazio, base dell’essere, cosí questa in Dio.
5. Perché le cose non sono infinite, ma mancano da Dio, participano il non essere e la divisione; donde nasce il numero e la contrarietá, e da questa i peccati e le pene naturali, e poi morali; perché l’anima cede al contrasto contra la legge.
6. Morendo le cose, rinascon altre secondo l’idea, che con li istrumenti universali di Dio, fato, armonia e necessitá, si imprime sempre in ogni materia; talché ci è trasmutazione e non morte.
7. Si finirá il mondo e sue trasmutazioni, quando ogni cosa sará fatta ogni cosa; e cominciò, quando di nulla cosa ancora era stata fatta nulla cosa. Vedi la Metafisica. 8. La volontá e sapienza divina non può mutarsi: perché ogni mutamento è qualche morte della cosa che si muta, o in meglio o in peggio.
9. Che cosa originò il peccato.
10. Poter peccare è impotenza, e il peccato è difetto, non effetto, e abuso del bene.
11. Il potere è primalitá in metafisica, e l’atto è diffusion dell’essere: che pur fuor di Dio, né senza Dio non può farsi, come si fa il peccato.
12. Necessitá spontanea è nel volere: ma nell’oprare si truova anche violenta, e più nel patire. Sol la volontá dunque è libera: perché da Dio solo è mossa con soavitá.
13. Il padre deve portar la colpa e la pena del figlio peccante per suo difetto, che mal lo generò, o mal l’allevò: ma il figlio, non la colpa, ma la pena solo dal padre trae. E la patria, che ha piú senno, è obbligata ad ambedue mali, che non provvede alla generazione, educazione, secondo scrisse l’autore nel libro detto La cittá del sole e negli Aforismi politici.
14. Nullo è condannato per non potere fare o per non sapere la vera fede, ma solo per non osservare quello che fa, o vede esser vero doversi osservare.
15. Gli eresiarchi ingannatori patiranno la pena dell’ingannati; ma questi son salvi, se non possono da sé arrivar al vero, né son persuasi da chi lo sa ragionevolmente, e son pronti alla veritá persuasa.
16. Dio rispose nelli oracoli a chi l’invocò con buon zelo, ignorando che quelli eran de’ demòni, e spesso a chi lo sapea; ma peroché vide esser necessario cosí al governo di qualche imperio o persona. Così pur dice san Tommaso, 2, 2, questione 140.
17. A chi osserva la legge di natura, ignorando quella della grazia, non si nega il paradiso.
18. A chi s’annunzia il vero Dio con ragione, non resta piú scusa d’ignoranza, né di non pigliar i sacramenti.
19. Venne Dio ad incarnarsi ed insegnarci la veritá, come fu il desiderio di tutti gli uomini; e questo si truova in e , nonché ne’ profeti e sibille.
20. Sofisti contra la sapienza, ipocriti contra la bontá, tiranni contra la potenza, principi metafisicali, s’armâro; e le falsificâro, fingendosi di quelle ornati.
21. Li commentatori fecero le eresie; ed alli uomini, che cercavano qual è il padre Dio, altri dissero che Dio era il serpente, altri la statua, altri il vitello, altri se stesso, e gli fecero idolatrare; e poi fecero gli dèi metaforici dèi veri.
22. Qui manca, ed era scritto come si fece l’adulterazione della Bibbia e del Vangelo per li eresiarchi con sofismi; e poi soggionge che ogni legge d’altri legislatori arrivò ad aver farisei, saducei...
23. Condizioni delle vere leggi, e come si guastano, mentre la natura all’arte pospongono.
24. Contra la legge di Macone, che abborrisce le scienze naturali, perché la sua falsitá non si scuopra.
25. La natural legge ammira il cielo e stelle come divine, ma un solo Dio vero conosce.
26. Fa scuola a Dio, e non alli uomini; ama il vivere in comunitá, e questa esser la vera libertá, secondo la Cittá del sole.
27. La scuola della Natura ha il Primo Senno per maestro e per libro il mondo, dove Dio scrisse vivamente i suoi concetti.
28. Aspetta la revelazione della veritá, qual sia la vera legge, quando si fará universal concilio, ed una fede ed un pastore.
29. Il male non è essenziale, perch’a Dio ed al mondo non è, ma solo alli particolari. Il caldo è male al freddo, non al mondo, a cui pur serve la morte continua delle parti, come a l’animale quella del cibo.
30. Tutte le cose sono immortali in idea ed universalitá e per successione. L’anime non muoiono, ma cambiano paese, od al cielo ovvero all’inferno.
