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La villeggiatura

Carlo Goldoni · 1911 · Free in the US

20,423 words · about 1 h 26 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Carlo Goldoni
Language
Italian
Published
1911
Length
20,423 words · about 1 h 26 min
Sections
8 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (8)
  1. Front matter under 1 min
  2. Lettera di dedica about 5 min
  3. L’autore a chi legge about 1 min
  4. Personaggi under 1 min
  5. Atto I about 25 min
  6. Atto II about 25 min
  7. Atto III about 24 min
  8. Nota storica about 6 min

Continue:

Front matter

ct

Questa Commedia fu per la prima Volta rappresentata

in Venezia nel Carnovale dell’anno MDCCLVI.

Lettera di dedica

ct ct ct ct ct ct

U delle maggiori che dar si possano la mia allegrezza, Chiarissimo Signor Abbate, allora quando il nostro comune Amico, il signor Avoocato Gio: Francesco Renzi, Segretario perpetuo di codesta illustre accademia Ducale, si compiacque con un suo gentilissimo foglio darmi la notizia per me onorevole, inaspettata, d’esser io stato ascritto fra i valorosi Accademici compagni vostri. Si accrebbe ancora più il mio giubilo e la mia sorpresa, nell’annunziarmi ch’ei fece essere stato Voi il promotore di questo fregio al mio nome, con che darmi voleste una nuova testimonianza dell’amor vostro; di quell’amore che nell’anno 1754 mi avete in Modona liberalmente manifestato, consolandomi colla presenza Vostra in una mia penosa convalescenza, e frammischiando agli eruditi Vostri ragionamenti tali osservazioni e tai giudizi sulle opere mie, che mi facevano insuperbire. Fu dono dell’ingenuo amabilissimo Renzi nostro, l’incontro per me felice della preziosa Vostra amicizia; ma partito di Modona poco sano, ed assalito in Milano da una tenace malattia di spirito, che mi accompagnò crudelmente fino al mio ritorno in Venezia, non ho avuto agio di coltivarla, e ho trascurato, fra tanti altri, ancor questo bene. Non è colpa Vostra, se poi in qualche occasione, in cui giovar mi poteva la grazia Vostra, vi siete di me scordato. L’amicizia forma tra gli uomini il più utile, il più necessario commercio, e se ogni altro commercio devesi con assiduità coltivare, questo principalmente, che non d’interesse ma sol d’amore si pasce, va più di tutti con parzialità coltivato. Oh quanti amici mi ha fatto perdere la mia mala fortuna; ma lode al Signore, col tempo e colla verità facendo loro conoscere che più dei loro sdegni mi si doveva la compassione, li ho quasi tutti ricuperati. Foste Voi dei più facili a ridonarmi l’affetto Vostro, segno che avete l’animo assai ben fatto, che non arrivano le passioni a guadagnarvi lo spirito, che un luogo sempre serbate nel Vostro cuore per accogliere la verità, qualunque volta vi si presenta, e che malgrado gli adombramenti, sperate sempre di ritrovare la luce. Piansi la vostra perdita amaramente, ed era ben ragionevole il mio cordoglio. Noi non viviamo di solo pane. L’onore è il nutrimento dei galantuomini, e questo vien dalla stima degli uomini somministrato. Quanto sono più in credito gli estimatori, tanto più onorato si reputa chi ne va in traccia, e siccome Voi, per lettere e per dottrina, in altissimo loco siete dal merito collocato, potete colla vostra benevolenza felicitare, siccome, per lo contrario, non meritare la grazia vostra, è lo stesso che vivere senza credito e senza fama. Voi dunque, nel ridonarmi l’affetto vostro, mi avete resa la miglior vita, e perchè un simil dono, se non è pubblico, al donatario non giova, registrato lo avete in una rinomata Accademia, alla presenza di tanti Nobili valorosi Soggetti, onore e gloria del danaro non solo, ma della nostra cara alle Muse, colta, invidiabile Italia. Ma