Front matter
ct ct ct ct
Indice
Lettera di dedica
ct ct ct
OI siete un uomo sì buono, sì amabile, sì compiacente, che mi lusingo riceverete in buon grado questa Commedia, che io dedico al vostro nome. Vogliono le buone regole, che ciò non si faccia, senza averne prima la permissione, ma queste sono le regole delle cerimonie, e non quelle dell’amicizia. Io dedico la mia Commedia ad una persona ch’io amo, a cui voglio dare un segno della mia stima e della mia cordiale sincerità, e non ve l’ho detto prima di farlo, perchè son sicuro che avreste fatto il possibile per dissuadermi. Conosco il vostro carattere. Conosco quella vostra benedetta modestia, alla quale suol dar un titolo più familiare l’amico nostro de Crebellion, tanto illustre per il nome insigne del Padre, quanto per le opere varie della sua mano. Sì, quella vostra eterna modestia, che vi rende insensibile agli onori, agli applausi, alle ricompense, vi averebbe fatto trovare delle ragioni per obbligarmi a non farlo, ed io forse avrei dovuto cedere, mio mal grado. Voi, che vi nascondete dal Pubblico, per non ricevere i complimenti che meritate; Voi, che non leggete il Mercurio, quando temete che il nostro benemerito, saggio, intelligente Monsieur della Garde vi dia gli elogi che vi convengono, Voi certamente avrete della pena a soffrire di vedervi tra questi fogli, in mezzo a persone illustri per sangue, per lettere, o per dignità; ma Voi ci state assai bene, e son certo che tutti ameranno d’avervi in compagnia loro, poichè il Vostro merito e il vostro talento vi rende caro e stimabile a tutto il mondo. Non fate che la vostra umiltà mi rimproveri, s’io dico il vero, poichè l’umiltà, per essere una virtù, non può andar disgiunta dalla giustizia. Monsieur l’Abbé della Porta, che fra le altre opere della elegante ed erudita sua penna, ha dato al Pubblico ultimamente una Scuola di Letteratura, dica egli s’io penso bene, e s’io ho ragion più di voi. Se vi lamentaste di me, perch’io vi lodo, e vi qualifico per quell’ uomo grande che siete, dovreste lamentarvi di tutto il Pubblico che vi esalta. Lamentarvi dovreste del dotto ed integerrimo Monsieur la Place, che parlando anch’egli nel Mercurio delle vostre opere, raccolte in otto Volumi, dice di esse e di Voi molto più ch’io non dico, perchè meglio di me sa dire e lodare, e perchè, esercitando con vera imparzialità il suo difficile ministero, non porta rispetto alla vostra esimia modestia.
Due sono le Commedie moderne, che mi hanno fatto il maggior piacere a Parigi; l’una è il vostro Inglese a Bordò; l’altra I Costumi del Secolo, del nostro celebre Monsieur Soren, dell’Accademia Francese: due capi d’opera insigni, che caratterizzano il genio ed il talento di due stimabili autori. E se Monsieur Soren, oltre il genere della Commedia, riesce egualmente nel sublime della Tragedia, voi avete altresì un altro genere a parte, che è quello dell’opera Comica, e che ha dato a questo nuovo dominante divertimento la maggiore riputazione. Vi ho nominato finora sei dei nostri amici e confratelli, coi quali viviamo tutte le Domeniche insieme, e siamo detti perciò Fratelli Domenicali. So che sono del parere medesimo, rispetto a Voi, gli altri due confratelli: il carissimo Monsieur Luis, Professor Reale di Chirurgia e letterato insigne, e l’ottimo, sincero amico Monsieur Jovan, direttore della famosa Accademia di S. Sulpicio. Acquietatevi dunque al parer concorde di chi vi ama, e di chi vi apprezza, e fate forza a voi stesso per credere che niente ho fatto per voi, che non vi convenga. Se mai la modestia vostra fosse tuttavia inflessibile, e vi facesse essere di mal umore, troverò ben io la maniera di scuotervi e rasserenarvi. Un’aria tenera, modulata dalla voce angelica dell’unica Sorella nostra Domenicale, un’aria dell’incomparabile Madamigella Arnoud avrà la forza di penetrarvi al cuore e d’intenerirvi a favore di un vero amico, che vi rispetta e vi adora. Se ciò ancor non bastasse, ho un altro mezzo a tentare, per me onorifico e per voi interessante. Madama Favart, degnissima vostra Sposa, piena di merito, e di sapere, e di gentilezza, ha della bontà grande per me, e son certo mi sarà mediatrice presso di voi. Voi che l’amate tanto, le saprete Voi negare una grazia? Or su dunque, o in un modo, o nell’altro, mi lusingo che Voi mi perdonerete, e che cortesemente accetterete il dono del
L’autore a chi legge
ct ct
’ARGOMENTO di questa Commedia non è che un fatto vero, verissimo, accaduto non ha molto tempo in una Città di Olanda. Mi fu raccontato da persone degne di fede in Venezia al Caffè della Sultana, nella Piazza di S. Marco, e le persone medesime mi hanno eccitato a formarne una Comica rappresentazione.