31. Tocca agli angeli guidar l’anime, e son parti eminenti del fato divino; e l’anime aspettan il giudizio universale, come argumenta , per ragion di providenza e di giustizia.
4. Del mondo e sue parti
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Il mondo è un animal grande e perfetto, statua di Dio, che Dio lauda e simiglia: noi siam vermi imperfetti e vil famiglia, ch’intra il suo ventre abbiam vita e ricetto.
Se ignoriamo il suo amor e ’l suo intelletto, né il verme del mio ventre s’assottiglia a saper me, ma a farmi mal s’appiglia: dunque bisogna andar con gran rispetto. Siam poi alla terra, ch’è un grande animale dentro al massimo, noi come pidocchi al corpo nostro; e però ci fan male. Superba gente, meco alzate gli occhi, e misurate quanto ogn’ente vale: quinci imparate che parte a voi tocchi.
In questo sonetto dichiara che l’uomo sia, come il verme nel nostro ventre, dentro il ventre del mondo; ed alla terra, come i pidocchi alla nostra testa; e però non conosciamo che’l mondo ha anima ed amore, come i vermi e gli pidocchi non conoscono per la piccolezza loro il nostro animo e senso; e però ci fan male senza rispetto. Però ammonisce gli uomini ch’e’ vivano con rispetto dentro il mondo, e riconoscano il Senno universale e la propria bassezza, e non si tengano tanto superbi, sapendo quanto piccole bestiuole e’ sono.
5. Anima immortale
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Di cervel dentro un pugno io sto, e divoro tanto, che quanti libri tiene il mondo non sazian l’appetito mio profondo. Quanto ho mangiato! e del digiun pur moro! D’un gran mondo Aristarco e Metrodoro di piú cibommi, e piú di fame abbondo; disiando e sentendo, giro in tondo; e quanto intendo piú, tanto piú ignoro. Dunque immagin sono io del Padre immenso, che gli enti, come il mar li pesci, cinge, e sol è oggetto dell’amante senso;
cui il sillogismo è stral, che al segno attinge; l’autoritá è man d’altri; donde penso sol certo e lieto chi s’illuia e incinge.
In questo sonetto parla l’anima, e riconosce se stessa immortale ed infinita, per non saziarsi mai di sapere e volere, onde conosce non dalli elementi, ma da Dio infinito essa procedere; a cui s’arriva col sillogismo, come per strale allo scopo, perché dal simile effetto alla causa si va lontanamente; s’arriva con l’autoritá, come per mano d’altri si tocca un oggetto, ancora che questo sapere sia lontano e di poco gusto. Ma solo chi s’illuia, cioè chi si fa lui, cioè Dio, e chi s’incinge, cioè s’impregna di Dio, vien certo della divinitá e lieto conoscitore e beato: perché è penetrante e penetrato da quella. «Illuiare» ed «incingersi» son vocaboli di Dante, mirabili a questo proposito.
6. Modo di filosofare
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Il mondo è il libro dove il Senno eterno scrisse i propri concetti, e vivo tempio dove, pingendo i gesti e ’l proprio esempio, di statue vive ornò l’imo e’l superno; perch’ogni spirto qui l’arte e ’l governo leggere e contemplar, per non farsi empio, debba, e dir possa: — Io l’universo adempio, Dio contemplando a tutte cose interno. — Ma noi, strette alme a’ libri e tempii morti, copiati dal vivo con piú errori, gli anteponghiamo a magistero tale. O pene, del fallir fatene accorti, liti, ignoranze, fatiche e dolori; deh torniamo, per Dio, all’originale!
In questo sonetto mostra che ’l mondo è libro e tempio di Dio, e che in lui si deve leggere l’arte divina ed imparare a vivere in privato e ’n pubblico ed indrizzare ogni azione al Fattor del tutto; e non studiare i libri e tempii morti delli uomini, che anteponghiamo al divino empiamente, e ci avviliamo l’animo, e cadiamo in errori e dolori, e pene, le quali ormai doverebbono farci tornar all’original libro della Natura, e lasciar le sètte vane e le guerre grammaticali e corporali. E di ciò scrisse nel libro Contro macchiavellisti.
7. Accorgimento a tutte nazioni
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Abitator del mondo, al Senno Primo volgete gli occhi, e voi vedrete quanto tirannia brutta, che veste il bel manto di nobiltá e valor, vi mette all’imo. Mirate poi d’ipocrisia, che primo fu divin culto, e santitá con spanto, l’insidie; e di sofismi poi l’incanto, contrari al Senno, ch’io tanto sublimo. Contra sofisti sagace, contra tiranni venne Caton giusto, contra ipocriti Cristo, eterea face. Ma scoprir l’empio, il falsario e l’ingiusto non basta, né al morir correre audace, se tutti al Senno non rendiamo il gusto.