a un segno sì manifesto della vostra sincerissima dilezione, non cercherò io corrispondere comunque possa? Vero è, che qualunque sforzo ch’io faccia per dimostrarvi la mia gratitudine, sarà sempre dal benefizio vostro distante, ma posso, se non adempiere alla ricompensa, far almeno valere la confessione del debito e la brama di soddisfarlo. Trovansi a’ giorni nosti dei debitori che si vergognano di esser tali, e abborriscono i creditori, non potendo nemmen soffrire i discreti rimproveri dei loro sguardi. Se pagar possono, sono ingrati; se non lo possono, sono vili. Quando non si può pagare, si prega; si offerisce quel che si ha. Così ho pensato far io con Voi, ornatissimo Signor Abbate; non potendovi soddisfar per intiero, vi offro quella miserabile ricompensa che mi somministrano le mie forze. Ma che parlo io di pagamento e di ricompensa? Chi dona, non aspetta mercede; e qualunque minima cosa che il donatario al donatore destina, è sempre un dono arbitrario, e sempre un dono novello. Voi mi donaste assai, perchè assai dar potete; poco io vi dono, perchè non posso darvi di più; e siam del pari, se non per la forza, almen per l’animo certamente. Il dono dunque ch’io vi presento, è di una miserabile mia Commedia. Quel che sono le opere mie, lo sapete. Niuno meglio di Voi ne può formare giudizio; è vano dunque ch’io ve ne parli. Di una sola cosa, intorno a questa che or vi presento, vi devo render ragione. Forse vi recherà meraviglia, che ad un Poeta, quale voi siete, una commedia in prosa, anzichè in verso, abbia voluto io dedicare. Ma ditemi, se Dio vi salvi, ad un poeta del vostro merito quai versi si dovevano presentare? Possono i miei in verun conto paragonarsi coi vostri? Non rispondete voi; mi rispondano tutti quelli che vi conoscono. Dicalo prima di tutti il Serenissimo signor Duca Di Modona, che avendo ereditata dagli Avi la protezion delle Lettere, vari Poeti onora coll’augusto suo nome, ma Voi distingue col fregio di suo Poeta Primario. Dicalo l’Eccelsa Illustre Accademia Ducale, e tante altre a cui foste gelosamente ascritto. Ma quando finirei di scrivere, se tutti invitassi a rispondermi quei che del vostro sapere e dell’ammirabile vostra Poesia far possono testimonianza? Ciascuno sa che pochi Lirici al giorno d’oggi vi eguagliano; che i vostri sciolti hanno tutte le grazie italiane e tutta la forza greca; e se parliamo dei Martelliani, (che Voi sapete aver io primo, dopo il Martelli, nelle commedie usati) sono i vostri così eleganti, così espressivi e vivaci, che si vergognano i miei di comparire al confronto. Pure vi degnaste più volte, dopo quei giorni per me torbidi e calamitosi, frammischiare il mio nome fra le dolcissime rime vostre, farlo risuonar dalle scene e uscir glorioso dai torchi. Grande è la vostra bontà, ma non vogl’io cimentarla presentandovi Commedia in versi. Pur troppo ne avete lette di queste mie mal rimate, e ne potete leggere in questo Tomo, ma a Voi non sono dirette; non mi potrete dir prosontuoso. Spero sarete ben persuaso, che l’essere scritta in prosa questa Commedia, non le accrescerà un difetto di più, e che se altri non la oscurassero, questo solo non la renderebbe imperfetta. Io trovo il verso nelle Commedie più comodo assai per me, che per gli Uditori. Quante volte ho io l’obbligazione alla rima di una bella espressione, di un bel concetto! quanto più spiegasi concisamente in verso! e quanto più diletto ritrovasi nel faticare! Ma il numero degli ascoltatori è diviso. Alcuni mi danno animo a seguitare i versi, altri mi vorrebbero ricondurre alla prosa. A Roma principalmente, dove soffrono assaissimo le Commedie mie, non le vogliono sentire in versi, e deggio far la fatica di tradurle io medesimo in prosa.

