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La presente Commedia di tre Atti in prosa fu rappresentata per la prima volta in Venezia nell’Autunno dell’anno 1755.
Indice
Lettera di dedica
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LLORA quando (Nobilissima Dama) mi venne in pensiero di dare al pubblico una Commedia sulla immagine di una Buona Famiglia, desiderai con quest’opera più di giovare, che di piacere, ed impiegai ogni studio per innamorare gli spettatori di quella pace amenissima, che fra i legami dell’onesto amore e del sangue mantiene la vera felicità. Durai non poca fatica nell’immaginare i caratteri all’argomento proporzionati, mentre sendo io accostumato valermi in altre occasioni di quei difetti, di quelle virtù, che praticare ho veduto, non mi è riuscito in allora fissare l’occhio in alcuna Famiglia, che per la vera bontà di tutti quelli che la compongono, servisse a me di prototipo, per agevolarmi l’impresa. Non è facile trovare al mondo in una casa medesima tante persone buone, che tutte contribuiscano alla comune tranquillità; ed una sola che abbia l’animo diversamente inclinato, basta a rompere quella catena che è opera solo della concordia; laonde ho dovuto figurarmi da me medesimo tante virtuose persone in una sola casa raccolte, le quali per l’uniformità dei pensieri, e delle ottime inclinazioni, e del vicendevole amore e rispetto, servissero altrui d’esempio, e un’idea proponessero della Buona Famiglia. Se prima di comporre una tal Commedia, avessi avuto la sorte che posteriormente ho ottenuta, di conoscere internamente la virtuosa Famiglia di V. E., avrei avuto più largo campo di tessere il mio disegno, e provveduto mi avrei di que lumi che suggerire non mi ha potuto lo scarso ingegno, senza temere che mi venisse imputato aver io scelto un soggetto fantastico e immaginario. Godea soltanto in allora la protezione umanissima del fu eccellentissimo Signor Francesco, Cognato di V. E., il quale per la vera bontà di cuore, per la dolcezza de’ suoi costumi, e per le belle virtù dell’animo e del talento, lasciò morendo di sè gloriosa memoria, ed un perpetuo dolore nell’animo de’ suoi servidori ed amici. Fra gli altri innumerabili beneficj, che da esso benignissimo Cavaliere confesso aver riportati, singolarissimo è quello di aver io col suo mezzo acquistato il patrocinio di V. E., quello dell’amabilissimo di Lei Figliuolo, e di tutta la Nobilissima di Lei Famiglia. Dopo ch’io ebbi l’onore di essere ammesso a frequentare la di lei Casa, dissi fra me medesimo con esultanza: Non è un poetico sogno l’immagine di una virtuosa Famiglia; venga fra queste mura chi vuol vederne l’esempio. Ecco una Madre, che all’antichissima nobiltà de’ natali accoppiando le più belle virtù, sa preferire ad ogni altro bene la domestica pace. Ecco una Dama, che fu la delizia del caro Sposo fin ch’egli visse, e colla sua prudenza, e coll’ammirabile suo talento, non cercò che di accrescere la di lui gloria, viva rimanendo ancora la ricordanza ossequiosa del di Lei nome nella Città di Bergamo, ove l’Eccellentissimo Signor Gio. Antonio, dì Lei Consorte, sostenne gloriosamente il sublime carico di Pubblico Rappresentante. Ecco (riflettea con ammirazione) ecco un’amorosa tutrice de’ suoi Figliuoli, rimasta sola nel grande impegno di bene educarli in quell’età in cui prossimi essendo a dover figurar nel gran Mondo, possono contribuire più dei Collegi e dei Monisteri gli esempi e gl’insegnamenti di sì gran Madre, da forte zelo e da vero amore animata. Due Figlie femmine ed un solo Maschio sono presentemente le sue delizie. Ella è intieramente sagrificata al dolce peso di così cara Famiglia. Altro non cura che il solo bene, che la vera gloria de’ suoi Figliuoli; attenta a promovere i loro nobili avanzamenti, sa concedere ad essi quegli onesti piaceri che al loro grado convengono, ed obbligarli a rinunziare da per se stessi a tutto quello che, quantunque si tolleri nel gran Mondo, non sembra degno di lode. Sa farsi obbedire senza fatica, rispettar senza tema, ed amar senza