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Questa Commedia di tre Atti, in prosa, fu rappresentata per la prima volta in Venezia nel Carnovale dell’anno MDCCLIV.
Lettera di dedica
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A prima delle mie Commedie stampate, Eccellentissimo Signor Giovanni, fu la Donna di Garbo, collocata nel primo Tomo della edizione Bettinelli, e nel quinto in quella di Paperini, ed ebbi l’onore di consacrarla, come una primizia dei frutti del mio talento, alla Nobilissima Dama, la Signora Andriana Dolfin Bonfadini, vostra amorosissima Genitrice, e mia Protettrice benefica e generosa. Ciò poteva bastare per un pubblico segno dell’ossequio mio verso di Lei, Dama illustre di meriti e di virtù ripiena, verso l’eccellentissimo Signor Francesco, egregio Genitore Vostro, Senatore amplissimo, e verso la Casa tutta ch’io venero, spiegato avendo in allora, alla meglio ch’io seppi, e i fregi della Famiglia, e quelli delle persone, e gli obblighi miei infiniti verso di loro, e le ragioni che m’inducevano a preferire a qualunque altra persona questa mia benignissima Protettrice. Prescindendo ora da tutto questo, a Voi rivolgomi specialmente, Cavaliere umanissimo, per quelle grazie particolari che m’impartite, e questa mia Commedia a Voi dirigo, ed offerisco, e consacro, pel genio comico che virtuosamente vi divertisce, per la protezione che alle opere mie donate, e per quegli obblighi che precisamente vi devo. Il Vecchio bizzarro a Voi certamente mal converrebbe, che siete un giovane di talento e di spirito. Ma un tal carattere non vi può esser discaro, rappresentandolo Voi ordinariamente nell’amena e gioconda Villeggiatura di Bagnoli del Vostro amico e Cugino, e mio Protettore benefico, l’Eccellentissimo Signor Conte Lodovico Widiman, più volte ne’ fogli miei ossequiosamente lodato. La parte a Voi prediletta suol essere quella del Dottor Bolognese, il quale con una maschera che copre il naso e la fronte, presenta una faccia di cotal uomo che abbia sortito dalla natura una di quelle macchie visibili, che col nome di voglia si chiamano volgarmente, e rendono la persona diforme, da che precisamente ebbe origine una simile caricatura, copiata dal naturale in quel secolo, in cui dagli uomini forensi ancora si portavano per ornamento le basette, o i mostacchi. A Voi la lingua Bolognese riesce meno straniera e difficile, sendo stato parecchi anni in educazione nel Collegio di Modona, ove quantunque intervengano Nobili Giovanetti di ogni nazione, prevale in qualche modo il nazionale linguaggio, il quale alle nostre orecchie non comparisce moltissimo dal Bolognese distante. In fatti abbiamo avuti nei nostri Teatri in Venezia, e ne hanno avuto parimente i Milanesi, i Fiorentini, i Romani, dei Dottori in Commedia d’altro paese fuor di Bologna; siccome in altre parti, da noi non molto remote, dei Pantaloni stati sono e sofferti, e applauditi, che Veneziani non erano, e non avevano della nostra lingua che una semplice infarinatura, ed una pratica materiale nell’uso del lor mestiere. Ma a tutti questi de’ quali ora vi parlo, ed a moltissimi nazionali ancora dei luoghi da dove i Vecchi delle Commedie son tratti, prevale, Eccellentissimo Signor Giovanni, la vostra facondia, la grazia naturale che possedete, il brio, e lo spirito, e la prontezza con cui negl’impegni comici sapete animar le scene, aggiungendo alla pratica che fatta avete di tal carattere, il sapere e l’erudizione che manca ordinariamente ai Comici mercenari, nel basso mestiere grossolanamente instruiti, e