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Introduzione
OME ne avevo data promessa, ora è un anno, nella prefazione al mio libro Leone X e la sua politica, pubblico qui nella loro integrità i documenti nuovi più importanti, che furono di base principale alla mia narrazione ed ai miei giudizi. Per illustrarli io nulla avrei qui da aggiungere alle osservazioni fatte nella detta opera, se le principali conclusioni mie, che giungevano nei punti essenziali a risultati quasi del tutto opposti a quelli che sembravano definitivamente accettati rispetto alla politica del , non avessero, accanto ad adesioni autorevoli e numerose, avute altresì contradizioni e dubbi da parte di alcuni fra i più profondi conoscitori della storia di quell’intricatissimo periodo.
, facendo una lusinghiera comunicazione sul mio libro all’Istituto Veneto ed accettandone in gran parte le conclusioni, solleva tuttavia ancora alcuni dubbi sulle intenzioni vere di Leone rispetto alla ele-
zione imperiale del 1519. Alle ragioni già da lui assegnate nella sua Storia di Carlo V e da me contradette, e per le quali cercò dimostrare, che Leone, piuttosto che l’elezione di o di qualsiasi altro principe, volle sempre quella di , egli fa seguire ora con nuovo acume altri dubbi, per i quali fanno mestieri nuovo studio e nuove dilucidazioni. Egli, pur dichiarando, nella serena coscienza sua di storico amante soltanto della verità, di essere «ben lontano dalla insana pretensione di giustificare una congettura messa innanzi trenta anni circa addietro, quando non erano noti i manoscritti Torrigiani», dubita tuttavia, che se io, invece di affermare che Leone non aveva avuta «molta fiducia» nell’elezione di un altro principe che non fosse nè Francesco nè Carlo, avessi detto che «nessuna fiducia» quegli ebbe in ciò mai, gli avrei «data vinta la causa». Ma a noi riesce appunto impossibile non riconoscere, che quella fiducia abbia, con più o meno debole vicenda, tenuto l’animo del papa sino al maggio, e ne abbia determinata in gran parte anche la politica. Non solo il barlume più o meno vivo di tale fiducia si mostra evidente in tutte le negoziazioni papali riguardanti la contesa elettorale, ma quella speranza la troviamo ripetutamente e sulle labbra del papa e de’ familiari suoi, insieme al naturale timore che dovesse probabilmente restare delusa (pp. 154-7, 176, 193, 200-3). Ed in realtà il crescere ed il decrescere di tale speranza e di siffatta fiducia nell’animo di Leone, segna e spiega, più che ogni altra causa, le fasi dell’atteggiarsi della politica papale dall’autunno del 1518 all’està del 1519.
Vivente , quasi nulla era la speranza di fare eleggere, contro la volontà decisa del vecchio imperatore, un re de’ Romani che non fosse Carlo; non si sarebbe neanche trovato alcuno, fra i principi tedeschi, che avesse accettata la candidatura: e però la quasi acquiescenza di Leone alla elezione del giovane Asburgo. E tale ragione, anche lasciando da parte l’altra, pur grave, della preoccupazione per la crociata contro i Turchi, è invero più che sufficiente a spiegare il fatto. A che scopo Leone doveva combattere con danno del prestigio suo e della Chiesa contro un avvenimento che pareva inevitabile? La conseguenza necessaria di siffatta politica sarebbe stata quella di procacciarsi l’inimicizia, forse irreconciliabile, d’un imperatore che tutto preannunziava sarebbe stato di tale potenza, quale da più secoli nessuno dei suoi predecessori aveva raggiunta. Che Leone fosse invece persuaso all’acquiescenza «dall’avere sin d’allora calcolato il frutto che poteva trarre in avvenire» dall’alleanza con Carlo, come vorrebbe il De Leva, è cosa che non solo non risulta da dato alcuno di fatto, ma c’impedisce il supporla l’atteggiamento posteriore risolutamente contrario di Leone, quando nessuna circostanza nuova era intervenuta, eccetto la morte di Massimiliano. Seguìta questa, la speranza di Leone di poter impedire l’elezione di Carlo si riaccende naturalmente e tanto forte, che egli si fa promotore quasi baldanzoso della candidatura di un altro principe tedesco. Ed io mi permetto di ricordare qui al De Leva, al quale sembra impossibile che Leone ignorasse l’estensione dell’impegno de’ cinque elettori a