abuso. Bella cosa è il vederla in mezzo a’ suoi cari Figli far con essi la sua piacevole conversazione, andar con essi (talvolta ancora di malavoglia) a qualche onesto divertimento, sagrificando il proprio comodo al piacer loro, e prendere dalla compiacenza di essi quell’interno diletto che per se medesima altrimenti non sentirebbe. Ma questo è il meno delle sue amorose attenzioni; Ella è l’ammirabil direttrice del Patrimonio ricchissimo della Famiglia, e con provvida incessante cura nulla perde di vista che giovar possa al decoro, all’utile, allo splendore del loro grado e delle loro fortune. Ella per altro ha tutta la ricompensa che può bramare alla grand’opera dell’amor suo, ed ha occasione di benedire le sue attenzioni, per quella esemplare obbedienza e rassegnazione, che alla venerabile sua Genitrice usa incessantemente il dolcissimo e rispettoso Figliuolo. L’Eccellentissimo Signor Paolo Baglioni, unico rampollo della Nobile sua Famiglia, in una età nella quale pur troppo soffrono mal volontieri i giovani pari suoi il giogo de’ Genitori, tratto dalla schiavitù del Collegio alla libertà delle domestiche mura, senza l’autorevole Voce del Padre, retto soltanto dal dolce freno dell’amabile Genitrice, sa ben discemere co’ suoi talenti la fortuna di una tal Madre, e lungi dallo scostarsi da’ suoi consigli, serba ad essa tanto rispetto e tanta obbedienza, che si reputerebbe infelice, se per avventura foss’ei capace renderle un dispiacere. Egli è docile per natura, tenero ed amoroso di cuore, e questo è merito del di Lei sangue, che lo ha nelle proprie viscere fecondato; ma le Virtù che lo adomano, sono effetti mirabili della di Lei attentissima educazione. Per verità, basta conoscerlo per amarlo; Egli è nemico della vanità, dell’ostentazione, ma sa conoscere i doveri dell’uomo e quelli del Cavaliere. È liberale, è cortese, ma non sa uscire dai confini della prudenza; ama i piaceri onesti con sobrietà; è amico de buoni, e si compiace dell’altrui bene. Fortunata potrà chiamarsi quella illustre Donzella, che ad Esso il Cielo avrà destinata in Consorte. Egli è il solo che può promettere la propagazione della Nobile sua Famiglia, e rinnovare la Fama di que’ Baglioni, che sin nel secolo XIV illustrarono colle loro vittorie le armi di questa eccelsa Repubblica, ed empierono l’Italia tutta del loro nome. Al merito de’ suoi Natali, a quello delle sue ricchezze, aggiungesi in alto grado il sommo merito della bontà de’ costumi suoi, e non gli può esser discaro, ch’io ne attribuisca la gloria alla di lui ammirabile Genitrice. Ella con pari zelo, e con attentissima cura, va preparando il cuore delle dolcissime Figlie, ad incontrar quel destino che ad ambedue avranno i Cieli fissato.
Non è lontana da esse quella stagione, in cui sogliono le Fanciulle svelare modestamente l’inclinazione del loro animo. L’amorosa loro Genitrice è dispostissima a secondarle, e le massime ch’ella ha finora istillate loro nel cuore, potranno renderle in ogni stato felici. Tanto il Mondo che il Chiostro abbisognano di prudenza, di rassegnazione, di tolleranza; da pertutto si trovano dei malagevoli incontri da superarsi, e le Virtù generali servono di lume e di scorta in qualunque grado di vita. Queste illustri Figliuole mostrano nella dolcezza del loro volto la candidezza del cuore; e la rispettosa obbedienza che usar costumano ai materni voleri, fa sperar certamente un’eguale rassegnazione al piacer dello Sposo, o ai doveri del Monistero.
Può dunque dirsi a ragione. Nobilissima Dama, che fra le vostre pareti trovisi la Buona Famiglia, e s’io non ebbi tempo di raccogliere da essa le traccie del mio argomento, permettetemi almeno che a Voi consacri quest’opera, a Voi soltanto dovuta; l’esempio vostro potrà smentire coloro che mi hanno imputato un’invenzione chimerica. I fatti nella mia Commedia introdotti non convengono al grado vostro, ma le massime che vi ho sparse, quella Vera bontà di cuore che faccio in tutti quelli della Buona Famiglia risplendere, conviene a Voi perfettamente, ed ai virtuosi Figliuoli vostri.
