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L'avvenire!?

Edward Bellamy · 1891 · Free in the US

59,063 words · about 4 h 8 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Edward Bellamy
Language
Italian
Published
1891
Length
59,063 words · about 4 h 8 min
Sections
28 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (28)

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Capitolo primo

Io vidi la luce nella città di Boston nell’anno 1857. «Come,» dirà il lettore, «mille ottocento cinquanta sette!? questo è un errore ridicolo, Ella intende certamente 1957.»

«Prego di scusare, non è un errore.»

Erano circa le 4 del pomeriggio del 26 Dicembre, un giorno dopo il Natale, nel 1857, non 1957, quando mi soffiò per la prima volta in viso il vento di Boston, il quale, (come posso assicurare al lettore) era tanto penetrante nei tempi più remoti, quanto lo è nel presente anno di grazia, 2000.

Queste indicazioni, specialmente se aggiungo ch’io sono un giovinotto dell’apparente età di trent’anni, sembrano così assurde, che non sarebbe biasimevole chi rifiutasse di leggere ancora una sola parola di ciò che promette essere una pretesa alla sua credulità. Eppure, accerto il lettore, che non intendo ingannarlo, e mi prendo l’impegno di persuaderlo completamente s’egli vuol leggermi un poco ancora. Se con la promessa di giustificare l’accettazione, mi è permesso asserire ch’io so meglio del lettore, quando io sia nato, continuo la mia narrazione.

Come ogni scolaro sa, la civilizzazione verso la fine del secolo decimonono, era ben diversa da quella odierna, quantunque gli elementi da cui quest’ultima doveva sorgere, fossero già in fermentazione. Nulla era ancora successo per mitigare la divisione della società in quattro classi, cioè ricchi e poveri, istruiti ed ignoranti; divisione d’altronde già esistente da tempi lontanissimi. Io era ricco ed istruito, e riunivo perciò in me tutte le condizioni di una fortuna, che in quel secolo godevano i favoriti. Vivevo nel lusso e non era preoccupato che dal pensiero di gustare i piaceri e le dolcezze della vita; ciò lo doveva al lavoro altrui e non prestavo il minimo servigio. I miei genitori ed i miei nonni avevano vissuto così, ed io speravo che i miei discendenti, se ne dovevo avere, si sarebbero rallegrati di un’esistenza parimenti facile.

Ma come potevo io vivere, senza essere utile al mondo? chiederà il lettore. Come poteva il mondo accordare la sussistenza a chi non lavorava, pur potendolo? La risposta a questa domanda è che il mio bisavolo aveva ammassato delle ricchezze con le quali vivevano i suoi discendenti. Si presumerà che il patrimonio fosse ben grande, poichè, quantunque nell’inazione, non venne distrutto dalla vita di tre generazioni, eppure non è così. Il patrimonio in origine non era affatto grosso; effettivamente, però, dopo che tre generazioni avevano vissuto di esso senza farlo fruttare, era più grosso di prima. Questo segreto di uso senza consumo, di calore senza combustione, sembra una magia; ma era semplicemente l’ingegnosa trovata, che per fortuna ora è andata perduta, dei nostri antenati, i quali avevano portata alla più gran perfezione l’arte di gettare sulle spalle degli altri il peso del loro mantenimento.

L’uomo che otteneva ciò, e tutti aspiravano di riuscirvi, viveva dopo del prodotto del suo patrimonio; e sarebbe troppo lungo ora di spiegare come l’antico metodo d’industria facilitasse il buon esito. Dirò soltanto che gl’interessi dei capitali impiegati erano una specie d’imposta che, un uomo, il quale aveva guadagnato o ereditato denaro, percepiva dal guadagno di coloro che si occupavano d’industria. Non bisogna credere che una situazione così poco naturale e tanto contraria al buon senso, non sia stata biasimata anche dai nostri antenati. Legislatori e filantropi si affaticarono da lungo tempo per abolire le tasse o ridurle in proporzioni minime; ma non riuscirono nell’intento, nè potevano riuscirvi, fino a che dominava l’antico organismo sociale. Al tempo di cui scrivo, e cioè nella fine del secolo decimonono, i governi in generale avevano completamente abbandonato il tentativo di aggiustare quest’affare.

