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Il libro dei morti

Alfredo Panzini · 1893 · Free in the US

35,875 words · about 2 h 31 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Alfredo Panzini
Language
Italian
Published
1893
Length
35,875 words · about 2 h 31 min
Sections
10 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (10)
  1. Capitolo I about 7 min
  2. Capitolo II about 12 min
  3. Capitolo III about 12 min
  4. Capitolo IV about 8 min
  5. Capitolo V about 16 min
  6. Capitolo VI about 21 min
  7. Capitolo VII about 13 min
  8. Capitolo VIII about 39 min
  9. Capitolo IX about 14 min
  10. Capitolo X about 10 min

Continue:

Capitolo I

Una sentenza di , riferita da gli antichi filosofi, dice che — nessuno, senza comando del duce, che vuol dir di Dio, si deve partire da la sua stazione ne la vita — ; significando con ciò come, anche per i credenti, essa sia triste e non valga la pena d’essere vissuta.

Ora, ai nostri tempi, vi fu un uomo credente che avea nome G. Giacomo il quale, non a malincuore, ma lietamente fece la sua scolta in questo breve periodo de la vigilia dei sensi, ed amò la vita e gli piacque di vivere.

Egli era cresciuto secondo certe massime semplici, che sono il fondamento dell’Evangelo, perdurando in quelle per più di settant’anni; ed inconsciamente le aveva contemperate con le leggi de la natura, senza che queste si trovassero in disaccordo con quelle; anzi le une si avvalorarono per virtù de le altre con felice armonia.

Ma ciò forse avvenne perchè egli fu un uomo semplice e non un filosofo; e la sua fede era troppo viva per venire a contrasto con la ragione; la quale era molto rimessa e più intenta a le piccole cose de la vita che a speculare di metafisica.

Queste, forse, furono le cause perchè egli amò di vivere; che anzi quando giunse il tempo di partirsi dal suo posto e di avviarsi al bel regno di Dio, pur gli rincrebbe di lasciare le cose che amava: la moglie, un figliuolo non ancora ben formato da gli anni e dall’esperienza, i bei campi solatii dove maturava la spica e l’ulivo e dove egli visse la sua lunga vita.

Vero è che la fede cristiana per bocca di Sant’Agostino lo ammoniva che, — misero è ogni animo vinto dall’amore de le cose terrene ed è dilaniato quando le perde. —

Ma G. Giacomo non aveva letto, io credo, nè Sant’Agostino, nè Lattanzio, nè Tommaso da Kempis; d’altra parte ebbe rallegrata la vita da molto sole e da molta bontà e da molto amore, così che mai non provò il bisogno di confortare lo spirito in quelle sottili letture.

Ora, quand’egli era in vita, passando presso il cimitero, diceva tra se molto piamente: — Anche questo povero corpo deve riposare bene qui! —

Il cimitero era tutto quadrato da un muricciuolo su l’alto d’un colle e davanti si apriva una valle grande; ed il mare, non molto lontano saliva ne la conca de la valle alto ed azzurro.

Aggrondati, immoti erano i cipressi che si scagliavano al cielo con le punte nere. Ma, fuori, recingendo il muricciuolo, salivano i pioppi snelli ed aerei; e dentro erano viali di mortella, cespi di crisantemi e di rosette selvagge e nidi di rondini molte che garrivano nei lunghi e silenziosi meriggi, sui pioppi, sui cipressi e su le pietre funerarie. Ci si doveva pure stare bene lì in cimitero!

Da tre anni G. Giacomo giaceva in un cantuccio di quel cimitero, quando in una notte lunata e gelida d’inverno, ottenne di levarsi dal suo sepolcro: sorse e si avviò verso quella che fu la sua casa.

I morti camminano in fretta, come dice una ballata tedesca, ed egli non molto andò fuggendo per il silenzio de la serena notte, che fu giunto presso un viale di alberi dietro i quali biancheggiava una villa per la luna che vi battea in piena luce.

Quella era la buona casa antica di sua gente. Non la circondava nessun parco all’inglese, piantato a cedri ed a pini e digradante fra cupe edere e stagni; ma pel declive del colle s’arrampicavano i tronchi de gli ulivi — gentile pianta latina — e, al buon tempo, frondeggiavano col loro fine fogliame argenteo e v’erano filari di viti e campi di grano. Non serre di piante rare o stranie rose; ma i veroni erano il maggio fioriti di garofani che sanno profumo caldo d’estate, di basilico e di gerani fiammanti. Presso la porta crescevano due cespi di rosmarino, un tempo pianta sacra ai buoni dei Lari, ora usata solo a condire i capponi casalinghi che si rosolano a lo spiedo: ma gli antichi Lari, se aleggiano ancora, erranti spiriti, su le dimore, non isdegnano, io penso, il nuovo uso de la sacra pianta, pur che la famiglia fiorisca e il focolare risplenda.

