Argomento
ACRIFICAVANO gli Arcadi à Diana loro Dea ciascun anno una giovane del paese; così gran tempo avanti per cessar pericoli assai più gravi; dall’oracolo consigliati, il quale indi à non molto, ricercato del fine di tanto male, haveva loro in questa guisa risposto.
Non havrà prima fin quel, che v’offende, Che duo semi del ciel congiunga Amore, E di Donna infedel l’antico errore L’alta pietà d’un PASTOR FIDO ammende
Mosso da questo vaticinio Montano sacerdote della medesima Dea: si come quegli, che l’origine sua ad Hercole riferiva, procurò che fosse à Silvio unico suo figliuolo, si come solennemente fù, in matrimonio promessa Amarilli nobilissima Ninfa, & figlia altresì unica di Titiro discendente da Pane, le quali noz ze tutto che instantemente i padri loro sollecitassero, non si recavano però al fine desiderato; conciofosse cosa che il giovinetto, il quale niuna maggior vaghezza haveva, che della caccia, dai pensieri amorosi lontanissimo si vivesse. Era in tanto della promessa Amarilli fieramente acceso un pastore nominato Mirtillo, figliuolo, come egli si credea, di Carino pastore nato in Arcadia, ma che di lungo tempo nel paese d'Elide dimorava, ed ella amava altresì lui, ma non ardiva di scovrirglielo per timor della legge, che con pena di morte la femminile infedeltà severamente puniva. La qual cosa prestando à Corisca molto comoda occasione di nuocere alla donzella, odiata da lei per amor di Mirtillo, di cui essa capricciosamente s'era invaghita sperando per la morte della rivale di vincer più agevolmente la costantissima fede di quel pastore; in guisa adopra con sue menzogne, ed inganni, che i miseri amanti incautamente, & con intenzione da quella, che vien loro imputata, molto diversa, si conducono dentro ad una spelonca, dove accusati da un Satiro, ambeduo sono presi, & Amarilli non potendo giustificare la sua innocenza, alla morte vien condennata, la quale ancora che Mirtillo non dubiti, lei troppo bene haver meritata; ed egli per la legge, che la sola Donna gastiga, sappia di poterne andar assoluto; delibera nondimeno di morire per lei; si come di poter fare dalla medesima legge gli è conceduto. Sendo egli dunque da Montano, à cui per essere sacerdote, questa cura s’appartenea, condotto alla morte, sopragiunto in questo Carino, che veniva di lui cercando, & vedutolo in atto à gli occhi suoi non meno miserabile che improviso; si come quegli, che niente meno l’amava, che se figliuolo per natura stato gli fosse, mentre si sforza per camparlo da morte, di provare con sue ragioni, ch’egli sia forestiero, & perciò incapace à poter esser vittima per altrui; viene, non accorgendosene egli stesso, à scoprire, che ’l suo Mirtillo è figliuolo del sacerdote Montano. Il quale suo vero padre rammaricandosi di dover esser mi- nistro della legge nel sangue proprio; da Tirenio cieco indovino vien fatto chiaro colla interpretazione dell’oracolo stesso, non solo repugnare alla volontà de gli Iddij, che quella vittima si consagri: ma essere etiandio delle miserie d’Arcadia quel fin venuto, che fu loro dalla divina voce predetto. Colla quale mentre tutto il successo vanno accordando; conchiudono che Amarilli d’altrui non possa ne debbia essere sposa che di Mir. Et perche poco innanzi Silvio, credendosi di saettare una fera, havea piagata Dorinda, miseramente accesa di lui; & per cotale accidente la solita sua durezza in amorosa pietà cangiata; poiche già era la piaga di quella Ninfa, che fu creduta mortale, ridotta à termine di salute, ed era di Mirtillo divenuta sposa Amarilli; anch’esso già fatto amante sposa Dorinda. Per cagione de’ quali oltre ad ogni loro credenza felicissimi avvenimenti, ravvedutasi al fin Corisca: dopo l’haver trovato da gli amanti sposi perdono, tutta racconsolata, ancor che sazia del mondo, si dispone di cangiar vita.
Le persone che parlano
ALFEO | Fiume d'Arcadia.
SILVIO. | Figlio di Montano.
LINCO. | Vecchio servo di Montano.
MIRTILLO. | Amante di Amarilli.