favore di Carlo, che non solo dal papa ed in Roma, ma dai più anche in Germania si credeva che quegli obblighi, contratti verso Massimiliano e per deferenza personale a questi, non dovessero avere vigore che durante la vita del vecchio imperatore. E però, quando l’ambasciatore di Polonia, come risulta dalla lettera del 30 gennaio, mostra per la prima volta al papa «la copia dell’obbligazione» degli elettori a favore di Carlo, e che appare «molto più importante e gagliarda che ancora non si pensava», è perfettamente naturale che allora la riaccesa fiducia di Leone nella elezione di un terzo si raffreddi. E soltanto non gliela fa perdere del tutto l’espediente della candidatura di Francesco I, sia che questa gli si ripresentasse allo spirito del tutto spontaneamente sia che a fargliela rinascere avesse contribuito anche, fatto che non muta la questione, lo stimolo degli agenti francesi in Roma, come inchina a credere l’illustre professore padovano e come io, nonostante il passo di una lettera del segretario (p. 153), non ho ragione decisiva per escludere del tutto. Che lo scopo vero e riposto delle istruzioni papali del 23 e 26 gennaio 1519 al in Germania, che lo incitavano a spendere ogni opera per favorire l’elezione di un principe tedesco diversa da Carlo, fosse, come, in forma dubitativa, suppone il De Leva, quello di renderne ostensibile la copia al re di Francia, sia per indurlo a firmare subito il trattato pel quale correvano pratiche da mesi, sia perchè Leone avesse, al bisogno, una prova colla quale potere sconfessare pressa Francesco I il trattato segreto che stava per conchiudere con Carlo: mi sembra una di quelle supposizioni estreme, alle quali si può soltanto ricorrere quando il senso chiaro e lo scopo diretto d’una manifestazione trovano non solo mancanza assoluta di corrispondenza, ma contradizioni inesplicabili nei fatti o nelle altre dimostrazioni che vi si collegano. Invece gli ordini inviati a S. Sisto hanno il più largo riscontro ne’ fatti e nelle altre manifestazioni papali. Il desiderio d’un terzo candidato, e l’opera per trovarlo e favorirlo sono cose confessate da Leone a più riprese durante e dopo il periodo elettorale: egli le fa sapere chiaramente a in risposta alle premure di questo a favore di Carlo; le ripetono i suoi familiari, le riconoscono espressamente gli agenti politici, che sono in Roma, e quei contemporanei, che, come Vettori, e guardano da vicino la politica papale; ed infine, Leone stesso, mentre fa le viste di sostenere la candidatura di Francesco I, cerca abilmente di continuo di insinuare tal suo riposto desiderio nell’animo di questo, dal primo momento, sino a quando giunge a spiegarglielo chiaramente ed a chiedergli francamente, che, per il successo della comune causa contro Carlo, ritiri la propria candidatura e volga l’opera sua a favore di un altro principe tedesco. Invero le istruzioni del 23 gennaio trovano tale larga e varia corrispondenza di fatti e di manifestazioni, che si deve del tutto escludere la possibilità di poterle «ritenere di natura puramente ostensibile». E della sincerità del loro contenuto è prova anche, se pur ne fosse mestieri, la ingiunzione del 26 gennaio, che le conferma e le rafforza; ingiunzione, la quale non comprendo perchè il De Leva trovi strana. Leone, in un tempo nel quale le comunicazioni con la Germania erano tarde ed incerte, si premuniva accortamente non solo contro qualche possibile abuso o falsificazione della sua parola, che si sarebbe potuto tentare di sorpresa sopra i suoi legati, non solo contro ogni possibile sua debolezza o necessità di duplicità a favore di Carlo, ma anche — ed anzi io credo più di tutto — contro la probabile presentazione ai legati di qualche lettera o sua o della cancelleria papale a Carlo, dell’ottobre o del novembre, quando, come penso d’accordo in ciò col De Leva, Leone si era quasi del tutto acquietato alla elezione del giovine Asburgo. Che se, considerando come inesistenti i fatti dianzi accennati, noi per un momento credessimo che Leone non avesse avuto mai la più piccola fiducia nella riuscita d’un terzo candidato, e perciò non schiette le manifestazioni sue a questo scopo, il resto dei fatti ci porrebbe allora nella necessità di dover