Iddio Signore, che vi ha finora nei cari Figli felicitata, rendervi egualmente nei frutti loro contenta, e lunga età vi preservi, per continuare ai Nepoti la medesima scorta nel sentiero della Virtù; ed aumentandosi la vostra illustre Famiglia, si moltiplichi l’onore di questa Patria, la gloria del vostro sesso, e la consolazione degli ammiratori del vostro merito, fra’ quali ossequiosamente m’inchino.
Di V. E.
L’autore a chi legge
ct ct.
ABENT sua sidera lites sogliono dire i Forensi, e con questo bel detto si scusano spesse volte d’aver perduta la causa. Hanno, dirò io pure, le Commedie ancora le loro costellazioni. In fatti, per detto comune di tutti, non dovea la presente Commedia aver quell’esito poco felice, ch’ella ebbe la prima volta che fu in Venezia rappresentata. È vero ch’ella non è molto brillante, ma alquanto seria; però non manca del suo ridicolo, e ne ha tanto che basta per l’argomento di cui si tratta. Io non soglio mai difendere le cose mie, quando le veggo disapprovate; ma questa posso difenderla francamente, perchè di essa ho avuto parecchie congratulazioni da persone che contano, e che possono ammaestrarmi. Mi hanno detto che la mia Buona Famiglia non ha in se stessa verun difetto, che l’azione è perfetta, che l’argomento è nobile, istruttivo, morale; la condotta assai ragionevole, i caratteri naturali, e il fine della Commedia ottimo ed esemplare. Io non dirò che ciò sia tutto vero, poichè a me il dirlo non istà bene; ma lascierò giudicarla al Lettore. Dirò soltanto, che per farla scomparir sulle Scene la prima volta, molti accidenti si sono uniti, ed ecco le costellazioni della povera sfortunata. Mancarono in quell’anno dalla Compagnia due personaggi essenziali: una prima Donna, ed un soggetto di caricature. Se ne fuggirono all’improvviso, e non essendovi altra cosa in pronto per la prima sera, si dovette far questa cambiando le parti, e adattandole ad altri, a’ quali convenivano meno. Fu reclutato per necessità un personaggio nuovo, che Dio lo benedica, e gli faccia fare qualche altro mestiere. In progresso, alle altre opere mie in quell’anno prodotte la Compagnia supplì valorosissimamente, ma per questa non vi fu tempo di regolarla. Quando una cosa è riuscita male la prima volta, non si rimette mai più in concetto.
Il pubblico in Venezia l’ha disapprovata in principio, e ha continuato a stimarla poco; ma io, con riverenza di quelli che me la sprezzano, amo più di attaccarmi a quelli che me la lodano; sia verità, sia amor proprio, non so che dire.
Personaggi
ct ANSELMO vecchio.
FABRIZIO, figliuolo di Anselmo.
COSTANZA, moglie di Fabrizio.
ISABELLA | rowspan=2 valign="middle" | |rowspan=2 valign="middle"|figliuoli di Fabrizio e Costanza.
FRANCESCHINO
RAIMONDO, amico di casa di Anselmo.
ANGIOLA, moglie di Raimondo.
LISETTA, serva di Costanza.
NARDO, servitore di Anselmo.
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Atto I
fi ct ct ct Isabella. Come è bello questo lino, signora madre.
Costanza. Vuol venire una bellissima tela.
Isabella. Mi par mill’anni che si dia a tessere.
Costanza. Sollecitatevi a dipanare.
Isabella. Ne ho dipanato quattro matasse, e non è un’ora che Lisetta mi portò l’arcolaio.
Lisetta. Ed io, dopo che son levata, ho empito un fuso.
Costanza. Vi siete portate bene. Vi meritate la colazione.
Isabella. Da noi non si fa come dalla signor’Angiola, che dormono sino a mezza mattina.
Costanza. Via, badate a voi e non dite degli altri. Fate quello che vi si comanda di fare, e basta così. Cosa potete voi sa- pere in casa della signor’Angiola, se si dorma o si vegli? e se dormono la mattina, veglieranno la sera; e faranno in due ore più di quello forse che si fa da noi in una giornata intiera. Delle persone si ha sempre da pensar bene, figliuola. Ve l’ho detto altre volte, non voglio nè che si dica, nè che si pensi mal di nessuno.
