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L’avaro

Carlo Goldoni · 1911 · Free in the US

11,055 words · about 46 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Carlo Goldoni
Language
Italian
Published
1911
Length
11,055 words · about 46 min
Sections
6 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (6)
  1. Front matter under 1 min
  2. Lettera di dedica about 4 min
  3. L’autore a chi legge about 2 min
  4. Personaggi under 1 min
  5. Atto solo about 33 min
  6. Nota storica about 7 min

Continue:

Front matter

fi ct ct ct ct

Indice

Lettera di dedica

ct ct ct ct ct

ENEDETTA sia, Amico mio dilettissimo, benedetta sia l’amicizia. Io l’ho sempre stimata e venerata moltissimo, ma voi me l’avete resa vieppiù amabile, vieppiù dilettevole e preziosa. Non v’ha dubbio che l’affetto dell’amicizia non sia tra gli affetti umani il più virtuoso, e giugnerebbe al grado di amor perfetto, s’ei non avesse un certo original difettuzzo, derivando, per quant’io credo, dall’amor proprio. Ragionando fra me sovente sopra l’amore dell’amicizia, ho sempre avuto sospetto che così fosse, pure non ardiva di stabilirne la massima, rispettando il bell’esteriore di un tale affetto, e temendo recargli un’onta ch’esso non meritasse. Permettetemi, amico mio carissimo, ch’io vi dica, essermi finalmente chiarito di non aver pensato fuor di ragione, ed aver toccato con mano essere la più sincera, la più perfetta amicizia, uno de’ più interessati effetti dell’amor proprio. Volete voi sapere con qual mezzo mi sono di ciò illuminato? Ve lo dirò francamente: coll’uso della vostra cara amicizia, e colla dura necessità di doverci dividere ed allontanare. Finchè noi passavamo insieme tranquillamente i giorni in Venezia, godea nell’amarvi, mi compiaceva di essere da voi amato, era all’affetto unita la stima, e mi parea d’amarvi soltanto perchè avevate il merito di essere amato, e mi parca l’amor mio sì semplice e disinteressato, che avrei difeso l’amore dell’amicizia contro chiunque avesse ardito di minorare il fregio di un affetto sì virtuoso. Accade che presa massima da codesto Serenissimo eccelso Governo di creare un Console per la prima volta in Trieste, fra i varj concorrenti a sì degno importante carico, foste voi per il merito de’ vostri talenti a pieni voti prescelto. Io allora, per effetto di quella tenera, radicata amicizia che a voi mi legava, dovea esultare e rallegrarmi quanto voi stesso di un bene che vi assicurava e lucro ed onore, e vi apriva un campo per esercitare l’ingegno vostro, e porre in uso quegli studj a’ quali vi siete fin da fanciullo applicato. Eppure, lo credereste? Per quanto trovassi giusto e ragionevole il compiacimento, un certo rammarico mi inquietava, che non mi lasciava gustare quel bene di cui mi rendeva partecipe l’attaccamento. Ma da che procedeva la mia inquietudine? Non da altro al certo, che dal dispiacere di vedervi da me allontanare, dalla perdita della vostra amabile compagnia, dalla privazione della vostra cara presenza. In fatti conversando con voi, trattandovi frequentemente e cambiando fra noi i ragionamenti, le proposizioni, i consigli, io ci trovava il mio piacere non solo, ma il mio interesse. Voi avete una bella mente, un intelletto fecondo, un ingegno pronto e vivace, onde non si può, con voi conversando, che approfittare. So di avervi consigliato in occasioni dubbiose e difficili, e so d’aver riportato buoni suggerimenti ed opportuni pareri. Quanto siete utile nelle serie occasioni, altrettanto riuscite ameno e gentile nelle piacevoli conversazioni. Belle giornate, giocondissime sere abbiamo insieme passate. Oh quanto deliziosa ed amabile era la compagnia de’ nostri cari comuni amici! Onorevole ricordanza ho di tutti, ma specialmente della rispettabile, ingenua famiglia Cornet, con cui abbiamo fatto, si può dire, la nostra vita parecchi anni, e dove nulla mancava ad una saggia, cordiale, morigerata conversazione. Voi ne eravate il condimento; Voi promotore di onesti divertimenti; Voi di ottimo gusto nella direzione de’ sociali onorevoli trattamenti; Voi direttore di piacevolissime villeggiature; Voi in somma buon amico, gioviale, generoso, gentile; e non volete che il perdervi mi rincrescesse? e non volete ch’io dica che nell’amarvi vi ritrovava la mia compiacenza, e che l’amore dell’amicizia viene principalmente originato dall’amor proprio?