nella povera condizione loro educati. Nel decimo Tomo della mia Fiorentina edizione, addrizzando a S. E. il Signor Pietro Priuli, amico e parente Vostro, e nel comico divertimento collega, la quarantesima ottava Commedia, intitolata il Prodigo, accennai parecchie cose intorno alla Nobile compagnia di Bagnoli, e ne feci la descrizione esatta in un Veneziano Poemetto intitolato il Burchiello, per le Nozze di S. E. il Signor Alvise Priuli colla Nobil Donna la Signora Lucrezia Manin. Dissi che in occasione di detta Villeggiatura varie Commedie all’improvviso furono da me composte e dagli ospiti valorosi egregiamente rappresentate; ma in una principalmente, che avea per titolo Le due Cameriere, riusciste Voi sì bene, che tutti faceste maravigliare. Era per l’appunto la parte vostra del Dottor Bolognese il carattere di un Vecchio bizzarro posto fra due graziosi amoretti, giocati mirabilmente da due Cameriere vezzose, una d’indole seria, l’altra di costume brillante, rappresentata la prima da S. E. la Signora Cecilia Zorzi, e la seconda da S. E. la Signora Loredana Priuli, che con diverso sistema operando, lasciarono indeciso negli uditori di chi di loro fosse maggiore il merito, l’ abilità e la prontezza. Voi in mezzo di queste due faceste la miglior figura del mondo; e tanti furono i sali, le facezie e le cose buone che vi sapeste innestare, che io non avrei certamente saputo scrivere la vostra parte nè più comica, nè più brillante.
Ma temo che la mia compiacenza sopra di questo punto facendomi dilatare soverchiamente, vaglia a far credere a quelli che non vi conoscono, che in sì picciola cosa abbiasi confinato il Vostro talento; e vorrei potere dal canto mio rendervi quella giustizia che meritate in tutte quelle parti che signorilmente vi adornano, per dar rissalto alle vostre virtù, ai vostri meriti, ed alle vostre ammirabili prerogative. Sino dai primi anni della gioventù vi dichiaraste parziale dei buoni studj, delle scienze, della filosofia, delle belle lettere, e coltivando in appresso un così bel genio, vi formaste un perfetto conoscitore, un erudito Cavaliere, serbando anche in ciò quella discreta moderazione con cui nei piaceri di questa vita sapete onestamente prendere la vostra parte. In quelle onorifiche cariche, in quei Magistrati che la Repubblica Serenissima a misura della età vostra vi ha finora appoggiati, spiccò talmente il vostro sapere, e la diligentissima attenzione vostra, che dai primi saggi del vostro talento può argomentarci qual sarete per divenire in Repubblica, e quali fortunati progressi da Voi si aspettino i Congiunti vostri ed i vostri Concittadini; ed io, che ebbi l’onorato carico parecchie volte di tesser rime ed encomi agli Eroi di questa Patria Gloriosa, ai primi gradi innalzati dal merito e dalla virtù, se tanta vita Dio mi concede, spero dover cantare di Voi luminosissime cose, in occasione di giubbilo, di gloria vostra e di consolazione comune.
Il vostro magnanimo Genitore, che dopo aver servito con vero zelo e con ammirabile decoro la Patria, ebbe da essa la ricompensa sublime della Dignità Senatoria, passatovi per la via insigne del Tribunale più eccelso, egli vi apre la strada agli onori, alle cariche, alle dignità, e Voi, non meno che l’Eccellentissimo Signor Pietro, Fratello vostro degnissimo, siete nella Virtuosa gara costituiti di far decidere al Mondo chi più vaglia, e più sollecitamente, ad ingrandir maggiormente il sangue illustre della vostra Famiglia, la fama dei vostri meriti, e la grata riconoscenza della Repubblica Serenissima.