Il puro fatto, nella maniera colla quale mi venne esposto, era di tal maniera circonstanziato, che quantunque vero, parea inverisimile, e tutta la mia maggiore fatica fu di renderlo più credibile, e meno romanzesco. Tanto è vero, che si danno delle stravaganze in natura, che non sono trattabili sulla Scena, perchè contrarie troppo ai caratteri conosciuti, o eccedenti nell’ordine della condotta ordinaria degli uomini.
Il mio Olandese è un uomo di buon fondo che ama i suoi amici e che desidera far loro del bene, e vederli tranquilli. Fin qui non vi è niente che si opponga al comune delle persone di buon carattere. Un poco d’imprudenza nel far del bene sarebbe anche perdonabile, in grazia dell’ottima inclinazione; ma che un Padre che ha una Figliuola da maritare, consigli un giovane a rapire la Figliuola di un altro, e gli somministri il danaro per farlo, per solo motivo di compassione per il giovane amico, questo è quello che parerà incredibile, e per rapporto all’onestà e per rapporto all’umana prudenza. Ma io ho procurato di connestare la cosa con delle ragioni che non si trovano nel fatto vero. Cento volte più imprudente fu quegli di cui mi fu narrata l’istoria vera. Io gli ho dato il motivo della collera contro un Amico ingrato, ingiusto, ostinato. Io ho figurato equivoco d’un’altra Donna, supposta amante del giovane militare. Io ho fatto più cose in favore del verisimile, e se non ho fatto ancor quanto basta per contentare gli animi delicati, non so che dire. Concluderò solamente esser verissimo che per le Commedie convien prendere i caratteri della Natura, e gli argomenti dalla Favola, piuttosto che dall’Istoria.
Personaggi
ct Monsieur FILIBERTO , ricco mercante olandese.
Madamigella GIANNINA, sua figlia.
Monsieur RICCARDO, finanziere.
Madamigella COSTANZA, sua figlia.
Monsieur de la COTTERIE, tenente francese.
MARIANNA, cameriera di madamigella GIANNINA.
Monsieur GUASCOGNA, cameriere del tenente.
ct
Atto I
fi ct ct ct ct Marianna. Si può dare il buon giorno a monsieur Guascogna?
Guascogna. Sì, amabile Marianna, da voi mi è caro il buon giorno, ma mi sarebbe più cara la buona notte.
Marianna. Mi spiace, a quel ch’io vedo, che vi dovrò dare il buon viaggio.
Guascogna. Ah! cara la mia gioia, a una dolorosa partenza non può che succedere un viaggio disgraziatissimo.
Marianna. Par che vi rincresca il partire.
Guascogna. Lo mettereste in dubbio? dopo sei mesi che io godo la vostra amabile compagnia, posso io partire senza disperarmi?
Marianna. E chi vi obbliga a fare una cosa che vi dispiace?
Guascogna. Non lo sapete? il padrone.
Marianna. De’ padroni non ne mancano all’Aja; e qui senza dubbio trovereste chi vi potrebbe dare assai più di un povero uffiziale francese prigioniero di guerra, ferito, e mal concio dalla fortuna.
Guascogna. Compatitemi, un simil linguaggio non è da giovane vostra pari. Sono parecchi anni, che ho l’onore di servire il mio buon padrone. Suo padre posso dire che me lo abbia raccomandato. L’ho servito alla guerra. Non ho sfuggito i pericoli per dimostrargli la mia fedeltà. È povero, ma è di buon cuore; son certo, che avanzando egli di posto, sarò io a parte d’ogni suo bene, e mi consigliereste di abbandonarlo, e lasciarlo ritornare in Francia senza di me?
Marianna. Voi parlate da quel valent’uomo che siete; ma io non posso dissimulare la mia passione.
