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Lettera di dedica
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EI mesi scorsi già sono, Eccellentissimo Signore, ne’ quali trattenendomi per gli affari miei in Toscana, ogni lettera che mi giungea di Venezia stringeami il cuore colle amarezze, e mi accresceva di volta in volta non dirò l’ira e il dispetto, ma la mortificazione, il rammarico e la malinconia più tetra e più dolorosa. Una consolazione dolcissima in mezzo alle mie angustie mi ha recato l’intendere che l’E. V. colla solita sua benignità e gentilezza fosse uno de’ miei validissimi Protettori, il quale coll’ autorità e col sapere non solo destava in altrui per me l’interesse e l’amore, ma ponendo in veduta le mie ragioni, con quella eloquenza che in Lei è ammirabile e convincente, promoveva per me la giustizia, il disinganno e la compassione. A tutti è noto il carattere di V. E. Un Cavaliere che ama la verità e la conosce; che la sostiene costantemente e a tutto la preferisce; accredita col suo nome qualunque causa che onorar voglia della sua protezione, certissima cosa essendo che non lo farebbe senza giustizia, e che al chiarissimo suo intelletto non v’è impostura che arrivi a mascherare la verità. Oh, son pur pochi coloro che di questa bellissima verità invaghiti, vogliano portarla in trionfo a dispetto dell’interesse, della politica e del costume! Mal disse di questa virtù divina chi madre l’ha chiamata dell’odio. Non nasce l’odio dalla verità, ma dall’ambizione. Il vero non può produrre che la virtù, la correzione ed il bene; ma l’animo mal disposto a ricevere in pace il suo disinganno, converte in veleno questo prezioso balsamo, onde poi deriva lo sdegno. L’amor proprio è la rovina degli uomini, e l’adulazione che lo fomenta mantiene con iscandalo l’aborrimento del vero. Ammirabile è l’E. V., e degna d’ossequio e di venerazione per purezza di sangue, per antichità, per onori, per la chiarezza dell’intelletto, per le virtù che l’adornano, in grado sommo costituite, ma l’adorabile sincerità, questa è quella che fa l’E. V. distinguere da chi ne conosce il pregio.
Ella ama la magnificenza in tutte le cose che appartengono alla vita civile, ma questa siccome è proporzionata alla ricchezza del suo patrimonio, non procede certamente dall’ambizione, come può dirsi da chi oltrepassa le misure nelle quali si trova costituito, ma dall’animo generoso e discreto che rende giustizia a se medesimo nell’uso proporzionato de’ proprj beni, e dona alla società quello che non è necessario all’economia. Questo è saper vivere, ed io medesimo ho goduto più volte gli effetti di quella generosità, ch’ella è solita praticare non solo cogli amici suoi, ma eziandio con i suoi servidori.
Diranno i miei nemici anche questa fiata, che per vanità gloriare io mi voglia d’essere stato a parte delle generose di Lei finezze; ma dicanlo pure, ch’io perdono loro di buona voglia ciò che negar non saprei. Sì, egli è vero, son vano, sono ambizioso di un tanto onore; e chi non lo sarebbe se fosse nel caso mio? Chi è colui che non brami la protezione di V. E., ed esultar non sapesse veggendosi da Lei con tanta benignità accolto, compatito e beneficato? Sanno eglino cotesti invidiosi chi sia l’E. V.? Troppo Ella è nota, per non saperlo. Sono più secoli che la Repubblica Serenissima vanta fra le primarie originali Famiglie de’ suoi Patrizi il nome illustre e magnanimo de’ suoi RUZZINI. L’Augusto Senato li ebbe in pregio in ogni età, in ogni grado. Il Serenissimo Doge, zio paterno dell’E. V., dopo avere sparso per tutta l’Europa la fama del di lui merito e del di lui sapere colle Ambasciate e colle Plenipotenze ai Monarchi più venerabili della terra, ha ricevuto il premio che gli si doveva dalla gratitudine dell’Augusta sua Patria nell’aureo Manto, ed egli novelli fregi a questo eccelso grado ha accresciuti. Anche il Fratello degnissimo dell’E. V. va le medesime vie calcando, Savio della Repubblica e Ambasciatore al Re Cattolico per la medesima.
Ma senza più trattenersi su gl’infiniti meriti di una Famiglia cotanto eccelsa, quelli dell’E. V. a chi non sono palesi? La prontezza del di Lei spirito, la chiarezza dell’intelletto, la facilità de’ pensieri sublimi e della comunicativa, non sono prerogative che la rendono distinta, ammirata? E descendendo alle qualità personali che sono più dall’universale degli uomini conosciute, la dolcezza del tratto, la generosità, la brillante, moderata e gentilissima maniera del conversare, non innamora chi ha la fortuna di esserne a parte? Sì certamente, posso anch’io renderne conto a chi non ne fosse informato; che se non ho talenti per mettere in pratica le virtù, ho però l’uso di conoscerle e di ammirarle.