So che siete Voi per i versi; ciò non ostante, il mio rispetto fa che in questa, che vi offerisco, sia preferita la prosa; spero non per tanto l’aggradirete comunque sia, all’opera non riflettendo, ma al cuore che ve la porge, con cui vi assicuro di essere ossequiosamente

Di Voi, Chiarissimo Signor Abbate

L’autore a chi legge

ct ct

UESTA commedia sarebbe stata più fortunata, se alcune scene fossero state scritte con meno studio e con minor volontà di dir bene. Parve ad alcuni (o ad alcune) che i pensieri portati in Italia dal viaggiatore abbiano un po’ dell’impertinente, e se mai tali massime venissero in qualche parte adottate, temono che si sconvoglierebbe il regno della galanteria. Oh verità benedetta, pochi ti vedono di buon occhio!

Lettor carissimo, avrei da dirti parecchie cose, ma il tempo stringe, e si avvicina la mia partenza per Roma. Come (pare che tu mi dica) vai a Roma? Sì, vado a Roma. Ed abbandoni Venezia? No, spero in Dio di tornare. Ma perchè vai a Roma? In pubblico i fatti miei non li voglio dire. Sei chiamato? Son chiamato. Da chi? Dal Teatro di Tordinona. A far che? A dirigere alcune Commedie mie, di quelle già fatte, e da me trasportate dal verso alla prosa; e mi danno di regalo... Non voleva dir niente, e ho quasi detto quello che non mi vien domandato. E il tuo Teatro in Venezia lo abbandoni così? Lo abbandono? Perchè lo abbandono? A tenor della mia scrittura il mio dover l’ho adempiuto. Quando è così, va a buon viaggio. Sì, Lettor gentilissimo, spero che il Signore mi darà un buon viaggio e un felice ritorno, e che l’anno venturo ci rivedremo. Intanto pregoti non fare sopra di me di quelle scene che si fecero due anni sono, quando per essere stato in Parma al servizio di S. A. R., mio Padron clementissimo, si sono inventate di me tante favole, e che ero morto, e che ero decapitato, e che ero andato in Francia, in Spagna, nell’Indie, e che so io quante diavolerie si sono dette di me? Circa alle mie Commedie, i Comici son provveduti. Non mancherà loro il bisogno, e fra l’abilità loro e la mia preventiva assistenza, spero che il Pubblico non resterà malcontento. Dirà taluno: Questo discorso al Lettore si potea risparmiare. È vero, ma costa tanto poco, che ciascuno lo può soffrire pazientemente.

Personaggi

ct Don GASPARO.

Donna LAVINIA, sua moglie.

Donna FLORIDA.

Don MAURO.

Don PAOLUCCIO.

Don EUSTACHIO.

Don RIMINALDO.

Don CICCIO.

La LIBERA.

La MENICHINA.

ZERBINO.

SERVITORE.

ct

Atto I

fi ct ct ct Don Riminaldo che taglia al faraone, don Ciccio, don Mauro, che puntano; donna Florida e don Eustachio ad un altro tavolino, che giocano a picchetto. Donna Lavinia sedendo da un’altra parte, leggendo un libro.

Florida. Facciamo che questa partita sia l’ultima; già non vi è gran differenza.

Eustachio. Finiamola presto dunque, che voglio veder di rifarmi alla bassetta. Colà giocano ancora.

Florida. Sì, sì, andate anche voi al tavolino di que’ viziosi. Giocherebbono la loro parte di sole. Bella vita che fanno! giorno e notte colle carte in mano. Vengono in villa per di- vertirsi, e stanno lì a struggersi ad un tavolino. Questi giochi d’invito non ci dovrebbono essere in villeggiatura. Sturbano affatto la conversazione.

Eustachio. So che donna Lavinia ci patisce, che in casa sua si giochi d’invito.

Florida. Anch’ella ieri sera ha perduto vari zecchini, ed ora eccola lì con un libro in mano. Ma se ci fosse il suo cavaliere, non farebbe così.

Eustachio. Mi maraviglio di don Mauro, che fa il terzo in quella bella partita.

Florida. Non mi parlate di don Mauro, che mi si desta la bile. Tutto il giorno a giocare, e a me non bada come se non ci fossi.

Eustachio. Veramente un cavaliere polito, com’egli è, non dovrebbe far cosa che dispiacesse alla dama.

Florida. Sa che io ci patisco, quand’egli gioca, e vuol giocare per farmi dispetto.

Eustachio. Sapete che cosa m’ha egli detto ieri sera?

Florida. Che cosa v’ha detto?

Eustachio. Ve lo dirò, ma promettetemi di non dirgli niente.

Florida. Non dubitate: non glielo dirò certamente.

Eustachio. Mi ha detto che voi lo tormentate un po’ troppo; che tutto quello che fa, secondo voi è mal fatto; che se parla lo riprendete, se tace lo rimproverate: onde, per ischivare d’essere tormentato, gioca in tempo che non giocherebbe.

Florida. Gioca, e non giocherebbe! don Mauro garbato! per non essere tormentato!

Eustachio. Ma signora, voi mi avete dato parola di non parlare.

Florida. Io non gli dico, che voi me l’abbiate detto. Gioca per forza; per non essere tormentato.

Eustachio. Capirà bene che possa venir da me...

Florida. Non ci pensi, che avrà finito di essere tormentato.