ritenere come sincero l’aiuto dato alla candidatura di Francesco I dal febbraio al giugno. Limitata la scelta tra Francesco I e Carlo V, io sono bensi della medesima opinione del De Leva, che Leone avrebbe preferito il secondo; ed a p. 162 ho notata, come non sincera, una esplicita dichiarazione di Leone in senso opposto. Ma tanto le ragioni esposte dal De Leva nella sua Storia di Carlo V, quanto le mie, si fondano, per questo punto, sopra gli apprezzamenti, che, ponendo mente alla natura de’ due re, alla forza, alla posizione, alla politica de’ due regni, avrebbero dovuto indurre, secondo ogni buon giudizio, Leone, per l’interesse proprio e della Chiesa, a desiderare la vittoria di Carlo. Ma per larga, profonda e rigorosamente obbiettiva che possa essere l’opinione di uno storico, fondata in tal guisa, essa non può mai assumere un valore pari a quello del fatto, o, quando trovi contradizione in questo, non dee valere mai a sconoscerne l’esistenza: e, contro ogni ragionevole nostro credere, avrebbe pur Leone, o per errore di criterio suo, o perchè a formare questo concorrevano elementi e circostanze a noi rimaste ignote, trovare preferibile, che la corona imperiale venisse sul capo del re di Francia. Certamente — sebbene, per quanto io ricordi, manchi nella storia ogni esempio d’una duplicità di sì complicata forma — si potrebbe, data la natura di Leone, immaginare come cosa non affatto im-
possibile, che tutte le manifestazioni e le opere sue contro Carlo fatte presso amici e nemici, ed alcune anche, come quelle presso gli Svizzeri, mettendo a repentaglio il maggior sostegno dell’indipendenza sua, fossero dirette al triplice scopo: di dare a Francesco I una dimostrazione rumorosa della fede e dell’attaccamento suo nel momento stesso che vi veniva meno; di rendere, grazie alla naturale reazione che l’opera sua suscitava in Germania, più facile la desiderata elezione di Carlo; ed infine, e più che tutto, di costringere questi, con tal viva opposizione, a prenderlo alleato a condizioni vantaggiose. Ma della lontanissima possibilità d’una tale politica noi dovremmo trovare almeno un segno solo nei modi e nel risultato del contegno di Leone verso Carlo prima dell’elezione. Come caratteristica d’una tale politica, accanto alla guerra viva di maneggi contro Carlo, accanto alle minaccie francamente dichiarate a questo, noi dovremmo vedere altresì, da parte del papa, se non pure qualche segreta proposta d’accordo, fatta al momento opportuno, tuttavia qualche accenno di lusinga, l’annodamento di qualche filo, sul quale correre, all’ultimo momento, a cogliere il frutto di sì complicata e strana politica: l’alleanza a condizioni di gran vantaggio. Ma non v’è nulla di tutto ciò. Leone non solo si pone apertamente contro Carlo, ma non vuole sentir neanche a parlare delle ragioni di questo; senza necessità pensa altresì a togliere, per parte sua, i mezzi di comunicazione fra loro, e il 16 febbraio vuole richiamare il nunzio da Spagna, ma poi resta esitante. È vero che alla metà di febbraio, alla notizia che Francesco I ritira la sua candidatura, Leone pensa, per un breve momento, di modificare la sua attitudine ostile contro Carlo. Ed è cosa naturalissima. La candidatura di Francesco I era, nel pensiero del papa, il solo mezzo adatto a combattere, con speranza di successo, all’ultima ora, a favore di un terzo contro Carlo: scomparso quel potente candi- dato, si ripresentava, e più grave ora per la probabilità d’un accordo tra i due re, la posizione dell’ottobre, l’inevitabilità dell’elezione di Carlo; e, con essa, le ragioni dell’acquiescenza di Leone, Quelle stesse ragioni, che gl’imporranno più tardi l’accordo del giugno, quando la certezza di tale elezione gli riapparirà chiara e prossima. E per arrivare a tale accordo, non è Leone che va incontro a Carlo; è questi invece che lo chiede. Si potrebbe credere che ciò appunto fosse nello scopo e nelle previsioni del papa, che il nemico, fieramente combattuto, stendesse la mano a lui, chiedendo mercè: e noi dovremmo allora trovare tanto la via quanto il frutto, con i quali Leone avrebbe volto a suo pro questo primo ed aspettato successo. Ma egli conchiude soltanto l’accordo quando non ne può più fare a meno, non quaranta