ERGASTO | Compagno di Mirtillo.
CORISCA. | Innamorata di Mirtillo.
MONTANO | Padre di Silvio, Sacerdote.
TITIRO | Padre di Amarilli.
DAMETA | Vecchio servo di Montano.
SATIRO. | Vecchio amante già di Corisca.
DORINDA. | Innamorata di Silvio.
LUPINO. | Capraio, servo di Dorinda.
AMARILLI. | Figlia di Titiro.
NICANDRO. | Ministro maggiore del sacerdote.
CORIDONE. | Amante di Corisca.
CARINO. | Vecchio padre putativo di Mirtillo.
URANIO. | Vecchio compagno di Carino.
MESSO.
TIRENIO | Cieco indovino.
CHORO. | Di pastori.
CHORO. | Di cacciatori.
CHORO. | Di Ninfe.
CHORO. | Di sacerdoti.
Prologo
e per antica, e forse Da voi negletta, e non creduta fama, Havete mai d'innamorato fiume Le maraviglie udite; Che per seguir l'onda fugace, e schiva De l'amata Aretusa Corse (ò forza d'Amor) le più profonde Viscere de la terra, E del mar penetrando;
La dove sotto alla gran mole Etnea Non sò se fulminato, ò fulminante Vibra il fiero gigante Contra ’l nemico ciel fiamme di sdegno, Quel son io: già l’udiste, hor ne vedete Prova tal, ch’à voi stessi Fede negar non lice. Ecco, lasciando il corso antico, e noto Per incognito mar l’onda incontrando Del Re de’ fiumi altero, Qui sorgo, e lieto à riveder ne vegno Qual esser già solea libera, e bella, Hor desolata, e serva Quell’antica mia terra, ond’io derivo. O cara genitrice, ò dal tuo figlio Riconosciuta Arcadia, Riconosci il tuo caro, E già non men di te famoso Alfeo. Queste son le contrade Si chiare un tempo, e queste son le selve, Ove ’l prisco valor visse, e morio,
In questo angolo sol del ferreo mondo Cred’io, che ricovrasse il secol d’oro, Quando fuggia le scelerate genti. Qui non veduta altrove Libertà moderata, e senza invidia Fiorir si vide, in dolce sicurezza Non custodita, e ’n disarmata pace. Cingea popolo inerme Un muro d’innocenza, e di virtute, Assai più impenetrabile di quello, Che d’animati sassi Canoro fabro à la gran Tebe eresse, E quando più di guerre, e di tumulti Arse la Grecia, e gli altri suoi guerrieri Popoli armò l’Arcadia, A questa sola fortunata parte, A questo sacro asilo Strepito mai non giunse nè d’amica, Nè di nemica tromba. E sperò tanto sol Tebe, e Corinto, E Micene, e Megara, e Patra, e Sparta
Di trionfar del suo nemico, quanto L’hebbe cara, e guardolla Questa amica del ciel devota gente, Di cui fortunatissimo riparo Fur esse in terra, ella di lor nel cielo: Pugnando altri co’ l’armi, ella co’ prieghi. E benche qui ciascuno Habito, e nome pastorale havesse; Non fù però ciascuno Nè di pensier, nè di costumi : Però ch’altri fù vago Di tra le stelle, e gli elementi Di natura, e del ciel gli alti segreti, Altri di seguir l’orme Di fuggitiva fera, Altri con maggior gloria D’atterrar orso, ò d’assalir cignale. Questi rapido al corso, E quegli al duro cesto Fiero mostrossi, ed à la lotta invitto. Chi lanciò dardo, ò chi ferì di strale
Il destinato segno, Chi d'altra cosa ebbe vaghezza, come Ciascun suo piacer segue, La maggior parte amica Fù de le sacre Muse: amore, e studio Beato un tempo, hor infelice e vile. Ma chi mi fa veder dopo tant'anni Qui trasportata, dove Scende la Dora in Po, l'Arcada terra? Questa la chiostra è pur, questo pur l'antro Dell'antica Ericina. E quel che colà sorge è pur il tempio A la gran Cintia sacro. Hor qual m'appare Miracolo stupendo? Che 'nsolito valor, che virtù nova Vegg'io di traspiantar popoli, e terre? O fanciulla Reale, D'età fanciulla, e di saver già donna, Virtù del vostro aspetto, Valor del vostro sangue, Gran catarina (hor me n'avveggio), è questa
Di quel sublime, e glorioso sangue, A la cui monarchia nascono i mondi. Questi si grandi effetti, Che sembran maraviglie, Opre son vostre usate, opre natie. Come à quel Sol, che d'oriente sorge Tante cose leggiadre Produce il mondo, herbe, fior, frondi e tante In cielo, in terra, in mar alme viventi; Così al vostro possente, e chiaro Sole, Ch'uscì dal grande, e per voi chiaro occaso Si veggon d'ogni clima Nascer province, e regni, E crescer palme, e pullular trofei, A voi dunque m'inchino altera figlia Di quel Monarca, à cui Nè anco quando annotta, il Sol tramonta, Sposa di quel gran Duce, Al cui senno, al cui petto, alla cui destra Commise il ciel la cura De l'Italiche mura.
