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Lettera di dedica
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o che V. E. s’informa spesso di me, e dolcemente si lagna, che io non le scrivo. Le sue doglianze provengono da quell’amore, che ella benignamente mi ha sempre mai dimostrato, ed arrossisco di non avergli date maggiori prove della mia rispettosa riconoscenza. Prendo ora la penna in mano per iscriverle, per ringraziarla della bontà sua generosa, e per assicurarla della costante ossequiosa mia servitù; ma non so dove addrizzar la mia lettera. So che il viaggiare è in lei la passione predominante, non so dov’ella presentemente si trovi. Prendo per ciò il partito di stampar questo foglio, e di metterlo in fronte ad una Commedia che ho l’onore di dedicarle, sicuro che essendo Vostra Eccellenza associata alla mia Edizione, il Tomo le perverrà da per tutto . Io mi lusingo ancora di rivederla in Francia. Me lo ha Ella promesso di qui partendo; e merita bene questo Paese, che un Viaggiatore lo veda, lo riveda, e lo preferisca.
Ella ha veduto tutta l’Italia, ha fatto due volte il viaggio della Germania. È venuta in Francia, è passata in Londra, e prima di ritornare alla Patria, non ha potuto a meno di non ripassar a Parigi, ed ha preferito questo delizioso soggiorno a quelle Corti, dov’ella fu sì teneramente accolta, e sì magnificamente trattata. Parigi, per chi ha danari, è il più bel Paese del Mondo. Per goderselo, bisogna potervi menare la vita ch’ella vi ha menato. Un buon appartamento, degli abiti da comparire, dei pizzi, dei diamanti, e dei luigi da spendere. Andar la mattina per la Città in abito di confidenza. Mettersi a mezzogiorno in parata, e far le visite di complimento. Andar agl’inviti, o dar da pranzo in casa. Andar il dopo pranzo ai passeggi, o ai Teatri.
Passar la sera in Compagnie, o nobili, o geniali, o di confidenza. Chi potesse leggere il diario, ch’ella fa esattamente de’ di lei viaggi, vedrebbe che la vita, che si mena a Parigi, è la miglior vita del Mondo. Abbiamo visitato insieme quasi tutte le delizie Reali. Ma ve ne restano ancora a vedersi. Venga a compir l’opera, e ne sarà ancor più contenta. Se per ragioni sue, o del rango ch’ella occupa, non può sì presto riprendere un nuovo viaggio, vorrei almeno ch’ella destasse ne’ suoi concittadini il desio di viaggiare. Niente più contribuisce a formare lo spirito, ed a migliorare la società del proprio paese. Basta non imitare il Cavaliere Ernold, ma osservare i precetti di Milord Bonfil.
Vi è il buono, e vi è il ridicolo dappertutto, ma il ridicolo di Parigi non è certamente quello che si crede in Italia. Bisogna vedere per assicurarsi della verità. In tre anni ch’io sono in Francia, non mi è ancora riuscito di scoprire un Petit Maître, che si accosti all’immagine che se ne formano gl’Italiani. O il carattere della Nazione è cangiato, o dicono il falso tutti quelli che ne hanno scritto e parlato. Le caricature in Francia sono in oggi sì delicate, che bisogna avere tutta l’acutezza di spirito per ravvisarle.
L’uniformità è quella che domina in questo Paese. Tutti cercano d’imitar gli altri, e quello che sarebbe portato a qualche caricatura, si maschera, e si fa forza per comparire uniforme. Malgrado lo studio dell’uniformità, traspira un poco il carattere particolare, ma la caricatura divien sì leggiera, che sfugge assai facilmente agli occhi del forestiere. Vostra Eccellenza si ricorderà, che abbiamo fatte insieme queste medesime osservazioni; ma s’ella ritorna qui, vedrà che ne ho raccolte ancor delle migliori, dopo che ho trasportato il mio soggiorno da Parigi a Versailles. La Corte è il Centro della Nazione dove l’arte usa più di cautela, ma dove si sviluppano meglio le verità. Io ho l’onore di vivere fra Cortigiani, ma non saprò mai essere Cortigiano! amo la sincerità, l’ho ereditata dal mio Paese, la custodisco con gelosia, come custodisco gelosamente quel titolo, con cui ho l’onore di sottoscrivermi ossequiosamente
Di V. E.