Per dare al lettore un’idea generale del come vivevano gli uomini allora, e specialmente quali erano i rapporti fra ricchi e poveri, non potrei trovare miglior paragone di quello d’un omnibus gigantesco al quale era attaccata la gran massa del popolo, per trascinarlo su d’una via montagnosa. Il cocchiere era la fame, che non sopportava nessuna fermata, benchè naturalmente andasse a passo assai lento. Malgrado le difficoltà per mantenere l’omnibus in cammino sulla via disuguale, sull’imperiale dello stesso v’erano dei passeggieri che non scendevano neppure alle salite più ripide.

Questi posti in alto erano ariosi e comodi, riparati dalla polvere, e di là, si poteva a scelta godere della vista o discutere sulla bontà della muta.

Naturalmente questi posti erano ricercati, e ognuno considerava come il maggiore scopo della vita l’assicurarsene uno in alto sulla vettura, per cederlo poi a suo figlio.

Vi era un regolamento in forza del quale si poteva cedere il proprio posto; ma d’altra parte accadevano anche molte disgrazie, per cui si poteva perderlo.

I sedili erano bensì comodissimi, ma poco sicuri, e ad ogni scossa della vettura, alcuni passeggieri cadevano a terra ed allora dovevano attaccarsi alla corda per aiutare a tirar l’omnibus sul quale erano prima così ben seduti.

La perdita del posto era considerata naturalmente come una grave disgrazia, e il timore che ciò potesse accadere a sè o ad un amico, era una nube costante che offuscava la felicità dei passeggieri.

«Ma, pensavano soltanto per loro?» si chiederà, «Non furono indotti a procacciarsi quella fortuna, paragonandola con la sorte dei loro fratelli e sorelle attaccati all’omnibus e convinti che la fatica di quei poveretti era aumentata dal loro peso?»

«Non avevano un po’ di pietà per i loro simili dai quali differenziavano soltanto per la fortuna?»

Oh sì! quelli che erano seduti, esprimevano sovente la loro compassione per coloro che dovevano tirar la vettura, soprattutto quando l’omnibus, come succedeva sovente, giungeva in un punto cattivo della via o presso ad un alto monte.

Poscia, in seguito a sforzi disperati e sotto i colpi di frusta della fame, molti si staccavano dalla corda e cadevano nel fango, offrendo uno spettacolo compassionevole. Allora i passeggieri incoraggiavano i lavoratori alla corda, esortandoli a pazienza e facendo loro sperare un compenso alla dura sorte in un mondo migliore. E comperavano unguenti e balsami per i feriti.

Tutti s’accordavano nel lamentare il grave peso della vettura che sembrava più leggera ogni qualvolta lasciava dietro di sè un passaggio difficile. Questo sollievo lo sentivano tutti, poichè nei luoghi scoscesi, il pericolo per tutti era maggiore, temendo che l’omnibus intero si rovesciasse, e così ognuno perdeva il suo posto.

In omaggio alla verità, bisogna riconoscere che l’aspetto della miseria dei lavoratori alla corda faceva sui passeggieri la maggiore impressione, e questi imparavano a valutare maggiormente i loro posti sulla vettura e vi si aggrappavano disperatamente.

Se i passeggieri fossero stati sicuri di non essere rovesciati nè essi nè i loro amici, si sarebbero probabilmente preoccupati meno di quelli che tiravano la vettura, e avrebbero partecipato alla raccolta di unguenti e fasciature.

So bene che questa sembrerà una barbarie incredibile agli uomini e donne del 20° secolo; ma due fatti curiosi ne dimostrano almeno in parte la verità.

Prima di tutto si aveva la persuasione che non vi fosse altro mezzo per mantenere salda la società, fuorchè quello di far tirare la corda dalle masse, mentre i privilegiati sedevano sulla vettura; e non solo questo; ma si credeva anche che non fosse possibile nessun miglioramento radicale per quelli che tiravano, nè alla vettura, nè sulla via, nè per la ripartizione del lavoro.

Era sempre stato così e così doveva sempre rimanere.

Era una desolazione, ma non si poteva cambiar nulla; ed era legge di filosofia, che quando ad un male non si poteva porre rimedio, era inutile consumar compassione per esso.