Ma non bisogna più d'alpestre rupi Schermo ò d'horride balze. Stia pur la bella Italia Per voi sicura, e suo riparo in vece De le grand'alpi una grand'alma hor sia. Quel suo tanto di guerra Propugnacolo invitto E per voi fatto à le nemiche genti Quasi tempio di pace, Ove novella deità s'adori. Vivete pur, vivete Lungamente concordi anime grandi Che da sì glorioso, e santo nodo Spera gran cose il mondo. Ed hà ben anco ove fondar sua speme Se mira 'n oriente Con tanti scettri il suo perduto impero, Campo sol di voi degno, O magnanimo carlo, e dai vestigi Dei grand'Avoli vostri ancora impresso. Augusta è questa terra,
Augusti i vostri nomi, augusto il sangue, I sembianti, i pensier, gli animi augusti Saran ben'anco augusti i parti, e l'opre. Ma voi mentre v'annunzio Corone d'oro, e le prepara il fato, Non isdegnate queste Nelle piagge di Pindo D'herbe e di fior conteste Per man di quelle virgini canore, Che mal grado di morte altrui dan vita. Picciole offerte sì, ma però tali Che se con duro affetto il cor le dona, Anco il ciel non le sdegna. e se dal vostro Serenissimo ciel d'aura cortese Qualche spirto non manca La cetra, che per voi Vezzosamente hor canta Teneri amori, e placidi himenei, Sonera fatta tromba arme trofei.
Prologo
Errori da correggersi cosi, secondo il registro delle carte.