Isabella. In verità, signora, io non ho detto per dir male. Buon prò faccia a chi leva tardi. Per me, quando è giorno, non ci starei nel letto, se mi legassero.
Lisetta. Certo, appena vede uno spiraglio di chiaro dalla finestra, mi desta, e si vuol alzare. Qualche volta, per dir il vero, mi alzo per compiacerla, che sono ancor cascante di sonno.
Isabella. Ci ho gusto io a vederla un po’ sbadigliare.
Costanza. In tutte le cose ci vuole moderazione. Alzarsi presto va bene, perchè quello che non si fa la mattina per tempo, non si fa più; ma la natura vuole il suo riposo. Quando le notti son lunghe, va bene il levarsi col sole; ma quando son corte, conviene starci qualche ora di più. La povera Lisetta va a coricarsi dopo degli altri; lasciatela dormire un’ora di più, se qualche volta è assonnata.
Lisetta. Eh no, no, signora; ho piacere di levarmi presto, e di fare le faccende grosse di casa, prima che sia levata la mia padrona; e la padroncina non voglio che si vesta da sè, voglio io pettinarla, assettarle il capo, vestirla e farla bella la mia padroncina d’oro, che le voglio tutto il mio bene.
Isabella. Cara la mia Lisetta, compatitemi se vi desto; non lo faccio per farvi dispetto, anzi se qualche mattina non vi sentite bene, sapete quel che v’ho detto: son pronta a far io le faccende di casa, se non le potete far voi.
Costanza. Brava, ragazza, così mi piace: umiltà, buon amore, carità per tutti.
Lisetta. Oh signora padrona! davvero può ringraziare il cielo d’aver due figliuoli che sono la stessa bontà.
Costanza. Sì certo, lo ringrazio di cuore. Anche Cecchino è un ragazzo di buona indole, che mi fa sperare d’averne consolazione. Lisetta. Ma! quando la madre è buona, anche i figliuoli riescono bene.
Costanza. No, Lisetta, io non ci ho merito nessuno. Il cielo ha dato loro un temperamento sì docile, che con poca fatica si allevano bene.
Lisetta. Eh signora, se non fosse il buon esempio che loro date...
Costanza. Circa al buon esempio, non hanno da guardar me che ho dei difetti moltissimi, ma il padre loro, che è tanto buono, e l’avolo, che è il più amabile, il più esemplare vecchietto di questo mondo.
Isabella. Voglio tanto bene io al signor nonno.
Lisetta. Ed egli ne vuol tanto alla sua cara nipote.
Costanza. Certo, posso dire d’esser venuta in una casa, dove tutto spira bontà. Dal marito e dal suocero non ho mai avuto un menomo dispiacere; non cercano che di contentarmi.
Lisetta. Ma ci vuol poco a contentar lei, per altro.
Costanza. Eppure potrebbe darsi, che se avessi a fare con gente aspra ed ingrata, mi venissero di quelle voglie che ora non ho. Che importa a me di certe pompe, di certi divertimenti, se in casa mia godo la vera pace, che è il maggior piacere e la maggior ricchezza di questo mondo?
Lisetta. Oh, questo poi è verissimo. Anch’io, che nelle altre case dove ho servito non vedeva l’ora di andarmi un po’ a divertire, qui non mi vien mai voglia d’escire. Il maggior piacere ch’io possa avere, è allora quando li vedo tutti uniti, o a tavola, o dopo tavola in conversazion fra di loro. Oh! questa sì davvero può dirsi che sia una buona famiglia. Prego il cielo che alla signora Isabellina tocchi una fortuna simile, se il cielo la chiamerà per la strada del matrimonio.
Costanza. È ancora presto di parlare di queste cose.
Isabella. Dove volete ch’io vada per istar meglio di qui? Fino che la signora madre mi vuole, non vi sarà dubbio certo ch’io me ne vada.
Costanza. Non avete d’aver riguardi, figliuola mia: avete da fare tutto quello che il cielo vi suggerisce; ma non vi fidate di voi medesima nella scelta dello stato, nè di me, nè di quelli che vi amano, perchè l’amore ci potrebbe far travedere. Consigliatevi con persona saggia, indifferente, dabbene.