Qui voi potreste dubitare a ragione, che essendo ora da voi lontano, non vi ami più, come da vicino vi amava. No, amico, dileguate un tal dubbio; vi amo egualmente, e vi amerò fin ch’io viva. Prima di tutto, qualunque sia la ragione che fatto abbia concepire un affetto, radicato questo nel cuore non si cancella sì facilmente, e si ama per abito, quando una volta si ha bene amato. In secondo luogo, anche nell’amarvi ch’io fo da lontano, l’amor proprio vi ha la sua parte; dicendo fra me medesimo: Io amo un amico che merita di essere amato, un amico che si fa onore nell’onorevole impiego che ora sostiene, che si rende caro alla Patria colla sua abilità, col suo zelo, coll’indefessa attenzione al suo ministero, e che si fa rispettare ed amare, dove risiede, col dolce tratto, collo spirito vivace e coll’animo suo generoso. Finalmente mi fa onore la vostra amicizia, onora il vostro talento le opere mie, profitta il mio nome nelle vostre labbra, e voi contribuite alla mia gloria ed al mio interesse, promovendo con fervore la mia novella edizione, procurandomi de’ rispettabili, copiosi associati, onde ecco soddisfatto anche i amor proprio amandovi com’io faccio, amandovi nella miglior maniera che è a noi permesso d’amare.

Ma voi, amico carissimo, voi che un tempo senza dubbio mi amaste, e mi lusingo che ancor mi amiate, da che vi sentite mosso ad amarmi? Vi ha parte l’amor proprio nella vostra amicizia? Bella domanda in vero! Scusatela, come fatta senza pensarvi. Qual merito ho io, quai pregi, quali attrattive per solleticare il vostro amor proprio? Vi piacciono forse le mie Commedie? e bene, potete compiacervene, senza obbligo di amarmi. Pure io so che mi amate, ed una ragione vi dee essere del vostro amore. Sarà probabilmente la gratitudine. Sapete ch’io vi amo, siete un uomo onesto, e vi credete in debito di corrispondermi. Su via dunque, non vi stancate di farlo: accompagnatemi coll’amor vostro a Parigi, dove mi porta il mio presente destino. Se non basta la costanza dell’amor mio ad impegnare la perseveranza del vostro, voglio tentare di costringervi a volermi bene con una nuova testimonianza d’affetto, di stima e di amicizia per voi. Voglio dedicarvi una mia Commedia. Non disprezzate l’offerta. Questo è quanto ho al mondo da offrire a’ miei Padroni, a’ miei cari amici. Se di meglio avessi, di meglio vi esibirei; dunque gradir dovete anche ciò che per se val poco, se per me è quel tutto che dar io posso; e dovete aumentare per me l’affetto, per quel buon genio che in me scorgete di meritarlo, assicurandovi ch’io sono e sarò sempre, per debito, per inclinazione e per amor proprio

L’autore a chi legge

ct ct

NA Commedia di un atto solo sembrerà forse a taluno poca cosa per l’integrità del Tomo, e cosa facile per un autore. Io, con buona grazia di chi ciò crede, non accordo nè l’una, nè l’altra delle sue conghietture. Rispetto all’integrità, quando una Commedia d’un atto solo ha tutte le parti che si richiedono in un simile componimento, è tanto commedia intiera, quanto lo è Calisto e Melibea, che è composta in quindici atti. I Francesi hanno moltissimo in uso le petites pièces, che vuol dire in italiano le picciole commedie; picciole per la mole, non già per l’argomento, per l’intreccio e lo scioglimento. Sono utili tali Commedie per le conversazioni e per li Teatri, allora quando si rappresentino delle Tragedie, le quali per ordinario sono brevi e melanconiche, e la Commedia di un atto allunga il divertimento, e rallegra il popolo contristato. Questa fu da me scritta per comando di S. E. il Sig. Marchese Francesco Albergati Senator di Bologna, ad uso di Cavalieri e Dame di quella Città, ed ebbe la fortuna di essere recitata perfettamente, e di piacere non dirò per se stessa, ma per il merito degli Attori, e mi lusingo che recitata da bravi Comici, dopo di una Tragedia, non farebbe cattivo effetto in qualunque Teatro; anzi io credo necessarissimo, che al Teatro Italiano non manchi anche questa specie di divertimento, di cui abbonda il Francese, e che possa il pubblico compiacersene, siccome ne abbiamo veduto l’anno scorso in Venezia un favorevole esempio, avendo il dottissimo Conte tradotta dal Francese, e data al pubblico con fortuna, una simile rappresentazione.