Pieno di così viva speranza, godo dello stato vostro presente, e delle venture felicità che vi aspettano, e già che l’età vostra il consente, vi offro per ora il divertimento di una Commedia, risserbandomi nelle occasioni più fortunate ad innalzar la mia musa coi cantici delle vostre Glorie. Seguite pure di buona voglia l’esercizio piacevole delle Commedie, le quali non solo vogliono a divertirvi, ma possono eziandio esservi di giovamento. Quell’avvezzarsi a parlare al pubblico è pure lodevol cosa. L’arte sì famigliare agli antichi Romani si è perfettamente in queste fortunate Lagune trasfusa e perfezionata. Nascono fra di noi gli Oratori; chi al Senato, chi al Foro con ammirabile naturale facondia sa difendere le cause pubbliche e le ragioni private. È un pregio e un abito della Nazione la naturale disposizione agli aringhi, la prontezza del dire, la energia delle dispute, la forza degli argomenti, la chiarezza, la fecondità dello stile. Oltre alla natura benefica, l’esempio de’ Vecchi ammaestra la Gioventù, e in questa l’esercizio avvalora l’istinto. Tutte le arti si vengono a perfezionare per gradi, e loderei sommamente che a tutti gli altri piacevoli trattenimenti che ai Giovanetti si accordano, quello si preferisse di esporsi al pubblico dalle Scene. Molti si trovano di talento e di sapere forniti, che pensano giustamente, e capaci sono in privato di un buon consiglio, ma temono le azioni pubbliche; e manca loro il coraggio. Ciò accade ordinariamente perchè non ne sono avvezzati, onde quantunque siano le Scene dal Foro e dai Magistrati remote, l’azione è similmente azzardosa, allorchè trattasi di parlare da un luogo pubblico ad un numero di persone raccoltesi per ascoltare; e chi bene abbia riuscito in questo sopra le Scene, se non avrà le cognizioni che al buon legale e al bravo Repubblichista son necessarie, avrà superata almeno la massima difficoltà, che suol consistere nell’apprensione. V. E. ha tutti i numeri necessari, e per le piccole e per le grandi imprese; ha bisogno meno degli altri di tali esperimenti per esercitare la sua facondia e la prontezza del suo intelletto, ma ciò non ostante seguiti pure, e non abbandoni il bel piacere delle Commedie. Queste recano un altro bene alla Gioventù. La divertiscono dai trattenimenti meno innocenti, e qualche volta pericolosi. Guai al mondo se non vi fossero dei Teatri. Tutti i Principi li credono necessari. Un Capitano d’armata, fuori dei militari conflitti, pensa immediatamente a divertire la Truppa con i Teatri; questi impediscono i progressi del gioco, e traviano dalle insidie amorose. Parlo di que’ Teatri che onesti sono e morigerati. Non di quelli di mal esempio, che si figurano i Moralisti colle loro invettive, de’ quali a’ dì nostri, per la Dio grazia, si è perduta per fin la memoria.
Ma sul finire di questo foglio, mi si presenta all’idea un rimprovero che l’E. V. può farmi. Io lodo Voi che tanto mirabilmente il Dottor Bolognese rappresentate, e pare che dalle mie Commedie lo abbia sbandito. Mi giustifico brevemente. Prima di tutto, io non ho l’abilità di scrivere quella lingua, come Voi la parlate. In secondo luogo, senza far torto alle Maschere che ora abbiamo, pericoloso mi riuscì sempre, ed infelice talvolta il valer- mene, stanco il Pubblico forse di veder sempre le cose solite, amante della novità sulle Scene.
Dovendo scrivere per Bagnoli, non lascierò da parte il Dottore, veggendolo in tanta grazia del popolo che lo applaudisce. So anch’io conoscere i miei vantaggi per la miglior riuscita delle mie produzioni, e so altresì che miglior fortuna non posso desiderarmi, oltre quella della grazia e protezione Vostra umanissima, alla quale ossequiosamente mi raccomando.
Di V. E.