Isabella. Oh! ecco il signor nonno.
Lisetta. Ci farà ridere un poco. Il gran buon vecchio! Proprio gli si vede la bontà negli occhi.
Costanza. La quiete di animo, figliuola, è quella che rende gli uomini allegri; quando vi sono de’ rimorsi, il viso non può mai esser sincero. ct ct Anselmo. Buon giorno, figliuole care, buon giorno.
Costanza. Buon giorno a lei, signor suocero; ben levato.
Isabella. La mano, signor nonno.
Anselmo. Il ciel vi benedica, la mia gioja.
Lisetta. Anch’io, signor padrone.
Anselmo. Sì, anche voi, cara.
Costanza. Ha riposato bene?
Anselmo. Benissimo, grazie al cielo, benissimo. Fabrizio è fuori di casa?
Costanza. Sì signore, è sortito presto stamane.
Anselmo. Ma perchè andar fuori senza dirmi niente? È pur solito ogni mattina, prima d’escire, di venire a salutar suo padre.
Costanza. Ha dovuto andar di buon’ora da un avvocato, per una certa differenza che ha con un altro mercante.
Anselmo. Poteva ben venire a dirmi qualche cosa.
Costanza. Ha pensato che vossignoria dormisse, e non ha voluto destarlo.
Anselmo. Non importa; ancor ch’io dorma, ho piacere che mi desti e mi dia il buon giorno, prima di escir di casa. Lascio per questo la porta aperta, e il mio figliuolo, finchè vivo, ho piacer di vederlo. È andato dunque per una lite? Costanza. Certo, signore, stamattina è stato avvisato che quel mercante, che ieri gli ha promesso quella partita di cere, ha trovato di migliorar il negozio con altri, e vuol mancar di parola.
Anselmo. E per questo vuol far lite Fabrizio? No, per amor del cielo; s’aggiusti, se può, con reputazione, ma non faccia lite. E Cecchino dov’è? E andato ancora alla scuola?
Costanza. Non signore, è di là che fa la lezione.
Anselmo. Voleva dire, che fosse andato senza baciarmi la mano! Quando ha finito la sua lezione, ho una cosa da dargli.
Isabella. E a me, signor nonno?
Anselmo. Anche a voi, se la meritate.
Isabella. La merito io, signora madre?
Costanza. Non so...
Lisetta. Eh, la merita sì, la merita. Quattro matasse ha dipanato stamane.
Anselmo. Quattro matasse? Brava.
Isabella. E faremo la tela, e faremo delle camiscie al signor nonno.
Anselmo. Oh tenete, che vi voglio dare una cosa buona.
Isabella. Davvero?
Anselmo. Ecco un pezzo di torta con il candito.
Isabella. Oh buona!
Lisetta. E a me?
Anselmo. Te la meriti?
Isabella. Signor sì. Ha empito un fuso a quest’ora.
Anselmo. Ce ne sarà anche per te dunque della torta. ct ct Franceschino. E a me niente?
Anselmo. Ah briccone, hai sentito l’odore eh?
Franceschino. Ho sentito ch’era qui il signor nonno, son venuto a baciargli la mano.
Anselmo. Tieni. Ti piace la torta?
Franceschino. Mi piace. Isabella. Anche a me mi piace.
Anselmo. Aspettate; prima a vostra madre.
Costanza. Obbligata, signor suocero, non posso mangiare a quest’ora.
Anselmo. Un pochino solo.
Costanza. Per aggradire ne prenderò un pochino.
Anselmo. L’ho fatta fare a posta; tenete. Questa a voi. Prima al maschio. Questa a voi. Questa a Lisetta; e questa a me.
Costanza. E per mio marito, poverino, niente?
Anselmo. Oh povero me! me l’era scordato. Non gli dite niente, che me l’avessi scordato. Gli serberò questa.
Costanza. Io, io gli serberò questa.
Anselmo. No, mangiatela, che gliene serberò della mia.
Costanza. In verità, gli do la mia volentieri.
Anselmo. Poverina! siete pure amorosa. Mio figlio può ben dire aver avuto la grazia d’oro, avendo trovato una sì buona moglie.
Costanza. Io, signore, non era degna d’averlo.
Franceschino. Vado alla scuola, signora madre.
