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Con le feste secentenarie boccaccesche celebrate nel settembre 1913 possiamo dir che si chiuda un fecondo decennio di studi con rinnovato fervore dedicati al grande artefice della nostra prosa narrativa: e che si chiuda in maniera assai degna, quando alla solenne ricorrenza si lega la pubblicazione (oltre che di molti ed utili scritti speciali di valenti eruditi) di quell’elegante ma rigorosamente esatta sintesi delle attuali cognizioni biografiche e letterarie sul Certaldese, ch’è il Boccace di , e di quella solida ricostruzione scientifica della lezione di un’operetta poetica, ch’è la stampa del Ninfale Fiesolano procurata da . Punto d’arrivo, il primo libro, dei risultamenti della critica boccaccesca insino ad oggi; ma punto di partenza dei nuovi studi, che immancabilmente seguiranno, non può essere se non la scrupolosa restituzione o confermazione del testo di tutti gli scritti del nostro autore: e chi scrive si compiace di aver contribuito, per la sua parte, al gravoso lavoro fondamentale, poiché, proprio ad un tempo con questo volume minore, esce in luce per sua cura l’edizione critica delle Rime di Giovanni Boccacci, destinata a segnare la giubilazione dell’ormai più che centenaria stampa baldelliana (1802).
E, tuttavia, non si esclude che anche testi provvisori, diligentemente allestiti e riveduti, in attesa di quelli definitivi, possano recare ottimi servigi agli studi. Io, per esempio, già da parecchi anni vagheggio l’idea di una ristampa delle opere minori volgari del Boccacci, la quale, senza pretender di diffondere una lezione criticamente fermata di quelle (di così privilegiata sorte non fruiscono, per ora, che il Ninfale e le liriche: troppo poco rispetto al numero e alla mole di ciò che resta!), possa tuttavia, per sagacia e scrupolo di cure spesevi attorno col sussidio di buoni testi a penna, rappresentare uno stadio, praticamente apprezzabile, di transizione tra la raccolta del — a cui debbono ancora per forza attenersi gli studiosi — e la ventura definitiva edizione. Potrà effettuarsi questo disegno? Le difficoltà saran grandi, e non me le nascondo; ma, certo, un principio di effettuazione vuol essere il presente volume.
Esso contiene due forme della produzione lette- raria del Certaldese, la Caccia di Diana e le Rime, che bene convengono insieme dentro la stessa copertina: le Rime, infatti, riferibili agli anni compresi entro i termini 1336-1374, costituiscono un natural vestibolo alla serie delle opere dettate dopo l’incontro con la Fiammetta (30 marzo 1336) e per amore di lei; mentre la Caccia è anteriore, come vedremo tosto, a quest’avvenimento ed è, per conseguenza, la prima in ordine di tempo delle composizioni boccaccesche pervenute sino a noi. Il testo del poemetto, che ancora oggi valenti critici bandiscono dal canone di queste dannandolo d’apocrifia è appunto di quelli che più sopra ò chiamato provvisori: esso, per altro, giovatosi assai d’un buon manoscritto dell’anno 1430, dovrebbe segnare un sensibile miglioramento sopra le uniche due stampe precedenti, specialmente per quanto riguarda i nomi e i cognomi delle cinquantotto gentildonne napoletane che vi sono menzionate. Invece, la mia edizione critica delle Rime costituisce, naturalmente, il fondamento della seconda parte del volumetto, che la riproduce con fedeltà per tutto ciò che riguarda la lezione e l’ordinamento delle singole poesie.
La Caccia di Diana è osservabile, non ostanti la poca peregrinità della concezione e la sproporzione tra la tenuità del soggetto e l’ampiezza dello svolgimento, per la scorrevolezza dello stile, che richiama quello dell’Amorosa Visione: ragione la quale, unita alla somiglianza della forma metrica ed all’analogo scopo dell’enumerazione di belle dame negli ultimi canti del più tardivo poema, spiega perché i manoscritti congiungano di preferenza queste due opere. Oltre all’accennato valore storico e genealogico della Caccia per i nomi delle signore più in vista della nobiltà napoletana durante il regno di Roberto d’Angiò, assai notevole è in essa l’imitazione, spesso palese, delle forme dantesche; e le rime (per ripetere le parole degli ultimi editori), ‘intessute, e allungate anche troppo, sopra un tenue e monotono argomento madrigalesco, non son tutte prive d’eleganza’.