Parla a tutte le nazioni, mostrando che la tirannia falsificò in sé il valore, la sofistica il senno, la ipocrisia la bontá. Contra sofisti nacque Socrate, contra tiranni Catone; ma Cristo Dio contra ipocriti, che sono i pessimi, disputò piú che contra ogni altro: perché in questo vizio s’inchiude il primo e’l secondo. Ma non basta ch’e’ ci abbia scoperto la veritá di tre vizi contrari alla Trinitá metafisicale e teologale, se non rendiamo il gusto tutti al Senno vero, ch’è la Sapienza divina incarnata, che col gusto, piú che con l’orecchio, internata ci persuade. Vedi Metafisica.
8. Delle radici de' gran mali del mondo
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Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia; ond’or m’accorgo con quanta armonia Possanza, Senno, Amor m’insegnò Temi. Questi principi son veri e sopremi della scoverta gran filosofia, rimedio contra la trina bugia, sotto cui tu piangendo, o mondo, fremi. Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno, ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno, tutti a que’ tre gran mali sottostanno, che nel cieco amor proprio, figlio degno d’ignoranza, radice e fomento hanno. Dunque a diveller l’ignoranza io vegno.
Perché l’autore scrisse in Metafisica i tre primalitá o proprincipi (ché cosí chiama la Potenza, la Sapienza e l’Amore); e tutti i mali del mondo pendono dalla tirannide, falsa possanza, e dalla sofistica, falsa scienza, e dall’ipocrisia, falso amore, dice che Temi con ragione gl’insegnò questa filosofia nuova. Themis è la dea della giustizia, che dava li oracoli in Grecia, secondo scrive Ovidio, e si piglia per la sapienza divina. «Trina bugia» sono qui detti tre mali oppositi alla Trinitá metafisicale e teologale; e son piú nocivi che la impotenza, ignoranza ed odio, opposti e manifesti vizi. E, perché «omnis peccans est ignorans in eo quod peccat», secondo i filosofi e teologi; e da questa ignoranza, che par sapienza di stato, nasce l’amor proprio, ch’è cieco, radice e fomento di tutti peccati, come dalla vera sapienza l’amor oculato, quia «ignoti nulla cupido»: però egli, svellendo l’ignoranza, fa conoscer i veri vizi e le vere virtú, ed a questo fine è nato ogni savio. Onde Salomone: «In multitudine sapientum sanitas orbis terrarum».
9. Contra il proprio amore scoprimento stupendo
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Credulo il proprio amor fe’ l’uom pensare non aver gli elementi, né le stelle, benché fusser di noi piú forti e belle, senso ed amor, ma sol per noi girare. Poi tutte genti barbare ed ignare, fuor che la nostra, e Dio non mirar quelle. Poi il restringemmo a que’ di nostre celle. Sé solo alfin ognun venne ad amare. E, per non travagliarsi, il saper schiva; poi, visto il mondo a’ suo’ voti diverso, nega la providenza o che Dio viva. Qui stima senno l’astuzie; e perverso, per dominar, fa nuovi dèi. Poi arriva a predicarsi autor dell’universo.
Qui mostra il sonetto presente, che dal proprio amore è venuto che gli uomini hanno fatto onorare e stimarsi, come dèi, cioè Giove, Ercole; e che primamente ci fa pensare che ’l cielo e le stelle non hanno senso e che sono nostri servi; cosa riprovata da lui in libro De sensu rerum e in Metafisica. E che Dio disse a Moisé che son fatti in ministerio nostro, come quando nostri servi servono anche a’ nostri cavalli e cani, e però non sono inferiori ad essi. Dopo questo, fece che ogni nazione pensa che l’altre sien barbare e dannate all’inferno, e noi soli salvi; e non vede il cieco amore che Dio è Dio di tutti. E ’n ciò son condannati assai gli ebrei, che negan la salute a’ gentili, cosí detti quasi gentaglia e volgo. Poi ci fa pensare che soli noi monaci ci salviamo, ed ogni cittá tratta da barbara l’altre vicine; ed a torto ed a dritto cerca di dominarle. Da questo mancamento d’amor comune viene che niuno ama se non se stesso, e, per farsi troppe carezze, lascia la fatica dello studio nella vera sapienza; e, vedendo le cose, a rispetto suo, andare a caso, quia «ignorantia facit
casum», si pensa che non ci sia Dio che provvede al tutto, a cui rispetto non ci è caso, quia «nihil praeter eius intentionem aut voluntatem». Laonde viene a stimar per Dio suo la propria astuzia macchiavellescamente, e, quando può, si fa adorar per Dio, credendo che non ci sia il Dio vero, ed ogni cosa indrizza al proprio utile e fa idolatrar la gente.