Se poi alcuno cosa facile la credesse, e di minore studio di una Commedia di tre o di cinque atti, s’ingannerebbe moltissimo. Il ritrovato dell’argomento è lo stesso, i caratteri servono egualmente alla brevità e alla lunghezza, l’intreccio, la peripezia, la catastrofe sono parti integrali e indispensabili tanto della commedia più breve, quanto della più lunga. Ella è bensì cosa malagevole e difficoltosa consumare l’intiera azione in sì corto tempo, e vincolare la fantasia in così limitati confini. In una regolare commedia, divisa in atti, abbiamo la libertà di estenderci a ventiquattr’ore di tempo. La divisione degli atti è comodissima per l’Autore, figurando fra un atto e l’altro delle cose che non si vedono, ma vengono poi artificiosamente accennate. Per lo contrario, nella Commedia di un atto solo, l’azione che si rappresenta dee consumarsi in iscena in quel ristretto tempo in cui un fatto vero potrebbe ragionevolmente accadere. Se ciò è facile a meditarsi e ad eseguirsi, lo lascio giudicare a chi intende. Se alcuno si lagnerà di questa breve Commedia, sarà perchè, bramoso di leggere più lungamente, gl’increscerà di aver troppo presto finito il divertimento, ma se penserà poi alla fatica ch’essa mi costa, ed all’onesto fine per cui l’ho stampata, spero mi sarà grato, o per lo meno indulgente. Non creda però ch’io voglia abusarmi della sua compiacenza. Tre o quattro di queste brevi commedie in una lunga serie di Tomi, mi sembrano compatibili anche da più avidi di leggere e di divertirsi; e ve ne sono, e ve ne saranno di così lunghe, che pesandole tutte insieme, credo vi sarà per tutti il giusto peso e la giusta misura.

Personaggi

ct Don AMBROGIO, vecchio avaro.

Donna EUGENIA vedova, nuora di don Ambrogio.

Il Conte FILIBERTO dell’ISOLA.

Il Cavaliere COSTANZO degli ALBERI.

Don FERDINANDO, giovane Mantovano.

CECCHINO, servitore.

Un Procuratore che non parla.

ct

Atto solo

fi ct ct ct Oh quanto vale al mondo un poco di buona regola! Ecco qui, in un anno, dopo la morte di mio figliuolo, ho avanzato duemila scudi. Sa il cielo, quanto mi è dispiaciuto il perdere l’unico figlio ch’io aveva al mondo, ma s’ei viveva un paio d’anni ancora, l’entrate non bastavano, e si sarebbono intaccati i capitali. È grande l’amor di padre, ma il danaro è pure la bella cosa! Spendo ancora più del dovere, per cagione della nuora ch’io tengo in casa. Vorrei liberarmene, ma quando penso che ho da restituire la dote, mi vengono le vertigini. Sono fra l’incudine ed il martello. Se sta meco, mi mangia le ossa; se se ne va, mi porta via il cuore. Se trovar si potesse... Ecco qui quest’altro taccolo, che mi tocca soffrire in casa. Un altro regalo di mio figliuolo; ma ora dovrebbe andarsene. ct ct Fernando. Buon giorno, signor don Ambrogio.

Ambrogio. Per me non vi è più nè il buon giorno, nè la buona notte.

Fernando. Compatisco l’amor di padre. Voi perdeste nel povero don Fabrizio il miglior cavaliere del mondo.

Ambrogio. Don Fabrizio era un cavaliere che avrebbe dato fondo alle miniere dell’Indie. Dacchè si è maritato, ha speso in due anni quello ch’io non avrei speso in dieci. Son rovinato, signor mio caro, e per rimettermi un poco, mi converrà vivere da qui in avanti con del risparmio, e misurare il pane col passetto.

Fernando. Perdonatemi. Non mi so persuadere che la vostra casa sia in questo stato.

Ambrogio. I fatti miei voi non li sapete.