Che il poemetto sia, secondo ogni verisimiglianza, anteriore al cominciamento dell’amore per la Fiammetta, si ricava dal non trovarsi la donna del poeta indicata col celebre pseudonimo, con cui sempre Giovanni chiamò la presunta bastarda del re Roberto; e però quell’indeterminata e impenetrabile designazione della bella donna sarà da riferire ad alcuna delle gioconde creature, i cui amori, attestatici da note pagine autobiografiche, precedettero la più focosa passione. Apparterrà dunque la Caccia di Diana a quel periodo di galante vagheggiamento delle belle napoletane, del quale ci documenta a sufficienza l’Ameto ove narra di Caleone (lo scrittore), che, ‘ gli altri giovani le chiare bellezze delle donne questa terra andavano riguardando,’ così egli per sua parte faceva; segue quindi il racconto delle relazioni con due graziose ‘ninfe’ chiamate Pampinea ed Abrotonia, ed infine, ricordata una visione-presagio riferibile al novembre-dicembre 1334, è detto che Caleone si pose ad andare ‘con ferma speranza più volte cercando in ogni luogo ove belle donne si ragunassero,’ ma che passarono sedici mesi ‘avanti che la servata immagine in lui (quella di Fiammetta) avesse a cui somigliarsi tra molte in quello mezzo da lui vedute.’ Da queste ragunate di belle donne, evidentemente, sortì la sua prima origine la nostra operetta, alla quale vorrei assegnare perciò la data 1334 o 1335; e così essa verrebbe a costituire uno degli esempi più antichi del genere poetico a cui appartiene, ossia dei componimenti ove si nominano per ragion di lode più donne insieme. Senza occuparci qui della letteratura provenzale, nella nostra sino al Boccacci tal genere è rappresentato, oltre che dal perduto serventese dantesco ond’è ricordo nella Vita Nuova, da un capitolo semipopolare di , ch’è appunto dell’anno 1335, e da un altro capitolo boccaccesco del 1342, che figura qui avanti.
Nelle Rime, invece, abbiamo il più immediato e sincero documento di quell’affetto che avvinse indissolubilmente il cuore dell’ardente poeta alla splendida inspiratrice delle sue migliori opere giovanili.
Quando il Boccacci la vide per la prima volta (mi sia lecito ripeter qui ciò che ò scritto altrove), la Fiammetta, ossia, secondo una recente identificazione, madonna Giovanna Sanseverino contessa di Mileto, che a padre putativo riconosceva Tommaso d’Aquino conte di Belcastro e a natural genitore il re Roberto, avea forse già fatto più d’una deroga alla fede coniugale. La vita lussuosa spensierata e brillante che a Napoli si conduceva in quei giorni dall’aristocrazia dietro l’esempio dei principi del sangue, le giostre e i banchetti, le gite in barca sul golfo, la promiscuità facile delle dimore estive a Baia e al capo Miseno, offrivano alle belle dame tentazioni continue, che quelle non avevano, non tutte almeno, la virtù di rintuzzare. La stessa Fiammetta è dal Boccacci rappresentata in atto di vantarsi delle passioni destate, dei tesori fatti sperperare in suo onore, delle invidie e rivalità seminate fra i suoi corteggiatori; per bocca del più famoso di questi, ella stessa, accingendosi a raccontare la storia del suo legame con Caleone, dichiara di trasceglier quello espressamente, tra ‘molti amori ferventi’ che le si riaffacciano alla memoria.
Le fasi della passione che la bionda contessa infiammò nel cuore del Boccacci, studente ormai di diritto canonico e ammesso liberamente alla corte e nei ritrovi della nobiltà, si possono con sicura chiarezza seguir nelle opere composte in questo periodo, e segnatamente nelle Rime. Assai lungo e doloroso fu il corteggiamento; per quanto la distanza sociale tra il borghese, figlio del banchiere toscano ben accetto al re, e la nobile dama, imparentata con le più alte famiglie del Regno e discendente per parte di ambedue i genitori da due fratelli di , fosse molto minore di quello che da alcuno si potrebbe credere, è certo tuttavia che la superba Fiammetta per anni interi mostrò di non accorgersi del meno cospicuo tra’ suoi ammiratori, se non per incitarlo a scrivere di sé e per sé. Alla fine la costanza dell’innamorato trionfò; ed appunto du- rante una stagione balnearia (forse quella del 1339) egli poté credersi al termine delle sue fatiche, delle quali gli fece cogliere il frutto una sorpresa notturna raccontata non senza abbellimenti fantastici in un episodio dell’Ameto.