Costanza. Andate, che il cielo vi benedica.
Anselmo. Nardo. ct ct Nardo. Signore.
Anselmo. Accompagnate questo ragazzo alla scuola. (E badate bene, che per la via non si fermi a guardare le bagattelle, che non si accompagni con qualche cattivo giovane).
Nardo. (Non vi è pericolo, signore. Egli non tratta mai con nessuno. Va per la sua strada, e non vede l’ora di arrivare alla scuola. Io poi, quando altro facesse, non lo lascierei fare a sua voglia).
Anselmo. Bravo, Nardo. Tieni, un po’ di torta a te pure.
Nardo. Grazie, signore. Anselmo. Che tutti godano; di quel poco che c’è, che tutti abbiano la parte loro. Siamo tutti di carne; e dice il proverbio, che le gole sono tutte sorelle. Via, andate, e portatevi bene.
Franceschino. Non lo sa, signor nonno, che alla scuola sono l’imperatore?
Anselmo. Sì, lo so; bisogna conservarsi il posto, veh.
Franceschino. Certo, se voglio avere il premio.
Costanza. Ne ha avuti quattro de’ premi Cecchino.
Isabella. Ed io che premio averò, quando sarà fatta la tela?
Anselmo. Eh, a voi ne preparo un bello de’ premi.
Isabella. Davvero? Che cosa mi prepara di bello?
Anselmo. La saprete un giorno.
Isabella. Quanto pagherei di saperlo adesso.
Anselmo. Eh, curiosità! Basta... voglio anche soddisfarvi. Andate alla scuola voi, che non facciate tardi.
Franceschino. Eh signore, vado. Non importa a me di sentire. Il signor maestro m’ha detto che non bisogna essere curiosi. Le voglio bene alla sorellina. La mano, signor nonno. La mano, signora madre. Ho piacere io, che mia sorella abbia dei regali. Quando sarò grande, le voglio fare un busto, una gonnella e un paio di scarpe ricamate d’argento. ct ct Costanza. È amorosissimo quel ragazzo.
Anselmo. È figlio di buona madre.
Costanza. Ha tutte le massime di suo padre.
Isabella. E così, signor nonno, che cosa mi prepara di bello?
Anselmo. Vi dirò, figliuola mia, è vero che avete padre e madre che non vi lascieranno mai mancar niente, e un fratello da cui col tempo potete sperare assai; ma io non voglio che nessuno abbia da incomodarsi per voi. Non si sa come andar possano le cose di questo mondo. Ho avuto un’eredità mia particolare di diecimila scudi: questi gl’investo in un capitale in nome vostro, con condizione che i frutti vadano in aumento del capitale, fino che siete in grado di prender stato.
Costanza. Caro signor suocero, questa è una gran bontà che avete per il vostro sangue.
Lisetta. Mi fa piangere per tenerezza.
Isabella. E se io non avessi volontà di escir di casa, ho da perdere dunque?
Anselmo. Io questo caso... cara Isabellina, non voglio mica che perdiate il frutto dell’amor mio. In età di trent’anni, se non siete ancor collocata, lascierò che possiate disporre.
Isabella. Disporrà il signor nonno.
Anselmo. Eh, io non ci sarò più, figliuola.
Isabella. Signor sì che ci ha da essere.
Anselmo. Sono un pezzo in là, cara... Basta, non parliamo di malinconie; fino che vuole il cielo, e niente di più... ct ct Anselmo. Oh Fabrizio, figlio mio, siete qui eh?
Fabrizio. Perdonatemi, se sono uscito senza venirvi a riverire; parevami troppo presto.
Anselmo. Non me la fate più questa. Venite, se fosse di mezza notte.
Fabrizio. Favorite.
Anselmo. Tenete. (Ehi! la signora Costanza ha una cosa buona da darvi).
Fabrizio. È egli vero? Che cosa ha di buono mia moglie da regalarmi?
Costanza. Un po’ di torta donatami da vostro padre.
Anselmo. Non ha avuto cuor di mangiarla senza di voi.
Fabrizio. Vi ringrazio del buon amore. Mangiatela voi per me.
Costanza. Io no; è vostra.
Fabrizio. Datela a Isabellina. Costanza. Ne ha mangiato abbastanza. Non vo’ che le faccia male.