V. E. merita essere per questa ragione dagli uomini riverita ed amata. Io dovrei più d’ogni altro darle del mio rispetto e dell’umile affetto mio un qualche segno, ma non potendo farlo sì degnamente che a Lei convenga, lo farò in quelle misure almeno che alla bassezza mia fian permesse.
Una commedia all’E. V. offerisco, dono sproporzionato alla grandezza sua; ma che a me costa sudori, poichè se il Mondo crede che facilmente dall’intelletto mio e dalla mia mano escano queste Opere che giornalmente produco, di gran lunga s’inganna; e se misurar si vuole la supposta facilità dall’abbondanza delle produzioni, risponderò che la necessità e l’impegno mi costringono a farlo collo scapito del mio riposo.
L’Amante Militare, che io consacro all’E. V., non è argomento che corrisponda alla di Lei situazione; ma il carattere dell’Eroe principale di questa mia Commedia può in Lei riconoscersi perfettamente. Un Uomo che apprezza l’onore più della vita, che è pronto a sagrificare tutte le sue passioni pel suo dovere, pel suo decoro, è un ritratto fedelissimo di V. E. Della tenera passione amorosa tutti gli uomini capaci sono, perchè con questa son nati: ma il saper vincerla per l’onore, allora quando violentemente ad oscurarlo s’avanza, è una virtù che non è comune; è la virtù che rende ammirabile il mio Protagonista; è quella che potrebbe in un caso simile con somma facilità segnalarsi nell’animo di V. E., a cui profondamente m’inchino.
Di V. E.
L’autore a chi legge
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HI fa il Poeta Comico per professione, di tutto dovrebbe essere infarinato. Arti, scienze, professioni, costumi, leggi, nazioni: tutto può essere soggetto di Commedia, o per deridere il vizio, o per esaltar la virtù, che il buono ed il cattivo di ciascheduna cosa costituisce. Io sono ignorante in tutto, e se fosse vero che di tutto sapessi un poco, sarebbe anche verissimo che niuna cosa perfettamente saprei. Nelle mie Commedie non sfuggo l’incontro di ragionare di tutto, in quella maniera ch’io farei se fossi in un caffè, in una conversazione: qualche cosa si dice per aver letto, alcuna se ne dice per averla sentita dire. Quando occorrono, non mancan libri; si dice la sua opinione, senz’obbligo di sostenerla. Circa alle passioni ognuno, poco più, poco meno, le prova dentro di sè. Gli effetti di queste si vedono alla giornata. Casi ne abbiamo continuamente, accidenti nascono da commedia spessissimo. Chi pratica, chi osserva, e non è un ceppo, trova gli argomenti a bizzeffe. Io non sono stato mai militare: ho avuto un Zio paterno, che morì Colonnello e Governatore del Finale di Modena; mio Fratello servì quel Serenissimo Duca in qualità di Tenente; è mio congiunto di sangue il notissimo Capitan Visinoni in Dalmazia, ma io sono stato sempre amico delle Muse, e niente portato per quella marzial fierezza che si chiama valore.
Ciò non ostante, in varie occasioni mi son trovato di guerra, nelle quali senza rischio e senza fatica ho potuto in cotal arte eru- dirmi. Mi ritrovai in Milano nell’anno 1733, allora quando i Gallosardi occuparono la Lombardia Austriaca, e vidi i trinciereimenti e l’attacco di quel Castello; indi passato a Crema col Veneto Residente, ora degnissimo Cancellier Grande, in qualità di suo Segretario... Fermiamoci qui, Lettor mio, per un poco, sovvenendomi ora che alcuni bei spiriti hanno disseminato non esser vero che io occupassi un tal posto. Siccome, allora quando il benignissimo Cavaliere mi accolse in Milano per la raccomandeizione di una Dama mia protettrice, aveva la Corte sua completa, io non ero che una persona di più nella di lui casa. Mi appoggiò per qualche tempo una spezie di sopraintendenza all’economia, cosa contraria affatto al mio naturale, ma che ricusar non potei, per gli obblighi che avevo seco contratti. Trasportata in Crema la Residenza, là è dove l’ho servito di Segretario, ed in un tempo il più calamitoso che dar si possa; in tempo di guerra viva fra ’l bollore dell’armi, con un fascio di lettere tutti i giorni importantissime, sotto un Ministro il più accurato, il più diligente del mondo, a cui non mancavano da tutte le parti le più certe, le più sollecite, le più frequenti notizie. E mi ricordo ancora quante volte, oppresso dalla stanchezza, m’addormentai sotto degli occhi suoi colla penna in mano. Un uomo che aveva lasciato di pochi mesi Toga Forense in Venezia, in che altro di meno potea impiegarsi in Milano? Ancorchè la necessità m’avesse potuto avvilire, non lo avrebbe permesso un Ministro della Repubblica, che conoscendomi bastantemente, nella propria casa mi ricevè con amore, e con generosità mi ha trattato. Chiudasi la parentesi, e torniamo a noi.