Eustachio. Ho inteso. Abusate della mia confidenza.

Florida. No, don Eustachio. Dico così per ridere. Avete fatto lo scarto?

Eustachio. L’ho fatto. Gran cosa, che una donna non possa tacere.

Florida. Io non dico più di così. Cinquantaquattro del punto.

Eustachio. Non vale.

Florida. Quinta bassa.

Eustachio. Non è buona.

Florida. Tre re.

Eustachio. Non vagliono.

Florida. Come non vegliano?

Eustachio. Non vedete che vi mancano tre assi?

Florida. Dalla rabbia non so che cosa mi faccia. Bravo signor don Mauro. Si diverta, per non essere tormentato. Spade uno. Spade due. Spade tre...

Eustachio. Voi non fate più cinque, signora.

Florida. Non m’importa. Vada al diavolo chi n’è causa. Don Mauro me la pagherà.

Eustachio. (Sia maledetto quando ho parlato).

Mauro. Mi avete chiamato, signora?

Florida. Oh signor no; la non s’incomodi. Vada a giocare.

Mauro. Ho finito di giocare.

Eustachio. Avete vinto?

Mauro. Ho perduto.

Florida. La testa.

Mauro. Obbligatissimo.

Eustachio. Alzate, signora.

Florida. Finiamola questa partita.

Eustachio. Chi vince alla bassetta?

Mauro. Don Riminaldo.

Eustachio. Al solito. E don Ciccio?

Mauro. Perde.

Eustachio. Perdo anch’io sei partite.

Mauro. Donna Florida è buona giocatrice.

Florida. Brava seccatrice, vorrete dire.

Mauro. Don Eustachio è troppo civile per pensar così delle dame.

Florida. È bene altrettanto incivile don Mauro.

Mauro. A me, signora?

Florida. A lei per l’appunto.

Mauro. Non mi pare di meritarlo.

Eustachio. Scartate, se vi piace.

Florida. Oh, per iscartare son fatta a posta. Principio da don Mauro.

Mauro. Scarta me donna Florida? Che carta sono io?

Florida. Una cartaccia che non conta niente.

Mauro. Finezze solite di una mia padona.

Florida. Non dubitate che vi tormenti più, che non vi è pericolo. Non andate a perdere i danari alla bassetta, per istar lontano da me, che già io non ho bisogno di voi.

Mauro. Che linguaggio è questo, signora?

Florida. Non vi è bisogno che andiate dicendo: gioco per liberarmi dal tormento di donna Florida. Se vi cerco più, possa essere scorticata.

Mauro. (Don Eustachio mi fatto la finezza di dirglielo. A me poco importa; ma la sua non è buona azione).

Eustachio. (Sono stato pur sciocco io a fidarmi).

Mauro. Lo sapete, se ho per voi del rispetto...

Florida. Oh, lasciatemi un po’ giocare.

Mauro. Desidero giustificarmi...

Florida. Quando voi giocate, io non vi vengo a seccare; fate lo stesso con me.

Mauro. Benissimo. Sarete servita. (Don Eustachio è un amico da non fidarsene).

Eustachio. Brava, donna Florida!

Florida. Mi avete dato due volte la mano. Rimescoliamo le carte, che tocca a me..

Eustachio. Chi non si confonderebbe, trovandosi in un impegno per cagion vostra? Florida. Io non ho parlato di voi.

Eustachio. Ma egli ha capito benissimo...

Florida. Se non tacete, vi pianto.

Eustachio. (Cattivo impicciarsi con certe tali).

Mauro. Che legge di bello donna Lavinia?

Lavinia. Leggo un libro che mi dà piacere: La Primavera. Poema in Versi martelliani.

Mauro. Di chi è?

Lavinia. Di Dorino. Di un poeta che stimo per la sua virtù e per la sua modestia.

Mauro. Dove trovasi questo libro?

Lavinia. È stampato in Venezia; ma se gradiste di leggerlo, vi posso servire di questo.

Mauro. Vi sono critiche? Dice mal di nessuno?

Lavinia. Non signore. Quando fosse di tal carattere, non lo leggerei.

Mauro. Dite bene. Ma il libro, se non critica, non averà molto spaccio.

Lavinia. Dovrebbe averlo appunto per questo, perchè alla buona filosofia ha congiunta la più discreta morale.

Mauro. Permettetemi che ne legga uno squarcio.

Lavinia. Servitevi.

Florida. Ha trovato di divertirsi il signor don Mauro.