10. Parallelo del proprio e comune amore
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Questo amor singolar fa l’uomo inerte, ma a forza, s’e’ vuol vivere, si finge saggio, buon, valoroso: talché in sfinge se stesso annicchilando alfin converte (pene di onor, di voci e d’òr coverte); poi gelosia nell’altrui virtú pinge i propri biasmi, e lo sferza e lo spinge ad ingiurie e rovine e pene aperte. Ma chi all’amor del comun Padre ascende, tutti gli uomini stima per fratelli, e con Dio di lor beni gioie prende. Tu, buon Francesco, i pesci anche e gli uccelli frati appelli (oh beato chi ciò intende!); né ti fûr, come a noi, schifi e rubelli.
Questo sonetto ci avvisa che l’amor proprio ci fa schifar la fatica, e però divegniamo inabili. E poi, perché ci amiamo troppo, vedendo che le virtú son quelle che conservan l’uomo, ci fingiamo almeno virtuosi; e questo fingersi quel che non siamo, è un annicchilamento di quel che siamo, assai penoso. Ma questa pena è coverta d’onori falsi, d’adulazione e da ricchezze di fortuna, ne’ principi piú che in altri. Dopo, conoscendo essi che gli veri virtuosi son come testimoni della falsa virtú loro, entrano in gelosia di stato, e vengono ad uccider ed ingiuriar le genti buone
ed insidiarle, e rovinare quelle e sé e la Repubblica. All’incontro, l’amor universale vero, divino, stima piú il mondo che la sua nazione e piú la patria che se stesso: tutti tiene per fratelli, gode del ben d’altri, vi cessa la penosa invidia e gelosia; e così viene a goder d’ogni bene, come del proprio, a far bene a tutti, ed esser poi signor di tutti per amore ed innocenza, non per forza. E porta l’esempio di san Francesco, che chiamava i pesci e gli uccelli «fratelli suoi», e gli liberava quando erano presi; onde arrivò a tanta innocenza, che l’ubbidivano gli animali. Cosi a san Biago ed altri santi; e così sarebbe stato nel secolo d’oro, se Adamo non peccava.
11. La cagione, perché meno si ama Dio, sommo bene, che gli altri beni, è l'ignoranza
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Se Dio ci dá la vita, e la conserva, ed ogni nostro ben da lui dipende, ond’è ch’amor divin l’uom non accende, ma piú la ninfa e ’l suo signor osserva? Che l’ignoranza misera e proterva, ch«f s’usurpa il divin, per virtú vende: ed a cosa ignorata amor non tende; ma bassa l’ale e fa l’anima serva. Qui se n’inganna poi e toglie sostanza per darla altrui, ne’ vili ancor soggetti ci mostra i rai del ben, che tutti avanza. Ma noi l’inganno, il danno (ahi maledetti!) di lui abbracciamo, e non l’alta speranza de’ frutti e ’l senso degli eterni oggetti.
In questo sonetto dichiara che l’ignoranza, predicata per bontá da’ falsi religiosi, è causa di non conoscer Dio né amarlo (quia «ignoti nulla cupido») piú che gli beni umani e vili. Dove amor bassa l’ale e fa l’anima schiava di cose frali, e pure in questi oggetti frali ci inganna, ché ci toglie la sostanza e ’l seme per
generar altri: onde dicono i platonici: «subdola Venus non providet natis sed nascituris; ideo auffert ab illis substantiam, ut det his». E pur in questo amor basso carnale Dio ci mostra gli suoi raggi, ch’è la bellezza, detta «fior della bontá divina», che ci leva di sembianza in sembianza a cognoscer il sommo bene. Ma noi, stolti, piú presto attendiamo al danno e l’inganno, che ci fa amore, che alla speranza delli oggetti eterni, che ci porge la beltá; e come le bestie non pensano all’immortalitá, dove tende amore, ma al gusto, che ci fa languidi, ci toglie gli spiriti, ci ammala e consuma, non sapendo ch’è un presaggio del gusto vero ed ésca per poterci ingannare; per la qual cosa ci mugne Dio amore a far un cacio di nuovo uomo: «Sicut lac, mulsisti me», dice Iob.