Tutti gli stati d’animo del lungo corteggiamento segnano la lor traccia passionale nelle Rime. Esaminate, vagliate, discusse opinioni molteplici di studiosi anche autorevoli, io ritengo si possa escludere che alcuna delle liriche superstiti vada riferita ai primi ed oscuri amori precedenti l’incontro nel 1336, a quei primi amori napoletani a’ quali è da credere invece pertenga la Caccia di Diana: è legittimo perciò ritenere inspirate dalla Fiammetta, fuor delle poche di cui dovrò dire tra breve, tutte quante le rime d’amore, che sono settantacinque (-). Celebrazioni ammirative dei capelli degli occhi del canto soave, pittura degli effetti d’amore, rapimenti d’estasi, alternative di fiducia e di sconforto, dubbi di dì in dì più pungenti, accorate deprecazioni, angosce, imprecazioni contro Amore, illusioni e disinganni, riaprirsi di speranze, spiragli di azzurro tra le nubi, malcerte attese, gioie dei primi successi, rapido incalzante crescendo di baldanza quanto più s’avvicina l’ora del meritato ristoro, e poi subito trepide gelosie, il doloroso distacco pel richiamo a Firenze, le disperate rievocazioni, infine l’amara delusione del ritorno a Napoli lungamente agognato e che invece ritrova l’oblio e il tradimento: ecco, su tutti i toni e in tutti i tempi, allegretto, flebile, tremolo, acuto, singhiozzato, maestoso, basso, in sordina, ecco una magnifica sinfonia amatoria che dall’innamorato cuor del poeta seppe esprimere la Fiammetta.
La successiva morte di questa, che, dati quattro figli al marito, dispensate intorno a sé gioie e piaceri, illusioni e rovine, si estingueva poco più che trentenne il 6 aprile 1345, non è invece ricordata nelle Rime. Lontano dalla capricciosa contessa di Mileto, ormai rassegnato all’abbandono dopo l’ultimo incontro così poco felice, il Boccacci avea certo sentito nascere in sé quello stato d’animo che maestrevolmente dipinge nel proemio del suo capolavoro: ‘Il mio amore, oltre ad ogni altro fervente, e il quale niuna forza di proponimento o di consiglio o di vergogna evidente, o pericolo che seguir ne potesse, aveva potuto né rompere né piegare, per sé medesimo in processo di tempo si diminuì in guisa, che sol di sé nella mente m’à al presente lasciato quel piacere, ch’egli è usato di porgere a chi troppo non si mette ne’ suoi più cupi pelaghi navigando: per che, dove faticoso esser solea, ogni affanno togliendo via, dilettevole il sento esser rimaso.’
Se non che la morte della donna restituì, per un meccanismo psicologico abbastanza spiegabile, la vita al ricordo di lei: e, privilegiata anche nel sepolcro, la Fiammetta ebbe l’onore di sopravvivere nell’ingegno e nel cuore del suo antico amante, il quale di lei diede il nome alla più gioconda e spensierata delle sette gentili novellatrici del Decameron e in una decina di sonetti ad imitazion del (-) la spiritualizzò sino a rivestirla dell’aureola di un altissimo ufficio morale.