Mi trovai l’anno dopo in Parma, il giorno di S. Pietro, giorno memorando della gran battaglia fra i Gallosardi e gli Alemanni, in cui perirono in un giorno venticinque mila uomini fra le due Armate. Belle occasioni furono per me queste per istruirmi nelle cose di guerra, ma per sempre più determinarmi a star da quella lontano.
Finalmente nell’anno 1740 passato a Rimini, ove trovavasi allora il Serenissimo Signor Duca di Modena, di cui ho l’onore di esser suddito per origine, e pel possedimento di pochi effetti nei di lui Stati, colà ebbi campo di conversare co’ Militari, e partito un esercito, ne giunse un altro, ed osservai cose varie, cose bellissime, alcune delle quali mi hanno l’argomento della presente Commedia somministrato.
Dirà taluno di quelli che vorrebbero di me un romanzo, che facevi tu a Rimini colle Armate? Il tamburino? No, gentilissimi Signori Impostori, non ero uomo di spada, ma sempre lo fui di penna.
Il mio carissimo amico Gio. Battista Ronzoni, che era in quel tempo in Rimini nella mercatura impiegato, e indi colà fu Console per la Serenissima Repubblica di Venezia, ed ora è ritornato in questa Patria sua per consolazione de’ suoi amici, egli che mi ha conosciuto, trattato, e di favori e di benefìzi colmato, può render conto di me. Sa benissimo ch’ebbi il comando dal Principe di Lobkovitz, General Comandante, di una Serenata per musica per le nozze allora seguite fra il Serenissimo Principe Carlo di Lorena e la defunta Serenissima Arciduchessa, sorella dell’Augustissima Imperatrice Regina, e ch’indi ebbi la direzione di quel Teatro per tutta l’Offizialità dell’Armata. Sa il mio caro Ronzoni, che ci godevamo allora i più bei giorni del mondo, e dico anch’io che a quartier d’inverno il più bel mestiere di tutti è il mestier del Soldato.
Ma io questa volta perduto mi sono in cose fievoli e strane, senza dir nulla sopra della Commedia. Leggila, Lettor carissimo, e vedrai da te medesimo qual merito ho avuto nel farla.
Ho cercato di rimarcare, che siccome l’onore è quello che arma il fianco alle persone ben nate, così tutto devono a questo sagrificare. Che amano alcuni per bizzarria, alcuni per passion vera, ma tutti egualmente al tocco del tamburo si scordano d’ogni affetto, lasciano qualunque attacco, e corrono incontro ai pericoli per la bella immagine della Gloria.
Personaggi
ct Il GENERALE.
Don SANCIO, capitano.
Don GARZIA, tenente.
Don ALONSO, alfiere.
BRIGHELLA, sergente.
Due CAPORALI che parlano.
PANTALONE de’ BISOGNOSI, mercante.
Rosaura, figlia di Pantalone.
BEATRICE, vedova.
CORALLINA, cameriera di Rosaura.
ARLECCHINO, servitore di Pantalone.
Uffiziali.
Soldati assai.
ct
Atto I
fi ct ct ct ct Rosaura. Caro don Alonso, vi supplico a ritirarvi.
Alonso. Perchè, adorata Rosaura, mi allontanate da voi?
Rosaura. Perchè temo d’essere da mio padre sorpresa.
Alonso. Il signor Pantalone è un uomo saggio e ben nato. Sa ch’io sono un uffiziale d’onore, nè può rimproverarvi perchè io stia in vostra conversazione.
Rosaura. Egli, per dir il vero, ha tutto il buon di voi. Vi stima infinitamente, e parla sovente del vostro merito e della vostra onestà. L’ho sentito più volte ringraziare la sorte che la nostra casa sia stata destinata a voi di quartiere; poi- chè in tre mesi che ci onorate della vostra presenza, non abbiamo avuto che grazie, cortesie e vantaggi.
Alonso. Il signor Pantalone ha della bontà per me ch’io non merito, e questo ci garantisce da quei rimproveri che voi temete.