giorni prima, ma alla vigilia dell’elezione, quando un corriere, andando con straordinaria rapidità, può giungere il 24 giugno a Francoforte, appena a tempo, affinchè gli elettori, già adunati da una settimana, eleggessero Carlo non contro la volontà ma con l’assenso del papa. Per impedire una offesa al prestigio suo e della Santa Sede, Leone, più che un accordo aveva invero compiuta una dedizione. Nel trattato del 17 giugno cedeva infatti le armi, con le quali aveva combattuto, liberava Carlo dagli impedimenti; e l’effetto dell’accordo a vantaggio di questo si compieva nel fatto immediatamente. Il papa da parte sua non guadagnava che semplici promesse e di poco conto, alle quali non s’impegnava neanche il re, ma l’ambasciatore, in virtù d’un mandato, che soltanto asseriva d’avere, ma che neppure presentava (documento IV). Se la politica di Leone fosse mai stata, come, per un momento, lasciando da parte i dati positivi di fatto, ci siamo spinti ad immaginare, diretta a fare eleggere Carlo, costringendolo coll’opposizione ad un trattato vantaggioso, giammai successo avrebbe partorito per chi, con arte finissima, lo avesse predisposto, conseguenze meno liete; e giammai, a conseguirle diverse, vi sarebbe stata, da parte dell’astuto orditore, maggiore trascuranza e, insieme, maggiore stravoltura di mezzi! Avvenuta l’elezione, si potrebbe credere che Leone avesse cercato di conseguire que’ vantaggi dell’alleanza che non aveva saputo o potuto conseguire prima; ma anche qui la politica del papa non risponde, e per un anno ancora, in nulla a siffatta congettura. Egli entra, come non poteva fare a meno, apparentemente in buona relazione con Carlo; ma dall’altra parte resiste ai consigli di Wolsey per una benevola neutralità verso il nuovo eletto, e si dà invece a tutt’uomo per riunirgli una coalizione contraria, e si collega più strettamente che mai con la Francia. Anche qui si potrebbe rinnovare l’arditissima supposizione, che egli facesse ciò per avere migliori patti da Carlo. Ma contro tale opinione, che non ha per sè alcun dato positivo, stanno le prove più chiare, che allora, più che mai, Leone credeva sinceramente che la salvezza sua e della Chiesa fosse strettamente legata alla fortuna della Francia. Ne è riprova non tanto il trattato del 22 ottobre con Francesco I (documento VI), quanto la istruzione del 21 settembre al vescovo di Pistoia, inviato nella Svizzera (documento V). In quella istruzione la natura ed il tenore de’ consigli è tale che, se non esprimessero il sentimento e la mente vera del papa, questi avrebbe con la più pazza aberrazione ingannato sè stesso, e cercato di creare con l’opera sua medesima più sagace i mezzi della sua rovina. Ivi viene indicata la più fina arte per rendere gli Svizzeri, da nemici, amici della Francia: non solo vi appare esclusa ogni ragione di ostentazione verso chiunque, ma i più sottili avvertimenti sono diretti appunto a far sì, che l’opera del papa per l’alleanza tra gli Svizzeri ed il re di Francia giunga al risultato con la minore apparenza possibile rispetto agli unì ed all’altro, poichè altrimenti ne verrebbero diminuiti la sincerità e l’efficacia dell’unione dei due antichi nemici. Ed ancor più: il papa ha ora una tale convinzione piena che, il giorno prossimo o lontano della guerra, egli sarà alleato della Francia, che gli Svizzeri al servizio della sua persona e del suo Stato, egli vuole scelti esclusivamente tra i «gallizzanti», tra quelli che erano, per animo e per tradizione, amici di Francia, escludendone quelli di tendenze favorevoli all’imperatore. Nessuna supposizione, avesse pure la parvenza di qualche fondamento, che qui non ha, potrà mai rendere possibile la credenza, che il papa volesse affidare la difesa di sè stesso e delle cose sue a coloro, che, nel calcolo suo, sarebbero stati già designati come suoi nemici. Io pubblico ora per intiero questo documento, del quale già detti una breve citazione. Ed esso solo varrebbe a mio giudizio, quand’anche non vi fossero tutte quelle altre prove positive e negative alle quali ho qui in parte riaccennato, a dimostrare decisivamente che tutta la politica di Leone prima, e, per un certo tempo, dopo l’elezione, non fu preordinata all’alleanza con Carlo.