Il secondo fatto è ancora più curioso, e consiste nella strana allucinazione, provata da tutti quelli della vettura, e cioè, che essi non fossero proprio simili ai loro fratelli e sorelle che tiravano la corda, ma fatti di miglior materia ed appartenenti in certo qual modo ad una più alta classe di esseri, ai quali, con diritto, spettava d’essere tirati.

Ciò pare incredibile, ma siccome io stesso viaggiai in quell’omnibus, e provai la stessa allucinazione, dovetti prestarci fede.

Il più strano in questa illusione è che coloro i quali dal suolo salivano sulla vettura, subivano la stessa influenza, prima ancora che scomparissero dalle loro mani i calli prodotti dalla corda. In quelli, i cui genitori ed i nonni erano già stati così felici di procurarsi dei posti sopra la vettura, era completa la persuasione che fra essi e la merce comune esistesse una diversità considerevole. Tale illusione doveva necessariamente trasformare il sentimento fraterno per le sofferenze della moltitudine in una compassione filosofica. Questo è l’unico palliativo ch’io possa dare alla mia indifferenza per le miserie de’ miei fratelli nel tempo di cui scrivo.

Nel 1887 compii trent’anni. Non ero ancora ammogliato, ma fidanzato ad Editta Bartlett. Essa viaggiava come me sull’imperiale della vettura. Cioè, (per non continuare più a lungo una allegoria, che spero avrà ottenuto lo scopo e data al lettore una idea della nostra vita d’allora) la sua famiglia era ricca. In quell’epoca, in cui le comodità e il lusso non si avevano che con denaro, bastava che una ragazza fosse ricca, per avere degli adoratori; ma Editta Bartlett era anche bella e graziosa.

Le mie lettrici mi smentiranno. «Essa sarà stata bella» sento a dire, «ma non graziosa nel costume ch’era di moda allora, poichè la pettinatura era una costruzione vertiginosa alta un piede, e l’abito incredibilmente esteso dietro, mediante un’ingegnosa invenzione, sformava la figura, più di quanto lo avesse mai fatto l’arte dei sarti. Chi poteva esser graziosa con quel vestito?»

Tutto ciò è giustissimo, e non posso rispondere altro che, mentre le Signore del 20.° secolo fanno valere con gentil garbo la grazia femminile con vestimenta adatte, nessuna bruttezza negli abiti poteva far sfigurare completamente le loro bisavole.

Per compiere le nozze, attendevamo che fosse ultimata la casa fatta costruire da me in una delle parti più frequentate della città, cioè in una zona abitata specialmente dai ricchi. Poichè bisogna sapere che gli agi delle abitazioni nelle diverse posizioni di Boston, non dipendevano dalla bellezza della natura, ma bensì dal carattere del vicinato. Ogni classe viveva isolatamente.

Quando un ricco si trovava fra i poveri, o un uomo istruito fra gl’ignoranti, quegli, rimaneva solo in mezzo ad un popolo straniero ed insidioso.

Incominciata la costruzione della nostra casa, aspettavamo di vederla finita nell’inverno del 1886, ma la primavera dell’anno seguente la trovò ancora incompleta, e allora rimandai ad altra epoca il mio matrimonio.

Il motivo di questo, doppiamente spiacevole ritardo, per un amante appassionato, era lo sciopero per parte dei muratori, falegnami, fabbri, pittori, gazisti ed altri operai che erano occupati nella fabbrica. Non mi ricordo quale fosse la cagione di questi scioperi. Dopo la grande crisi commerciale del 1873, ve ne furono sempre in uno o l’altro ramo d’industria, ed era un’eccezione, quando si vedeva una classe d’operai restare continuamente al lavoro per due mesi di seguito.

Il lettore che ha sotto gli occhi le diverse epoche, riconoscerà naturalmente in questi sconvolgimenti dell’industria il primo segnale del gran movimento che terminò con la fondazione del sistema moderno con tutte le sue conseguenze sociali. Ciò è chiaro; e guardando indietro, ogni fanciullo lo comprenderebbe; ma noi che vivevamo allora, non eravamo profeti, e non avevamo idea di ciò che sarebbe accaduto fra noi. Noi vedevamo soltanto che l’industria del paese era in uno stato strano. I rapporti fra operai e padroni, fra lavoro e capitale differivano in modo inesplicabile, e le classi lavoratrici, completamente scontente della loro posizione, erano dominate dal pensiero di poter migliorare quando si fosse saputo da che parte cominciare il miglioramento.