Quest’ultimo stadio del processo evolutivo che subì l’amore per Fiammetta è dell’età più avanzata, e però coevo alle altre rime di carattere morale ond’è, se non dovizia, non iscarsa rappresentanza nella rac- colta: sia che il poeta invochi la giustizia ‘al mondo freno’, come in una delle sue poesie intonate da musici ai servigi del canto (), sia che lamenti la presente corruzione de’ tempi in vano rimpianto del passato (-); sia che, dal sermoneggiare trapassando alla preghiera, sveli nella pratica delle virtù morali e religiose, nell’ardente amor divino, nel culto ingenuo della Vergine il trasmutato ideale degli anni cadenti (-). Ma prima della serie senile, nella succession delle rime per ordine largamente cronologico, trovan posto due gruppi che si rifanno alla piena maturità degli anni, dai trenta circa ai quaranta, e documentano altri aspetti della vita boccaccesca: i viaggi, le dotte amicizie, lo spiacevole gabbo della vedova mal corteggiata. Al viaggio in Romagna nel 1347 e 1348 si riferisce un difficile sonetto responsivo () ad uno di quel Cecco figlio di Meletto de’ Rossi, forlivese e segretario, per allora, del bollente Francesco degli Ordelaffi: questi, con cui il Boccacci scambiava proprio nello stesso tempo alcuni noti carmi bucolici in latino, avea diretto una poetica circolare a vari rimatori intorno la minacciosa avanzata della morìa dall’oriente verso occidente e gli straordinari segni celesti che inasprivano la paura. Risposero il Petrarca, maestro Antonio da Ferrara e il valoroso milite messer Lancillotto Anguissola, oltre che il nostro poeta; a lui, più vicino e concorde, replicò il Rossi in un ultimo sonetto. Altre tenzoni gli posero a fronte, su argomenti convenzionali ed astratti, un Riccio barbiere, non sappiam di dove (), e il sollazzevole popolan fiorentino Antonio Pucci (). Sollazzevole non meno, a’ danni del poeta, fu l’impronta vedova ch’egli, rinsavito, così acerbamente ripagò nel Corbaccio.
Per lei si possono credere scritti alcuni sonetti (, -) nei quali rispecchiansi le rapide vicende della breve relazione: timore dell’onestà attribuita alla donna, rabbiose disperate imprecazioni all’indirizzo d’Amore che non lascia tregua al canuto proco e lo fa divenir ‘favola del vulgo noioso’, lamenti della superba indifferenza di madonna, richiami sempre più violenti a se stesso per riprendersi dal giogo della perfida ingannatrice. L’epilogo di questa storia d’amore in versi è uno scritto in prosa; la pungente, incisiva, dilacerante prosa del Laberinto d’Amore.
Non senza un sapor recondito di simbolo è l’immediato riaccostamento, ai sonetti per la vedova, di due che rappresentano, negli inviti di acconce personificazioni femminili, l’anelar di Giovanni alla gloria poetica (-). Alle tempeste sentimentali della gioventù e della virilità subentrano le lotte, non meno angosciose, di cui il tavolo da studio è l’unico e muto confidente. E con vera angoscia si sarà Giovanni indotto a quelle confessioni d’impotenza artistica che in altri due sonetti (-) s’irrochiscono quasi di mal represso pianto e che consuonano con le spiegazioni da lui date ad amici intorno il disperato proposito al quale dobbiamo la perdita di tanta parte della sua opera poetica: il bruciamento delle poesie volgari, liriche per massima parte. Quanto è amara constatazione quella di sentirsi impari le forze all’ardua conquista dell’alloro!
Ma anche questo riposo non sempre gli fu rispettato dagli uomini. Parallelamente alle altre informazioni biografiche, le Rime ci mettono a parte di due amarezze che colpirono il cuore del poeta, sensibile per natura e più fatto dall’età senile. Una volta un religioso, macchiato, pare, di molte sozzure, osò provocare con accuse e punzecchiare il Boccacci, che gli avventò addosso due veementi sonetti (-): nei quali son sì osservabili i riscontri con frasi e concetti della lunga invettiva contro il priore dei SS. Apostoli, il Nelli, che l’ipotesi da me avanzata circa la identità di colui, che il Petrarca ribattezzò Simonide, col ‘sacerdote iniquo’ dei versi non mi sembra invero troppo ardita.
Più tardi, fu la volta di un ignoto che, per quanto ricaviamo dai sonetti responsivi (-), rimproverò poco urbanamente al Boccacci la divolgazione delle sublimi bellezze dantesche, nella pubblica lettura in S. Stefano palesate alla ‘feccia plebeia’: ma, o che la fibra fosse nel sessagenario scrittore già fiacca o che veramente lo rimordesse coscienza delle appostegli colpe, il Boccacci si tenne sulla difensiva e replicò molto calmo.
Un anno dopo, nel 1374, gli moriva il maestro ed amico, il Petrarca; e l’acerbissimo lutto trasse dall’anima del poeta un sonetto, che è il più patetico della raccolta, la quale si chiude, così, con un singulto ().