Parigi li Febbraro 1766.
L’autore a chi legge
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O ho sempre compatito e compianto la gioventù mal condotta dall’inclinazione, o dal mal esempio, poichè sono stato giovine anch’io, non libertino, ma incauto e condescendente. Non ho mai però compatito, anzi ho sempre detestato e abborrito i Genitori disattenti verso de’ loro Figliuoli, e specialmente le Madri, che per soverchio amore tradiscono la loro prole. Non dirò che il nostro Secolo abbondi più de’ passati di tali femmine sconsigliate, poichè credo che il Mondo, poco più poco meno, sia sempre stato lo stesso; e lo dimostrano le Commedie antiche, le quali in ogni tempo hanno dipinto i costumi delle nazioni. Veggendo io non pertanto, che ai nostri giorni evvi per lo meno lo stesso male e lo stesso bisogno di correzione, non ho mancato di contribuire al rimedio quanto ho potuto col Padre di Famiglia, colla Putta onorata, colla Buona Famiglia, e con altre Commedie, nelle quali ho vivamente toccato questo punto essenziale, utile alla Società e alle Famiglie. Per maggiormente inveire contro la mala educazion delle Madri, e per uniformarmi allo stile degli Autori antichi e moderni, avrei dovuto formare una Commedia intitolata la Cattiva Madre, affinchè dal ridicolo e dall’odiosità di tal carattere ne derivasse la correzione di quelle che sono di cotal numero. Ma io non amo di esporre il Protagonista odioso, e meno ancora scandaloso, onde ho pensato di dar al Pubblico l’esempio della Buona madre, sperando che un tale argomento vaglia a produrre lo stesso effetto, facendo arrossir le cattive, senza offendere la modestia e la delicatezza de’ spettatori. Non ho però lasciato di porre in confronto la cattiva Madre, come episodio; e in questa maniera vedesi il vizio punito, e la virtù trionfante. La Commedia è riuscita bene. Ha avuto dell’applauso, e molte rappresentazioni; cosa che mi ha consolato, e sempre più mi conferma nel credere aver torto coloro che pensano, come gli antichi, che il solo vizio sia l’argomento delle Commedie.
Personaggi
ct BARBARA , vedova, e buona madre.
NICOLETTO, figliuolo di Barbara.
GIACOMINA, figlia di Barbara.
LODOVICA.
DANIELA, figlia di Lodovica.
MARGARITA, serva di Barbara.
AGNESE, amica di Barbara.
ROCCO merciaio.
LUNARDO, compare di Barbara.
Un giovane del merciaio, che non parla.
La Scena si rappresenta in Venezia, parte in casa di Barbara, e parte in casa di Lodovica.
Atto I
fi ct ct ct ct Barbara. Margarita.
Margarita. Siora.
Barbara. Vardè, se quell’altro ferro xe caldo, portemelo.
Margarita. Siora sì, debotto.
Barbara. De diana! co sto freddo i ferri se giazza subito.
Giacomina. Mi gh’ho le man inganfie, che me scampa l’ago dai déi.
Barbara. Scaldèvele, cara fia.
Giacomina. Come vorla che fazza?
Barbara. No gh’ave scaldapìe?
Giacomina. Siora sì, ma se me scaldo le man, no laoro, e per sta sera vorave fenir la capetta a sti maneghetti.
Barbara. Sì, sì, fia mia, deghe drio. Se farè presto, se farè pulito, sior Rocco ve darà da laorar, e vadagnerè dei bezzetti, e ve li metterè intorno.
Giacomina. Gh’ho tanta voggia de una traversa d’indiana, de quelle belle.
Barbara. Laorè, che la gh’averè.
Giacomina. Se sior Rocco me la volesse dar in credenza, sconterave col mio laorier.
Barbara. Cara fia, sto tor la roba dai marzeri in credenza, no torna conto. I dà la pezo roba che i gh’ha in bottega, e i vol quel che i vol, e co s’ha scomenzà una volta, no se se despetola più, se xe sempre al de sotto, se gh’ha sempre da dar; e no i xe mai contenti dei laorieri che se ghe fa. No, no, fia mia, xe meggio far come che digo mi. Se suna i bezzi, se va in Marzaria, se varda, se cerne, se dise el fatto soo, se tira più che se pol, se ghe dà i so bezzi, se paga, e bondì sioria. Margarita, me porteu sto ferro?