In tutte le piazze si fecero richieste per un aumento di paga, minore occupazione, abitazioni e scuole più salubri; tutte esigenze alle quali non si sapeva come rispondere, finchè il mondo non si fosse fatto più ricco di ciò ch’era allora. Essi sapevano ciò che volevano, ma ignoravano a qual partito appigliarsi per raggiungere lo scopo e l’entusiasmo violento che li animava, quando si riunivano in folla intorno a chi possibilmente avrebbe dato loro spiegazioni, prestava una gloria effimera a chi li avrebbe guidati volentieri anche non potendo dare che pochi schiarimenti. Per quanto chimeriche fossero le speranze delle classi lavoratrici, pure la devozione colla quale si proteggevano a vicenda nei loro scioperi, l’unica arma che avessero, e i sagrifici che s’imponevano per condurli a fine, non lasciavano dubbio ch’essi nutrivano amari rancori. Per ciò che doveva risultare da queste rivoluzioni operaie, le opinioni delle persone della mia classe variavano a seconda dell’individuale modo di vedere. Esse dichiaravano apertamente ch’era nella natura delle cose, che il compimento delle nuove speranze degli operai fosse impossibile, semplicemente per la ragione che il mondo non ne aveva il mezzo. Solo perchè la moltitudine lavorava alacremente e mangiava poco, il genere umano non era ancora morto di fame, e nessun miglioramento di qualsiasi importanza era possibile, finchè il mondo rimaneva così povero.

Le speranze degli operai non potevano realizzarsi; ma c’era motivo di temere che essi lo riconoscerebbero soltanto quando avessero messo sottosopra la società. Essi avevano voti e forze bastanti per riuscire, volendo, ed i loro capi li aizzavano a rivolta. Alcuni timidi osservatori profetizzavano un diluvio sociale.

L’umanità, dicevano essi, ha raggiunto il più alto grado di civilizzazione ed è in procinto di precipitare capovolta nel caos; poscia si rialzerà e ricomincierà a salire. Esperienze di simil genere, ripetute in tempi storici e preistorici, sono probabilmente il motivo delle inesplicabili prominenze del cervello umano.

La storia dell’umanità è, come tutti i grandi movimenti, circolare e torna sempre di nuovo al punto di partenza.

L’idea di un progresso immenso in linea retta è una fantasmagoria, e non ha in natura nessuna analogia. La parabola della via tracciata da una cometa è forse la migliore illustrazione del corso della vita umana.

Essa è salita dall’afelio del barbarismo al perielio della civilizzazione, solo per precipitarsi nuovamente nelle regioni del caos.

Questa era naturalmente un’opinione spinta, ma mi ricordo d’aver udito uomini seri di mia conoscenza a ragionare nello stesso modo. Senza dubbio si credeva che la società andasse incontro ad un’epoca critica, per subire in seguito grandi cambiamenti. Le rivolte degli operai, il rimedio per esse, le loro cause, il loro corso, occupavano la stampa ed animavano le conversazioni.

L’agitazione raggiunse il punto culminante, quando un piccolo gruppo di uomini che si chiamavano anarchici, volevano costringere, con le minaccie e con la forza, il popolo americano ad accettare i loro principi, pensando che una grande nazione che aveva appena soffocata una sommossa per sostenere il suo sistema politico, dovesse accettare facilmente un nuovo sistema sociale.

Siccome io era ricco, e partecipavo all’ordine allora attuale di cose, divideva naturalmente le inquietudini della mia classe.

Il mio risentimento per la classe degli operai aumentava perchè in causa dei loro scioperi, dovevo rimandare ad altra epoca l’adempimento della mia felicità coniugale.

Capitolo secondo

Il 30 maggio 1887 cadde in lunedì. Era una festa nazionale che venne istituita nell’ultimo terzo del secolo decimonono sotto il nome di giorno della decorazione, per onorare la memoria dei guerrieri dell’armata del nord, i quali avevano preso parte alla guerra per la conservazione dell’Unione.