Fernando. Mi disse pure vostro figliuolo...

Ambrogio. Mio figliuolo era un pazzo, pieno di vanità, di grandezze. La moglie lo dominava, e gli amici gli mangiavano il cuore.

Fernando. Signore, se voi lo dite per me, in un anno che ho l’onore di essere in casa vostra, a solo motivo di addottorarmi in questa Università, credo che mio padre abbia bastantemente supplito.

Ambrogio. Io non parlo per voi. Mio figliuolo vi voleva bene, e vi ho tenuto in casa per amore di lui; ma ora che avete presa la laurea dottorale, perchè state qui a perdere il vostro tempo?

Fernando. Oggi aspetto lettere di mio padre; e spero che quanto prima potrò levarvi l’incomodo.

Ambrogio. Stupisco, che non abbiate desiderio di andare alla vostra patria a farvi dire il signor Dottore. Vostra madre non vedrà l’ora di abbracciare il suo figliuolo Dottore.

Fernando. Signore, la mia casa non si fonda su questo titolo. Credo vi sarà noto essere la mia famiglia... Ambrogio. Lo so che siete nobile al paro d’ogni altro, ma ehi! la nobiltà senza i quattrini non è il vestito senza la fodera, ma la fodera senza il vestito.

Fernando. Non credo essere dei più sprovveduti.

Ambrogio. Oh bene, dunque andate a godere della vostra nobiltà, delle vostre ricchezze. Voi non istate bene nella casa di un poveruomo.

Fernando. Signor don Ambrogio, voi mi fareste ridere.

Ambrogio. Se sapeste le mie miserie, vi verrebbe da piangere. Non ho tanto che mi basti per vivere, e quel capo sventato della mia illustrissima signora nuora vuole la conversazione, la carrozza, gli staffieri, la cioccolata, il caffè... Oh povero me! sono disperato.

Fernando. Non è necessario che la tenghiate in casa con voi.

Ambrogio. Non ha nè padre, ne madre, nè parenti prossimi. Volete voi ch’io la lasci sola? In quell’età una vedova sola? Oh! non mi fate dire.

Fernando. Procurate ch’ella si rimariti.

Ambrogio. Se capitasse una buona occasione.

Fernando. La cosa non mi par difficile. Donna Eugenia ha del merito, e poi ha una ricca dote...

Ambrogio. Che dote? che andate voi dicendo di ricca dote? Ha portato in casa pochissimo, e intorno di lei abbiamo speso un tesoro. Ecco qui la nota delle spese che si son fatte per l’illustrissima signora sposa, eccole qui; le tengo sempre di giorno in tasca, e la notte sotto il guanciale. Tutte le disgrazie che mi succedono, mi paiono meno pesanti di queste polizze. Maladetti pizzi! maladettissime stoffe! oh moda, moda, che tu sia maladetta! Ci giuoco io, che se ora si rimarita, queste corbellerie, in conto di restituzione, non me le valutano la metà.

Fernando. Dite nemmeno il terzo.

Ambrogio. Obbligato al signor Dottore. (mostra di voler partire, poi torna indietro) Mi scordava di dirvi una cosa.

Fernando. Mi comandi. Ambrogio. Così, per mia regola, avrei piacer di sapere quando avete stabilito di andarvene.

Fernando. Torno a ripetere, che oggi aspetto le lettere di mio padre.

Ambrogio. E se non vengono?

Fernando. Se non vengono... mi sarà forza di trattenermi.

Ambrogio. Fate a modo mio, figliuolo: fategli una sorpresa; andate a Mantova, e comparitegli all’improvviso. Oh, con quanta allegrezza abbracceranno il signor Dottore!

Fernando. Da qui a Mantova ci sono parecchie miglia.

Ambrogio. Non avete denari?

Fernando. Sono un poco scarso, per dire il vero.

Ambrogio. V’insegnerò io, come si fa. Si va al Ticino, si prende imbarco, e con pochi paoli vi conducono fino all’imboccatura del Mincio.

Fernando. E di là fino a Mantova?

Ambrogio. A piedi.

Fernando. Così non viaggiano i giovani pari miei.