Per tutto ciò che riguarda la bibliografia delle Rime, le relazioni tra i mss. che le conservano in rapporto alla costituzione del testo, la loro lezione, le ragioni del loro ordinamento e le questioni ermeneutiche e biografiche che ad esse si collegano, è necessario che il lettore studioso ricorra alla lunga trattazione proemiale di cui è corredata l’editio maior. In essa è an- che svolta la questione dei ventinove sonetti dell’Appendice (qui ripubblicati, perché nulla manchi al volume di quanto appartiene alla produzione lirica boccaccesca): ove si potesse tener conto solamente degli argomenti interni, ossia cavati dal contesto dei sonetti, nessun dubbio dovrebbe sorgere sulla legittimità dell’attribuzione al nostro poeta, ma disgraziatamente i testi a penna li riferiscono senza il nome dell’autore, e questo vieta di distribuirli tra le varie categorie delle liriche sicuramente autentiche. Reggendo il presupposto della loro genuinità, i primi ventiquattro andrebbero ad ingrossare il numero delle rime composte per il massimo amore; i tre successivi apparterrebbero alle vicende amorose dell’età matura: poi si avrebbe un altro sonetto in morte della Fiammetta, ed infine uno che, pieno di confessioni di stanchezza e di sconforto, preluderebbe alle devote celebrazioni della Vergine rimasteci in tre sonetti della serie certa.
Delle illustrazioni mie ai testi, dei quali ò brevemente discorso sin qui, non mi accade avvertir nulla: esse sono prevalentemente storiche, pur avendo io creduto di dover largheggiare anche in dichiarazioni esegetiche e lessicali, che, superflue agli studiosi, non parranno per avventura tali a non piccola parte di quella più larga categoria di persone cólte cui specialmente si rivolge questa ben auspicata, e da rivelarsi certamente provvida in non remoto avvenire, ‘Collezione di Classici italiani’.
Rimini, 31 maggio 1914.
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La caccia di Diana
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Canto I.
Nel tempo adorno che l’erbette nove Rivestono ogni prato e l’aere chiaro Ride per la dolcezza che ’l ciel move, Sol pensando mi stava che riparo Potessi fare ai colpi che forando5 Mi gían, d’Amor, il cuor con duolo amaro; Quando mi parve udir venir chiamando Un spirito gentil volando forte — Donne leggiadre, — in voce alta gridando — Venite omai, venite alla gran corte10 Dell’alta iddea Diana, che elette V’à in Partenopè per sue consorte — . E poi ch’egli ebbe tre fiate dette Queste parole, sanza più volare, Ad una ad una chiamando ristette.15 E, se non m’ingannò il vero ascoltare Che far mi parve, Zizzola Barrile
La prima fu ch’io gli sentì chiamare; Poi Ciancia l’altra nobile e gentile, Cecca Bozzuta e poi Principessella20 Caracciola e Letizia Moromile,
De’ Gattoli Berarda con Linella, Beritola Carafa e, ’n compagnia, Degli Scrignar Mignana e Isabella, Et Ysolda di Giaquinto e Lucia25 Porria con Berita e Caterina De’ Brancazzi e de’ Melii Maria. E seguitò Caterina Pipina
E Sobilia Capece, e chiamò Fiore Curial bella di colei vicina,30 Verdella di Berardo e Biancifiore De’ Caffettini e Ceccola Mazzone E Alexandra d’Anna con valore. Caterina di Iacopo Roncione Chiamò, e Caterina Caradente;35
Poi la Crespana seguì nel sermone, E di Bolin Caterina piacente E Caterina di Serpando, e poi Caterina Afellapan similmente. Giovannola de’ Coppoli ampoi40 Si chiamò, e la Lucciola dop’essa; E Fiore Canovara ne’ dir suoi Chiamò apresso, e oltre con lor messa De’ Gambatelli Vannella fu anchora, Come intesi nella voce expressa.45
Ma quella donna cui Amore honora Più ch’altra per la sua somma virtute, Che tutte l’altre acresce e rinvigora, Fu l’ultima chiamata, e per salute Dell’altre, quasi com’una guardiana,50 Avanti gío per guidarle tute: E ’n compagnia del messo di Diana, Che più non ne chiamò; né nomo lei, Perché a suo nome laude più sovrana Si converria, che dir qui non potrei;55 Sen gí in parte ov’io le seguitai Con l’altre insieme, infin ch’io discernei Ciò ch’elle fer, come apresso udirai.