Giacomina. La lassa, che anderò mi, che me desgiazzerò un pochetto le man.
Barbara. Sì, cara fia, diseghe che la se destriga.
Giacomina. Da quella via me torrò un pochetto de fogo.
ct ct Nicoletto. Siora madre, me dala una camisa netta?
Barbara. Oh caro, no ve l’oggio dada domenega?
Nicoletto. La varda, la xe sporca che la fa stomego.
Barbara. e vu, co vegnì a casa, cavevela, e non andè a fregar i taolini coi maneghetti. La biancaria costa bezzi, e gh’è più dì che luganega, e ogni lavada una fruada, e co la tela scomenza a andar, la va, fio mio, co fa la lesca impizzada. Stago tutto el zorno co l’ago in man a tegnirve suso quelle quattro strazze de camise fine, che debotto no ghe n’è più filo, e ve le doveressi salvar per la festa, e no andar coi sbrindoli tutto el zorno, specialmente col tabarro de panno; quei pochi de maneghetti i se strapazza, i se inscartozza, e in t’un’ora che i portè, no i xe più da veder.
Nicoletto. Cara ela, la me daga una camisa netta.
Barbara. Via, aspettè che fenissa de destirar, ve darò sti manegotti.
Nicoletto. Mi no vôi manegotti, mi no vôi camisette.
Barbara. Disela dasseno, patron?
Nicoletto. Mi no vôi portar camisette, e no vôi che nissun me diga: sior mezza camiza.
Barbara. Chi vede? Chi ve vien a vardar?
Nicoletto. No se pol saver i accidenti.
Barbara. Oh certo! aveu d’andar a zogar al ballon?
Nicoletto. De diana! gnanca se fusse...
Barbara. Manco chiaccole, che son stufa. In tanta malora, me porteu sto ferro? ct ct Margarita. Son qua, son qua. Cara ela, nol giera caldo abbastanza.
Barbara. Gnente, no i pensa gnente a sto mondo. I crede che la roba me vegna drento per i balconi, e sì el gh’ha i anni della discrezion. Disdott’anni sul cesto el gh’ha, e nol pensa a gnente.
Margarita. (Cossa xe sta?)
Nicoletto. Gnente, perchè gh’ho domanda una camisa, la va in collera in sta maniera.
Margarita. (No salo? La xe cussì la parona, la va in collera facilmente; ma la xe de buon cuor, la ghe la darà).
Barbara. Quanto xe che no andè da vostro sior santolo?
Nicoletto. No so, no m’arecordo.
Barbara. Andeghe, e raccomandeve. L’ha promesso de logarve, de metterve in t’un mezzà; ma co no se ghe va, no i se lo recorda.
Nicoletto. Vorla che vaga co sta camisa sporca?
Barbara. Aspettè, adesso ve metterè i manegotti.
Nicoletto. Sia malignazo! xeli fini almanco?
Barbara. Me par de sì. Ho desfatto quattro camise de renso del poveretto vostro sior pare, e v’ho cava tre camisette e tre pera de manegotti, che no i gh’ha una macula al mondo. Vardè, i gh’ha le so cordelle, i se liga pulito; chi ve vien a véder cossa che gh’avè sotto la velada?
Margarita. Se i gh’avesse mi, me parerave d’aver una zoggia.
Nicoletto. (Cossa che ghe li trarave volentiera in tel muso!) Se vado da sior santolo, me metto el tabarro bon.
Barbara. Ghe l’aveu scovolà el tabarro?
Margarita. Cara ela, non ho avù tempo gnancora.
Barbara. Mo za, co no fazzo mi, no gh’è pericolo che nissun fazza. Vestive, vestive, che anderò mi a scovolarlo.
Margarita. La lassa, che anderò mi.