Guascogna. Cara Marianna, sono afflitto al pari di voi. Ma ho speranza di rivedervi, e di essere in migliore stato, e potervi dire: son qui, posso mantenervi, e son vostro, se voi mi volete.
Marianna. Il ciel lo voglia. Ma che fretta ha di partire il signor tenente? Il mio padrone lo vede assai volentieri, e credo che la figliuola non lo veda meno volentieri del padre.
Guascogna. Sì, pur troppo; ed ecco il motivo per cui egli parte.
Marianna. Gli dà noia l’essere ben veduto?
Guascogna. Eh Marianna mia! Il povero mio padrone è innamorato della padrona vostra alla perdizione. Vive la più miserabile vita di questo mondo. Conosce che ogni dì più questo reciproco amore si aumenta, e non potendo più tenerlo celato, teme per se medesimo, e per madamigella Giannina. Il vostro padrone è assai ricco, ed il mio è assai povero. Monsieur Filiberto, che ha quest’unica figliuola, non vorrà darla a un cadetto, a un soldato, ad uno in fine, che dovrebbe vivere sulla dote. Il tenente è povero, ma è galantuomo. Rispetta L’ospitalità, l’amicizia, la buona fede. Teme che amor non l’acciechi, dubita di esser sedotto, o di esser in necessità di sedurre. Per ciò, facendo forza a se stesso, sagrifica il cuore alla sua onestà, ed è risoluto partire.
Marianna. Lodo il bell’eroismo. Ma se dipendesse da me, non sarei capace di secondarlo.
Guascogna. Eppure convien separarsi.
Marianna. Voi lo farete più facilmente di me.
Guascogna. Veramente noi altri uomini abbiamo il cuore più vigoroso.
Marianna. Eh! no, dite piuttosto, che il vostro affetto è più debole.
Guascogna. In quanto a me, mi fate torto se così pensate.
Marianna. Io credo a fatti, non a parole.
Guascogna. Che dovrei fare, per assicurarvi dell’amor mio?
Marianna. Monsieur Guascogna non ha bisogno che io lo ammaestri.
Guascogna. Vorreste che prima di partir vi sposassi?
Marianna. Questo sarebbe un fatto da non porre in dubbio.
Guascogna. Ma poi converrebbe che ci lasciassimo.
Marianna. E avreste cuore d’abbandonarmi?
Guascogna. O che veniste meco.
Marianna. Piuttosto.
Guascogna. Ma a star male.
Marianna. Non mi comoderebbe, per dirla.
Guascogna. Se ci fermassimo qui, vi comoderebbe?
Marianna. Assai.
Guascogna. Per quanto tempo?
Marianna. Per un anno almeno.
Guascogna. E dopo un anno, mi lasciereste partire?
Marianna. Dopo un anno di matrimonio, si potrebbe facilitare.
Guascogna. Io dubito, che mi lascereste partir dopo un mese.
Marianna. Non lo credo.
Guascogna. Ne son sicuro.
Marianna. Proviamolo.
Guascogna. Viene il padrone. Ne parleremo con più comodo.
Marianna. Ah monsieur Guascogna! Il ragionamento di ora ha finito di precipitarmi. Fate di tutto.... Mi raccomando... (davvero, non so quel ch’io mi dica). ct ct Guascogna. S’io non avessi più giudizio di lei, la baggianata sarebbe fatta.
Cotterie. (Oh cieli! sono pure infelice! sono pure sfortunato!)
Guascogna. Signore, il baule è tosto riempiuto.
Cotterie. Ah! Guascogna, son disperato.
Guascogna. Oimè! che vi è accaduto di male?
Cotterie. Il peggio che mi potesse accadere.
Guascogna. Le disgrazie non vengono mai scompagnate.
Cotterie. La mia disgrazia è una sola, ma è sì grande, che non ho cuor di soffrirla.
Guascogna. M’immagino, che la riconosciate dal vostro amore.
Cotterie. Sì, ma ella si è accresciuta per modo, che non vi è virtù che basti per superarla.
Guascogna. Che sì, che la vostra bella è indifferente alla vostra partenza, e non vi ama come credevate di esser amato?
Cotterie. Al contrario. Mai più tenera, mai più amorosa. Oh Dio! senti fin dove giugne la mia disperazione. L’ho veduta a piangere.
Guascogna. Oh! è male; ma mi credeva di peggio.
Cotterie. Disumano! insensato! o a meglio dire, animo vile, plebeo! Puoi immaginare di peggio al mondo oltre le lacrime di una tenera afflitta donna, che mi rimprovera la mia crudeltà, che indebolisce la mia costanza, che mette in cimento l’onor mio, la mia onestà, la mia fede?