In quella casa, dunque, i morti volentieri vi ritornavano perchè volentieri vi erano in vita vissuti? Ahimè! gli altri morti se potessero ancora ritornare in vita, sarebbero assai tristi ed amerebbero meglio rimanersene dove erano, perchè la casa che fu di loro, e dovea essere tempio ai figliuoli ed ai nepoti, troverebbero abitata da altra gente; i campi che essi coltivavano, venduti; i corridoi dove ridevano i bimbi ed il sole, desolati o rifatti a nuovo; le stanze de le buone nonne, un dì tutte serene di Madonne e di preghiere, profanate; ed anche i letti, la mensa, le stoviglie furono, per avventura, messe all’incanto e poi divise fra genti ignote.

E se volessero rivedere la loro discendenza, converrebbe loro molto peregrinare, perchè in questa nostra età le famiglie si dissolvono e si disperdono rapidamente, ed ormai è patria quella terra dove si vive; e pur giungendo sino a loro, troverebbero tutto così mutato; le vesti, i costumi, gli animi, la favella, che non li riconoscerebbero forse più. Ovvero avvenne che lasciassero i loro cari in prospera condizione; ora invece li ritrovano in così misero stato da domandare ai poveri morti: — Perchè siete venuti? non stavate forse bene, almeno in quiete, laggiù sotto terra? qui non v’è posto nemmeno per voi, che siete vane ombre; voi ci ricordate il passato e noi non abbiamo tempo di pensare al passato, perchè il presente c’incalza senza tregua e travolge. —

Molti risponderebbero così ai buoni morti, se i morti tornassero; ed allora il ritorno sarebbe più doloroso de la partita.

Ma G. Giacomo avea avuto buona ventura anche dopo morte; perchè se fosse rivissuto davvero, avrebbe tutto trovato al suo posto e non vi sarebbe stato altro da fare che mettere le lenzuola di bucato sul letto, e la posata a tavola.

La Menica, la buona donna di casa, ti avrebbe servito per il primo la scodella di minestra fumante, e la moglie ti avrebbe porta la pipa in fine del desinare. Dunque è per assiderti a la tua mensa, per rivedere la tua casa ed i tuoi che tu ritorni a mezza notte, a mezzo il verno? Avevi forse freddo, dabben uomo, ne la tua nicchia di camposanto, e sei venuto a scaldarti al tepore del grosso ceppo di Natale, che, dopo cinque dì, arde ancora sul focolare ampio, delizia di Momo, il gatto domestico, e de’ suoi savi compagni che vi sognano attorno per tutta la notte con gli occhi aperti e fosforescenti?

Inoltre le piante del suo giardino, che lo avevano conosciuto da lontano, con sommessi e lunghi fremiti lo salutavano e gli dicevano: — Oh G. Giacomo, padrone nostro buono, che tu sii il benvenuto fra noi e fra i tuoi dopo così lunga assenza! Noi ti possiamo dare buone nuove e di noi e de la tua casa e de’ tuoi campi e de la tua famiglia: il fulmine non ci percosse e l’uragano non ci divelse; ma stiamo aspettando che il tempo di primavera ritorni e le passere appendano i nidi a le nostre rame.

Allora noi, quando il cardo fiorisce e la cicala canta, ti porgeremo ancora molta e grata ombra e l’orto fiorirà di gigli e di maggiorana per il vaso de la Madonna, nei giorni sacri a la fede.

Perchè le nostre rame spaziano alte all’intorno, così ti possiamo dire che le opere de la villa furono compiute con ordine e secondo il loro tempo: le pecore indugiavano tutto il dì su i greppi del rio, ed i buoi rompevano i maggesi e le stoppie con solchi così diritti e fondi, che, procedendo l’aratro, si vedeva la terra farsi negra e lucente; e per l’aria vibrava l’odore acre e putre de le radici e dei bulbi scoperti al sole: come il trifoglio vi crebbe di maggio co’ suoi pennacchi rossi, e come alta fiorì la spica!