Canto II.
In una valle non molto spatiosa Di quatro montagnette circuita, Di verdi erbette e di fior copiosa,
Nel mezzo della qual così fiorita Una fontana chiara bella e grande,5 Abbondevole d’acqua, v’era sita: E l’acqua che superflua si spande Un rivo fa che tutte l’erbe bagna, Poi n’esce fuor da una delle bande: D’albori è piena ciascuna montagna,10 Di frondi folti sì ch’a pena il sole Tra esse può passar nella campagna: Diversi uccelli cantan lor carole Sopr’essi, e quivi un’aura sottile Move le frondi come mover sole15 Nel tempo extivo zeffiro gentile, Quando il calor diurno più non sale, Ma quando fa, calato, l’aere humile: Caprii e lupi e ogni altro animale, Orsi e leon si trovano in quel loco,20 E qualunque altro che più o men vale: Quivi Diana, che ’l tiepido foco Ne’ casti petti tien, ricolse quelle Che invitate furono al suo gioco. Poi comandò che esse entrasser nelle25 Chiarissime onde e, de’ freschi liquori Lavando sé, sé rifacesser belle. E poi, come a llei piacque, uscite fori Si rivestir di purpurea veste, Inghirlandate d’uliv’ e di fiori.30
Diana quatro parti fe’ di queste, E alla bella donna disse: — andrai Sopra ’l monte a meriggio con coteste, E tu, Isabella, al ponente sarai, E Fiore a tramontana; e alla caccia35 Ciascuna pensi di valere assai — . E, dati i cani e forti reti d’accia, Girfalchi, astori e archi con saette E spiedi aguti ch’e cinghiari impaccia, Quelle che ella avea per sé elette,40 Ciò è Cecca Bozzuta e Caterina Afellapan, con le qua’ poi seguette Insieme Biancifiore Caffettina, La Crespana e Catrina Caradente E quella di Serpando e la Pipina,45 E Mariella Melia similmente, Sopra ’l più piccol monte se n’andaro, Ch’era disteso verso l’oriente. Quivi la caccia prime incominciaro Le quatro sopra ’l monte, e l’altre al basso50 Avevan fatto con reti riparo,
Acciò che nulla fiera ad alcun passo Lor potesse fuggir sanza esser presa O ferita da’ ferri del turcasso. Poi passar dentro, e ciascheduna intesa55 Andava per la selva, riguardando Per l’altrui danno e per la lor difesa, Sì come segue, con senno cacciando.
Canto III.
Aveva Diana nella man sinestra Un arco forte noderoso e grosso, Tal che daria fatica ad ogni destra, E nel cacume del monte rimosso Gía con Cecca Bozzuta, che portava5 La sua faretra piena dietro al dosso. E dietro ad un macchion s’ascose, e stava, Fin ch’ella vide un capriol venire, Che un can, che lasciò Cecca, cacciava. L’aprir l’aspro arco e ’l capriol ferire10 In un momento fu, ond’e’ si fisse, E quivi cadde, e non poté fuggire. Diana volta a Cecca allora disse: — Quando discenderemo il prenderai, E siesi tuo — ; e Cecca nol disdisse.15 Ma alla Pipina, disiosa assai: — Colla Crespana a prender delle fiere — Disse — da questa parte te n’andrai — E a sinistra le mostrò un sentiere — Et io terrò di qua, e quando sente20 Fremir le frasche lascia il tuo levriere — .
Così divise andavan pedetente, Ogni cespuglio con l’occhio cercando, Co’ cani apresso, al loro oficio attente. Ma guar non ite, quando25 Due lepri si levar correndo forte, Non di lunge da lloro, al monte andando. Di queste fur le giovinette acorte, E l’una all’altra gridò: — lascia i tuoi! Non possono scampar che non sian morte — .30 Ciuffa! — gridando, ciascheuna i suoi Lasciò, correndo dietro a’ passi loro, Fin che, presa la preda, stetter puoi. A picciol passo poi dopo costoro Veniva Caterina Caradente,35 Guardando un porco, ch’e can di coloro Avean levato, e sé tacitamente Dietro ad un alber pose, e ver di lui Uno spiedo drizzò lungo e tagliente. Di schiuma pien, furioso costui40 Venia, da’ can d’ogni parte adentato, E infiammato di nuocere altrui; E nello spiedo a llui innanzi parato Ferì con rabbia, sì che ve rimase Da una parte in altra trapassato.45 Biancifior Caffettina, che ispase Avea le reti insieme con Catella A piè del monte, fieramente invase
Tre gran cerbi cornuti, che in ella Incappati eran delli can cacciati,50 E con loro a pigliarli fu Marella De’ Melii; e poi che fur pigliati, Voltate a Seripando Caterina, Che ’ntorno al monte co’ cani affannati Era gita d’infin della mattina,55 Sanza aver presa fiera, nella valle Che tra l’un monte e l’altro sé declina, Seguiro un lupo, e nelle dure spalle Caterina gittò col suo forte arco Una saetta che impedì il suo calle;60 E questo preso ritornaro al varco.