Guascogna. Io non credeva di meritarmi rimproveri così ingiuriosi. Dopo dieci anni, la mia servitù è molto bene ricompensata.
Cotterie. Ah! vestiti de’ miei panni, e condanna, se puoi, i miei trasporti. Le mie ferite, il mio sangue, la prigionia di guerra che m’impedisce gli avanzamenti, la ristrettezza di mie fortune, tutto mi parve poco, accanto di una bellezza che m’innamorò, che mi accese. Il buon costume della fanciulla non giunse mai ad assicurarmi dell’intero possedimento del di lei cuore, e mi diè campo al generoso disegno di abbandonarla. Ah! che sul momento di congedarmi, le lacrime ed i singulti che le fermarono fra le labbra l’estremo addio, mi accertano di essere amato quanto io l’amo, e la mia pena è estrema, e la mia risoluzione mi sembra barbara, e nell’amore mi perdo, e la ragion mi abbandona.
Guascogna. Prendete tempo, signore. Di qui non vi scacciano. Monsieur Filiberto è il miglior galantuomo di questo mondo. L’ospitalità in Olanda è il pregio specialissimo della nazione, e quest’uomo dabbene è impegnatissimo per voi e per la vostra salute. Non siete ancora perfettamente guarito, e questo è un ragionevole pretesto per trattenervi.
Cotterie. Pensa bene ai consigli che tu mi dai. Poco basta a farmi risolvere.
Guascogna. Per me, con vostra buona licenza, non tardo un momento a vuotare il baule.
Cotterie. (Che diranno di me, s’io resto, dopo di essermi congedato?)
Guascogna. (Marianna non dovrebbe essere di ciò malcontenta).
Cotterie. (Sì, se ho da fingere poca salute, la mia tristezza me ne somministra il motivo).
Guascogna. (Per verità, questa remora non dispiace a me pure).
Cotterie. (Ah! no, quanto più tardo, tanto più la fiamma si aumenta. E qual soccorso all’incendio? e qual lusinga al disperato amor mio?)
Guascogna. (Oh, il tempo accomoda di gran cose!)
Cotterie. (Eh, incontrisi una morte sola, per non moltiplicare i supplizi).
Guascogna. (Il padrone mi sarà poi obbligato).
Cotterie. Che fai?
Guascogna. Vuoto il baule.
Cotterie. Chi ti ha detto di farlo?
Guascogna. Io l’ho detto, e voi non me lo avete negato.
Cotterie. Stolido! rimetti gli abiti. Voglio partire.
Guascogna. E che occorreva mi lasciaste fare finora?
Cotterie. Non provocare la mia impazienza.
Guascogna. Lo rifarò questa sera.
Cotterie. Sbrigati in sul momento, e fa che prima del mezzo giorno sieno qui i cavalli di posta.
Guascogna. E le lacrime di madamigella?
Cotterie. Indegno! hai tu cuore di tormentarmi?
Guascogna. Povero il mio padrone!
Cotterie. Sì, compassionami, che ben lo merito.
Guascogna. Sospendiamo?
Cotterie. No.
Guascogna. Metto dentro dunque.
Cotterie. Sì.
Guascogna. (Fa pietà veramente).
Cotterie. (Oh potess’io partire senza più rivederla!)
Guascogna. (Gli è ch’io temo, che qui non fìniscan le scene).
Cotterie. (Mel vieta la convenienza, e dubito che me lo vieti l’amore).
Guascogna. (Oimè, povero padrone! Oimè, cosa vedo!)
Cotterie. Che fai, che non seguiti?
Guascogna. Eh seguito, sì, signore.
Cotterie. Sei confuso?
Guascogna. Un poco.
Cotterie. Che guardi?
Guascogna. Niente.
Cotterie. Oh cieli! madamigella Giannina! che incontro è questo? che mi consigli di fare?
Guascogna. Non saprei. Ogni consiglio è pericoloso.
Cotterie. Non abbandonarmi.
Guascogna. Non parto.
Cotterie. Partirò io.
Guascogna. Tutto quel che vi piace.
Cotterie. Non posso.
Guascogna. Vi compatisco.
Cotterie. Perchè s’arresta? perchè non viene?
Guascogna. Avrà timor d’inquietarvi.
Cotterie. No, avrà soggezione di te.
Guascogna. Io gliela levo immediatamente.