Eustachio. Quindici, e sei vent’uno, e tre assi ventiquattro...

Florida. Via, via: picchetto d’ottanta, e niente. Quattro partite. Restano due. Faremo pace un’altra volta.

Eustachio. Eccovi due partite.

Florida. No, no, un’altra volta.

Eustachio. Favorite...

Florida. Che bel libro, signor don Mauro?

Mauro. Un libro, che mi ha favorito donna Lavinia.

Florida. Donna Lavinia è una dama virtuosa, che divertirà il signor Mauro molto meglio di me. Mauro. Ma voi, signora...

Florida. Io non sono buona che per tormentarvi: però vi consiglio a non venirmi d’intorno. Che s’io vi secco, voi mi avete inaridito da capo a piedi.

Lavinia. (Si sdegna per poco quella signora).

Eustachio. (Meglio è ch’io vada, per isfuggire un rimprovero dall’amico). ct ct Mauro. (Don Eustachio sa la sua coscienza).

Lavinia. Donna Florida mi scandalizza, don Mauro.

Mauro. Io credo ch’ella abbia avuto in animo di scherzare.

Lavinia. Mi spiacciono in casa mia queste scene.

Mauro. Per conto mio, non credo di aver dato motivo.

Lavinia. No, don Mauro, voi siete un cavalier savio e gentile; ma in verità, al giorno d’oggi compatisco quei che s’astengono dall’usare a noi altre donne delle attenzioni. Siamo troppo difficili, per dir il vero.

Mauro. Non tutte, signora mia, sono tagliate a un modo. In quanto a me, pongo fra il numero delle felicità l’onore di onestamente servire una discreta dama.

Lavinia. Ne avete voi trovate delle discrete?

Mauro. Se tutte somigliassero a voi, la servitù sarebbe un piacere.

Lavinia. Non è da vostro pari l’adulazione.

Mauro. Perchè vorreste voi che mi compiacessi adularvi? Per introdurmi con questo mezzo all’onor di servirvi? Siete impepegnata con don Paoluccio, e non farei un torto ad un amico per tutto l’oro del mondo.

Lavinia. Nè io son capace di usare ingratitudine con chi non la merita. Don Paoluccio mi ha onorato tre anni della sua amicizia. Ha pensato di voler far il giro d’Europa; me ne ha richiesto consiglio, ed io l’ho animato a porre ad effetto un sì ottimo pensamento. In due anni ch’ei manca, non potrà dire nessuno avermi veduta due giorni in compagnia di uno più che d’un altro. In città, in villa, tratto tutti con indifferenza, e se don Paoluccio vorrà continuarmi le sue finezze...

Mauro. Non è egli ritornato alla patria?

Lavinia. Sì certamente. Mi ha avvisata del suo ritorno in città tre giorni sono; e a momenti l’aspetto qui, a terminare con noi la villeggiatura.

Mauro. Può ben egli dirsi felice, servendo una dama che, fra gli altri pregi, ha quello della costanza.

Lavinia. Io la credo necessarissima in una donna ch’è nata nobile.

Mauro. Beato il mondo, se tutti pensassero come voi.

Lavinia. Don Mauro, non vorrei che donna Florida avesse occasione di pensare diversamente di me.

Mauro. Volete dire ch’io m’allontani, non è egli vero?

Lavinia. Non fate ch’ella abbia a dolersi di voi.

Mauro. Ma se più ch’io faccio, meno sono aggradito!

Lavinia. Regolatevi con prudenza.

Mauro. Dubito che non ci potrò durar lungamente.

Lavinia. Vi prego durarla almeno fino che siete qui. Non amerei che in casa mia nascesse uno scioglimento, che dai bei spiriti si mettesse poi a mio carico.

Mauro. Soffrirò in grazia vostra assai più di quello ch’io sia disposto a soffrire.

Lavinia. Vi sarò obbligata, don Mauro.

Mauro. Andrò a divertirmi col vostro libro, se mi permettete.

Lavinia. E perchè no colla dama?

Mauro. Perchè prevedo ch’ella sarà meco sdegnata.

Lavinia. E non vi dà l’animo di placarla? Colle donne convien essere un poco più tollerante.