Canto IV.
La bella donna, il cui nome si tace, Con un’aquila in man prese la via Su per lo monte ch’al mezzodì giace. Zizzola e Ciancia menò in compagnia, E dopo queste la Principessella;5 Beritola Carafa le seguia, E Berita Brancazza gía con ella, E Sobilia Capece con Berarda, E Caterina a Berita sorella. Ciascuna presta gioconda e gagliarda10 Cantando andavan di dietro a colei Che nel viso d’amor sempre par ch’arda.
Non fu salita molto alto costei, Ch’a ssé lontano vide uno animale Fiero e ardito e presto sopr’a’ piei.15 Acciò nuocer potesse né far male, Sé e lle sue ritrasse in salvo loco, E l’aquila lasciò, le cui forte ale La trasportaron quasi infino al foco, E poi rivolta in giù venia rotando20 E discendendo sé a poco a poco. Fra gli albori e le frondi folgorando Percosse quella sì ferocemente, Che dal capo alla coda laniando L’andò la pelle con l’unghion tagliente,25 E risalita anchor la riferio Un’altra volta vie più fieramente. La variata lonza, che sentio I fieri colpi, in terra si distese, E quivi dibattendosi morio.30 La bella donna il forte uccel riprese E alla lonza trasse il caldo cuore E l’aquila pascé. Ma poi discese Del monticel, facendo un gran romore, Zizzola e Ciancia, e dicean: — piglia piglia! — 35 Dietro ad un bianco cervio, che di fore D’un cespuglio fuggiva a maraviglia Per molti can che dietro si sentia, De’ qua’ ciascuno a prenderlo si spiglia. Ma Ciancia, che conobbe la sua via,40 Traversò il monte e riuscigli apresso Sopra d’un balzo ove ’l monte finia, E poi ch’ell’ebbe all’arco lo stral messo,
Ch’ella portava in mano, apersel forte, E lui ferì in quello punto stesso.45 Quivi, vermiglio ritornato, a morte Ferito si sentì né più potero Portarlo avanti le sue gambe acorte. Zizzola si tornò per lo sentiero E richiamando i can sonava un corno,50 Fin che di loro il numero ebbe intero. Così andando e mirandosi intorno, Due volpi vide, e ciascuna fuggendo Andava a fare a sua cava ritorno. Tanto le gío Zizzola seguendo,55 Che prese quelle, e ver la donna honesta Se ne tornò, di questo in sé ridendo; E quella anchor di ciò si fece festa.
Canto V.
Beritola Carafa in fra la folta E dilectevol selva con uno arco S’andava, pian dicendo: — ascolta ascolta — A Sobilia Capece — ché al varco Mi par le frasche dimenar sentire,5 E a’ cani far grandissimo ramarco. Voltianci là, ché, se nel mio udire Non prendo inganno, alcuna bestia fia, Che di leggiere la potren ferire — . Non disser più, ma, subito la via10 Presa, pervenner là dove ’l rumore Avean sentito ciascheuna pria.