Rosaura. Ah, don Alonso, è stato avvelenato il piacere della nostra pacifica corrispondenza. Mio padre, che riposava assai quietamente sopra la vostra e la mia condotta, è stato posto in sospetto da chi ha invidia della mia fortuna.
Alonso. Ebbene, si deludano i nostri nemici.
Rosaura. In qual guisa?
Alonso. Rendendo pubblico il nostro amore. Sappia il vostro genitore ch’io v’amo, ch’io vi desidero per mia sposa. Siami allora permesso il ragionarvi, il vagheggiarvi senza riserve, e si maceri dall’invidia chi aspira forse al possesso delle vostre bellezze.
Rosaura. Voi mi consolate. Son certa che mio padre incontrerà con giubilo la fortuna di un genero di tanto merito, e a lui sì caro. Ma... oh cieli! Lasciate ch’io vi dica non essere tutto ciò bastante a rendermi pienamente contenta.
Alonso. Che vorreste di più, mia cara? Che mai si oppone alla vostra quiete?
Rosaura. Penso ai pericoli della guerra: penso all’instabilità del vostro soggiorno: penso che potreste essere costretto a lasciarmi, prima di concludere le nostre nozze.
Alonso. Prevengasi dunque ogni avverso destino, e si concludano in questo giorno.
Rosaura. Sì, si concludano... Ma... aimè! Chi m’assicura che breve troppo non abbia a essere il piacere d’avervi meco?
Alonso. Terminata la guerra, verrete meco in Ispagna.
Rosaura. Ah! finchè dura la guerra, non avrò un momento di bene.
Alonso. Parlasi con fondamento di una vicina pace. I frequenti corrieri che giungono dalla Corte al General Comandante, e la lentezza con cui egli procede a vista dell’inimico, è un certo segno del vicino accomodamento. Qui non si parla di marce, qui non si vedono disposizioni a novità alcuna. Rasserenatevi, Rosaura mia, state lieta, amatemi, e sperate quella felicità ch’io di goder mi prefiggo.
Rosaura. Secondi il cielo le vostre intenzioni, e dia quella pace al mio cuore, che lo può render contento. ct ct Garzia. Amico, buon pro vi faccia.
Rosaura. Come, signor tenente? Chi vi ha permesso inoltrarvi?
Garzia. Oh bella! Per venir a trovare un uffiziale mio camerata, avrò bisogno di far precedere un’ambasciata?
Rosaura. Queste non sono le di lui camere.
Garzia. Saranno le vostre; noi altri uffiziali stiamo volentieri nelle camere delle padroncine di casa. Il quartier mastro ci prepara l’alloggio, e noi ci troviamo la conversazione.
Rosaura. Don Alonso, se avete affari col vostro amico, potete condurlo nel vostro quarto.
Alonso. Don Garzia, favorite di venir meco.
Garzia. Quello che vi ho da dire consiste in due parole, e ve le posso dire ancor qui. Molto riservata signora mia, sappiate che fra noi altri uffiziali non ci prendiamo soggezione l’uno dell’altro.
Alonso. Ebbene, che mi dovete voi dire?
Garzia. Che il comandante ci ha intimata la marcia, che avanti sera saremo tutti sull’armi, ed ecco in iscritto l’ordine che mi ha dato, e per voi, e per me, il nostro sergente.
Rosaura. (Oh me infelice!).
Alonso. Perchè sull’armi di sera?
Garzia. Se faceste meno all’amore, e vi lasciaste vedere ai ridotti, sapreste meglio le novità. Dicesi abbia una spia riferito, che l’inimico abbia divisato sorprendere nella ventura notte quel corpo di nostra truppa, che guarda il monte. Tenderà dunque la nostra marcia a difendere i nostri, e deludere i disegni dell’avversario.
Rosaura. Se s’incontrano i vostri coi nemici, si batteranno?
Garzia. Per qual motivo siamo noi qui? Non si sa che abbiam da combattere?
Rosaura. (Oh cielo!)
Alonso. Eh! se l’inimico saprà essere scoperte le di lui trame, non uscirà dalle sue trinciere. Non è in istato di venire a battaglia.
Garzia. Sì, sì, lusingatevi pure. Io son di parere che ci daremo una pettinata solenne.
Rosaura. Don Alonso...
Alonso. Via, serenatevi... non sarà così...
Garzia. Piangete, eh! Capperi, siete cotta davvero. Mah! Vi vuol pazienza. Consolatevi, che a piangere non siete sola. Io avanti sera con questa nuova ne faccio piangere almeno sei.
Rosaura. (Ah, che già previdi la mia sventura!)