Mauro. Lo sarei con chi sentisse ragione. Lo sarei, se avessi l’onor di servire... Basta, vado per obbedirvi, e vi assicuro che donna Florida averà più obbligo a voi, che a me, delle mie attenzioni. ct ct Lavinia. In fatti par impossibile che il temperamento di don Mauro possa adattarsi a quello di donna Florida. Ella è inquieta sempre, è sempre malcontenta, e pretende troppo. Ogni anno ella viene da noi, e la vedo sempre con visi nuovi. Non ha mai durato con lei una stagione intera un servente. Io non la posso lodare, ed è una di quelle amicizie che non m’importerebbe di perdere. Quest’anno non l’ho nemmeno invitata a venir con noi; ma ci viene da sè. È in possesso di venir qui; e le pare che sia casa sua questa. Ha un marito che non ci pensa, che la lascia andar dove vuole. Ma! il mio pure fa lo stesso con me. Viene in campagna meco, ma è come se non ci fosse. Il suo divertimento è la caccia. Le sue conversazioni le fa con i villani e colle villane: cosa che mi dispiace infinitamente, perchè mio marito, benchè avanzato un poco in età, lo amo e lo stimo, e non mi curerei di altro, s’egli si compiacesse di stare un poco con me. Signori miei, avete da giocar tutto il giorno? Non volete prendere un poco d’aria? Oggi abbiamo una bella giornata. Prima che venga l’ora di desinare, andiamo a fare due passi. (Spiacemi questo gioco. Don Ciccio non ne ha da perdere, e don Riminaldo guadagna sempre).

Riminaldo. Sono a servire donna Lavinia.

Ciccio. Mantenetemi gioco.

Riminaldo. Un’altra volta. Oggi, questa sera.

Ciccio. Un punto ancora. Questo po’ di resto.

Lavinia. Via, caro don Ciccio. Siate buono, e contentatevi così.

Ciccio. Sì, che mi contenti! dopo che ho persi i danari.

Lavinia. Avete perduto molto?

Ciccio. Mi par di sì; non mi son restati che dieci soldi.

Lavinia. Bravo, don Riminaldo, glieli avete guadagnati tutti al povero don Ciccio. Riminaldo. In tre ore che si gioca, quanto credete voi ch’io gli abbia guadagnato?

Lavinia. Non saprei.

Ciccio. Non mi ha mai dato un punto.

Lavinia. Capperi vuol dir molto. Gli averete guadagnato qualche zecchino.

Riminaldo. In tutto e per tutto dodici lire.

Ciccio. Mi ha cavato dodici libre di sangue.

Lavinia. E un giocator della vostra sorte sta lì tre ore per un sì vile guadagno?

Ciccio. E non mette i dodeci zecchmi che ha guadagnato a don Mauro.

Lavinia. Compatite, signore, ve l’ho detto altre volte. Siete padrone di tutto, ma in casa mia non ho piacere che si facciano di questi giochi. Veniamo in campagna per divertirci, e non v’è cosa che guasti più la conversazione, oltre il giocar d’impegno. Anch’io ho perduto vari zecchini... Basta, non dico altro.

Riminaldo. Io non invito nessuno. Mi vengono ad istigare; ma vi prometto che dal canto mio sarete servita. Al faraone non gioco più.

Ciccio. Oh, questa è bella. Non mi potrò ricattare io?

Lavinia. La perdita non è poi sì grande...

Ciccio. L’ho sempre detto: in questa casa non ci si può venire.

Lavinia. Nessuno vi ci ha invitato, signore.

Ciccio. Si perde i suoi danari, e non si può giocare.

Lavinia. Fatelo in casa vostra, e non in casa degli altri.

Ciccio. Volete venir da me a giocare?

Riminaldo. Verrò a servine, se me lo permette donna Lavinia.

Lavinia. Per me, accomodatevi pure. Bastami che non si giochi da noi.

Ciccio. Prendiamo le carte.

Lavinia. V’ho da mantenere a carte anche in casa vostra?

Ciccio. Gran cosa! un mazzo di carte usate! Siete ben avara. Quando avremo giocato, ve lo riporterò. Lavinia. No, no. Servitevi pure. Non v’incomodate di ritornare.

Ciccio. Siete in collera? Faremo pace: con voi non voglio collera. So che avete un piatto di funghi preziosi. Ne voglio anch’io la mia parte.

Lavinia. No, signor don Ciccio: non vi prendete tanta libertà in casa mia.

Ciccio. Ho inteso. Bisogna lasciarvi stare per ora. Andiamo a giocare.

Riminaldo. Ma avvertite, che sulla parola non gioco.

Ciccio. Giocheremo danari.

Riminaldo. Mi diceste poco fa non aver altro che dieci soldi.