Barbara. E via, cara vu, che no fe gnente che staga ben. Anca l’altro zorno l’avè scovolà, e po mi l’ho vardà, el gh’aveva la lea tant’alta sul collarin. Mo abbiè un poco d’avvertenza, caro fio, no dezzipè la roba cussì. Nettevelo sto sacchetto, se ghe cazza drento la polvere in tel collarin, che no la vol andar via. e vu, col vien a casa, nettèlo subito quel tabarro, no lo mette via cussì, che la polvere se ghe incatrama. Eh, co no se fa le cosse de cuor! Bisognerave che fusse per tutto, che fasse tutto, che gh’avesse cento man, cento teste; no so gnente, no se fa gnente, nissun fa gnente. ct ct Margarita. E sì me par de no star de bando.
Nicoletto. Oe Margarita.
Margarita. Sior.
Nicoletto. Me faressi un servizio?
Margarita. Che possa.
Nicoletto. Cara vu, no me disè de no.
Margarita. Se nol me dise cossa che el vol....
Nicoletto. Sentì; impresteme un ducato.
Margarita. Mi? dove gh’oggio i bezzi?
Nicoletto. Zitto, che siora madre no senta. Cara vu, imprestemelo.
Margarita. Debotto el me farave dir. I gh’ho taccai al cesto i ducati.
Nicoletto. Sia malignazo, no se pol gnanca aver un servizio.
Margarita. Perchè no ghe lo domandelo a so siora madre?
Nicoletto. Perchè, se ghe lo domando, no la me lo darà.
Margarita. Basta che el ghe diga in cossa che l’ha da spender.
Nicoletto. Se ghe lo digo, no la vorrà.
Margarita. Cossa ghe ne voravelo far?
Nicoletto. Me voggio comprar un per de scapini.
Margarita. No gh’alo un bon per de scarpe?
Nicoletto. Siora no; voggio un per de scapini.
Margarita. I scapini, la camisa netta, e el tabarro da festa, ho paura de sì mi, che sia vero quel che me xe sta ditto.
Nicoletto. Cossa ve xe sta ditto?
Margarita. Gnente, gnente.
Nicoletto. Via, cossa ve xe sta ditto?
Margarita. Eh putto caro, se no gh’averè giudizio....
Nicoletto. Cossa vorressi dir?
Margarita. Disè: cossa andeu a far in calle dell’oca?
Nicoletto. Mi in calle dell’oca!
Margarita. Poverazzo! vardè, el vien rosso.
Nicoletto. Chi v’ha ditto de calle dell’oca?
Margarita. Me xe sta ditto.
Nicoletto. Siora madre sala gnente?
Margarita. Poveretto vu, se la ’l savesse.
Nicoletto. Vardè vede, no me tradì, no me sassinè.
Margarita. Cossa andeu a far da quella putta?
Nicoletto. Mi? gnente.
Margarita. Oh ho caro, in quella casa no se ghe va per gnente. La cognosso quella putta. Mi no stimo la putta, stimo la mare. La xe un boccon de mare! e la gh’aveva altre tre fie, e co la so polegana la se le ha destrigae. No vorave che a vu la ve petasse la quarta.
Nicoletto. Oh, a mi no gh’è pericolo.
Margarita. Oh sì, sè furbo.
Nicoletto. Credeu che sia un pampalugo?
Margarita. I ghe l’ha fatta, fio mio, a della zente che ve pol menar a scuola vu, e diese della vostra sorte.
Nicoletto. Cossa voleu che i me fazza?
Margarita. I ve la farà sposar.
Nicoletto. Oh giusto!
Margarita. Varè che casi!
Nicoletto. No la torave gnanca....
Margarita. Gnanca, se i ve dasse una bona dota.
Nicoletto. No la ghe n’ha miga dota.
Margarita. A mi me la contè?
Nicoletto. E no la xe gnanca tanto bella.
Margarita. Oh, no se pol mo gnanca dir che la sia brutta.
Nicoletto. No, no digo che la sia brutta.
Margarita. La gh’ha un bel sesto.
Nicoletto. Oh sì, po, la gh’ha un bellissimo sesto.
Margarita. E la parla pulito.
Nicoletto. De diana, co la parla, la me fa restar incantà.
Margarita. La gh’ha el so merito.
Nicoletto. Sì, che i diga quel che i vol, la xe una putta che gh’ha del merito.
Margarita. Oe compare; v’ho tirà zo pulito mi.
Nicoletto. Cossa? cossa m’aveu tira zoso? de cossa?
Margarita. De gnente.
Nicoletto. Me fe una rabbia.
Margarita. Ma no vegnì rosso.