Cotterie. Fermati.
Guascogna. Sto qui.
Cotterie. Hai tabacco?
Guascogna. Non ne ho, signore.
Cotterie. Stolido! nemmen tabacco?
Guascogna. Corro a prender la tabacchiera. ct ct Cotterie. Sentimi. Dove vai? Povero me! Guascogna.
Giannina. Avete voi bisogno di nulla?
Cotterie. Compatitemi. Ho bisogno del mio servitore.
Giannina. Se manca il vostro, ve ne saranno degli altri. Volete voi qualcheduno?
Cotterie. No, vi ringrazio. È necessario il mio per terminare il baule.
Giannina. E v’inquietate a tal segno per la fretta di terminare quest’opera così importante? Temete che vi manchi il tempo? Vi aspetta forse il corriere? Se l’aria di questo cielo non è più confacevole alla vostra salute, o per meglio dire, se il soggiorno di questa casa vi annoia, mi esibisco io stessa a servirvi per sollecitare la vostra partenza.
Cotterie. Madamigella, abbiatemi compassione. Non mi affliggete di più.
Giannina. S’io sapessi da che provenga questa vostra afflizione, studierei, anzi che di accrescerla, di moderarla.
Cotterie. Cercatene la cagione dentro di voi medesima, e non avrete necessità ch’io vel dica.
Giannina. Partite dunque per me?
Cotterie. Sì, per voi son costretto a sollecitare la mia partenza.
Giannina. Cotanto odiosa sono divenuta a’ vostri occhi?
Cotterie. Oh cieli! Mai più tanto amabile mi compariste. Mai più mi ferirono gli occhi vostri più dolcemente.
Giannina. Ah! se ciò fosse vero, non vi vedrei sì sollecito alla partenza.
Cotterie. S’io amassi soltanto la bellezza del vostro volto, cederei al violento amore che mi stimola a rimanere. Amo la vostra virtù, veggio in pericolo la vostra quiete, e intendo di ricompensare la bontà che mi usaste, sagrifìcando le più belle speranze dell’amor mio.
Giannina. Io non credo voi di sì poco spirito, che non possiate essere superiore a qualunque passione; ed è un torto che fate alla mia virtù, se mi credete incapace di resistere alle inclinazioni del cuore. Vi amai finora, senza arrossire dell’amor mio. Di tal virtuoso amore parmi che potrei compromettermi per tutto il tempo della mia vita, e non so persuadermi, che un uomo sia men capace di me di sostenere con gloria l’interna guerra delle passioni. Posso amarvi, senza pericolo. Bramerei di vedervi per mio conforto. Voi all’incontro, partir volendo violentemente, andate in traccia di una tranquillità più felice, mostrando più che l’amore, l’intolleranza. Intesi dire, che la speranza è il conforto di chi desidera. Chi si allontana dai mezzi, mostra curarsi poco del fine, e voi fuggendo soffrire la tormentosa inquietudine di chi spera, manifestate o una debolezza spregievole, o una indifferenza ingiuriosa. Qualunque sia lo stimolo, che a partire vi sprona, andate pure festoso del vostro ingrato trionfo; ma vergognatevi di una crudeltà senza pari.
Cotterie. Ah! no, madamigella, non mi tacciate d’ingratitudine, non mi addossate la crudeltà. Credei servirvi partendo; se m’ingannai, perdonatemi; se il comandate, io resto.
Giannina. No, non fia mai che un mio comando vi sforzi: seguite gli stimoli del vostro cuore.
Cotterie. Il cuor mi dice ch’io resti.
Giannina. Obbeditelo senza tema, e se il valore non vi abbandona, assicuratevi di mia costanza.
Cotterie. Che dirà vostro padre del cambiamento mio di pensiere?
Giannina. Egli era della vostra partenza poco meno di me dolente. Non è contento della vostra salute, e in fatti, sia effetto della pericolosa ferita, o di qualche afflizione del vostro animo, i medici non vi credono ristabilito, e sembra al mio genitore intempestivo il viaggio che intraprendete. Egli vi ama, e vi stima, e sarà contentissimo che rimanghiate.
Cotterie. Ha egli mai penetrato, ch’io abbia dell’inclinazione per voi, e che voi l’abbiate per me.
Giannina. La nostra condotta non gli diede adito di sospettare.
Cotterie. Possibile che mai gli sia passato per mente, che un uomo libero, che un militare possa accendersi della beltà e del merito della figliuola?