Garzia. Animo, animo, signor alfiere, andatevi a preparare, visitate le vostre armi, e disponetevi alla partenza.
Alonso. La marcia non è per ora.
Garzia. Volete aspettare all’ultimo momento? Via, spicciatevi e venite meco alla piazza. I vostri amici vi attendono.
Alonso. A far che?
Garzia. A giocare, a bere delle bottiglie, a ridere delle avventure amorose, che in questo nostro quartiere accadute ci sono.
Alonso. Dispensatemi; già lo sapete, io non sono portato per alcuno di tali divertimenti.
Garzia. Povero giovane! Siete innamorato, eh? Non avete ancora imparato a fare all’amore alla militare. Eh via, che delle ra- gazze se ne trovano da per tutto; signora, perdonatemi, io non pretendo farvi ingiuria; già anche voi altre fate lo stesso. Partiti che siamo noi, vi attaccate ai vostri paesani.
Rosaura. Voi sarete avvezzo a trattare con delle frasche.
Garzia. Sì, con delle vostre pari...
Rosaura. Don Alonso...
Alonso. Don Garzia, troppo arditamente parlate.
Garzia. Niuna femmina mi ha detto tanto, e voi non dovete soffrire che ad un uffiziale vostro amico si dicano delle impertinenze.
Alonso. Voi l’avete ingiuriata, e quando anche ciò non fosse accaduto, un uomo onesto non si offende per così poco.
Garzia. Io non mi lascio perder il rispetto dalle pettegole.
Rosaura. Signor tenente, voi vi avanzate troppo.
Alonso. Sì, troppo vi avanzate. A una figlia onesta e civile, a una figlia che io stimo ed amo, voi dovete portar rispetto.
Garzia. Come! Vi riscaldate cotanto per una scioccherella?
Alonso. Don Garzia, venite fuori di questa casa.
Garzia. Sì, andiamo. Non ho paura di voi. ct ct Rosaura. Ah, don Alonso...
Alonso. Lasciatemi.
Rosaura. Deh, se mi amate...
Alonso. Lasciatemi, dico.
Rosaura. La vostra vita...
Alonso. È difesa dalla mia spada.
Rosaura. Oh cieli! Non vi cimentate.
Alonso. L’onor mio... l’onor vostro...
Rosaura. Non può ripararsi altrimenti?
Alonso. Vuò lavarne la macchia col sangue del temerario.
Rosaura. Potete spargere il vostro.
Alonso. Si sparga, ma si vendichi l’onta.
Rosaura. No, caro...
Alonso. Ah!... Rosaura... trattenere non posso gli stimoli dell’ ira mia.
Rosaura. Numi, a voi raccomando la vita dell’idol mio. ct ct Pantalone. Coss’è? Cossa gh’aveu? Per cossa pianzeu?
Rosaura. Ah, signor padre...
Pantalone. Via, cossa xe stà?
Rosaura. (Oh cieli! Se dico piangere per il periglio di don Alonso, vengo ad iscoprire l’affetto mio).
Pantalone. Qua ghe xe qualcossa de grando. Pianzè? No parlè? Cossa xe sto negozio?
Rosaura. Piango, perchè stata sono ingiuriata.
Pantalone. Ingiuriada? Da chi? Come?
Rosaura. Don Garzia mi ha offeso?
Pantalone. Chi? el sior tenente?
Rosaura. Egli stesso, quel prosontuoso.
Pantalone. Cossa v’alo dito? Cossa v’alo fatto?
Rosaura. Deh, signor padre... accorrete...
Pantalone. Dove?
Rosaura. Don Garzia si batte con don Alonso.
Pantalone. Ma dove?
Rosaura. Saranno poco lontani.
Pantalone. Per cossa se batteli?
Rosaura. Per l’impertinenze a me dette da don Garzia. Signor padre, presto accorrete... impedite...
Pantalone. Gh’avè una gran premura, patrona.
Rosaura. Non vorrei esser io cagione della morte d’uno di loro.
Pantalone. Come xela stada?
Rosaura. Don Garzia mi ha insultato.
Pantalone. Come?
Rosaura. Oimè... con parole offensive.
Pantalone. Cossa v’alo dito?
Rosaura. Lo saprete poi; andate, signor padre...
Pantalone. Come ghe intra el sior don Alonso?
Rosaura. Ha prese le mie parti.
Pantalone. Con che rason?
Rosaura. Perchè don Garzia mi offendeva. Ah, signor padre, si battono.
Pantalone. Se i se batte, che i se batta. Don Garzia cossa v’alo dito?
Rosaura. La cosa è lunga.