Nicoletto. Vegno rosso seguro, vegno rosso. Me fe rabbia. No volè che vegna rosso?
Margarita. Per cossa ghe andeu da quella putta?
Nicoletto. Per compagnia ghe vago.
Margarita. Per compagnia de chi?
Nicoletto. Vedeu? Bisogna che sappiè, che sior Gasparo Latughetta... El cognossè sior Gasparo Latughetta.
Margarita. Sì, lo cognosso.
Nicoletto. Vedeu? Sior Gasparo el xe uno che pratica, che cognosse; el m’ha mena elo. Da resto, mi? figureve. Gnanca per insonio.
Margarita. Sior Gasparo xe un zovene che gh’ha el modo, e se el vol, el la pol sposar.
Nicoletto. Sì nevvero? El la pol sposar?
Margarita. Seguro. El gh’ha de l’intrada. El gh’ha negozio impiantà.
Nicoletto. E mi son zovene, no gh’ho impiego; mi no la posso sposar.
Margarita. Ma quella zente, fio mio, la se tacca dove che la pol.
Nicoletto. Credemio che sior Gasparo la sposa?
Margarita. Vu saverè meggio de mi.
Nicoletto. Mi no crederave che el la sposasse.
Margarita. No nevvero?
Nicoletto. Mi crederave de no.
Margarita. Ve despiaserave che el la sposasse?
Nicoletto. Caspita, sè dretta, patrona. Ma gnanca mi no son storto. V’ho capio, vorressi che cascasse zo col brenton. Ma no casco, no casco, perchè no ghe penso, perchè no la xe per mi, perchè vago là... cussì per cerimonia, per compagnia. Da resto... figureve... gnanca per insonio.
Margarita. Gnanca per imaginazion.
Nicoletto. Oh, me deu sto ducato?
Margarita. Sior sì! subito. No lo gh’ho, ma gnanca se lo gh’avesse, ve lo daria.
Nicoletto. Ve n’indormo.
Margarita. Grazie.
Nicoletto. Sentì, savè, no ghe disè gnente a mia mare, che per diana de dia...
Margarita. Cossa me fareu?
Nicoletto. Oe, vedeu sto cortello?
Margarita. El corteletto, patron?
Nicoletto. Siora sì, cossa semio? putei? Me l’ha dà sior Gasparo, e lo so portar, e lo voggio portar, e se parlerè, cospetto, cospetto, cospetto...
Margarita. Bravo!
Nicoletto. No me volè dar sto ducato?
Margarita. No ve vôi dar gnente.
Nicoletto. Sieu maledetta vu, e chi ve calza ct ct Maledetto ti, e chi te imbocca. Se pol dar, che giandussa! el se arleva un bel fior de vertù, che la vaga là la parona, che la gh’ha un bel fio. Poverazza, la strussia, la ranca per i so fioi, e po, tolè suso, la se arleva sta bella zoggia. Ma i putti co i se sa zolar le braghesse, i va fora de casa, i pratica, i sente, i fa, e i dise, e corrèghe drio. Oh quanto che xe meggio aver delle putte!... Vela qua per diana. No so se ghe l’abbia da dir; se parlo, no vorave far pezo. ct ct Barbara. Via, cossa steu qua co una man sora l’altra? de là no ave gnancora forbìo.
Margarita. Vago, vago; ma ghe voleva dir una cossa.
Barbara. Via, disemela.
Margarita. Xelo andà via sior Nicoletto?
Barbara. No, el xe de là che el se veste. So sorella l’agiuta. Poverazza, che ghe fazza quattro ponti in sti maneghetti.
Margarita. Eh, ela almanco no la perde tempo.
Barbara. Imparè, no se sta de bando. Via, cossa me volevi dir?
Margarita. Eh ghe lo dirò, gh’è tempo. La lassa che fenissa de destrigar. (No vorave che el diavolo fasse, che quella peste de putto vegnisse a ascoltar).
Barbara. Se la xe cossa de premura, disela.
Margarita. Ghe dirò... l’aspetta che varda...
Barbara. I batte...