Giannina. Un uomo del carattere di mio padre facilmente si persuade dell’altrui onestà. Il cuore aperto con cui vi accolse ospite in sua casa, lo assicura di tutta la fede di un uffiziale d’onore, ed il conoscimento del mio costume lo mantiene in placidissima quiete. Non s’ingannò egli nè rispetto a voi, nè riguardo a me. Nacque ne’ nostri cuori la dolce fiamma, ma è rispettata da noi la virtù, e non delusa la sua credenza.
Cotterie. E non è sperabile, che la sua bontà si pieghi ad acconsentire alle nostre nozze?
Giannina. Questo è quello ch’io vo’ sperare dal tempo. Le difficoltà non dipendono dall’interesse, ma da un certo legame al costume della nazione. Se foste voi un mercante olandese, povero di fortune, ma di aspettativa mediocre, avreste a quest’ora ottenuta non sol la mia mano, ma centomila fiorini per darvi stato. Il partito di un uffiziale, cadetto di sua famiglia, si reputa qui da noi per un partito disperatissimo, e se mio padre inclinasse per se medesimo ad accordarlo, si farebbe una soggezione mortale dei parenti, degli amici e della nazione medesima.
Cotterie. Ma io non posso lusingarmi di migliorar condizione.
Giannina. Possono combinarsi col tempo delle circostanze a noi favorevoli.
Cotterie. Ponete fra queste la morte di vostro padre?
Giannina. Il ciel la tenga lontana; ma in tal caso sarei padrona di me medesima.
Cotterie. E volete ch’io resti in casa sua fin ch’ei vive?
Giannina. No, caro tenente, stateci fin che la convenienza il comporta. Ma non vi mostrate ansioso d’andarvene, quando avete delle buone ragioni per rimanere. Io non ispero unicamente la mia felicità dalla morte del mio genitore, ma ho motivo di lusingarmi dell’amor suo. Quest’amore convien coltivarlo, ed ogni opera esige tempo.
Cotterie. Adorata Giannina, quanto mai son tenuto alla vostra bontà! Disponete di me, che ne avete l’arbitrio intero. Non partirò, se voi medesima non mi direte ch’io parta. Persuadete voi il genitore a soffrirmi, ed assicuratevi, che niuna situazione al mondo può essermi più favorevole e più gradita.
Giannina. Di una sola cosa vorrei pregarvi.
Cotterie. Non mi potete voi comandare?
Giannina. Compatite un difetto mio, che non è stravagante in chi ama. Vi supplico non volermi dare motivi di gelosia.
Cotterie. Sarebbe mai possibile, ch’io cadessi in una simile trascuratezza?
Giannina. Vi dirò: madamigella Costanza frequenta più del solito da qualche giorno la nostra casa. Ella vi guarda assai di buon occhio, e vi compassiona un po’ troppo. Voi siete per costume gentile, ed io qualche volta, confesso la verità, ci patisco.
Cotterie. Userò in avvenire le più rigorose cautele, perchè ella non si lusinghi, e perchè voi viviate contenta.
Giannina. Ma regolatevi in modo che non appansca nè la mia gelosia, nè l’affetto vostro per me.
Cotterie. Ah! voglia il cielo, madamigella, che esciamo un giorno d’affanni.
Giannina. Convien soffrire per meritarsi i doni della fortuna!
Cotterie. Sì, cara, soffrirò tutto per una sì gioconda speranza. Permettetemi ch’io cerchi il mio servitore, e che lo mandi a sospendere l’ordinazion della posta.
Giannina. Erano già ordinati i cavalli?
Cotterie. Sì certamente.
Giannina. Ingrato!
Cotterie. Compatitemi...
Giannina. Andate subito, prima che il mio genitore lo sappia.
Cotterie. Oh mia speranza! oh mia consolazione! Il cielo secondi le nostre brame, e diaci il premio del vero amore e della virtuosa costanza. ct ct Giannina. Non avrei mai creduto avermi da ridurre ad un simil passo. Impiegar io medesima le parole ed i mezzi per trattenerlo? Ma senza di ciò, ei partirebbe a momenti, ed io morrei poco dopo la sua partenza. Ecco mio padre. Spiacemi ch’ei mi sorprenda nelle camere del forestiere. Ringrazio il cielo ch’ei sia partito. Convien dissipare dal volto ogni immagine di tristezza.
Filiberto. Figliuola, che fate qui in queste camere?
Giannina. Signore, la curiosità mi ci ha spinta.
Filiberto. E di che siete voi curiosa?