I superstiti in quel giorno, accompagnati dai militari e dai magistrati con la musica, andavano a deporre corone sulle tombe dei loro fratelli d’armi. La cerimonia era solenne e commovente.

Il fratello maggiore di Editta era caduto in quella guerra e nel giorno della decorazione, la famiglia soleva visitare il cimitero Mount Auburn dov’egli giaceva.

Domandai il permesso di accompagnarli, e verso sera, quando tornammo in città, rimasi a pranzo da loro. Dopo tavola, presi in mano un giornale e lessi di un nuovo sciopero degli operai muratori i quali, com’era da prevedersi, cagionavano un altro ritardo al compimento della mia infelice casa. Mi ricordo che mi infuriai, e per quanto lo permise la presenza delle signore, mandai mille maledizioni a tutti gli operai ed ai loro scioperi. Io godeva della simpatia generale e le mie osservazioni furono approvate da tutti. Eravamo tutti d’accordo nel pensare che le cose andrebbero sempre peggio e chissà dove ci condurrebbero.

«Il maggior male è,» disse la Signora Bartlett, «che le classi operaie mi sembrano impazzite ad un tratto. In Europa è ancora peggio che da noi, e non amerei certo di vivervi. Domandavo l’altro giorno a mio marito dove andremmo, se tutte le spaventevoli minaccie di quei socialisti venissero messe in esecuzione.»

«Egli mi disse che non conosceva nessun paese dove la società potesse esser chiamata stabile, ad eccezione della Groenlandia, della Patagonia e della China.»

«Questi Chinesi sapevano ciò che volevano» disse qualcuno, «quando respinsero la nostra civilizzazione orientale. Essi sapevano meglio di noi dove questa li condurrebbe e vedevano che dietro di essa non v’era altro che dinamite.»

Mi rammento che presi Editta al mio fianco e la persuasi che era meglio sposarsi subito, e aspettare, viaggiando, che la casa fosse finita. Essa era in quella sera stupendamente bella e l’abito nero che indossava, in onore di quel giorno, accresceva la purezza del suo viso. Mi par di vederla ancora adesso; quanto era bella! Quando me n’andai, essa mi seguì nell’anticamera, e la baciai come al solito. Questo saluto non era affatto differente da quello di altre occasioni, quando ci separavamo per una notte o per un giorno: nè io, nè essa presentivamo che questa dovesse essere più che una separazione abituale.

Per un fidanzato, era forse presto per lasciare la mia promessa sposa, ma ciò non deve far dubitare del mio amore. Quantunque in perfetta salute, soffrivo d’insonnia, e in quel giorno ero completamente estenuato, perchè da due notti non dormivo affatto. Editta lo sapeva ed aveva insistito perchè io andassi a casa alle nove e mi coricassi subito.

La casa che io abitava, era passata per tre generazioni nelle mani della famiglia di cui io ero l’unico discendente in linea diretta.

Era un grande ed antico edifizio in legno, dall’interno abbastanza elegante; ma la situazione n’era spiacevole in causa della vicinanza di caserme e di fabbriche. Non potevo pensare di condurre in questa casa una giovane sposa e sopratutto abituata come lo era Editta Bartlett. Era mia intenzione di venderla ed intanto non me ne servivo che per dormirvi, poichè prendevo i miei pasti al club. Un servitore, un fedele moro chiamato Saverio, abitava con me e mi serviva.

Temevo di non poter fare a meno d’una comodità speciale di quella casa quando avrei dovuto lasciarla: cioè la mia stanza da letto, ch’io avevo fatto costruire sotto le fondamenta. Nella città con quel continuo rumore notturno, non avrei potuto dormire, se avessi occupato una camera dei piani superiori. In questo appartamento sotterraneo non penetrava il minimo rumore. Quando vi ero entrato e ne chiudevo l’uscio, mi circondava un silenzio sepolcrale; e per impedire che l’umidità penetrasse, i muri erano ricoperti d’un cemento idraulico molto spesso ed egualmente riparato era il suolo. Per assicurarmi contro il fuoco e contro i ladri, la volta era ricoperta di lastre di pietra e la porta esterna era in ferro rivestita d’amianto. Un piccolo tubo in comunicazione con una ruota girante sul tetto stabiliva la ventilazione.