Ambrogio. E i pari miei dicono ai pari vostri, che la casa di un poveruomo par mio non è locanda per un Dottore par vostro. ct ct Ecco a che conduce gli uomini l’avarizia. Don Ambrogio, nobile e ricco, reputa se medesimo per il più vile, per il più miserabile. E si può dire ch’egli sia tale, giacchè la nobiltà si fa risplendere colle azioni, e le ricchezze non vagliono, se non si fa di esse buon uso. Doveva andarmene di questa casa tosto che cessò di vivere l’amico mio don Fabrizio, ma appunto la di lui morte è la cagione per cui mi arresto. Ah sì, il rispetto ch’io ebbi per donna Eugenia, vivente il di lei marito, si è cambiato in amore da che ella è vedova, e alimentandosi la mia speranza... Ma quale speranza posso aver io di rimanere con- tento, se ovunque mi volgo, trovo degli ostacoli all’amor mio? Ella non sa ch’io l’ami, e sapendolo, può dispregiarmi. Ho due rivali possenti, che la circondano. Mio padre non vorrà per ora ch’io mi mariti; sarebbe per me la migliore risoluzione il partire. Sì, partirò; ma non voglio avermi un giorno a rimproverare d’aver tradito me stesso per una soverchia viltà. Sappia ella ch’io l’amo, e quando l’amor mio non gradisca... Eccola a questa volta. Vorrei pur dirle... ma non ho coraggio di farlo. Prenderò tempo... mediterò le parole... Oh cuor pusillanimo! ho rossore di me medesimo. ct ct Eugenia. E fino a quando dovrò menar questa vita? Chi può soffrire le indiscretezze di don Ambrogio? Le passioni d’animo hanno per sua cagione condotto a morte il povero mio marito, ed ora codesto vecchio vorrebbe farmi diventar tisica per la rabbia, per la disperazione. Sì, voglio rimaritarmi. Ma non basta che io lo voglia, conviene attendere l’occasione, e se non son certa di migliorare il mio stato, non vo’ arrischiarmi di ricadere dalla padella alle brace.

Cecchino. Signora, il signor Conte dell’Isola brama di riverirla.

Eugenia. È padrone. Questi non sarebbe per me un cattivo partito. È un cavaliere di merito, ma la di lui serietà mi riesce qualche volta stucchevole. All’incontrario del Cavaliere, che ha dello spirito un poco troppo vivace. E pure ad uno di questi due vorrei ristringere la mia scelta. So che mi amano entrambi, e so che una impegnata rivalità... Ma ecco il Conte. ct ct Conte. Servitore umilissimo di donna Eugenia.

Eugenia. Serva, Conte. Favorite di accomodarvi.

Conte. Per obbedirvi.

Eugenia. Siete appunto venuto in tempo ch’io aveva bisogno di compagnia.

Conte. Mi chiamerei fortunato, s’io potessi contribuire a qualche vostra soddisfazione.

Eugenia. Le vostre espressioni sono effetti della vostra bontà.

Conte. Non mai al merito vostro adeguate.

Eugenia. Sempre gentile il Conte dell’Isola.

Conte. Vorrei esserlo, per aver l’onor di piacervi.

Eugenia. La vostra conversazione mi è sempre cara.

Conte. Lo voglio credere, perchè lo dite. Ma per il vostro spirito la mia conversazione è assai poca.

Eugenia. Voi mi mortificate senza ragione.

Conte. Prendetela per una sciocchezza. Io non so divertirvi diversamente.

Eugenia. Fate torto a voi stesso. Buon per voi, che favellate con chi vi conosce.

Conte. No, donna Eugenia, io sono un uomo sincero, e non ho altro di buono, oltre la conoscenza di me medesimo. A fronte del Cavaliere, so che io ci perdo, ma non importa: non confido soltanto nel vostro spirito, ma nel vostro cuore; e mi lusingo, che in mezzo ai disavvantaggi del mio costume, conoscerete il fondo della mia schiettezza.

Eugenia. Non è scarso merito la sincerità.

Conte. Ma è poco fortunata per altro.

Eugenia. Potete voi dolervi di me?

Conte. Non sarei sì ardito di dirlo.

Eugenia. Ancorchè nol diciate, si conosce che siete poco contento.

Conte. Sarà un effetto di quella sincerità che lodaste.

Eugenia. Dunque la stessa sincerità non me ne dee tacere i motivi. Conte. Voi m’invitate a nozze, qualora mi provocate a parlare.

Eugenia. L’eccitamento vien dal mio cuore.

Conte. E al vostro cuore rispondo che sarei felicissimo, se non mi tormentasse un rivale.