a. fac. 5.verso 12. spirar,spiar
A. 4. faccia.6.verso.26.l'orocchi, l'orecchi
B. fac.1.verso.3. o vero, overo. fac. 2. verso 7. amaro amato. 16. nè l'altrui, ne l'altrui.
B. 2. fac. 2. verso ultimo nemb, nembi. 6. verso 12. nè sento, ne sento. verso 23. l'habbia) l'habbia?)
C. fac.2 verso 23 aggiungivi da capo, Tit.
L. 3. fac.2.verso 2. nota l'innocente, nota è l'innocentia. verso 9 abboadoni, abbandoni.
L. 4. fac.2.verso 7. sostenete,a, sostenetela. fac. ult. verso 11. lascioia, lascivia.
M. fac.1.verso 21. Mal, Mai.
O. 4. fac.8.verso ultimo maco, meco.
P. fac. 5.verso 16. potente, putente.
Atto I
TE voi, che chiudeste L'horribil fera à dar l'usato segno De la futura caccia. ite svegliando Gli occhi col corno, e con la voce i cori. Se fù mai ne l'Arcadia Pastor di Cintia, e de' suoi studi amico, Cui stimolasse il generoso petto Cura ò gloria di selve, Hoggi il mostri, e me segua, Là dove in picciol giro Ma largo campo al valor nostro è chiuso Quel terribil Cinghiale,
Quel mostro di natura, e de le selve, Quel sì vasto e sì fiero, E per le piaghe altrui Sì noto habitator de l'Erimanto, Stragge de le campagne, E terror de i bifolchi. Ite voi dunque E non sol precorrete, Ma provocate ancora Co'l rauco suon la sonnacchiosa Aurora. Noi Linco andiamo à venerar gli Dei. Con più sicura scorta Seguirem poi la destinata caccia. Chi ben commincia, hà la metà de l'opra. Nè sì commincia ben se non dal Cielo. Lin.Lodo ben Silvio il venerar gli Dei, Ma il dar noia à coloro, Che son ministri degli Dei non lodo. Tutti dormono ancora I custodi del tempio, i quai non hanno Più tempestivo, ò lucido orizonte De la cima del monte. Sil.A te, che forse non sè desto ancora, Par ch'ogni cosa addormentata sia. Lin.O Silvio Silvio, à che ti diè natura Ne più begli anni tuoi Fior di beltà sì delicato, e vago, Se tu sè tanto à calpestarlo pronto? Che s'avess'io cotesta tua sì bella, E sì fiorita guancia,
A Dio, selve direi; E seguendo altre fere E la vita passando in festa, e ’n gioco, Farei la state à l’ombra, e ’l verno al foco. Sil.Cosi fatti consigli Non mi desti mai più. come sè hora Tanto da te diverso? Lin.Altri tempi, altre cure. Cosi certo farei se Silvio fussi. Sil.Ed io, se fussi Linco; Ma perche Silvio sono Oprar da Silvio e non da Linco i’ voglio. Lin.O garzon folle, à che cercar lontana E perigliosa fera, Se l’hai via più d’ogni altra E vicina, e domestica, e sicura? Sil.Parli tù dadovero, ò pur vaneggi? Lin.Vaneggi tù non io. Sil.Ed è così vicina? Lin.Quanto tu di te stesso. Sil.In qual selva s’annida? Lin.La selva sè tu Silvio, E la fera crudel, che vi s’annida, E la tua feritate. Sil.Come ben m’avvisai, che vaneggiavi. Lin.Una Ninfa sì bella e sì gentile, Ma che dissi una Ninfa? anzi una Dea, Più fresca e più vezzosa Di mattutina rosa,