Quivi trovaro pieni di furore Due orsi grandi e negli occhi focosi, Tal che ciascuna n’ebbe allor tremore.15 Ma Beritola pria rasicurosi, E, amettendo i can, della faretra Trasse saette, e alquanto alungosi, E l’un ferì, ma quanto in una petra V’entrò il ferro; e ella l’altra trasse,20 Ma quella come l’altra anchor s’aretra. Parve ch’allor Beritola sdegnasse, Insieme con Sobilia, e adirorsi Non potendoli avere, e eran lasse. Le cocche de’ loro archi in man voltorsi,25 E d’ira accese più s’asicuraro, E più si fen vicine all’un degli orsi; E ’n su la testa sì forte i donaro, Che cadde semivivo, e l’altro poi Con più vigore i lor cani adentaro.30 Ciascuna con romore atava i suoi, Fin che ’l secondo, da’ cani abattuto, Presero, e se n’andar con ambenduoi. Principessella, quantunque era suto Del giorno, tanto, con reti e con arte,35 Aveva un leoncel prender voluto. Ma non l’avea potuto anchora in parte Col senno suo recar, sì che si fosse Punto incappato nelle reti sparte. Sottile aviso subito la mosse,40 E prese un cavriol dall’altre preso: Morto ’l gittò nelle ’nretite fosse. Vide quel cavriol morto disteso Il leoncello nella fossa stare; Corsevi allor da fame forse offeso,45
E cominciò del caprio a mangiare; Ma quella acorta tirò sì le reti, Che quivi preso li convenne stare. Non li giovò perché in que’ pareti Mugghiasse forte, ché ’ngegnosamente50 Ella il legò con sembianti lieti. Alla donna gentil ne fe’ presente, Dicendo: — te’, più ch’altra valorosa — , E quella il prese graziosamente. Ma Berarda avea fatta nuova cosa,55 Che con suoi bracchi ben sei spinosi Aveva presi e ’n grembo, paurosa Non la pungesser, li portava chiusi.
Canto VI.
Caterina Brancazza e lla sorella Quasi nel luogo del monte più alto Giva ciascuna baldanzosa e snella, E due tigre leggiere, che di salto Forte fuggivan, salendo trovaro,5 Alle quali ess’e i can diero l’asalto. Per lungo spatio queste seguitaro, Ma alla fin le presero i can loro, Perché in tese reti elle incapparo. Gioconde si tornaro poi costoro,10 Liete di preda tanto nominata Qual quella fu che fu presa da loro. Isabella Scrignara e sua brigata,
Con la qual giva Ceccola Mazzone Con la Mignana insieme acompagnata;15 Ysolda ancor di Giaquinto vi fune, Vannella Gambatella e Caterina Figlia di notar Iacopo Roncione, E con loro Alexandra; s’avicina, E simil fa Linella, verso il monte20 Ch’all’occidente i suoi vallon declina. Ceccola prima con ardita fronte Prese il camin, né ristette già mai Fin che su la portar le gambe pronte. Eravi già istata suso assai,25 Chiamando le compagne e rimirando S’alcuna fiera fosse fra que’ mai; E un fiero cinghiar, che riposando Sé stava, in una macchia vide fitto, Forse cacciato, in verso lei guardando.30 Andonne questa a llui tutto diritto E ’n su la testa il ferì d’una scure Sì forte, che morì sanza rispitto. Mignana e Isabella nelle dure Piagge avean tese reti e gían d’intorno35 Frugando con baston le grotte scure. Con esse era Vannella, e in quel giorno Preser conigli assai e lepre grosse, E ’n dietro si tornar sonando un corno. Ma Ysolda di Giaquinto percosse40 Sì forte un lupo da due can tenuto Con un baston, che mai più non si mosse. Ma dopo, sé rivolta, ebbe veduto
Un altro con due figli; onde a gridare Incominciò: — compagne, aiuto aiuto! — .45 Linella corse là, sanza più stare, Con due gran cani e con un arco in mano, E Alexandra anchor vi volle andare. Aperse l’arco quella, e non invano, Ché l’un de’ tre ferì sì, che rimase,50 E’ cani asalir l’altro a mano a mano. Fuggissi il terzo, e Alexandra invase Con uno spiedo in man quel che teneano I can feroci per l’orecchie rase: E quasi morto già fra llor l’aveano;55 Questa il condusse a fine, e, preso lui, Con le compagne insieme sen veneano Per pigliar posa degli affanni sui.
Canto VII.
Fior Curial guidava altra compagna, Delle qua’ parte il monticel saliro E parte ne rimase alla campagna. Quelle che lei sagliendo seguiro Fur queste: pria Letizia 5 E Lucia Porria fu, e con disiro Fior Canovara di dietro seguile; E il primo animal ch’elle scontraro Un leocorno fu non mica vile. I cani arditamente il seguitaro,10 Guardando sé dal suo aguto corno, Al cui ferir non aveva riparo.
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The end
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