Eugenia. Questa è la prima volta che lo diceste.

Conte. L’ho detto a tempo, signora?

Eugenia. Potrebbe darsi.

Conte. Le cose possibili sono infinite. Fra queste si confondono le mie speranze ed i miei timori. Quel che ora vi chiedo, è qualche cosa di certo.

Eugenia. Esaminatelo bene, e confessate che quello che mi chiedete, non è sì poco.

Conte. Se mal non mi appongo, parmi di aver domandato pochissimo. Sarei temerario, se vi chiedessi l’intero possedimento della grazia vostra: chiedevi solo, se siete a tempo ancor di disporne.

Eugenia. Ma se questo è un segreto, che con gelosia custodisco, non sarà eccedente la vostra interrogazione?

Conte. Voi avete il dono di farvi intendere senza parlare. Capisco essere il vostro cuore occupato.

Eugenia. E se ciò fosse, capireste con eguale facilità, qual sia l’oggetto che l’occupi?

Conte. No, signora, codesto è il segreto.

Eugenia. Dunque non potete voi giudicare di essere escluso.

Conte. Ma nè tampoco assicurarmi di essere il favorito.

Eugenia. Gli animi discreti si contentano, se hanno una ragione di sperare.

Conte. Sì, quando una ragione più forte non li faccia temere.

Eugenia. Qual è il gran fondamento di questo vostro timore?

Conte. Il mio demerito.

Eugenia. No, Conte, pensate male.

Conte. Aggiungete: lo spirito audace del mio rivale.

Eugenia. Una novella ragione, che più mi offende.

Conte. Vi supplico di compatirmi.

Eugenia. Vi compatisco. Conte. È il cuore acceso, che mi tramanda alle labbra...

Eugenia. Conte, basta così.

Conte. (Che dura pena è il moderare i trasporti!)

Eugenia. (Non vo’ precipitar le risoluzioni). ct ct Cecchino. (Questa è un’imbasciata, che non piacerà al signor Conte). Signora, è qui il signor Cavaliere per riverirla.

Eugenia. Venga pure. Una sedia.

Conte. Signora, vi levo l’incomodo.

Eugenia. No, Conte, non fate che la vostra apprensione si manifesti.

Conte. Il mio rispetto...

Eugenia. Sedete.

Conte. (Sono in cimento).

Cecchino. (L’ho detto io. Due galli in un pollaio non istan bene).

Eugenia. (Spiacemi vederli uniti, ma sarebbe peggio s’ei si partisse),

Cavaliere. M’inchino a questa dama.

Conte.

Eugenia. Serva, Cavalierino. Sedete.

Cavaliere. Conte, vi riverisco.

Conte. Servitore. Con licenza del Cavaliere. (Signora, io non ho ardito di baciarvi la mano).

Eugenia. (Chi vi ha impedito di farlo?)

Conte. (Pazienza; merito peggio).

Eugenia. Compatite.

Cavaliere. Servitevi, se avete degli interessi.

Eugenia. Niente, niente, era un non so che; si era scordato di dirmi una cosa. Cavaliere. Appunto; anch’io ho una cosa da comunicarvi. Con licenza, Conte. (Lo vogliamo far disperare).

Conte. (Se resisto, è un prodigio).

Eugenia. Orsù, che si parli che tutti sentano. Che fate voi, Cavaliere?

Cavaliere. Sto benissimo, quand’abbia l’onore della grazia vostra.

Eugenia. La grazia mia è troppo scarsa.

Cavaliere. Anzi è sufficientissima, quando anche fosse divisa in due.

Eugenia. Siete voi di quelli che si contentano della metà?

Cavaliere. Sì certo; quando non si possa avere di più.

Conte. Donna Eugenia non sa dividere il cuore.

Cavaliere. Nè voi, nè io lo sappiamo.

Eugenia. Mi tenete voi nel numero delle lusinghiere?

Cavaliere. Guardimi il cielo. So che siete la più saggia dama del mondo. Ma io tengo per fermo, che non sia limitata la grazia delle belle donne, e che salvo l’onesto vivere, possano a più di uno distribuire i favori, a chi più, a chi meno, con una distribuzione economica, la quale poscia produca diversi effetti, secondo la disposizione dell’animo di chi ne riceve la sua porzione, ond’è che ad uno la metà non basta, e si contenta un altro di meno.

Conte. Questo non è pensare da uomo.