Ed io spero che la lettura di questo documento toglierà gli ultimi dubbi al De Leva. Lo storico acutissimo, che, con materiale scarso, scoprì quello che per gli altri era rimasto oscuro, che al principio della contesa imperiale Leone non era disfavorevole a Carlo; egli che aveva estesa poi siffatta sua veduta a tutto il periodo posteriore, quando non erano venuti ancor fuori i documenti, che chiaramente la contrastano, credo, riconoscerà ora del tutto, come ha fatto in parte, che tra il primo atto dell’autunno del 1518 e l’ultimo del maggio 1521 vi furono, rispetto alle alleanze, mutamenti reali, vari e profondi nella politica di Leone, come ve ne sarebbero stati quasi certamente anche dopo, se la morte non l’avesse allora colto.
Il De Leva, come la maggior parte degli altri critici della mia opera, ha trovato, che in essa «è ridotta a giusti termini l’influenza esercitata dagli interessi famigliari» nella politica di Leone. Non così però è parso ad altri. in una succinta e benevola recensione, pur riconoscendo volentieri, che egli, nella sua Storia di Carlo V, ha troppo fortemente insistito sull’influenza degli interessi di famiglia nella politica di Leone, crede però, che io erri ancor più gravemente nel senso opposto. Egli nota che l’opinione dei contemporanei era ben diversa dalla mia. Che tale in realtà fosse l’opinione dei più fra i contemporanei è cosa non dubbia. Alle testimonianze già note in tal senso, io stesso ho aggiunte delle nuove; ma sul carattere generale di esse e sul valore loro relativo nei casi particolari ho portata una critica, che ancora non m’è stata dimostrata fallace. Tra tali testimonianze duolmi che io non abbia conosciute, prima della pubblicazione del mio libro, alcune che erano state già messe in luce tempo fa dal prof. , in un pregevole scritto a proposito dell’ambasceria di da parte di Leone X a Venezia nel 1514. Testimonianze, che congiunte a quelle già note, facevano conchiudere all’egregio scrittore «che l’obbiettivo ultimo di tutte le macchinazioni della politica di papa Leone, era pur sempre quello di accrescere la potenza della sua casa e di assicurare un forte principato ai nipoti Lorenzo e Giuliano». Il Cian, ri- levando in una recensione del mio libro la trascuranza per parte mia dei documenti da lui pubblicati, crede che il contenuto di questi valga a distruggere alcune delle mie affermazioni, e, sopra tutto, non gli pare che io abbia raggiunto l’intento mio «di dimostrare che il nepotismo non fu che un movente secondario nella politica di Leone X». Ora io non ho avuto nè alcun intento, nè alcun preconcetto nella mia indagine. È bensì vero, che, contrariamente all’opinione unanimamente accettata, io son giunto alla conclusione che Leone, pur avendo cercato di avvantaggiare e d’ingrandire in più modi il fratello ed il nipote, fu tuttavia nella politica sua ispirato e diretto principalissimamente dagli interessi della Santa Sede e dello Stato della Chiesa, che non sacrificò mai alle ambizioni di famiglia; ma questa conclusione è scaturita naturalmente da una indagine del tutto obbiettiva, nè più nè meno come, quando i fatti fossero stati diversi, ne avrei indotta una opposta. Che anzi, riuscendo i giudizi miei contrari ad altri tanto numerosi ed autorevoli, io ho qua e là, specialmente a pp. 57-64, spinta la mia intuizione ed analisi psicologica a ricercare, dando loro un valore che rigorosissimamente forse non avrei potuto, argomenti di possibile dubbio rispetto alle mie conclusioni, i quali io non riuscivo a trovare nelle manifestazioni di fatto. Nè quando avessi avuti presenti al mio esame anche i documenti pubblicati dal Cian, io avrei potuto, pel contenuto loro, trarre una conclusione diversa. Da questi documenti vengono fuori due fatti. Il primo: quando Leone nella primavera del 1514, preso da gravissimo timore di un’unione tra la Francia, la Spagna e l’imperatore, per causa del progettato matrimonio spagnuolo-francese, si dava a tutt’uomo, per impedire tal fatto, a rialzare l’animo di col promettergli l’aiuto nell’impresa d’Italia e col procacciargli l’alleanza con l’Inghilterra; e quando nel tempo stesso i Veneziani cercavano di sfruttare questo buon momento, rinnovando con ogni lusinga gli sforzi, sino allora vani, di distaccare Leone dall’imperatore e di tirarlo definitivamente a loro ed alla Francia: in queste circostanze , un nobile veneziano, «divenuto frate camaldolese col nome di frate Pietro, e che aveva saputo conquistarsi l’intimità di Leone e della famiglia Medicea», e che, senza mandato uffciale, pare servisse, quale informatore ed agente politico di fiducia, la Signoria di Venezia, scriveva a questa da Roma l’ultimo di maggio:
Della annata [veneziana] veramente per mare sappia la sublimità vostra che già il magnifico Iuliano mosso a qualche speranza per il nome che di essa risuona, se incomincia a lassare intendere di volerne fare sopra disegno: et meco liberamente favellando dice volermi aprire quello che desideriano, et che da Nostro Signore non bisogna che io lo intenda, et più oltre scoprendosi con dire le promesse che la Santità Sua ha di continuo dal re de Inghilterra de aiutarlo al regno di Napoli, mi dimostra ogni hora haver l’animo già mezzo volto a simile impresa.