Isabella. Mi desta i bachi la roba dolce.
Anselmo. Via, date qui. Se nessuno la vuole, la mangerò io.
Lisetta. Io non ho detto di non volerla.
Anselmo. Ghiotta! metà per uno.
Lisetta. Grazie, signor nonno.
Anselmo. Tutti mi dicono nonno. Anche fuori di casa, quando arrivo dallo speziale, dal libraio, da mio compare, mi dicono il nonno. Ma io non me ne ho a male: lo dicono per amore. Fabrizio, è egli vero che siete andato per una lite?
Fabrizio. Non è lite, se vogliamo; ma mi vogliono mancar di parola, ed io intendo che mi si mantenga il contratto.
Anselmo. Non litigate, per amor del cielo; che all’ultimo, ancor che vi diano ragione, tutto il guadagno anderà nelle spese. Mangiamoci in buona pace quello che abbiamo, che per grazia del cielo ci basta, e non istiamo da noi medesimi a procurarci delle inquietudini per avere di più.
Fabrizio. Questa volta c’entra un po’ di puntiglio, per dir il vero.
Anselmo. No, no, puntigli; no, figliuolo mio, non abbadate a puntigli. Se ci avessi badato io ai puntigli, non sarei arrivato a quest’età, grazie al cielo, sano e robusto come mi trovo. Se vi fanno un insulto, una soverchieria, la vergogna è sempre di loro. Quando il mondo sa che siete un galantuomo, che non meritate di essere trattato male, peggio per quelli che vi fanno la cattiva azione. Che vi può fare il puntiglio? Scaldarvi il capo e mettervi dalla parte del torto. Volete illuminare e convincere chi vi fa del male? Date loro tempo di riflettervi sopra: credetemi, che le coscienze sono giudici di se medesime, e presto o tardi, chi opera male s’ha da pentire d’averlo fatto.
Costanza. Ascoltatelo bene vostro padre, che in verità non può dir meglio di quel che dice.
Fabrizio. Ho sempre fatto a modo vostro, signore, e me ne son trovato contento. Lo farò ancora nell’avvenire. Se l’amico mi manca di parola, pazienza. Il danno non è gran cosa, e la piazza già lo condanna.
Anselmo. Bravo, che tu sia benedetto.
Isabella. È picchiato all’uscio, mi pare.
Lisetta. Andrò a vedere. ct ct Anselmo. Mangiamoceli noi i denari che ci avrebbono a mangiar le liti. Questa sera ha da venirmi a trovar mio compare collo speziale e il dottore. Volete voi Fabrizio che diamo loro un po’ di merenda?
Fabrizio. Non siete voi il padrone, signore?
Anselmo. Ma io ho piacere che tutto quello si fa, sia concordemente fatto. L’aggradite voi, signora nuora?
Costanza. Sì signore, quello che è di vostro piacere, è di piacer mio.
Anselmo. Volete invitar nessuno, voi?
Costanza. Non saprei chi invitare io, perchè in oggi non si può trattar nessuno senza mettersi in soggezione. Da noi si va a letto presto, e pare, quando viene qui qualcheduno, che gli si faccia uno sgarbo a dirgli che siamo avvezzi a ritirarci per tempo. Io godo la mia quiete; mi diverto colla mia famiglia, e non pratico volentieri.
Anselmo. Oh, si sta pur meglio soli. Mio compare e lo speziale sono come siam noi; e il dottore, che è ragionevole, si ritira per tempo. ct ct Lisetta. Sa ella chi è, signora?
Costanza. Chi mai?
Lisetta. La signor’Angiola, che la vorrebbe riverire. Ha fatto picchiare all’uscio, per vedere se le torna comodo ora, o più tardi. Costanza. Per me la faccio padrona di venir quando vuole, se il signor suocero o mio marito non hanno niente in contrario.
Anselmo. Non siete voi la padrona? Ricevetela pure.
Fabrizio. Anzi è meglio che la facciate venir subito: più tardi, vi può venir da fare qualche altra faccenda.
Costanza. Appunto aspetto il tessitore verso il mezzogiorno.
Isabella. Oh, che mi solleciti a dipanare dunque.
Costanza. Fatele dire che è padrona quando comanda.