Margarita. Oh sì dasseno, i batte: vago a veder chi è; ghe dirò po, ghe dirò (manco mal, gh’ho gusto). ct ct Barbara. No vorave che custia me domandasse la so licenzia, o che la se mandasse, o che qualchedun la mettesse suso per aver qualche do ducati all’anno de più. Mi no posso véder pezo quanto aver da muar, e véderme in casa ogni terzo dì musi novi. Questa no la xe una cima de donna, ma almanco quel che la fa, la fa volentiera. E quel che me piase, la xe zovene, ma no la xe morosetta. Gh’ho quel putto che el xe una pua, poverazzo, e se ghe fusse una massera barona, la me lo poderave precipitar. Cara la mia zoggia, el xe innocente co fa una colomba. Siestu benedetto. Lassa, lassa, fio mio, che se to mare vive, la farà tanto, che no la te lasserà senza un tocco de pan.
Margarita. Sala chi xe?
Barbara. Chi?
Margarita. Sior’Agnese.
Barbara. Gh’aveu tirà?
Margarita. Siora sì.
Barbara. Ben; che la resta servida. Tolè, tolè, porteghe de là sti maneghetti a mia fia, diseghe che no la vegna, se no la chiamo.
Margarita. Perchè no vorla che sior Agnese la veda?
Barbara. No stè a cercar altro; a vu no v’ho da render sti conti.
Margarita. Via, via, la me compatissa.
Barbara. Xelo andà via Nicoletto?
Margarita. Siora sì.
Barbara. El sarà andà da so santolo.
Margarita. Eh siora sì, da so santola.
Barbara. Santola? So santolo no xe miga maridà.
Margarita. Eh lo so.
Barbara. Cossa diseu donca?
Margarita. La me xe scampada.
Barbara. Oh, no me stè a metter pulesi in testa.
Margarita. Oh giusto. Vela qua sior’Agnese.
Barbara. Se savè qualcossa, parlè.
Margarita. No dasseno gnente. (Per adesso no ghe voggio dar sto travaggio). ct ct Barbara. Ste strambe le parla, e no le sa quel che le se diga. La m’aveva fatto vegnir al mio caldo. Ma no gh’è pericolo. So chi el xe Nicoletto.
Agnese. Padrona, siora Barbara.
Barbara. Sior’Agnese, padrona. Che miracolo?
Agnese. Cossa disela? Son vegnua a darghe incomodo.
Barbara. De diana! la recevo per una finezza.
Agnese. Ch’aveva proprio voggia de vederla.
Barbara. Anca mi dasseno. Ma mi, la sa che non vago mai fora della porta.
Agnese. Eh, nualtre povere vedoe avemo fenio.
Barbara. Oh cara siora Agnese, ela no s’ha da metter co mi. Ela no la gh’ha fioi, e la gh’ha el so bisogno; ma mi, poverazza, son qua con do creature da mantegnir, e no me vergogno a dirlo, bisogna che strussia e che strolega a mantegnirli con un pochetto de civiltà, e bisogna misurarla ben, e no se se pol cavar una voggia, e no se se pol tor un spasso, un devertimento; e no gh’ho gnanca un fià de tempo da trarme qualche volta al balcon.
Agnese. E sì, in bon ponto lo posso dir, la xe qua bella, fresca, in ton, che la fa voggia.
Barbara. Ghe dirò: mi no me togo travaggio de gnente. Za che ho da far, tanto fa che fazza de bona voggia. Poveretta mi, se lo fasse mal volentiera. Digo: el ciel me vuol per sta strada, sia fatta la so volontà. Cosa s’ha da far? Co ho fatto i fatti de casa, me deverto col laorier, rido coi mi fioi, rido co la massera. Gh’ho un gatto po, gh’ho un gatto che el xe el mio Buffon; se la vedesse che cara bestia. Dov’estu miso, mascarin?
Agnese. Mo siela benedetta, co sto bel temperamento. In verità, la fa invidia.
Barbara. Oh da mi, fia mia, no ghe xe gnente da invidiar.
Agnese. Ghe scometto mi, che ghe sarà de quelli che gh’averà otto o diese mille ducati d’intrada, che no i gh’averà el cuor contento, come che la gh’ha ela.
Barbara. Certo che a sto mondo no sta ben chi no xe contenti. Per mi, ghe zuro, me contento de tutto. Me sta sul cuor ste do povere creature. Una putta da maridar, e un putto che (no fazzo per dir), ma el xe una perla. Xe un pezzo che no la lo vede mio fio?