Cavaliere. Non ho parlato con voi.

Eugenia. Sarebbe vano adunque, che una donna desse a voi solo tutto il possesso del di lei cuore.

Cavaliere. Non sarei sì pazzo di ricusarlo, e ne terrei quel conto che merita un simil dono; ma la difficoltà di aver tutto, mi fa contentare del poco.

Eugenia. Questa difficoltà non mi par ragionevole.

Cavaliere. La fondo sull’esperienza. Mi sono lusingato assai volte di possedere il trono della bellezza. Ma le monarchie in amore non durano, e mi contento di essere repubblichista.

Conte. Il cuore di donna Eugenia non si misura cogli altri.

Cavaliere. La conosco al pari di voi.

Conte. Se meglio la conosceste, non parlereste così. Cavaliere. Sì, la conosco, (con serietà; poi si cambia voltandosi a Eugenia) Non vorrei, donna Eugenia, che interpretando voi pure i miei sentimenti in sinistro modo, come si compiace di fare il Conte, mi privaste di quella porzione della grazia vostra, che mi lusingo di possedere. Però permettetemi ch’io mi spieghi. Separiamo prima di tutto dalla grazia, di cui le donne sogliono essere liberali a molti, quell’amore che si conviene ad un solo. Il marito non deve essere in concorrenza cogli altri. Il futuro sposo di una fanciulla ha da pretendere di esser solo; quel della vedova parimenti; ma quella grazia distributiva di cui favello, sta in una parte del cuore non occupata da tali affetti. Mi sovviene ora un esempio. Il padre ama teneramente il figliuolo, e ama nel tempo medesimo gli amici suoi; l’uno e l’altro di questi amori hanno la loro sede nel cuore, ma situata in diversi parti, o se vogliamo che in una parte sola tutto l’amor risieda, diciamo adunque che, se non istà sul luogo, starà la differenza nel modo. Sia pur la donna saggia, onorata, al marito fedele, all’amante sincera. D’intorno a quest’amore costante s’aggirano alcuni piccioli affetti di gratitudine, di stima, di compiacenza onesta, che grazie, che favori si chiamano, che possono in più parti distribuirsi, che di una picciola parte possono contentare un uomo discreto; che per metà concessi, possono rendere un cavaliere superbo, e che pretesi tutti da uno solo, si rende ardito, mostrando egli o di non conoscerne il prezzo, o di volerli confondere con quegli ardori che sono ad un oggetto più nobile destinati. Signora, eccovi il modo mio di pensare. Conte, se vi dà l’animo, rispondete.

Eugenia. Via, Conte, ora è tempo di farvi onore.

Conte. Signora, io son nemico delle dicerie. Ammiro lo spirito del Cavaliere, ma non sono persuaso della distinzione sua metafisica. Fra le cose inutili o false, una ne ha egli detto di buona, ed a quest’unica gli rispondo. Donna Eugenia è una dama vedova, e prima di disporre di quella grazia di cui vuol supporre le donne liberali a più d’uno, è in grado di concepir quell’amore che si conviene ad un solo. Cavaliere. Ella può farlo liberamente, e il fortunato posseditore della sua mano sarà sicuro della più virtuosa dama del mondo. Signora, parmi vedere il Conte a parte degli arcani del vostro cuore. Io non farò che lodare le vostre risoluzioni, ma non credo di meritarmi di essere escluso da una simile confidenza.

Eugenia. Il Conte non sa di certo niente più di quello che voi sapete.

Cavaliere. È vano dunque che voi facciate l’astrologo per ributtare i miei sentimenti.

Conte. Pensate voi, che una vedova giovane, ricca e nobile, che non può esser contenta del trattamento che in questa casa riceve, passar non voglia alle seconde nozze?

Cavaliere. Ella è padrona di se medesima. Signora, io non ardisco d’indovinare, ma confesso che bramerei di saperlo.

Eugenia. A due cavalieri ch’io stimo, non vo’ celare la verità. La mia situazione non mi sollecita a rimaritarmi.

Conte. Vedete ora, se l’astrologia è mal fondata.

Cavaliere. Via dunque, voi che alzate l’oroscopo de’ cuori umani, vi dà l’animo d’indovinare chi sarà il fortunato?

Conte. A ciò non voglio avanzarmi. Son però certo, ch’ella non vorrà concedere il cuore a chi si contenta della metà.