Pantalone. Mi no gh’ho gnente da far; contèmela.
Rosaura. Ma gli uffiziali si feriranno...
Pantalone. A so danno. Voi saver come che la xe.
Rosaura. Oh cielo!
Pantalone. Cossa gh’è?
Rosaura. Non posso più!
Pantalone. Rosaura.
Rosaura. Io moro.
Pantalone. Oh poveretto mi! Rosaura, fia mia... Corallina, dove seu? Corallina... ct ct Corallina. Signore, eccomi.
Pantalone. Presto, acqua, aseo.
Corallina. Che cosa è stato?
Pantalone. No vede? Rosaura in accidente.
Corallina. Poverina!
Pantalone. Mo via, soccorrèla; no perdemo tempo.
Corallina. Ecco l’acqua della Regina.
Pantalone. Oibò, no femo gnente. Presto dell’acqua fresca. Arlecchin. ct ct Arlecchino. Sior.
Pantalone. Presto, porta dell’acqua fresca.
Arlecchino. Sior sì, subito.
Pantalone. Corri.
Arlecchino. Vegno.
Pantalone. Ma subito.
Arlecchino. Son qua.
Pantalone. Oh, tocco de strambazzo!
Arlecchino. Ma se...
Pantalone. Tasi là.
Corallina. E con questo strepito non rinviene; adesso, adesso.
Pantalone. Dell’acqua, presto.
Arlecchino. Sior sì, subito.
Pantalone. Vardè, i me lassa solo. Corallina.
Corallina. Eccomi coll’aceto.
Pantalone. Bagnela sotto el naso.
Corallina. La bagno, ma non facciamo niente.
Pantalone. Te digo che la vol esser acqua. Arlecchin, presto.
Arlecchino. Son qua.
Pantalone. Perchè col secchio?
Arlecchino. Per far presto.
Pantalone. Dà qua.
Corallina. Non facciamo niente.
Pantalone. Gnente.
Arlecchino. Lassè far a mi.
Pantalone. Cossa farastu?
Arlecchino. Siora Rosaura.
Pantalone. Va via de qua.
Corallina. Par morta.
Pantalone. Oh poveretto mi! ct ct Alonso. Che cosa c’è, signor Pantalone?
Pantalone. Ah sior don Alonso, la mia povera putta in accidente, e no la pol revegnir.
Alonso. Povera signora Rosaura! che cosa è stato?
Rosaura. Ahi!
Pantalone. Oe? la revien.
Alonso. Animo, signora Rosaura.
Rosaura. Oimè!
Pantalone. Fia mia.
Corallina. Signor padrone.
Pantalone. Cossa ghè?
Corallina. Getto via quest’aceto.
Pantalone. Perchè?
Corallina. Perchè quello di don Alonso è più forte del nostro,
Arlecchino. Sior patron.
Pantalone. Cossa vustu?
Arlecchino. Porto via l’acqua.
Pantalone. Portala pur.
Arlecchino. Al mal de vostra fiola ghe vol altro che acqua fresca. ct ct Alonso. Via, signora Rosaura, fatevi coraggio.
Rosaura. Dove sono?
Pantalone. Fia mia, come stastu?
Rosaura. Meglio... Vi siete battuto?
Alonso. Sì.
Pantalone. Cossa xe sta, perchè te xe vegnù mal?
Rosaura. Non lo so. Siete ferito?
Alonso. No.
Pantalone. Te sentistu altro?
Rosaura. Signor no; l’altro è ferito?
Alonso. Sì.
Rosaura. Oimè.
Pantalone. Cossa gh’astu?
Rosaura. Niente. Dove è ferito?
Pantalone. Parla con mi.
Rosaura. Dove?...
Pantalone. Cossa dove?
Rosaura. Don Garzia è ferito.
Pantalone. A so danno, cossa t’importa a ti?
Rosaura. Don Alonso, di voi che sarà?
Alonso. Non temete, non sarà nulla.
Rosaura. (Misera me!)
Pantalone. Ti pianzi? Tornemio da capo?
Rosaura. (Il cuor mi predice qualche sventura).
Pantalone. (Mi no so cossa sia sto negozio; sto pianzer, sto parlar sotto ose, sto vardar el sior alfier, no me piase gnente. Ho paura che sia vero quel che me xe sta dito).
Alonso. (Non vi affliggete, cara. L’ho ferito in un braccio, non sarà nulla).
Rosaura. (Ma sempre colla spada in mano).
Pantalone. (Eh! qua ghe xe dei radeghi). (da sè) Sior alfier, se la se contenta, ghe vorave dir una paroletta.
Alonso. Eccomi a’ vostri cenni.