Ciccio. Guadagnatemi questi, e poi qualche cosa sarà.

Riminaldo. Un’altra volta, signor don Ciccio. Non voglio disgustare donna Lavinia. Ella ha piacere che non si giochi, ed io, per obbedirla, non gioco.

Lavinia. Caro signor don Ciccio, risparmiateli quei dieci soldi. Siamo fra voi e me, che nessuno ci sente. Voi non ne avete da gettar via.

Ciccio. Se non ne ho da buttar via, non verrò da voi per un pane.

Lavinia. Lo so che non avete bisogno nè di me, ne di alcuno. Lo avete detto per ischerzo di voler venire a desinare da noi. Non sarebbe decoro vostro venir in un luogo, dove vi fanno le male grazie.

Ciccio. Eh, so che si scherza; so che mi vedono volentieri. Ci verrò per i funghi che mi piacciono, perchè la mia cuoca non li sa cucinare. E poi, che serve? Con don Gasparo siamo amici. Amico del marito, servitor della moglie; vengo qui di buon cuore, come se venissi da miei parenti. Ma che dico da miei parenti? Ho tanto amore per questa casa, che ci vengo come se venissi a casa mia propria. ct ct Lavinia. Veramente è una gran finezza che ci vuol fare. Don Ciccio è un di quei poveri superbi, che credono di onorare la casa, quando vengono a mangiare il nostro. Gran cosa! che in una villeggiatura non s’abbiano ad aver solamente quelle persone che piacciono; ma che si debbano soffrire ancora quei che dispiacciano. Se don Gasparo volesse fare a mio modo... ma egli non si cura di niente. Non bada a chi va e chi viene. Tanti giorni non sa nemmeno chi mangi alla nostra tavola. Egli non pensa ad altro che alla sua caccia, e a divertirsi con i suoi villani. Bel marito che mi ha toccato in sorte! Ehi, chi è di là?

Zerbino. Signora.

Lavinia. È ritornato ancora il padrone?

Zerbino. Non signora, non si è ancora veduto.

Lavinia. A che ora è partito questa mattina?

Zerbino. Appena, appena si vedeva lume. Quei maledetti cani da caccia mi hanno destato, ch’io era sul primo sonno.

Lavinia. Che indiscretezza! partir dal letto senza dirmi nemmeno addio.

Zerbino. Non le ha detto niente, prima di levarsi dal letto?

Lavinia. Non l’ho sentito nemmeno.

Zerbino. È molto che non l’abbia sentito, perchè, quando s’alzò il padrone, poco tempo poteva essere passato da che ella erasi coricata.

Lavinia. Così credo ancor io; ma il sonno mi prese subito.

Zerbino. Tutti due dunque si sono portati benissimo. Ella coricandosi ha lasciato dormire il marito, ed egli alzandosi non ha disturbato la moglie.

Lavinia. Gran dire! che con don Gasparo non si vada d’accordo mai.

Zerbino. Anzi mi pare che vadano d’accordo bene. Se ciascheduno fa a modo suo, non ci sarà che dire fra loro.

Lavinia. Sarà andato alla caccia dunque.

Zerbino. Sì signora. Ha preso seco i suoi cani, il suo schioppo, un uomo con del pane, del salame e del vino, e camminava come se fosse andato a nozze.

Lavinia. Eh, quando andò a nozze, non camminava sì presto!

Zerbino. Sento i cani che abbaiano. Il padrone sarà tornato. Lavinia. Sarà capace di non venir nemmeno a vedermi.

Zerbino. Vorrà prima riposare un poco.

Lavinia. Va a vedere s’egli è tornato. Digli che favorisca di venir qui.

Zerbino. Lo vuole subito?

Lavinia. Subito.

Zerbino. Puzzerà di selvatico.

Lavinia. Spicciati; non mi stordire.

Zerbino.(Poverina! la compatisco. Vorrebbe ora l’addio che non le ha dato questa mattina). ct ct Lavinia. Non so s’egli lo sappia, che oggi si aspetta don Paoluccio. Vorrei che gli si preparasse un accoglimento onorevole. È un cavalier che lo merita, ed ha per me una bontà assai grande. Oh, se mio marito avesse tanta stima di me, quanta ne ha don Paoluccio, sarei contentissima!

Gasparo. Eccomi qui ai comandi della signora consorte. Per venir presto, non mi ho nemmeno levato dalle spalle lo schioppo.

Lavinia. Eh, voi quel peso lo soffrite assai volentieri.