12. Fortuna de' savi
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Gran fortuna è ’l saper, possesso grande piú dell’aver; né i savi ha sventurati Tesser di vii progenie e patria nati: per illustrarle, son sorti ammirande. Hanno i guai per ventura, che piú spande lor nome e gloria; e Tesser ammazzati gli fa che sian per santi e dèi adorati, ed allegrezza han da contrarie bande: ché le gioie e le noie a lor son spasso, come all’amante pare il gaudio e ’l lutto per la sua ninfa: e qui a pensar vi lasso. Ma il sciocco i ben pur crucciano, e piú brutto nobiltá il rende; ed ogni tristo passo suo sventurato fuoco smorza in tutto.
Non esser vero che gli savi sono sventurati. Anzi tutte le sventure essere a loro venture, e le noie e le gioie ben loro. Ma gli ignoranti dalle sventure subito son disfatti, e dalle venture piú infelici diventano, e piú mostrano la loro stoltizia e dappocaggine in ogni evento.
13. Senno senza forza de' savi delle genti antiche, esser soggetto alla forza de' pazzi
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Gli astrologi, antevista in un paese costellazion, che gli uomini impazzire far dovea, consigliársi di fuggire, per regger sani poi le genti offese. Tornando poscia a far le regie imprese, consigliavan que’ pazzi con bel dire al viver prisco, al buon cibo e vestire. Ma ognun con calci e pugni a lor contese. Tal che sforzati i savi a viver come gli stolti usavan, per schifar la morte, ché ’l piú gran pazzo avea le regie some, vissero sol col senno a chiuse porte, in pubblico applaudendo in fatti e nome all’altrui voglie forsennate e torte.
Parabola mirabile per intendere come il mondo diventò pazzo per lo peccato, e che gli savi, pensando sanarlo, furon forzati a dire e fare e vivere come gli pazzi, se ben nel lor segreto hanno altro avviso.
14. Gli uomini sono 'l giuoco di Dio e degli angeli
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Nel teatro del mondo ammascherate l’alme da’ corpi e dagli effetti loro, spettacolo al supremo consistoro da natura, divina arte, apprestate, fan gli atti e detti tutte a chi son nate; di scena in scena van, di coro in coro; si veston di letizia e di martòro, dal comico fatai libro ordinate.
Né san, né ponno, né vogliono fare, né patir altro che ’l gran Senno scrisse, di tutte lieto, per tutte allegrare; quando, rendendo, al fin di giuochi e risse, le maschere alla terra, al cielo, al mare, in Dio vedrem chi meglio fece e disse.
Gli corpi esser maschere dell’anime, e che non fanno l’uficio suo primiero, ma artificiale, scenico, secondo il destino divino ordinò non sempre esser re chi è vestito di maschera regia. Ma, rendute le maschere alli elementi, saremo ignudi e vederemo in Dio, luce viva, chi meglio fece il debito suo; e però tra tanto bisogna aver pacienza ed aspettare la conoscenza della comedia nel giudizio universale.
15. Che gli uomini seguono più il caso che la ragione nel governo politico, e poco imitan la natura
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Natura, da Signor guidata, fece nel spazio la comedia universale, dove ogni stella, ogni uomo, ogni animale, ogni composto ottien la propria vece. Finita questa, come stimar lece, Dio giudice sará giusto ed eguale; l’arte umana, seguendo norma tale, all’Autor del medesmo satisfece. Fa regi, sacerdoti, schiavi, eroi, di volgar opinione ammascherati, con poco senno, come veggiam poi. Ché gli empi spesso fûr canonizati, gli santi uccisi, e gli peggior tra noi principi finti contra i veri armati.
La comedia dell’universo sta pur nella Metafisica. La politica nostra è di quella imitazione. E spesso imita falsamente, onde avvengono tanti mali. E disse:
Se il mondo sol laggiú ponesse mente al fondamento che Natura pone, seguendo lui, saria buona la gente. Ma voi torcete alla religione tal ch’era nato a cingersi la spada, e fate re di tal ch’è da sermone; onde la traccia vostra è fuor di strada.
16. Regi e regni veri e falsi e misti, e fini e studi loro
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Neron fu re per sorte in apparenza, Socrate per natura in veritate, per Luna e l’altra Augusto e Mitridate, Scipio e Gioseppe in parte, e parte senza. Cerca il principe spurio la semenza delle genti stirpar a regger nate, come Erode, Melito e l’empio frate di Tito, e Caifa, ed ogni ria potenza. Chi si conosce degno di servire, persegue chi par degno da imperare: di virtú regia è segnale il martire. Questi regnan pur morti a lungo andare: vedi i tiranni e lor leggi perire, e Pietro e Paulo in Roma or comandare.
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The end
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