Cavaliere. Alto, alto, signore; siamo in un’altra tesi, e mi dichiaro diversamente. So ch’io non merito sì gran fortuna, ma quando ella volesse meco profondere le sue grazie sino al punto di dichiararmi suo sposo, più della gioventù, e della ricchezza, e della nobiltà che di lei vantaste, farei capitale della virtù; sarei geloso della sua fede, senza esserlo de’ sguardi suoi, e separando le convenienze di una moglie saggia da quelle di una dama di spirito, sarei un marito felice, senza essere un cavaliere indiscreto.

Eugenia. (Con uno sposo di tal carattere non potrei essere che contenta).

Conte. Cavaliere, altro è l’immaginare in distanza, altro è il ritrovarsi nel caso. Capisco che voi cercate la via più facile per accreditarvi nel cuore di chi vi ascolta; ma la facilità che le proponete, non può far breccia nell’animo di donna Eugenia, amante assai più di un amor virtuoso, che della moderna galanteria. Se l’espressioni vostre sono sincere, voi non l’amate, e se l’amate, ella non può fidarsi della libertà che le promettete.

Eugenia. (Il dubbio non è fuor di ragione).

Cavaliere. Io non son qui venuto per sollecitare il cuore di donna Eugenia. S’ella è per voi prevenuta, non ha che a dirmelo: so il mio dovere.

Eugenia. No, Cavaliere, torno a ripetere, sono in libertà di disporre di me medesima.

Cavaliere. Disponete adunque.

Conte. Ella è a tempo di farlo.

Cavaliere. Il tempo passa. I giorni della gioventù si piangono inutilmente perduti.

Conte. La virtù è sempre bella.

Cavaliere. Ma nella gioventù è più brillante.

Conte. Una moglie non ha bisogno di tanto brio.

Cavaliere. Ne ha di bisogno una dama.

Conte. Una dama dev’esser saggia.

Cavaliere. Ma non per questo intrattabile.

Conte. Dee dipendere dalla volontà del marito.

Cavaliere. La liberi il cielo dalla indiscretezza che voi vantate.

Conte. Non la sagrifìchi Amore a chi non conosce il pregio della virtù.

Cavaliere. Se vi avanzate meco a tal segno...

Eugenia. Cavalieri, se veniste per favorirmi, non vi riscaldate per mia cagione. Venero ciascheduno di voi, trovo in entrambi della ragione e del merito, ma non ho ancora di me disposto, nè ardisco dire che ad uno di voi mi crediate inclinata. Sono di me padrona, egli è vero; ma esige la convenienza che, nell’escire di questa casa, consigli prima d’ogni altro il padre del mio defunto marito. Se le di lui stravaganze non mi proporranno un partito indegno di me, preferirò ad ogni altra pas- sione il dovere che ad un suocero mi assoggetta, e se l’uno o l’altro di voi mi verrà proposto, sarò egualmente contenta.

Conte. Ah donna Eugenia, ciò non basta per consolarmi.

Cavaliere. Ed io ne son contentissimo, e in questo punto da voi mi parto per avanzar le mie suppliche a don Ambrogio; e ve lo dico in faccia del Conte, perch’ei lo sappia, e sia sicuro da tutto questo, che saprò correre la mia lancia, senza che mi spaventi il merito di un tal rivale. Signora, all’onore di riverirvi. ct ct Conte. (S’ella divien mia sposa, tu non le bacierai più la mano).

Eugenia. Conte, sarete voi meno sollecito del Cavaliere?

Conte. Vada pur egli altrove a rintracciar don Ambrogio; io l’attenderò qui, se mel concedete.

Eugenia. Siete padron di restare. Ma dovete permettere, che per un mio picciolo affare passi nella mia camera.

Conte. Lo vedo; voi state meco mal volentieri.

Eugenia. No, v’ingannate. Ritornerò fra poco. Addio, Conte.

Conte. Son vostro servo.

Eugenia. (Non curasi di baciarmi la mano!)

Conte. Avete qualche cosa da dirmi?

Eugenia. Avete voi qualche cosa da domandarmi?

Conte. Non altro, se non che abbiate compassione di me.

Eugenia. Povero Conte! tenete.

Conte. No, donna Eugenia, non è questo quel ch’io desidero. La mano che ora mi offrite, è ancor bagnata dalle labbra del Cavaliere. Son delicato in questo.

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