E più molle, e più candida del Cigno, Per cui non è si degno Pastor hoggi trà noi, che non sospiri, E non sospiri in vano; A te solo da gli huomini, e dal Cielo Destinata si serba; Ed hoggi tu senza sospiri, e pianti (O troppo indegnamente Garzon avventuroso) haver la puoi Ne le tue braccia, e tu la fuggi Silvio? E tu la sprezzi? e non dirò che 'l core Habbi di fera, anzi di ferro il petto? Sil.„Se 'l non haver amore è crudeltate, „Crudeltate è virtute, e non mi pento Ch'ella sia nel mio cor, ma me ne pregio; Poi che solo con questa hò vinto Amore, Fera di lei maggiore. Lin.E come vinto l'hai Se nol provasti mai? Sil.Nol provando l'ho vinto. Lin. Oh s'una sola Volta il provassi, ò Silvio Se sapessi una volta Qual è grazia e ventura L'esser amato, il possedere amando Un riamante core, Sò ben io che diresti, Dolce vita amorosa, Perche si tardi nel mio cor venisti? Lascia, lascia le selve,
Folle garzon, lascia le fere, ed ama. Sil.Linco dì pur se sai, Mille ninfe darei per una fera, Che da Melampo mio cacciata fosse, Godasi queste gioie, Chi n’ha di me più gusto, io non le sento. Lin.E che sentirai tu s’amor non senti, Sola cagion di ciò, che sente il mondo? Ma credimi, fanciullo: A tempo il sentirai, Che tempo non havrai. Vuol una volta Amor ne’ cuori nostri Mostrar quant’egli vale. Credi à me pur, che ’l provo: Non è pena maggiore Che ’n vecchie membra il pizzicor d’amore, Che mal si può sanar quel che s’offende, Quanto più di sanarlo altri procura, Se ’l giovinetto core Amor ti pugne, Amor anco te l’ugne, Se col duolo il tormenta, Con la speme il consola, E s’un tempo l’ancide, al fine il sana. Ma s’è ti giugne in quella fredda etade, Ove il proprio difetto Più che la colpa altrui spesso si piagne, Allora insoportabili, e mortali Son le sue piaghe, al’hor le pene acerbe, Al'hora se pietà tu cerchi, male,
Se non la trovi, e, se la trovi, peggio. Deh non ti procacciar prima del tempo I difetti del tempo, Che se t'assale à la canuta etate Amoroso talento Havrai doppio tormento, E di quel che, potendo, non volesti, E di quel che volendo non potrai. Lascia lascia le selve, Folle garzon; lascia le fere, ed ama. Sil.Come vita non sia Se non quella che nutre Amorosa insanabile follia. Lin.Dimmi, se 'n questa sì ridente, e vaga Stagion che 'nfiora, e rinovella il mondo, Vedessi in vece di fiorite piagge, Di verdi prati e di vestite selve, Starsi il pino e l'abete e'l faggio e l'orno Senza l'usata lor frondosa chioma, Senz'herbe i prati, e senza fiori i poggi, Non diresti tu, Silvio: il mondo langue, La natura vien meno? hor quell'horrore E quella maraviglia, che devresti Di novità sì mostruosa havere, Habbila di te stesso. Il ciel n'hà dato Vita à gli anni conforme, ed à l'etate Somiglianti costumi; e, come amore In canuti pensier si disconvene, Così la gioventù d'amor nemica
Contrasta al Cielo, e la natura offende. Mira d’intorno Silvio: Quanto il mondo ha di vago, e di gentile, Opra è d’amore, amante è il Cielo, amante La terra; amante il mare. Quella, che là sù miri innanzi à l’alba Così leggiadra stella, Ama d’amore anch’ella; e del suo figlio Sente le fiamme: ed essa che ’nnamora, Innamorata splende. E questa è forse l’hora Che le furtive sue dolcezze, e ’l seno Del caro amante lassa. Vedila pur come sfavilla, e ride. Amano per le selve Le mostruose fere, aman per l’onde I veloci delfini, e l’orche gravi. Quell’augellin, che canta Sì dolcemente e lascivetto vola Or da l’abete al faggio, Et hor dal faggio al mirto, S’havesse humano spirto, Direbbe ardo d’amore, ardo d’amore. Ma ben arde nel core, E parla in sua favella, Sì che l’intende il suo dolce desio. Ed odi à punto Silvio Il suo dolce desio Che gli risponde, ardo d’amore anch’io.