Rosaura. (Ah, mio padre si è insospettito).
Pantalone. Ande via, siora; andè in t’un’altra camera.
Rosaura. Mi sento male.
Pantalone. Andeve a buttar sul letto.
Rosaura. Sola?...
Pantalone. Come sola?
Rosaura. Voglio dire, anderò sola in camera? Non mi posso reggere in piedi.
Pantalone. Chiamè Corallina, e feve dar man.
Rosaura. Oh cielo!
Alonso. Via, signora Rosaura, fatevi animo. Andate a riposarvi. (Lasciatemi solo con vostro padre).
Rosaura. (Abbiate compassione di me).
Pantalone. E cussì, andeu?
Rosaura. Vado. ct ct Pantalone. Sior don Alonso mio caro, la vegna qua, e parlemose schietto; anca mi son sta omo del mondo, e so qualcossa, e cognosso el tempo. No vorria che stando in casa mia...
Alonso. Signore, so quel che volete dirmi. Voi dubitate ch’io ami la vostra figliuola, ed io vi assicuro che non v’ingannate ne’ vostri dubbi. Sì, io l’amo; e ve la domando in consorte.
Pantalone. Mi no so cossa dir. Qua su do piè... non posso risolver... no posso dirghe nè sì, nè no.
Alonso. Favorite dirmi che obbietti avete in contrario.
Pantalone. La vede ben: no gh’ho altro che sta unica fia... No gh’ho genio de mandarla con un militar.
Alonso. Terminata la presente guerra, vi do parola da cavaliere di rinunziar la bandiera. Ritirandomi dalle truppe nel bollore della campagna, sarei criticato. Direbbero ch’io mi sottraggo per codardia dai pericoli, per viltà dai disagi.
Pantalone. Aspettemo che fenissa la guerra, e co l’avrà rinunzià la carica militar, parleremo de mia fia.
Alonso. Ah no, signor Pantalone; vi supplico, vi scongiuro, accordatemi adesso la vostra figlia, concedete ch’io possa darle la mano.
Pantalone. E pò, se una cannonada ve porta via gloriosamente la testa, cossa voleu che fazza la mia povera putta?
Alonso. Tornando in libertà, potrà dispor di se stessa.
Pantalone. E se la restasse con un putello?
Alonso. Sarà l’erede de’ miei beni.
Pantalone. Ma de quai beni? Va sè spagnolo, e nu semo in Italia; compatirne, se tratta de una mia fia. Credo che siè nobile, credo che siè ricco, credo che siè libero, ma no so gnente de certo, e no vorave che un zorno...
Alonso. Come! Si mette in dubbio l’esser mio, la mia onestà, la mia fede? Un uffiziale onorato non è capace di fingere, d’imposturare. Il vostro dubbio m’offende, la vostra diffidenza è un insulto. Giuro al cielo, l’amore di vostra figlia vi garantisce dall’ira mia. Non soffrirei tale ingiuria da chicchessia.
Pantalone. Caro sior alfier, no la se scalda...
Alonso. Non mi toccate nell’onor mio.
Pantalone. Finalmente bisogna considerar...
Alonso. Non mi levate il cuore di vostra figlia.
Pantalone. Donca la vol...
Alonso. Non la voglio, ve la chiedo.
Pantalone. Ma se ghe la negasse...
Alonso. Con che ragione negarla? Con qual pretesto? Perchè? Dite, perchè?
Pantalone. Gnente, sior offizial. La lassa almanco che parla con mia fia.
Alonso. Parlate: è giusto. E s’ella è contenta, me la concedete voi?
Pantalone. Vederemo. ct ct Sancio. Nipote, ho da parlarvi.
Alonso. Sono a’ vostri comandi.
Pantalone. Fazzo umilissima reverenza al sior capitanio.
Sancio. Signor Pantalone, vi riverisco. Permettetemi ch’io possa parlare a mio nipote con libertà.
Pantalone. La se comoda. Bondì a vossustrissima.
Alonso. (Signor Pantalone, ci siamo intesi).
Pantalone. Ho capìo. (El vol mia fia; e se no ghe la dago... No so quel che ho da far; ghe penserò). ct ct Sancio. Nipote, sapete voi la cagione per cui son qua venuto?
Alonso. Me la immagino. Voi siete venuto a rimproverarmi a causa di don Garzia.
Sancio. Son venuto ad intimarvi l’arresto.
Alonso. L’arresto? Per qual motivo?
Sancio. Perchè sfidato alla spada il vostro tenente, lo avete anche ferito.
Alonso. Egli mi ha provocato.
Sancio. Don Alonso, so tutto. Per una donna non si mette a repentaglio l’onore.