Agnese. Cossa sarà? Tre o quattro zorni.
Barbara. Cossa disela, che bon sesto de putto?
Agnese. Sì, dasseno, el par un zentilomenetto.
Barbara. E bon, sala; bon, che ghe prometto mi, che de quella bontà se ghe ne trova pochi. Sì ben; al dì d’ancuo andelo a trovar un putto de disdotanni, che staga sotto ubbidienza, che vegna a casa a bonora, che no gh’abbia pratiche, che no vaga in nissun liogo senza domandarme licenza, che se contenta de star senza un bezzo in scarsella. Lu no beve un caffè, se mi no ghel pago, lu no va mai a un teatro, se nol vien con mi, una volta l’anno; nol sa zogar; nol cognosse gnanca le carte. E, sì, sala? no la creda miga che el sia un alocco. El gh’ha una testa, che el so maestro no gh’a- veva altro che dir: el xe sta principe, el xe sta imperator. Siora sì.
Agnese. Cossa fala conto de targhe far a sto putto?
Barbara. Ghe dirò, se gh’avesse el modo, lo vorria far far l’avvocato; ma ghe vol delle spese, ghe vol del tempo, e po i xe tanti, che tutti me desconseggia. Ho pensà una de ste do per adesso, o sottofattor, o in mezzà d’un marcante.
Agnese. Saravelo bon per fattor?
Barbara. De diana! cossa disela? Se la lo vedesse a far conti. Lu in t’un momento xe capace de far un conto, che qualchedun no lo farave in tre ore.
Agnese. Ma no basta miga saver far conti.
Barbara. Oh siora sì; per comprar, per vender, per ordenar, el xe un oracolo! In casa mia, poveretta mi se nol gh’avesse elo. Lu me scuode, lu va, lu vede, lu fa tutto. Co ghe digo, tutto, tutto.
Agnese. Gh’ho gusto dasseno. No ghe mancherà qualche bon incontro.
Barbara. La diga, sior’Agnese, gh’ala fattor ela?
Agnese. Siora sì; gh’ho quello che serviva el mio povero mario. El me l’ha raccomandà, e no lo posso licenziar. Daresto in verità, siora Barbara, lo torave mi quel putto.
Barbara. La lo toga per sottofattor.
Agnese. Magari. Ma el fattor, védela, el gh’ha so fio con elo, no ghe xe caso.
Barbara. De diana, son ben sfortunada.
Agnese. La lassa, che vederemo de trovar qualcossa. La lo manda da mi sior Nicoletto. La ghe diga che el me vegna a trovar.
Barbara. Siora sì, da ela lo lasserò vegnir volentiera.
Agnese. Xe peccà che un putto de quella sorte no gh’abbia del ben.
Barbara. El xe zovene; vegnirà la soa.
Agnese. Quanti anni gh’alo?
Barbara. Disdotanni fenii ai dodese del mese passà.
Agnese. Giusto i anni che m’ho maridà mi.
Barbara. Vardè co presto che la xe restada vedoa.
Agnese. Ma! cossa disela? Ghe vol pazenzia.
Barbara. La se tornerà a maridar.
Agnese. Chi sa? poi esser anca de sì. Ma se stenta tanto a trovar de star ben.
Barbara. Ela, védela, tra quel che la gh’aveva, e quel che gh’ha lassà so mario, la sta da regina, e no la conseggio, se la se torna a maridar, a cercar grandezze de più de quel che la gh’ha. Basterave che la trovasse uno che ghavesse voggia de far ben, che no ghe magnasse el soo, e che ghe volesse ben. Sora tutto, che ghe volesse ben, e poder dir: son parona mi, no dependo nè da madonna, ne da missier; mio mario conosse la so fortuna da mi; e goderselo in santa pase, e no cercar Maria per Ravenna. Si anca dasseno, che se fusse in ela, farave cussì.
Agnese. Bisognerave che trovasse uno che vegnisse a star in casa con mi.
Barbara. Oh, la ghe ne troverà de quei pochi.
Agnese. Bisognerave che nol gh’avesse ne padre, nè madre.
Barbara. Per cossa? Mi, védela, se a mio fio ghe capitasse una de ste fortune, ghe lo daria a man basada. Ghe voggio ben; ma gnanca per questo no ghe impedirave de andar in casa de so muggier. Oh siora no, siora no; magari ghe capitassela.