L’autore a chi legge
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EL rivedere la presente Commedia coll’oggetto di darla al torchio, la memoria mi suggerisce l’evento sfortunato ch’ella ebbe sopra le Scene, allora quando fu per la prima volta prodotta; e mi sovviene, che allora subito desiderai di poterla stampare, perchè il Pubblico avendola sotto l’occhio, sapesse dirmi con verità, se tanto parea cattiva in leggendola, quanto apparve nella sua rappresentazione. S’io mi credessi ch’ella tal fosse, quale in allora fu giudicata, vorrei nasconderla, vorrei lacerarla, anzichè a nuovi insulti esporla miseramente; ma esaminandola senza passione, non parmi essere indegna di quel generoso compatimento, che tante altre Commedie mie, di questa ancora più difettose, hanno dal Pubblico riportato. Molte combinazioni si uniscono spesse volte per fare che scomparisca un’opera sfortunata; e molte altresì favorevoli contribuiscono all’esito avventuroso. Nell’anno primo ch’io presi a scrivere per la Compagnia del Teatro de’ Nobili Vendramini, fatta non avea in pochi mesi la pratica delle persone che la componevano, e andava cercando in ognuno l’abilità e il carattere per far qualche cosa di nuovo. Eravi in allora un celebre Pantalone, di cui vive ancor la memoria dopo la morte della persona; e mi lusingai, che quanto era egli valente colla sua maschera, potesse riuscire egualmente col volto scoperto; e quanto era lepido e gentile nelle conversazioni, avesse a comparire, nel suo naturale aspetto, piacevole sulla Scena. Scelsi per tal oggetto un carattere non meno grazioso che cognito e familiare nel paese nostro, uno cioè di quei Vecchi bizzarri, che noi vediamo frequentemente, i quali avendo passata l’età migliore con della vivacità e dello spirito, conservano nella vecchiaia lo stesso brio, la stessa disinvoltura. Certi tali uomini popolari, spiritosi, brillanti, da noi si chiamano Cortesani; e siccome altre volte aveva io dato alle Scene il loro carattere in gioventù, pensai farlo comparire nella sua verità conservato nella vecchiaia, e intitolai la Commedia Il Cortesan Vecchio, ch’è lo stesso che dire Il Vecchio Bizzarro. Lettor carissimo, se di quelli non sei che lo ha veduto rappresentare, non puoi figurarti l’irritamento del Popolo contro di esso, e le ingiurie che contro di me medesimo si scagliarono in quella occasione.
È vero che la Commedia riuscì malissimo; il personaggio suddetto, ch’era l’attor principale, avvezzo sempre a recitar colla maschera, e all’improvviso, si trovò talmente imbarazzato e confuso, che parea un principiante, e in luogo di animare le cose, come era solito, le faceva miseramente languire. Qualche altro personaggio, posto come lui nell’impegno di recitare le cose scritte, contro l’antico di lui costume, si confuse egualmente; e là dove la Commedia dovea brillare,
Compatisco il popolo, che s’è annoiato; io medesimo non ebbi la tolleranza di vedere il fine della Commedia; partii dal Teatro per sollevarmi, e per mia mala sorte, andai a terminar la sera al Ridotto. Colà sogliono ragunarsi le Maschere, terminato il teatrale divertimento, ed ivi si sentono gli elogi o i biasimi delle rappresentazioni vedute, e specialmente la prima sera delle cose nuove rappresentate; ivi si pronunziano i giudizi, per lo più appassionati, e le sentenze barbare ed inumane. Fu per me un caro divertimento sentirmi strapazzare nella più sonora e caricata maniera che dar si possa; e la maschera che mi copriva, mi dava campo di penetrare nei circoli senza essere conosciuto, e di godermi le ingiurie delle quali mi caricavano. Non si fermavano già a discorrere della Commedia, a rilevarne giudiziosamente i difetti, e molto meno a criticarne gli Attori; ma contro di me eccitati, io era l’unico scopo delle