Gasparo. Sì certo. Tanto a me piace lo schioppo, quanto a voi un mazzo di carte.

Lavinia. Io gioco per mero divertimento.

Gasparo. Ed io vado a caccia per mera soddisfazione.

Lavinia. Non so come facciate a resistere. Ogni giorno faticare, camminare, sudare! Non siete più giovinetto.

Gasparo. Io sto benissimo. Non ho mai un dolore di capo.

Lavinia. Fareste molto meglio a starvene a letto la mattina, come fanno gli altri mariti colle loro mogli.

Gasparo. Allora non istarei bene, come sto. Lavinia. Già, chi sente voi, la moglie è la peggiore cosa di questo mondo.

Gasparo. La moglie è buona e cattiva secondo i tempi, secondo le congiunture.

Lavinia. I tempi e le congiunture fra voi e me sono sempre simili.

Gasparo. Perchè non c’incontriamo nell’opinione.

Lavinia. Il male da chi deriva?

Gasparo. Non saprei. Io vado a letto alle quattro. Ci sto fino alle dodici. Ott’ore non vi bastano?

Lavinia. E chi è, che da questi giorni voglia andare a letto alle quattro?

Gasparo. E chi è colui, che ci voglia stare sino alle sedici?

Lavinia. Non c’incontreremo mai dunque.

Gasparo. Mai, se seguiteremo così.

Lavinia. La sera non posso abbandonare la conversazione.

Gasparo. La mattina non lascierei la caccia per la più bella donna di questo mondo.

Lavinia. Per la moglie non si può lasciare la caccia?

Gasparo. Per il marito non si può lasciare la conversazione?

Lavinia. Bene. Lasciate voi la caccia, ch’io vedrò di sottrarmi dalla conversazione.

Gasparo. Verrete voi a dormire, quando ci anderò io? Verrete voi a letto alle quattro?

Lavinia. Sì, ci verrò. E voi starete a letto sino alle sedici?

Gasparo. Diavolo! dodici ore si ha da stare nel letto?

Lavinia. Dunque vi anderemo più tardi.

Gasparo. Dunque ci leveremo più presto.

Lavinia. Già, quando si tratta di stare meco, vi pare di essere nel fuoco.

Gasparo. Dodici ore di letto? Altro che andare a caccia!

Lavinia. Ma io non posso la mattina levarmi presto.

Gasparo. Ed io non posso la sera stare levato tardi.

Lavinia. Pare siam fatti apposta per essere d’un umore contrario. Gasparo. Divertitevi dunque, e lasciatemi andare a caccia.

Lavinia. E dopo la caccia, in conversazione con i villani e colle villane.

Gasparo. Io con i villani, e voi con i cavalieri. Se non v’impedisco di fare a modo vostro, perchè volete impedirmi di fare al mio?

Lavinia. Bene, bene. Lo sapete che oggi si aspetta don Paoluccio?

Gasparo. Ben venga don Paoluccio, don Agapito, e don Martorio, e tutta Napoli, se ci vuol venire.

Lavinia. Voi forse non lo vedrete nemmeno.

Gasparo. Lo vedrò a desinare; non basta?

Lavinia. Un cavaliere amico di casa, che torna dopo tre anni, merita che gli si faccia un accoglimento grazioso.

Gasparo. Ehi! viene per trovar me, o viene per ritrovar voi?

Lavinia. Non è amico di tutti due?

Gasparo. Sì; ma circa all’accoglimento pensateci voi, cara donna Lavinia.

Lavinia. Qual camera, qual letto gli vogliamo noi dare?

Gasparo. Basta che non gli date il mio.

Lavinia. Spropositi! il vostro ed il mio non è il letto medesimo?

Gasparo. Per questo diceva...

Lavinia. Voi avete voglia di barzellettare.

Gasparo. Sono allegro questa mattina. Ho preso sei beccaccie, quattro pernici, ed un francolino.

Lavinia. Ho piacere che vi sia del selvatico. Se viene don Paoluccio...

Gasparo. Oh, del mio selvatico don Paoluccio non ne mangia.

Lavinia. E che ne volete fare dunque?

Gasparo. Mangiarmelo con chi mi pare.

Lavinia. Colle villane?

Gasparo. Colle villane.

Lavinia. Si può sentire un gusto più vile? Gasparo. Consolatevi, che voi avete un gusto più delicato.

Lavinia. Se non foss’io che sostenessi l’onore della casa...

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