Alonso. Difender le donne è azione da cavaliere.
Sancio. Non impicciarsi con donne è il dovere del buon soldato. Quella spada che al fianco cingete, avete giurato d’adoperarla in servizio del vostro Re, in difesa dell’insegna reale: rendetela alle mie mani.
Alonso. Eccola.
Sancio. Andate in arresto.
Alonso. Obbedisco.
Sancio. Dove v’incamminate?
Alonso. Alle mie camere.
Sancio. Non ci stareste malvolentieri in questa casa arrestato.
Alonso. Come? In arresto fuori del mio quartiere?
Sancio. Dovete passar nel mio.
Alonso. Per qual ragione?
Sancio. Il generale ve lo destina per carcere.
Alonso. Ah don Sancio! quest’è troppo.
Sancio. Obbedite al comando.
Alonso. Bene; verrò innanzi sera.
Sancio. Ora dovete andarvi.
Alonso. Come! così si trattano gli uffiziali?
Sancio. Tacete, incauto, ed apprendete a rispettare gli ordini de’ superiori vostri: uscite subito di questa casa, passate immediatamente alla mia.
Alonso. Andate, ch’io vi seguo.
Sancio. No, precedetemi.
Alonso. Lasciatemi congedare da’ padroni di casa.
Sancio. Farò io col signor Pantalone le vostre parti.
Alonso. Ma... il mio bagaglio?
Sancio. Io ne prenderò cura. Andate.
Alonso. Questa è una crudeltà.
Sancio. La vostra è troppa arditezza. Don Alonso, non vi fidate, perchè io sia vostro zio. Chi serve il Sovrano, dee spogliarsi d’ogni parzialità. Obbedite al comando, o in me avrete un nemico.
Alonso. Ah don Sancio, abbiate compassione di me.
Sancio. Sì, vi compatisco; ma faccio il mio dovere, e vi sollecito a fare il vostro. Sapete voi stesso quanto sia grande e quanto sia necessario in un esercito il rigor delle leggi. Guai a noi, se si potesse violare quella subordinazione, che ci tiene tutti soggetti. Quanto durerebbe un’armata, se fosse lecito agli uffiziali il battersi impunemente fra loro? Quali disordini nascerebbero, se si lasciasse libero il corso alle disordinate passioni? Obbedite al comando, arrossite di meritar il castigo, e non ardite di preterire, per quanto vi può esser caro l’onore.
Alonso. (Ah, pazienza! Rosaura, oh cielo! chi sa, se ci vedremo mai più).
Sancio. Povero giovine! mi fa pietà. Ma la militar disciplina vuol rigore, vuol severità, vuol giustizia.
ct Piazza col Corpo di guardia, ed una tavola con vino e denari. Brighella con divisa. Due Caporali e soldati. Si suona il tamburo.
Brighella. Me manca ancora quattro omeni a ridur completa la compagnia del nostro capitanio; se podessimo farli avanti de marciar, la saria una bella cossa.
Caporali Li faremo. Abbiamo la libertà in questo paese di poter reclutare. Li faremo.
Brighella. Sti paesani i è furbi come el diavolo. ct ct Arlecchino. Non vedo l’ora che vada via sti soldadi. Ogni dì da Corallina ghe ne trovo qualchedun da novo. La dis che la me vol ben, la dis che no me dubita: ma sti mustacchi i me fa paura.
Arlecchino. Bravi! pulito! o che bella cossa! o che bella conversazion!
Brighella. Amigo, alla vostra salute.
Arlecchino. Bon prò ve fazza.
Brighella. Favori, vegnì avanti.
Arlecchino. Grazie.
Brighella. Se comande, sè patron.
Arlecchino. Riceverò le vostre finezze.
Brighella. Presto, deghe da bever.
Caporali. Prendete, amico, mangiate e bevete.
Brighella. E che se stia allegramente.
Brighella. Cossa diseu? Ve piasela sta bella allegria?
Arlecchino. Se la me pias? E come! Ma chi seu vualtri siori?
Brighella. Semo soldadi.
Arlecchino. Soldadi? E i soldadi i fa sta bella vita?
Brighella. Sempre cussì, sempre allegramente. Vu che mestier feu?
Arlecchino. Fazz el servitor.
Brighella. Poverazzo! sfadigherè tutto el zorno.
Arlecchino. Come un aseno, sior.
Brighella. Magnerè poco.
Arlecchino. Ho sempre fame.
Brighella. No gh’avere mai libertà.
Arlecchino. Mai.
Brighella. Eh, vegnì a star con nualtrì.
Arlecchino. Oh magari!
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The end
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