satire e delle invettive. Non mancarono degli amici miei, che si provavano per difendermi, ma guai a loro, se continuavano; li avrebbero lapidati. Se a dir movevasi alcuno, essere stata la colpa di qualche Attore, rispondevano in dieci: no, non è vero, la colpa è sol del Poeta. Se rifletteva alcun altro, essere compatibile il Poeta istesso, dopo averne un sì gran numero pubblicate, eravi chi rispondeva: ha finito, ha finito; vuotato è il sacco; ed una signora maschera di genere femminino, che ho conosciuto benissimo, sedendo ad un tavolino, ove da quattro galantuomini si giuocava al Tresette, inquietando la partita loro, perchè applauso facessero alla sua voce stridula ed alle sciocche parole che pronunciava, mostrandosi di me informata, quantunque io non abbia avuto mai la disgrazia di praticarla, disse ch’ella sapeva benissimo, ch’io era per lo passato provveduto del comodo di una buona raccolta di Commedie di vari tempi, incognite all’universale, dalle quali avea copiato tutto quel poco di buono ch’erasi di mio veduto, e che questa venuta al fine, io era rimasto in secco. Di questa signora maschera ho dato un cenno nella prefazione seconda del Tomo Ottavo della edizione mia Fiorentina, al proposito degl’Imprudenti; e se ora mi do l’onore di nuovamente ricordarmi di lei, non è che per l’occasione profittevole che mi si presenta, e per dirle che il magazzino delle Commedie incognite non era in quel tempo altrimenti finito; poichè ne ho prodotte dopo d’allora altre venti almeno per la maggior parte felici, e tuttavia ne vo producendo.
Una cosa mi ha sempre fatto grandissima specie, e non posso dissimularla, e non mi avvezzerò mai a soffrirla senza maravigliarmi, e senza provarne sensibile dispiacenza. Che le Commedie mie non incontrino, non è maraviglia, anzi per lo contrario consolar mi deggio, che senza merito molte di esse vengono bene accolte e benignamente applaudite. Ma dopo il fortunato incontro di una Commedia, come successe in quell’anno medesimo alla Sposa Persiana, rappresentata trentadue volte con un concorso e con uno strepito universale sì grande, subito dopo, trovandosi il popolo malcontento di un’altra, abbiasi a dimenticare sì presto la sua compiacenza, e il merito che fortunatamente ho avuto di divertirlo; e in premio almeno delle mie fatiche non abbia la carità di compatirmi, e voglia con gli strapazzi ricompensare le mie fatiche, è una bibita troppo amara, e basterebbe a disanimarmi, se gl’impegni miei non mi tenessero incatenato. Ma il Pubblico è un capo che non ragiona se non col proprio piacere, e nella confusione di tanti oggetti raccolti, i nemici si sfogano dove trovano il campo aperto a poterlo fare; e gli amici istessi pare che si vergognino a giustificare l’Autore, nelle occasioni dei suoi difetti o delle sue sfortune.
Stampandosi ora questa male avventurata Commedia, spero non averà l’incontro di prima. Lascio al Lettore la libertà di considerarla da per se stesso; e siccome non fu partitamente attaccata, è inutile ch’io la difenda con apologia più particolare. Temendo non mi succeda lo stesso, s’ella venisse qualche altra volta rappresentata, per la difficoltà di ritrovare un Vecchio grazioso senza la maschera, l’ho posta io medesimo presentemente al Vecchio Bizzarro, facendolo rappresentare dal nostro benemerito Pantalone.
Personaggi
ct PANTALONE de’ BISOGNOSI, vecchio bizzarro.
CELIO, ipocondriaco.
OTTAVIO | Livornesi.
FLORINDO
FLAMMINIA, sorella di FLORINDO.
CLARICE, nipote di Celio.
ARGENTINA, serva di Flamminia.
BRIGHELLA, servitore di OTTAVIO.
TRACCAGNINO, servitore di Celio.
MARTINO, Veneziano, giuocatore.
Un Bravo, che parla.
Un Bravo, che non parla.
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The end
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