Il Cian nota che il Quirini: «gli ha spesso in quelle lettere l’aria di chi a forza di gridare e di ripetere ad altri cosa, cui non presti gran fede, vorrebbe persuadersene egli stesso». Ed io poi trovo che qualcuna delle cose qui dette o ripetute dal Quirini è con gran probabilità non vera: certamente falsa l’asserzione, riguardante le promesse dell’Inghilterra di aiuti al papa per l’impresa del regno di Napoli. Una lettera di del 20 aprile ai Vescovi di Winchester e di Lincoln ci prova infatti come il papa, invece di chiedere aiuti per l’impresa di Napoli o di rispondere a graziose offerte a tale scopo del re d’Inghilterra, si sentiva nella necessità di protestare anche presso di questo, come già presso gli Svizzeri, contro le voci che divulgavano in Europa, a proposito di tale impresa, gli ambasciatori spagnuoli, dichiarandole «in tutto aliene dalla verità», e che l’impresa di Napoli egli non l’aveva mai a pensata nè sognata» (Mss. Torrigiani, ediz. Guasti, pp. 47-48). Senza alcun dubbio in quel tempo, in occasione della designata impresa francese in Italia, alla quale fu giuocoforza al papa far le viste di incoraggiare Luigi XII, corsero per la prima volta trattative tra questi e Leone X a proposito del regno di Napoli. Non abbiamo sino ad ora alcun documento diretto che ne parli; soltanto, oltre questi del Quirini, alcuni accenni del Sanuto, probabilmente, sebbene indirettamente, dell’istessa provenienza. Ma dalle proposte che vennero fatte l’anno dopo a Francesco I, che noi conosciamo con precisione, e che si dichiaravano identiche a quelle accettate da Luigi, vedremo, ora che torneremo sulla questione, come si trattasse senza alcun dubbio della semplice rinunzia a favore della Santa Sede dei diritti della corona di Francia sul reame di Napoli da dover far valere alla morte del Cattolico. Ma sia di ciò che vuolsi, dalla lettera del Quirini risulta soltanto, che il progetto della conquista del reame di Napoli per , che, come io ho notato (p. 18), fu gridato dai cortigiani all’indomani dell’elezione di Leone, si riaccese un anno dopo, quando apparve prossima la formazione di nuovi aggruppamenti d’alleanza, e che Giuliano s’era, secondo la sua debole natura e volontà, «mezzo volto», e che «se incominciava a lassare intendere» di volervi fare sopra disegno per mezzo della flotta veneziana.