Ma quello che è più, o G. Giacomo, non abbiamo veduto giungere i cursori del fisco, come tu temevi, a sequestrare i raccolti, perchè non si poterono pagare le imposte; nè il tuo figliuolo ha venduto la tua villa a qualche ricco signore di latifondi, di quelli che non vengono mai a riconoscere e salutare le loro terre, ma vivono lontani da esse e le abbandonano in balìa d’un castaldo qualsiasi; e nemmeno fummo occupati da quella nuova gente la quale vuole che la terra non abbia padrone nè erede, ma sia cosa sociale e di tutti: non vennero con ischiere di operai e di lavoratori ad affaticarci con macchine ed ordigni nuovi e strani, domandando, con più intensa coltivazione, che noi produciamo maggior frutto; null’altro chiedendoci che il frutto.

Ma tu, o padrone, ti accontentavi di ciò che noi ti davamo, perchè semplici erano i tuoi bisogni, e ci lasciavi in pace fremere coi venti e fiorire col sole; e noi in ricambio non solo ti fornivamo la mensa e riempivamo la cantina ed il celliere, ma ti davamo qualche cosa di più, perchè vivevi fra noi e ci amavi; ti davamo molta salute, lietezza e serenità di spirito.

No, la nuova gente non è venuta a turbarci: il bifolco e la sua famiglia si raccoglie, quando il verno è grande, ne le stalle e ragiona de le buone cose antiche; fioriscono i tetti di rondini in primavera, e la Madonna, nel mese di maggio, passeggia ancora pei campi, e fa alta la spiga ed odoroso il tralcio; ancora il fumo ed il fremito de le macchine non ci offesero; ma i buoi, trascinando l’aratro, empiono del loro mugghio il gran meriggio e le donne lavano presso la riviera e tornano a casa con le erbe monde per la cena.

Così e di molte altre cose ancora novellavano le piante, ma quello spirito doloroso non si fermò, nè diede ascolto a gli amorosi richiami, perchè più gravi cure lo sospingevano a quel suo novissimo viaggio.

Capitolo II

G. Giacomo era nato in sul principio di questo secolo in una di quelle antiche città del Regno Pontificio, ove l’accidia e l’ortica crescono rigogliose anche oggidì, benchè la vaporiera vi passi da presso tutta sonora col suo gran cimiero di fumo: città che, poste su la via Flaminia, ebbero un’importanza militare e politica ai tempi di Roma; ed anche ne l’età di mezzo vantarono gloriosi ricordi ne la storia de le libertà municipali.

Anzi quella che fu patria di G. Giacomo era ricca di molte leggende amorose ed eroiche; ed aveva, oltre ad un arco eretto in onore del divo Augusto con metope e capitelli dorici di squisita fattura, anche un tempio rettangolare, mirabile opera de la metà del secolo XV.

Lo avea ideato un giovine e selvaggio guerriero, signore di quella terra, il quale era così ebbro de la primavera del rinascimento pagano, che si diceva del sangue de gli Scipioni, ed ereggendo quel tempio, lo volle costrutto secondo il più puro ordine dell’architettura romana e dentro vi facea scolpire simboli e deità pagane, e chiamava poeti ed architetti a la sua corte. Fra un delitto e una battaglia, trovava tempo di poetare ne lo stile del , ed avea fatto inalzare un gran castello di cui oggi rimangono solo due torrioni ad uso di carcere. Allora dunque, in quello scorcio di medio evo, la città dovea risonare di canti d’amore, di cavalcate di gente d’armi, di tornei, di belle e forti opere, mentre il tempio si cingeva di candidi marmi. Ma poi quando la città fu congiunta a gli Stati de la Chiesa, anche quest’ultimo rigoglio di vita ebbe fine.

Il tempio, in certe sue arche di travertino, rinchiuse i poeti, gli scultori, i guerrieri, le belle donne che furono a la corte di quel principe; e le teste de gli imperatori romani, sporgenti fuori da le metope dell’arco d’Augusto, per lungo volgere di anni si cinsero di parietarie e invano attesero che per la via Flaminia giungessero clangori di tube e di litui o apparissero insegne di guerra.

Una grand’aura di morte si stese su quella città, ed i marmi dei monumenti aveano un bel durare contro il cancro del tempo, che da essi spirava solo tristezza di memorie ed oblio; anzi, ricordando un passato glorioso, facevano maggiormente sentire il tedio dell’inutile ora presente. Ma per buona sorte fuori da le mura si stendevano ubertosi piani e colli e il mare luceva davanti: buone cose de la natura da cui spira primavera eterna.

Che il governo pontificio fosse in parte cagione di quello stato torpido di coscienze e di cose è fuori di dubbio: vero è però che gli animi, o affaticati ed esausti da la antica operosità, o per altre cagioni che, sfuggendo all’analisi si sogliono denotare sotto il mistico nome di fatalità storica, fatti proclivi ad una certa immobilità, ritrovavano inconsciamente in quel governo qualche cosa di confacente ed affine a la loro superstiziosa inerzia.