Mugge in mandra l’armento, e que’ muggiti Sono amorosi inviti. Rugge il Leone al bosco Nè quel ruggito è d’ira, Così d’amor sospira. Al fine ama ogni cosa, Se non tu, Silvio, e sarà Silvio solo In Cielo, in terra, in mare Anima senza Amore? Deh lascia homai le selve Folle garzon, lascia le fere, ed ama. Sil.A te dunque commessa Fù la mia verde età, perche d’amori, E di pensieri effeminati, e molli Tu l’havessi à nudrir? nè ti sovviene Chi sè tù, chi son io? Lin.Huomo sono, e mi pregio D’esser humano: e teco, che sè huomo, O che più tosto esser dovresti, parlo Di cosa humana; e se di cotal nome Forse ti sdegni, guarda Che nel dishumanarti Non divenghi una fera anzi che un Dio. Sil.Nè si famoso mai nè mai sì forte Stato sarebbe il domator de’ mostri, Dal cui gran fonte il sangue mio deriva, S’e’ non havesse pria domato Amore. Lin.Vedi cieco fanciul come vaneggi Dove saressi tu, dimmi, s’amante
Stato non fosse il tuo famoso Alcide? Anzi se guerre vinse e mostri ancise Gran parte Amor ve n'ebbe. Ancor non sai Che per piacer ad Onfale, non pure Volle cangiar in femminili spoglie Del feroce leon l'hispido tergo, Ma, de la clava noderosa in vece Trattare il fuso; e la conocchia imbelle? Così de le fatiche, e degli affanni Prendea ristoro, e nel bel sen di lei Quasi in porto d'Amor solea ritrarsi, Che sono i suoi sospir dolci respiri De le passate noie, e quasi acuti Stimoli al cor ne le future imprese. E come il rozzo, ed intrattabil ferro Temprato con più tenero metallo Affina sì, che sempre più resiste, E per uso più nobile s'adopra; Cosi vigor indomito, e feroce, Che nel proprio furor spesso si rompe, Se con le sue dolcezze Amore il tempra Diviene à l'opra generoso, e forte. Se d'esser dunque imitator tu brami D'Ercole invitto, e suo degno nipote; Poi che lasciar non vuoi le selve, almeno Segui le selve, e non lasciar Amore, Un amor si legittimo, e si degno, Com'è quel d'Amarilli; che se fuggi Dorinda, i' te ne scuso, anzi pur lodo;
Ch’à te vago d’honore haver non lice Di furtivo desio l’animo caldo, Per non far torto à la tua cara sposa. Sil.Che dì tu Linco? ancor non è mia sposa. Lin.Da lei dunque la fede Non ricevesti tu solennemente? Guarda garzon superbo, Non irritar gli Dei. Sil.L’humana libertate è don del cielo; Che non fà forza à chi riceve forza. Lin.Anzi, se tu l’ascolti, e ben l’intendi, A questo il ciel ti chiama, Il ciel ch’à le tue nozze Tante grazie promette, e tanti honori. Sil.Altro pensiero apunto I sommi Dei non hanno, apunto questa L’almo riposo lor cura molesta. Linco nè questo amor nè quel mi piace. Cacciator non amante al mondo nacqui, Tu che seguisti Amor torna al riposo. Lin.Tu derivi dal cielo Crudo garzon? Nè di celeste seme Ti cred’io, nè d’humano, E, se pur sè d’humano, i’ giurerei Che tu fussi più tosto Col velen di Tisifone, e d’Aletto Che col piacer di Venere concetto.