Per iniziativa o spinta di chi si riaccese il disegno, non si vede chiaro dalle parole del Quirini. Ho mostrata falsa la parte assegnata all’Inghilterra; e Giuliano stesso vi appare più premurato che premuroso. All’azione de’ cortigiani, dai quali dovette probabilissimamente partire, anche questa volta, il nuovo primo grido, la lettera del Quirini ci può fare ragionevolmente indurre, che, in questa circostanza, si aggiunse pure la spinta dei Veneziani; i quali, per lusingare e tirare ad essi il papa, risvegliarono, o, molto più probabilmente, riscaldarono, sebbene, di certo, non sinceramente il progetto col miraggio dell’aiuto della flotta veneziana. Il fatto, già conosciuto, e al quale io già accennai, senza poterne determinare con precisione il tempo, d’una proposta veneziana a questo scopo, avrebbe dalla lettera del Quirini una più precisa conferma. Per quel che riguarda l’azione o il pensiero personale del papa — che è ciò che ci preme per la questione — noi non apprendiamo altro, che Giuliano dichiarava al Quirini, che della cosa non avrebbe avuto discorso dal papa, «da N. S. non bisogna che lo intenda». Io ho a p. 57 come cosa «naturale e probabilissima» — per dirla «certa» mancava e manca tutt’ora ogni prova — opinato che, quando Leone avesse avuti ceduti i diritti della corona di Francia sul reame di Napoli, «avrebbe cercato, alla morte del Cattolico, di darne l’investitura, come feudo della Chiesa, a Giuliano», come intorno a lui certamente, e probabilmente in lui ne era il desiderio: soluzione «che gli avrebbe tolte le grandi e continue preoccupazioni per la libertà della Santa Sede e dell’Italia, ed avrebbe soddisfatto il desiderio suo di far grande e potente la propria famiglia, specialmente il fratello». Ma io nel tempo stesso ho dimostrato — ed in ciò consiste e l’importanza della questione storica e la novità de’ miei risultati — che non stava in tale desiderio ed in tale disegno la ragione principale della politica di Leone rispetto al reame di Napoli. A chiedere la rinunzia dei dritti della corona di Francia alla Chiesa, sola forma di domanda che risulti dalle trattative, Leone dichiarava di essere mosso dalla necessità di tutelare l’indipendenza della Santa Sede, e quella che chiamavano «libertà» d’Italia, che sarebbero andate perdute il giorno, che lo stesso re fosse diventato padrone di Napoli e di Milano. E che la ragione addotta costantemente da Leone era, se non la sola, certamente di gran lunga la maggiore di tutte, io, oltre che con argomenti riguardanti i punti particolari, oltre col mostrare che essa rispondeva alla tradizione antica della politica papale, e, più che ai soli bisogni, alla vera necessità politica del tempo, l’ho principalmente provato col mostrare due fatti. Primo: che Leone, per ottenere quella rinunzia dalla Francia, e quando questa non era ancora vincitrice, spinse le offerte all’estremo, proponendo, mentre vivevano ancora Giuliano e Lorenzo, che, di comune accordo tra re e papa, la corona di Napoli fosse data, alla morte di Ferdinando, ad un principe, dal quale la Santa Sede non avesse a temere, designando specialmente il figlio di Federico d’Aragona, nè più nè meno come se il fratello ed il nipote non esistessero. Secondo: che Leone, morti Giuliano e Lorenzo, continuò costantemente, rispetto alla richiesta per Napoli, l’istessa politica verso la Francia, e l’estese anche alla Spagna, quando Carlo ne divenne re; nè più nè meno come se — qualora supponessimo, per poco, vera la ragione che movente di tale politica fosse l’ambizione di famiglia — fratello e nipote vivessero ancora. L’averli Leone posposti entrambi ad altri per la corona di Napoli, quando vivevano, e l’aver egli persistito, quando non esistevano più, nell’istessa condotta di cercare di riavere per la Chiesa tutti i diritti vantati da Francia e da Spagna su Napoli, è cosa che mostra nel modo più evidente che se Giuliano e Lorenzo, ed i disegni che vi si connettevano, ebbero, forse, nelle ragioni della politica papale rispetto a Napoli una parte, questa però non fu di certo la maggiore. Dalla lettera del Quirini non risulta, rispetto al papa, alcun fatto, che contradica a quelli che ho disopra accennati: in nessuna guisa vi si apprende, come vuole il Cian, che le mire di Giuliano «erano in segreto alimentate ed incoraggiate dal pontefice». Che anzi, se uscendo dal limite costante del modo della mìa indagine e del mio ragionare, volessi dilettarmi, per un momento, del