Si poteva credere che l’abitatore d’una simile camera dovesse certamente dormire, ma io malgrado tutto ciò, dormivo raramente due notti di seguito. Vi ero talmente abituato che la perdita del riposo notturno non mi recava nessun danno. Però una seconda notte, passata in poltrona, leggendo invece di coricarmi in letto, mi stancava immensamente e i miei nervi mi costringevano a cercare nell’arte i mezzi onde conciliarmi il sonno. Una volta dopo due notti insonni, non potevo trovare nella terza il riposo, e allora mandai a chiamare il Dottor Pillsbury.

Questi era stato nominato Dottore per protezione e non per merito, era ciò che si chiamava allora un mediconzolo, e si diceva professore di magnetismo animale. Come dilettante avevo fatto delle esperienze sul magnetismo ed in quell’occasione avevo imparato a conoscerlo. Credo ch’egli non comprendesse nulla di medicina; ma era senza dubbio un bravo magnetizzatore. Quando vidi che passavo una terza notte insonne, lo mandai a chiamare, perchè mi magnetizzasse. La mia eccitazione nervosa doveva essere forte, poichè il Dott. Pillsbury riuscì in poco tempo ad addormentarmi tanto profondamente che ricorse ad un processo magnetico per risvegliarmi. Il processo per risvegliare il dormiente essendo facile, lo feci insegnare dal Dott. Pillsbury a Saverio; e solo il mio fedele servitore sapeva perchè e a qual fine il dottore mi visitava. Quando Editta sarebbe stata mia moglie, l’avrei messa a parte de’ miei segreti. Non le avevo detto niente sino allora, perchè il sonno magnetico non essendo del tutto senza pericolo, sapevo ch’essa si sarebbe opposta a questa abitudine. Il pericolo consisteva in questo, che trovandomi profondamente addormentato, potevo cadere in uno stato dal quale non fosse possibile rialzarmi col Mesmerismo e avrei finito col morire.

Ripetuti tentativi mi avevano persuaso che si poteva evitare il pericolo mediante saggie misure di prudenza, ed io nutrivo la speranza di poter persuaderne Editta.

Dopo averla lasciata, andai direttamente a casa, e mandai subito Saverio a chiamare il dottor Pillsbury. Intanto io mi recai nel mio appartamento sotterraneo, cambiai il mio abito con una comoda veste da camera e sedetti al mio scrittoio per leggere le lettere giunte la sera e messe là dal mio servitore.

Una di esse era del capo mastro della mia nuova casa e mi annunciava ciò che già avevo supposto dalle notizie dei giornali. I nuovi scioperi, diceva egli, avevano ritardato il compimento del contratto di costruzione e mi domandava una proroga a tempo indefinito.

Caligola aveva desiderato che il popolo romano avesse una sola testa per reciderla d’un colpo, e quando io lessi questa lettera, accarezzai per un momento lo stesso pio desiderio per le classi operaie americane. Il ritorno di Saverio col dottore interruppe i miei foschi pensieri.

Appresi che con fatica era riuscito ad indurre il dottore a venire da me, essendo questi in procinto di lasciare la città nella notte. Il dottore mi spiegò che avendo sentito a parlare d’una onorevole carica in una città lontana, si era deciso di presentarsi al concorso per ottenere possibilmente il posto. Mi disperai allora e gli domandai a chi mi potevo rivolgere per addormentarmi ed egli m’indicò alcuni Mesmeristi in Boston, i quali possedevano la stessa sua potenza. Questo mi tranquillò, ed ordinai a Saverio di svegliarmi all’indomani mattina alle nove, poscia mi coricai, e presi una posizione comoda abbandonandomi alle manipolazioni del dottore.

In conseguenza d’una agitazione insolita, quella sera smarii meno presto i sensi; ma finalmente m’invase una dolce sonnolenza, e tranquillo riposai tutta la notte.

Capitolo terzo

«Egli apre gli occhi. Sarebbe meglio che prima vedesse soltanto uno di noi».

«Promettimi però, che tu non glielo dirai».

Le prime parole furono dette da un uomo, le seconde da una donna, e tutti e due parlavano sotto voce.