RUDA Amarilli, che col nome ancora D’amar, ai lasso, amaramente insegni: Amarilli del candido ligustro Più candida, e più bella, Ma de l’Aspido sordo E più sorda, e più fera, e più fugace; Poi che col dir t’offendo I’ mi morrò tacendo, Ma grideran per me le piagge, e i monti, E questa selva, à cui Sì spesso il tuo bel nome Di risonare insegno: Per me piangendo i fonti, E mormorando i venti Diranno i miei lamenti: Parlerà nel mio volto La pietate e ’l dolore;
E se fia muta ogn’altra cosa, al fine Parlerà il mio morire, E ti dirà la morte il mio martire. Erg.Mirtillo Amor fù sempre un fier tormento, Ma più quanto è più chiuso; Però ch’egli dal freno Ond’è legata un’amorosa lingua Forza prende, e s’avanza, E più fiero è prigion, che non è sciolto. Già non dovevi tu si lungamente Celarmi la cagion de la tua fiamma, Se la fiamma celar non mi potevi. Quante volte l’hò detto, arde Mirtillo, Ma in chiuso foco e’ si consuma, e tace. Mir.Offesi me per non offender lei Cortese Ergasto, e sarei muto ancora; Ma la necessità m’ha fatto ardito. Odo una voce mormorar d’intorno, Che per l’ mi ferisce il core De le vicine nozze d’Amarilli. Ma chi ne parla ogni altra cosa tace, Ed io più innanzi ricercar non oso, Sì per non dar altrui di me sospetto, Come per non trovar quel che pavento. Sò ben Ergasto, e non m’inganna amore, Ch’a la mia bassa, e povera fortuna Sperar non lice in alcun tempo mai Che ninfa sì leggiadra, e sì gentile, E di sangue, e di spirto, e di sembiante
Veramante divina, a me sia sposa: Ben conosco il tenor de la mia stella: Nacqui solo à le fiamme, e ’l mio destino D’arder mi feo, non di gioirne degno. Ma poi ch’era ne’ fati, ch’io dovessi Amar la morte, e non la vita mia, Vorrei morir almen, sì che la morte Da lei che n’è cagion gradita fosse, Ne si sdegnasse à l’ultimo sospiro Di mostrarmi i begli occhi, e dirmi muori. Vorrei prima che passi à far beato De le sue nozze altrui, ch’ella m’udisse Almen sola una volta. Hor se tu m’ami Ed hai di me pietate, in ciò t’adopra, Cortesissimo Ergasto, in ciò m’aita. Erg.Giusto desio d’amante, e di chi muore. Lieve mercè, ma faticosa impresa, Misera lei se risapesse il padre, Ch’ella à preghi furtivi havesse mai Inchinate l’orecchie, o pur ne fosse Al sacerdote suocero accusata. Per questo forse ella ti fugge, e forse T’ama, ancorche nol mostri, che la Donna Nel desiar è ben di noi più frale, Ma nel celar il suo desio più scaltra. E, se fosse pur ver ch’ella t’amasse, Che potrebbe altro far se non fuggirti? Chi non può dar aita indarno ascolta, E fugge con pietà chi non s’arresta
Senz’altrui pena; ed è sano consiglio Tosto lasciar quel che tener non puoi. Mir.Oh, se ciò fosse vero, ò s’io ’l credessi, Care mie pene, e fortunati affanni, Ma se ti guardi il ciel, cortese Ergasto, Non mi tacer qual è il pastor tra noi Felice tanto, e de le stelle amico. Er.Non conosci tù Silvio, unico figlio Di Montan, sacerdote di Diana, Sì famoso pastore hoggi, e sì ricco? Quel garzon sì leggiadro? quegli è desso. Mir.Fortunato fanciul, che ’l tuo destino Trovi maturo in cosi acerba etate; Nè te l’invidio nò, ma piango il mio. Er.E veramente invidiar nol dei; Che degno è di pietà, più che d’invidia. Mir.E perche di pietà? Er. Perche non l’ama. Ed è vivo? ed hà core? e non è cieco? Ben che se dritto miro, A lei per altro core Non restò fiamma più, quando nel mio Spirò da que' begli occhi Tutte le fiamme sue, tutti gli amori. Ma perche dar sì pretiosa gioia A chi non la conosce? a chi la sprezza? Er.Perche promette à queste nozze il cielo La salute d’Arcadia. Non sai dunque Che qui si paga ogn’anno à la gran dea De l’innocente sangue d’una Ninfa
Tributo miserabile e mortale? Mir.Unqua più non l'udij, & ciò m'è nuovo, Che nuovo ancora habitator quì sono, E, come vuol' Amore, e 'l mio destino, Quasi pur sempre habitator de boschi: Ma qual peccato il meritò sì grave? Come tant'ira un cor celeste accoglie? Er.Ti narrerò de le miserie nostre Tutta da capo la dolente istoria, Che trar porria da queste dure querci Pianto, e pietà, non che da i petti humani. In quella età, che 'l sacerdozio santo, E la cura del tempio ancor non era A sacerdote giovane contesa, Un nobile pastor chiamato Aminta, Sacerdote in quel tempo, amò Lucrina, Ninfa leggiadra à maraviglia, e bella, Ma senza fede à maraviglia, e vana. Gradì costei gran tempo, o'l mostrò forse Con simulati, e perfidi sembianti, Del giovane amoroso il puro affetto, E di false speranze anco nudrillo, (Misero) mentre alcun rival non hebbe; Ma non sì tosto (or vedi instabil donna) Rustico pastorel l'ebbe guatata, Che i primi sguardi non sostenne, i primi Sospiri, e tutta al nuovo amor si diede Prima che gelosia sentisse Aminta. Misero Aminta, che da lei fù poscia,
E sprezzato, e fuggito, sì ch’udirlo Nè vederlo mai più l’empia non volle. Se piagnesse il meschin, se sospirasse, Pensal tu, che per prova intendi Amore. Mir.Oime, questo è ’l dolor ch’ogn’altro avanza. Erg.Ma poiche dietro al cor perduto, hebbe anco I sospiri perduti, e le querele, Volto pregando à la gran Dea, se mai Disse con puro cor Cintia, se mai Con innocente man fiamma t’accesi, Vendica tu la mia sotto la fede Di bella Ninfa, e perfida tradita. Udì del fido amante, e del suo caro Sacerdote Diana i prieghi, e ’l pianto, Tal che ne la pietà l’ira spirando Fè lo sdegno più fiero; ond’ella prese L’arco possente, e saettò nel seno De la misera Arcadia non veduti Strali ed inevitabili di morte. Perian senza pietà, senza soccorso D’ogni sesso le genti, e d’ogni etate; Vani erano i rimedi, il fuggir tardo, Inutil l’arte, e prima che l’infermo, Spesso ne l’opra il medico cadea. Restò solo una speme in tanti mali Del soccorso del cielo, e s’ebbe tosto Al più vicino oracolo ricorso, Da cui venne risposta assai ben chiara, Ma sopramodo horribile, e funesta.