vano giuoco di sottigliezze, potrei spingermi a dire, che si trova anche nelle parole del Quirini una riprova della verità delle mie considerazioni rispetto a Leone; poichè, nei due punti soli, nei quali vi si accenna, nell’uno appare, rispetto a Napoli, non premuroso, ma premurato dall’Inghilterra; nell’altro, come quegli, che dee restare estraneo a tal discorso. Nel resto degli accenni della corrispondenza del Quirini, che ci dà il Cian, non vi è più parola di Napoli: tanto la cosa dovette essere, in verità, oggetto di discorso leggero e passeggero tra Quirini e Giuliano. Senonchè nella recensione del mio libro fatta dal Cian, il fatto prende un aspetto che sarebbe veramente più grave, poichè mostrerebbe l’impresa di Napoli, della quale non si sente più parlare, quasi come un contratto in via di conclusione tra il papa ed i Veneziani. Il Cian, infatti, riannoda al contenuto, di sopra riportato della lettera, un poscritto, nel quale il Quirini annunzia l’invio da parte di Giulio de’ Medici di ducati tremila alla Signoria di Venezia. Io non conosco tutta la corrispondenza del Quirini per poter determinare con precisione lo scopo di quel danaro; ma dagli accenni che offre lo stesso Cian nell’Archivio Veneto, mi sembra potere con ogni sicurezza escludere, che i ducati tremila servissero per impegnare o per incoraggiare la flotta veneziana alla fantastica impresa di Napoli, o semplicemente per assicurarsi a tal fine il favore della repubblica, come parrebbe dalla recensione del Cian. I ducati tremila sembrano invece essere la terza rata di ventimila promessi dal papa stesso, a quanto pare, per aiutare i Veneziani a tener viva la guerra nel Veneto e togliere così la temuta possibilità di pace tra essi e gl’imperiali, come era allora interesse di Leone: ducati ventimila, dei quali erano stati già sborsati, prima della metà di maggio, cinquemilacinquecento, mentre all’ultimo di quel mese appena e nella lettera stessa contenente il poscritto, Quirini annunziava che Giuliano cominciava a pensare alla possibilità di avvalersi della flotta veneziana!
Il secondo fatto che vien fuori dai documenti del Cian, mostrerebbe il papa nel novembre preso dal progetto di fare insignorire Lorenzo, grazie ad un matrimonio con una principessa spagnuola, alla morte del Cattolico di quel reame di Napoli, che nel maggio avrebbe voluto conquistare per Giuliano e nell’aprile dell’anno seguente di nuovo chiedere per questo al re di Francia. Questo facile cambio e scambio, a mesi, tra la candidatura di Giuliano e quella di Lorenzo, specialmente quando si ponga mente alle non celate e talvolta vive rivalità tra i due, rivalità che si estendevano ai cortigiani ed agli amici dell’uno e dell’altro, dovrebbe essere, se non prova, almeno indizio della inconsistenza di tali progetti; e come questi, molto più che un disegno concreto e preciso di politica da parte del papa, continuassero a rappresentare, come nel primo momento, desiderî e disegni di cortigiani, che potevano fin trascinare una natura debole e proclive ad ogni compiacenza, come quella di Giuliano, a discorsi e velleità di trattative senza serietà, come a me sembrano quelle tenute col Quirini, Nel caso speciale del preteso disegno per Lorenzo, non si può non rilevare, che l’opposizione che in ogni tempo, nonostante le premure continue da parte di Spagna, Lorenzo fece ad un matrimonio spagnuolo, mostra che a questo non vi poteva essere collegato un sì alto progetto di dominio per lui; chè, altrimenti, se pure fosse stata insensibile l’ambizione di Lorenzo, ben lo avrebbero costretto ad accettarlo Leone ed, ancor più, la madre , sitibonda di regno, ed alla quale il figlio piegò sempre, come fanciullo. Ma sono queste osservazioni al tutto accessorie. Alle parole, le quali a , ambasciatore veneziano, avrebbe detto un amico suo e di Leone, che questi calcolava «che morendo el re di Spagna, che e cum la potentia et favor del parenta de questa Dona el se insignoreria del regno di Napoli» — parole nelle due brevi citazioni che ne dà il Cian non chiare abbastanza — bisogna porre a riscontro le altre, che Leone stesso, al medesimo proposito, disse il giorno seguente al Lando, come risulta dalla lettera di questi del 28 novembre, pubblicata del Cian, sebbene sia stata da lui del tutto trascurata nelle sue osservazioni tanto nell’Archivio Veneto quanto nel Giornale storico. Diceva Leone all’ambasciatore veneto:
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