«Io voglio vedere come stà», replicò l’uomo.

«No, no, promettimelo» ripetè l’altra.

«Fa la sua volontà» disse piano una terza voce, anche di donna.

«Sì, sì, lo prometto», rispose l’uomo. «Presto, andate, egli torna già in sè.»

Intesi un fruscìo di abiti ed apersi gli occhi. Un uomo sulla sessantina, di piacevole aspetto, si chinò verso di me, con l’espressione della benevolenza e nei suoi lineamenti si scorgeva l’inquietudine. Egli mi era affatto estraneo. Mi appoggiai sul gomito e guardai intorno. La stanza era vuota. Per quanto sapessi, non ero mai stato in quella camera. Guardai nuovamente l’uomo che sorrideva domandandomi:

«Come vi sentite?»

«Dove sono?» dimandai a mia volta:

«In casa mia», fu la risposta.

«Ma, come vi sono venuto?»

«Ne parleremo, quando sarete rinforzato. Intanto vi prego di essere tranquillo, siete in casa d’amici e in buone mani. E ora come vi sentite?»

«Un po’ stanco», dissi, «ma credo di star bene. Vorreste esser tanto cortese di dirmi come va che io fruisco della vostra ospitalità? che mi è accaduto? come venni qui? mi coricai però in casa mia».

«Ci sarà tempo di spiegar tutto», rispose il mio ospite sconosciuto, sorridendo benignamente.

«È meglio aspettare che stiate bene per discorrere di ciò. Abbiate la bontà di prendere un sorso di questa bevanda; essa vi farà bene. Io sono medico».

Respinsi il bicchiere e mi misi a sedere sul letto, però ciò mi costò qualche fatica che la mia testa era stranamente confusa.

«Insisto per sapere, prima d’ogni altra cosa, ove sono e che cosa mi avete fatto», dissi.

«Mio caro signore», rispose il dottore. «vi prego di non agitarvi. Preferirei che non insisteste a chieder spiegazioni, per ora, però se volete proprio così, proverò di soddisfarvi, a condizione che beviate questo cordiale, vi rinforzerà».

Allora presi la bevanda offertami ed egli continuò: «Non è sì facile come lo credete, spiegarvi in qual modo vi trovate qui. Vi siete or ora destato da un sonno profondo o piuttosto da uno stordimento. Ecco quanto posso dirvi. Voi asserite di esservi addormentato a casa vostra».

«Oserei chiedervi quando ciò accadde?»

«Quando?» replicai, «quando? Ieri sera, verso le 10. Ordinai al mio servitore Saverio di svegliarmi alle 9. Che ne è di Saverio?»

«Non sono in caso di dirvelo», rispose quegli guardandomi con una strana espressione, «ma credo che la sua assenza sia giustificabile. Potreste forse, più facilmente, indicarmi la data del giorno in cui pigliaste il sonno».

«Ieri sera, non ve l’ho forse già detto? A meno che io non abbia dormito una giornata intera. Dio buono!, ciò non è possibile; eppure provo un’impressione speciale; mi pare di aver dormito un pezzo. Quando mi coricai era giorno di decorazione».

«Giorno di decorazione?»

«Sì, lunedì 30».

«Scusate, il 30, di che mese?»

«Ma, di questo mese, s’intende, a meno che non avessi incominciato il mese di Giugno dormendo, e ciò è ben impossibile!»

«Ora siamo in Settembre».

«In Settembre! spero che non vorrete darmi ad intendere che io abbia dormito fin dal mese di Maggio! Mio Dio!; ma ciò è incredibile!»

«Vedrete», disse il mio ospite; «voi dite di esservi coricato il 30 Maggio».

«Sì»

«Posso chiedervi di quale anno?»

Incapace di parlare, lo fissai per un istante.

«Ma sì, in quale anno, se mi è concesso il chiedervelo. Quando mi avrete, risposto, potrò dirvi per quanto tempo avete dormito».

«Era nell’anno 1887», dissi.