Agnese. Cossa xe de siora Giacomina? Cossa fala? Stala ben?
Barbara. Oh siora sì, la sta ben, la la vederà. (Oh, la me va fora de carrizada).
Agnese. Se poderave darghe un baso in scampar?
Barbara. Vorla andar via? Gh’ala tanta pressa?
Agnese. Bisogna che vaga, perchè gh’ho la donna co mi, e a casa xe ancora da far i letti, da scoar, da far de tutto.
Barbara. Che la manda a casa la donna, e che la resta un pochetto con mi. Via, cara ela, la se cava zoso.
Agnese. Chi vorla po che me compagna?
Barbara. La compagnerà mio fio. El xe un ometto, sala. El xe el mio cavalier servente.
Agnese. Ghe xelo sior Nicoletto?
Barbara. No pol far che el vegna. El xe andà da so sior santolo.
Agnese. Da so sior santolo?
Barbara. Siora sì; da mio compare Ventura.
Agnese. La diga, cara siora Barbara, la compatissa la curiosità. Sto sior santolo gh’alo putte in casa?
Barbara. Oh no, la veda. Mio compare Ventura no xe maridà, nol gh’ha sorelle, nol gh’ha nissun. Oh, se la savesse che omo che el xe! Le donne nol le pol nè veder, nè sentir; el xe un omo da ben, che fa delle carità, e Nicoletto, per farse voler ben, no ghe xe altrettanto; che mignognole che el ghe fa! cosse in verità da magnarlo, da magnarlo in verità, da magnarlo.
Agnese. (Pol esser che no sia vero quel che me xe sta ditto).
Barbara. Per cossa m’ala domanda, se ghe xe putte da sior Ventura?
Agnese. Gnente, cussì; me xe vegnù sto pensier.
Barbara. (Per diana, che gh’ho bona speranza).
Agnese. Valo in altri loghi sior Nicoletto?
Barbara. Oh mai. Nol va mai in nissun logo.
Agnese. Xela segura?
Barbara. Son segurissima. Nol fa un passo, senza che mi lo sappia.
Agnese. Vardè, quando che i dise, che ghe xe delle male lengue.
Barbara. O poveretta mi! ali ditto qualcossa de mio fio?
Agnese. Giera sta ditto che el gh’aveva una pratica, che l’andava da una putta....
Barbara. Dove? quando? chi l’ha ditto?
Agnese. No so po gnente più de cussì.
Barbara. Oh care le mie raìse! élo putte? élo pratiche? Se la savesse, sior’Agnese! se la savesse cossa che l’è innocente. Nol sa gnente, sala, gnente a sto mondo; no ghe dirò altro, che l’altro zorno l’ha ditto che el voleva sposar so sorella. Ghe disela innocenza a questa?
Agnese. Sì, sì, la xe innocenza, ma la xe una voggia de maridarse.
Barbara. Baroni, sior’Agnese, baroni; i se inventa per far far del mal alla povera zente. I vede che sto putto xe de bon sesto, i sa che sior’Agnese me vol ben a mi, e no ghe vol mal gnanca a élo, che éla xe vedoa, che lu xe da maridar. Tolè suso, i mette mal, per paura che un zorno.... me capissela?
Agnese. In verità la me fa da rider.
Barbara. Cara èla, la se cava zoso.
Agnese. Via, no voggio descontentarla.
Barbara. La vegna qua; la lassa far a mi. Vardè che tocco! mo vardè che ciera! Oh, se me toccasse una niora cussì, mio fio el poderave ben dir d’esser nassù colla camisetta.
Agnese. Vago a dirghe a la donna, che la vaga a casa.
Barbara. La la chiama.
Agnese. No no, gh’ho da dir una cossa; con grazia.
Barbara. La senta, la ghe vaga a far una burla a mia fia.
Agnese. Dove xela?
Barbara. In te la so camera.
Agnese. No vorave che la disesse, che me togo troppa libertà.
Barbara. Ste cosse la dise? No xela parona de casa? No sala che tutti ghe volemo ben? Tutti sala? Tutti, ma tutti, me capissela.
Agnese. Mo che morbin che la gh’ha.
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The end
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