Che Cintia era sdegnata, e che placarla Si sarebbe potuto, se Lucrina Perfida Ninfa, altri per lei Di nostra gente, à la gran Dea si fosse Per man d'Aminta in sacrificio offerta: La qual, poi ch'ebbe indarno pianto e 'ndarno Dal suo nuovo amator soccorso atteso, Fù con pompa solenne al sacro altare Vittima lagrimevole condotta; Dove, à que' piè, che la seguiro in vano Già tanto, ai piè de l'amator tradito Le tremanti ginocchia alfin piegando Dal giovane crudel morte attendea. Strinse intrepido Aminta il sacro ferro, E parea ben che da l'accese labbia Spirasse ira, e vendetta; indi à lei vòlto Disse con un sospir nuncio di morte: Da la miseria tua, Lucrina, mira Qual amante seguisti e qual lasciasti, Miral da questo colpo: e cosi detto Ferì se stesso, e nel sen proprio immerse Tutto 'l ferro, ed esangue in braccio à lei Vittima, e sacerdote in un cadeo. A sì fèro spettacolo, e sì nuovo Instupidì la misera donzella Trà viva e morta, e non ben certa ancora D'esser dal ferro, ò dal dolor trafitta. Ma, come prima hebbe la voce, e 'l senso, Disse piagnendo; ò fido, ò forte Aminta,
O troppo tardi conosciuto amante, Che m’hai data, morendo, e vita e morte, Se fù colpa il lasciarti ecco l’ammendo Con l’unir teco eternamente l’alma. E questo detto il ferro stesso ancora Del caro sangue tiepido, e vermiglio, Tratto dal morto, e tardi petto, Il suo petto trafisse, e sopra Aminta, Che morto ancor non era, e sentì forse Quel colpo, in braccio si lasciò cadere. Tal fine hebber gli amanti, à tal miseria Troppo amor e perfidia ambidue trasse. Mir.O misero Pastor, ma fortunato, Ch’ebbe sì largo, e sì famoso campo Di mostrar la sua fede, e di far viva Pietà cor con la sua morte. Ma che seguì de la cadente turba? Trovò fine il suo mal? placossi Cintia? Er.L’ira s’intiepidì, ma non s’estinse, Che, dopo l’anno in quel medesmo tempo Con ricaduta più spietata e fiera Incrudelì lo sdegno, onde di nuovo Per consiglio al’oracolo tornando Si riportò de la primiera assai Più dura, e lagrimevole risposta: Che si sacrasse al’hora, e poscia ogn’anno Vergine, ò donna à la sdegnata Dea, Che ’l terzo lustro empiesse, ed oltre al quarto Non s’avanzasse, e così d’una il sangue
L’ira spegnesse apparecchiata à molti. Impose ancora à l’infelice sesso Una molto severa, e se ben miri La sua natura, inosservabil legge: Legge scritta col sangue, che qualunque Donna, ò donzella habbia la fè d’amore Come che sia, contaminata ò rotta, S’altri per lei non muore, à morte sia Irremissibilmente condannata. A questa dunque sì tremenda e grave Nostra calamità spera il buon padre Di trovar fin con le bramate nozze; Però che dopo alquanto tempo essendo Ricercato l’oracolo, qual fine Prescritto havesse à nostri danni il cielo, Ciò ne predisse in cotai voci à punto. Non havrà prima fin quel che v’offende, Che duo semi del ciel congiunga Amore, E di donna infedel l’antico errore L’alta pietà d’un PASTOR FIDO ammende, Hor ne l’Arcadia tutta altri rampolli Di celesti radici hoggi non sono Che Silvio ed Amarillide, che l’una, Vien del seme di PAN, l’altro d’ALCIDE. Ne per nostra sciagura in altro tempo S’incontraron già mai femmina, e maschio Com’hor de le due schiatte; e però quinci Di sperar bene ha gran ragion Montano. E, benche tutto quel che ci promette
La risposta fatale, ancor non segua, Pur questo è ’l fondamento; il resto poi Hà negli abissi suoi nascosto il fato, E sarà parto un dì di queste nozze. Mir.Oh sfortunato e misero Mirtillo; Tanti fieri nemici, Tant’armi, e tanta guerra Contra un cor moribondo; Non bastava Amor solo Se non s’armava à le mie pene il fato? Er.Mirtillo il crudo Amore Si pasce ben, ma non si satia mai, Di lagrime, e dolore. Andiamo; i’ ti prometto Di porre ogni mio ingegno Perche la bella ninfa hoggi t’ascolti, Tu datti pace intanto. Non son come à te pare Questi sospiri ardenti Refrigerio del core, Ma son più tosto impetuosi venti Che spiran ne l’incendio, e ’l fan maggiore Con turbini d’Amore, Ch’apportan sempre ai miserelli amanti Foschi di duol, piogge di pianti.
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The end
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