Il mio ospite insistè perchè bevessi ancora e mi tastò il polso. «Mio caro amico,» disse quindi, «la vostra condotta mi prova che voi siete un uomo colto, ciò che non era facile ai dì vostri come lo è ora. Indubbiamente avrete osservato che, a questo mondo, non si può mai dire che una cosa sia più strana d’un’altra, poichè ogni effetto sta in relazione diretta con la sua causa. Ammetto che quanto sto per dirvi vi sorprenda: ma spero che non perderete per ciò la vostra tranquillità d’animo. Voi non dovete aver più di trent’anni e non avete nemmeno l’aria d’aver dormito tanto; eppure, oggi è il 10 Settembre dell’anno 2000, sicchè voi avete dormito 113 anni, 3 mesi e 11 giorni».

Sentendomi alquanto sbalordito, il consiglio del mio dottore, bevvi una tazza di una specie di brodo, e quindi mi addormentai profondamente.

Quando mi svegliai, la camera, che prima era illuminata artificialmente, era inondata dalla luce del sole. Il mio ospite misterioso era seduto vicino a me, e siccome egli non mi guardava quando apersi gli occhi, potei osservarlo e pensare alla mia straordinaria situazione prima che egli si accorgesse che ero desto. Il mio capogiro era cessato e la mia mente era interamente lucida. La storia del mio sonno di 113 anni che avevo ascoltata senza discutere in causa della mia confusione, mi parve ora una mistificazione della quale volevo chiedere spiegazione.

Qualche cosa di straordinario doveva certamente essere accaduto poichè mi svegliavo in una casa straniera, ma per quanto la mia fantasia lavorasse, non potevo che congetturare. Era mai possibile che io fossi vittima di una congiura? Le apparenze c’erano; epperò se mai viso umano espresse la franchezza, l’uomo che mi stava vicino, colla sua fronte intelligente, mi parve incapace di poter partecipare ad un delitto qualsiasi. Mi chiesi quindi se non si trattasse di uno scherzo dei miei amici allo scopo di provarmi il pericolo della mia camera sotterranea e dei miei tentativi mesmerici. Questa supposizione era inammissibile; Saverio non mi avrebbe tradito per nulla al mondo e non avevo nessun amico capace di farmi un tiro simile, eppure la supposizione che si trattasse di uno scherzo era la sola accettabile. Aspettavo, da un momento all’altro, di veder, dietro ad una cortina o dietro ad una seggiola, un viso amico che mi guardasse sghignazzando.

Allorquando rivolsi lo sguardo sul mio ospite vidi che mi guardava.

«Ecco dodici ore che dormite bene», disse egli con aria soddisfatta, «e vedo che ciò vi ha giovato. Avete miglior ciera, l’occhio è più limpido, come vi sentite?»

«Non mi son mai sentito meglio», risposi, «e mi rizzai a sedere sul letto.

«Vi rammentate, senza dubbio, della prima volta che vi destaste», proseguì egli, «e del vostro stupore all’udire che avevate dormito sì a lungo?»

«Voi diceste, mi pare, che avevo dormito 113 anni».

«Per l’appunto!

«Confesserete», aggiunsi con un sorriso ironico, «che questa storia è abbastanza inverosimile».

«Straordinaria, lo ammetto», rispose egli, «ma non inverosimile, nè in contraddizione con ciò che sappiamo circa lo stordimento. Quando esso è completo, come nel caso vostro, la facoltà vitale cessa. Quando le condizioni esteriori proteggono contro le offese fisiche, non si può dire quanto possa durare uno stordimento simile. Lo stordimento da voi sofferto è, invero, il più lungo che sia finora successo; ma chissà fino a quando sarebbe durato se non foste stato trovato e se il locale, in cui eravate, fosse rimasto non tocco da nessuno. Il progressivo raffreddamento della terra avrebbe distrutto il tessuto cellulare e liberato lo spirito».

Se io era vittima di uno scherzo, bisogna, proprio dire che s’era scelto, per farmelo, uno strumento dei più adatti. Col suo fare eloquente e convincente, quell’uomo sarebbe riuscito a provare che la luna era un formaggio. Il sorriso col quale accolsi la sua ipotesi sullo stordimento, non lo imbarazzò menomamente.

«Non volete voi proseguire», dissi, «e narrarmi con precisione tutte le circostanze che vi condussero a trovare la camera della quale mi parlaste dianzi? Io sono amante delle storie ben trovate».

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