Giannina. Di vedere un padrone da poco ed un servitore sguaiato ad allestire pessimamente un baule.
Filiberto. Sapete voi quando egli si parta?
Giannina. Volea partirsi stamane; ma nel muoversi per la stanza si reggea sì mal sulle gambe, che cominciò a temere di non resistere al viaggio.
Filiberto. Io dubito che la malattia ch’ei soffre presentemente, sia originata da un’altra ferita un poco più penetrante.
Giannina. Finora i medici non gli hanno scoperta che una ferita sola.
Filiberto. Oh! si danno delle ferite, che non sono dai medici conosciute.
Giannina. Qualunque colpo, benchè leggiero, forma al di fuori la sua impressione.
Filiberto. Eh no, vi sono delle armi che colpiscono per di dentro.
Giannina. Senza ferir la pelle?
Filiberto. Sicuramente.
Giannina. Per dove passano sì fatti colpi?
Filiberto. Per gli occhi, per le orecchie, per i meati del corpo.
Giannina. Intendete voi delle impressioni dell’aria?
Filiberto. No, intendo parlare di quelle del fuoco.
Giannina. In verità, signore, non vi capisco.
Filiberto. Avrei piacere che non mi capiste,
Giannina. Mi credete voi maliziosa?
Filiberto. No, vi credo una brava ragazza, saggia, prudente, che conosce il male dell’uffiziale, e che mostra di non conoscerlo per onestà.
Giannina. (Meschina di me! questo modo suo di parlare mi mette in agitazione).
Filiberto. Giannina, mi pare che siete divenuta un po’ rossa.
Giannina. Signore, voi dite cose che mi fanno necessariamente arrossire. Comincio ora a comprendere le misteriose ferite di cui parlate. Comunque ciò siasi, io non conosco ne il suo male, né il suo rimedio.
Filiberto. Figliuola mia, facciamoci a parlar chiaro. Monsieur de la Cotterie era risanato quasi perfettamente un mese dopo che è qui venuto. Stava bene, mangiava bene, principiava a riacquistar le sue forze, aveva un buon colorito, ed era il piacere della mia tavola e della nostra conversazione. A poco a poco cominciò ad attristarsi, perde l’appetito, divenne smunto, e si conversero le sue lepidezze in sospiri. Io sono un poco filosofo. Credo la di lui malattia più dello spirito, che del corpo, e per parlarvi ancora più chiaramente, io lo giudico innamorato.
Giannina. Può essere che la cosa sia come dite. Ma penso poi che se fosse qui innamorato, non cercherebbe d’allontanarsi.
Filiberto. Oh! anche sopra di ciò la filosofia somministra delle ragioni. Se mai per avventura quella che lo ha innamorato fosse ricca, dipendesse dal padre, e non potesse accordargli alcuna buona speranza, non sarebbe fuor di proposito, che la disperazione lo consigliasse a partire.
Giannina. (Pare che egli sappia ogni cosa).
Filiberto. E il tremor nelle gambe sopravvenutogli poco prima della partenza, dico io filosoficamente pensando, non potria derivare dal combattimento delle due contrarie passioni?
Giannina. (Starei quasi per maledire la filosofia).
Filiberto. Fin qui m’interessa la benevolenza ch’io gli professo, l’ospitalità a cui sono di buon cuore inclinato, e l’umanità istessa che mi fa sollecito per il bene del prossimo; ma non vorrei che nella di lui malattia vi fosse frammischiata quella di mia figliuola.
Giannina. Oh! sì, che or mi fate rider davvero. Pare a voi ch’io sia smunta, pallida, lagrimante? Che dice la vostra filosofia sui segni estemi del mio volto e della mia ilarità?
Filiberto. Mi tiene fra due giudizi sospeso. O che abbiate avuta la virtù di resistere, o che abbiate quella di saper fingere.
Giannina. Signore, avete mai potuto comprendere ch’io sia mendace?
Filiberto. No, non l’ho mai compreso, e per questo ne dubito.
Giannina. Che abbiate fissato dentro di voi medesimo, che l’uffiziale sia innamorato, cammina bene, e può darsi; ma io non sono l’unica, sopra di cui possa cadere il sospetto delle sue fiamme.
Filiberto. Siccome il signor tenente esce tanto poco di casa, è ragionevole sospettare che qui sia nato il suo male.
Giannina. Vi sono delle bellezze forestiere, che vengono qui da noi, e che potrebbono averlo acceso.