Io poi penso anche che troppe erano le memorie e le tradizioni del passato, le quali impedivano di andare spediti per nuova via; troppa la gloria antica perchè i più eletti non se ne innamorassero così da sembrare vana qualunque altra gloria conquistata per altro mezzo, troppi infine i monumenti che sembravano stare lì a testimoniare la fragilità di ogni impresa umana, tal che valga la pena d’incominciare la vita con rinato vigore.

E così fuggivano gli anni, e avveniva che di tutto il rinnovarsi scientifico e filosofico di queste ultime età, appena qualche eco giungeva ai confini di quelle antiche mura; ed anche il progresso materiale ne gli usi de la vita vi si infiltrava a stento, impedito come era, oltre che da le dette cause, da inveterate costumanze le quali non erano però prive di quella certa dolcezza che dà l’abitudine, specie a chi non sente nè l’intenzione nè il bisogno di novità. Vi era passato, è vero, folgorando il genio di Napoleone; ma poi tutto era tornato come prima, non altrimenti che le acque si rin- chiudono quando la nave da la furia del vento e de le vele fu trasportata oltre.

Dette queste cose, non sarà difficile avere sottocchio l’aspetto di questa città, poco dopo la restaurazione, quando G. Giacomo era giovinetto.

Oltre ai monumenti su ricordati, v’erano molti bei palazzi quadrati e neri, con grosse porte di quercia ferrate; e vi abitava una nobiltà, parte di antico casato, parte creata dai pontefici, tutta del resto untuosa ed austera ne le pratiche esteriori de la religione e ligia al governo.

Il più del tempo lo trascorrevano in quei loro palazzi; d’autunno in villa sino a S. Catterina, ed ora molto se qualcuno si moveva per andare qualche mese a Firenze od a Roma.

Poi veniva una classe numerosa, che oggi va scomparendo, di famiglie che possedevano due o tre piccoli fondi tutt’al più: vivevano, del reddito di quelli, una vita modesta e monotona, ma libera da la schiavitù del lusso e de gli impieghi, cui oggi è soggetta la piccola borghesia. Abitavano vecchie case che si tramandavano di padre in figlio, dove i mobili avevano tutto il tempo di cadere rosi dai tarli, senza che altri li rimovesse dal loro posto. La più parte di quelle case avevano un orticello, dove si piantava il prezzemolo, il rosmarino, il radicchio per l’uso giornaliero de la cucina; la lavanda a profumare i teli di lino ne le grandi arche; qualche cespo di garofani e d’erbarosa; ed in taluni di quegli orticelli v’era anche un pergolato di gelsomini o una vite d’uva moscadella o un bell’albero fruttifero. Case ben fornite di tutto ciò che è necessario a la vita: d’autunno vi si macellava un grosso porco e lo vi si conciava, tanto che le travi del celliere scomparivano sotto le file dei salami, de le vesciche di strutto, dei prosciutti e dei festoni di salsiccia. Il podere poi forniva il grano per fare il pane e le frittelle, il vino ed il vinello, l’olio che si riponeva in certe grandi olle di terra.

E non mancavano i capponi ne la stia ad in- grassare pel Natale, le sorbe a maturare su la paglia, la lana ed il lino a far sognare le fanciulle; che lavorando il loro corredo ne’ lunghi meriggi o a le notti d’inverno, vagheggiavano il tempo quando il babbo avesse condotto in casa un buon giovane, col timore di Dio e con qualche po’ di roba al sole, per essere lo sposo loro e così diventare padrone di casa e massaie, come la mamma e come l’ava.

Il ceto poi dei lavoratori in genere era assai esiguo, tanto quanto era richiesto dai bisogni de la vita: buona gente astretta a le classi nobili o ricche per vincolo di riconoscenza, per speranza di benefici o per timore di occulte persecuzioni; uomini e donne accostumati a far andare la coscienza su le rotaie de la vecchia morale d’uso, ed a vivere sotto la custodia dei dogmi.

Lo stesso agitarsi de le sette ed il loro diffondersi proveniva piuttosto per odio politico, per consenso dal di fuori, per bisogno di lotta ne’ più audaci che da convincimento di coscienze rinnovate e desiderose d’ideale libertà: per queste cause e per essere l’opera loro occulta o ferocemente re- pressa ben poco predominio avevano su l’universale, e, se pur di frequente turbavano o atterrivano, non valevano però a infondere nuova vita a quella morta città.