Lisetta. Ci avrebbe a essere qualche guaio in casa della signora Angiola. La serva m’ha fatto de’ gesti col capo. In quella casa ci si sta pur male.
Costanza. Badate a voi.
Lisetta. Compatisca. ct ct Anselmo. Tornate fuori di casa, voi?
Fabrizio. Non signore, per questa mane. Ho le lettere di Germania; anzi, se vi torna comodo, signore, vorrei che le leggessimo insieme e discorressimo sopra certi progetti che fanno al nostro negozio.
Anselmo. Sì, figlio, come volete. Già sapete che ho rinunziato il maneggio a voi non per sottrarmi dalla fatica, ma per impratichirvi degli affari nostri, prima della mia morte; son qui per altro ad assistervi, se vi occorre.
Fabrizio. Ed io ho accettato il carico per sollevarvi: ma intendo da voi dipendere, e valermi sempre dell’utile consiglio vostro.
Anselmo. Andiamo dunque a leggere le lettere di Germania. Nuora, a rivederci. Nipotina, addio, cara: il mio sangue, il mio sangue. Cielo, dammi allegrezza del mio sangue. ct ct Fabrizio. Vi occorre niente?
Costanza. Niente, per ora.
Fabrizio. Cecchino sta bene?
Costanza. Benissimo. È ito alla scuola.
Fabrizio. Ho parlato col suo maestro. Si contenta molto di lui. Spero che ci voglia dare consolazione.
Costanza. Lo faccia il cielo per sua bontà.
Fabrizio. Dal canto mio non mancherò certo di dargli tutti gli aiuti possibili.
Isabella. Perchè non fa insegnare anche a me, signor padre, che imparerei tanto volentieri le lettere?
Fabrizio. Figliuola mia, le lettere non sono per voi. Non dico già che non aveste ingegno atto ad apprenderle, che so benissimo altre vedenti donne averle egregiamente apprese; ma le cure devono essere distribuite. La briga della casa non è poca briga, sapete? e le donne vi si adattano meglio; e voi, o qui o altrove, avrete bisogno d’essere istruita in ciò più che in altro; e i lavori di mano che fate voi altre donne, sono utili alla famiglia quanto le arti che proprie sono dell’uomo. Contentatevi di far quello che a voi si destina, e più del talento fate conto della bontà di cuore. Imitate la madre vostra e sarete certa di riuscir bene. ct ct Isabella. Non vorrei se ne avesse avuto a male il signor padre, perchè ho detto così.
Costanza. No, no, figliuola, non è puntiglioso vostro padre. Non sentite ch’egli anzi vi loda? Ma vi consiglia a quello che crede meglio per voi. Isabella. Io non farò mai se non quello che mi vena comandato.
Costanza. E ciò riescirà in profitto vostro ed in nostra consolazione. ct ct Angiola. Si può venire?
Costanza. È padrona la signor’Angiola.
Angiola. Stiano comode, stiano comode. Proseguiscano le faccende loro, ch’io non intendo d’incomodarle.
Costanza. Niente, signora. Lisetta.
Lisetta. Signora.
Costanza. Una sedia alla signor’Angiola. Tieni questa calza.
Angiola. Seguiti a far la sua calza; non si stia per me ad incomodare.
Costanza. Non ho più voglia davvero; ho piacere di starmi un poco a godere la compagnia della signor’Angiola.
Isabella. Seguiterò a dipanare io, se mi dà licenza.
Angiola. Sì, cara, fate pure. Bella consolazione aver di queste figliuole!
Costanza. Bisogna ch’io le faccia questa giustizia a Isabellina, non è cattiva ragazza.
Angiola. Ma! la pace in casa è un gran bene. Io non l’ho questo bene, povera me!
Costanza. Ha qualche cosa che la disturba?
Angiola. Sono venuta a posta da lei per consiglio, per aiuto, e per isfogare un poco le mie passioni.
Costanza. Incomoda la ragazza?
Angiola. Oh niente, può sentir ella pure.
Costanza. Che cosa ha ella che la disturba, signora?
Angiola. Ho un marito pessimo, inquieto, pieno di vizi, di mal animo, che mi riduce agli estremi.
Costanza. Non si faccia sentire a parlar così del marito.
Angiola. Già tutto il vicinato sa il suo modo di vivere. Da pochi giorni in qua ha una certa pratica d’una donna...
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The end
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