Filiberto. Anche questo potrebbe darsi, e voi, che siete della partita, e non mancate di spirito e di cognizione, dovreste saperlo precisamente, e sapendolo, fareste bene a trarmi fuor di sospetto.
Giannina. Veramente io avea promesso di non parlare.
Filiberto. Il padre dee eccettuarsi da simili promissioni.
Giannina. Sì certo, allor specialmente che col tacere gli posso dar del rammarico.
Filiberto. Via dunque, buona figliuola, parlate. (M’induceva a sospettar di lei con fatica).
Giannina. (Trovo il ripiego mio indispensabile). Sappiate, signore, che il povero monsieur de la Cotterie è acceso e delirante per madamigella Costanza.
Filiberto. Che è la figliuola di monsieur Riccardo?
Giannina. Sì, quella appunto.
Filiberto. Gli corrisponde la giovane?
Giannina. Colla maggior tenerezza di questo mondo.
Filiberto. E quali difficoltà si frappongono all’onesto fine de’ loro amori?
Giannina. Io credo che il padre della fanciulla non acconsenta di darla ad un uffiziale, che ha scarso modo di mantenerla.
Filiberto. Bella fantasia davvero! E chi è egli monsieur Riccardo, che abbia da concepire delle massime sì rigorose? Non è finalmente che un finanziere, sollevato dal fango, ed arricchito al suono delle esclamazioni del popolo. Vorrebbe egli mettersi in gara coi negozianti d’Olanda? Le nozze di un uffiziale onorerebbero la sua figliuola, e non avrebbe mai spesi meglio i suoi danari male acquistati.
Giannina. Per quel ch’io sento, se foste voi il finanziere, non gli neghereste la vostra figlia.
Filiberto. No certamente.
Giannina. Ma essendo un negoziante d’Olanda, non vi converrebbe il partito.
Filiberto. No, non mi converrebbe. Voi lo sapete; non mi converrebbe.
Giannina. Pensava anche io nello stesso modo.
Filiberto. Voglio interessarmi a favore di monsieur de la Cottene.
Giannina. In qual maniera, signore?
Filiberto. Persuadendo monsieur Riccardo ad accordargli la sua figliuola.
Giannina. Non vi consiglio poi inoltrarvi tanto in sì fatto impegno.
Filiberto. Sentiamo che cosa dice il tenente.
Giannina. Sì, sentitelo. (È necessario ch’io lo prevenga).
Filiberto. Non crederei ch’egli volesse partir per ora.
Giannina. So per altro che egli aveva ordinato la posta.
Filiberto. Mandiamo tosto a vedere.
Giannina. Anderò io, signore. (Non vorrei per far bene aver fatto peggio). ct ct Parevami interamente di far un torto alla mia figliuola, dubitando di lei. Ho piacere di essermi sempre più accertato della di lei bontà. Egli è vero, che fra le sue parole si potrebbe nascondere la bugia; ma non la posso credere sì artifiziosa. E figliuola di un padre che ama la verità, che non sa fingere nemmen per ischerzo. Tutte le cose che ella mi ha detto, sono assai ragionevoli. L’uffiziale sarà invaghito di madamigella Costanza. Quel superbaccio di suo padre non lo crederà partito bastevole per contentare la di lui vanità, ed io, se posso, voglio essere mediatore di queste nozze. Da una parte un poco di nobiltà sfortunata, dall’altra un poco di ricchezza accidentale, parmi che si bilancino fra di loro, e che ciaschedun ci abbia da ritrovare il suo conto.
ct ct Marianna. Signore, non è più qui la padrona?
Filiberto. No, è partita poc’anzi.
Marianna. Con sua licenza.
Filiberto. Dove andate sì tosto?
Marianna. A rintracciar la padrona.
Filiberto. Avete qualche cosa di premuroso da dirle?
Marianna. Ci è una signora che la domanda.
Filiberto. E chi è?
Marianna. Madamigella Costanza?
Filiberto. Oh! è qui madamigella Costanza?
Marianna. Sì, signore, e giudico, venendo ella a quest’ora insolita, che qualche cosa di estraordinario la muova.
Filiberto. Eh! lo so io l’estraordinario movente. (ridendo) Dite a madamigella Costanza, che prima di passare da mia figlia, favorisca, se si contenta, di venir qui.
Marianna. Sarà servita.
Filiberto. Ehi! l’ufflziale è in casa?
Marianna. Non signore, è sortito.
Filiberto. Subito che egli viene, mandatelo qui da me.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Un curioso accidente.