Le vie erano selciate di ciottoli a punta, radi e sconnessi, e ne gli interstizi vi prosperava la gramigna ed il vetriolo, o si coprivano di gialla lebbra. Solo il dì del mercato quelle deserte vie si popolavano alquanto de la gente che veniva dal contado: baroccini e carrettelle, pesanti barocci, gementi sotto il peso de la legna, de’ foraggi, de le biade, de le botti del vino nuovo; e li trascinavano grandi, solenni e candidi buoi, che col loro muggito destavano l’eco assopita di quelle contrade. Il resto de la settimana, anche nei giorni rosei di primavera, era molto silenzio e tristezza. Passava qualche carrozza signorile, le tendine calate, con de’ cavalli slombati, un cocchiere barocco a cassetta: era qualche gentildonna che usciva al passeggio o si recava a la chiesa. Compagnie di preti ne passavano sovente; ed i vesperi lunghi erano quasi ogni dì rotti da la nenia dei funerali o da la pompa de le processioni. Sul fare poi de la sera, per la benedizione, pe’ tridui all’uno o all’altro santo, le chiese erano tutte aperte, e per le tenebre crescenti si vedeva in fondo a le lunghe navate un tremolare di candele su per l’altare maggiore; e nell’aria cheta montava un profumo di turiboli acre d’incenso ed un gemito di preghiere che salivano nell’inno del rosario e si abbassavano profonde e cadenzate nell’ave-maria. Poi un prete si levava alto ne la sua stola a benedire tutta quella folla nera di popolo che rispondeva con nuovo e più accorato bisbiglio di sommesse preghiere. Uscivano dal tempio, scantonavano lungo le vie e ritornavano a le case loro.

Batteva quindi l’ora di notte; ai crocicchi s’accendevano alcune lampade ad olio e sino all’alba era silenzio, rotto di quando in quando dal passo cadenzato dei gendarmi pontifici o dall’andar frettoloso di qualche borghese che ritornava da una veglia preceduto dal famiglio con la lanterna.

A quel tempo G. Giacomo era un buon abatonzolo nel seminario arcivescovile e vi studiava filosofia e un po’ di teologia. Alto, tarchiato, con un faccione tutto a bitorzoli e peluria nascente fine fra certi peli già irti e maturi, senza una fisonomia decisa, anzi con una fisonomia apertamente brutta, come sogliono avere in gran parte i giovani di quell’età, in cui l’adolescente muta pelle e diventa uomo. Aveva certe gambe polpacciute che si vedevano i muscoli guizzare sotto le calze di bavella nera; due piedacci che andavano qua e là senza garbo ne le loro scarpe basse e scalcagnate con la fibbia d’argento. Una sua zia (la mamma gli era morta da un pezzo) gli teneva a sesto il corredo e gli faceva per l’inverno certi manichini di grossa lana nera ed oleosa, da cui saltavano fuori due manacce nocchierute ed ispide, e parevano più atte a reggere la vanga che il torchietto in coro. Del resto nessuno più di lui era valente a cantar salmi ai vesperi o a la messa cantata, con la sua bella cotta crespa ed inamidata.

Bei giorni de la giovinezza! pieni di fede nel Signore Iddio, e di opere forse inutili, ma sane e semplici e che non producono poi il tormento de lo spirito e la lebbre de le ansiose ricerche! Da la cupola di quel tempio che ho ricordato, piovevano i raggi del tramonto, che s’incendiavano attraverso i cortinaggi scarlatti ed i vetri istoriati; i ceri fiammeggiavano alti fra le spire dell’incenso; i canonici pingui ne gli stalli del coro intonavano i salmi con certe voci che parevano gemiti di contrabassi o miagolii di gatti in amore, e vi rispondevano gli adolescenti seminaristi con più vivo e lieto canto. E quando cessavano le preghiere, ne la raccolta adorazione del Sacramento, si udivano scoppi e trilli di rondini che nidificavano sotto i cornicioni del tempio solitario.

Dopo cantato vespero, si ponevano in capo il tricorno, si cingevano con una bella fascia vermiglia ed uscivano a spasso fuori de la porta che guarda il monte. Andavano in un bel prato, e lì giocavano a rincorrersi, a nascondersi dietro i cespugli, o a finte battaglie fra i Romani ed i Cartaginesi; e che pugni fissi menava allora G. Giacomo, e come i Mauri ed i Numidi si ritraevano in isconfitta sotto l’impeto giovanile dei militi romani!

La sua coltura era povera cosa: quella che s’imparava ne’ seminari d’allora; ed egli attendeva con passiva e volonterosa obbedienza a quello che gli insegnavano i maestri, senza stare a discutere seco stesso o con altri se fosse utile, vero o completo quello studio.

Era anzi divenuto un buon scolaro di retorica e scriveva i suoi latini con una certa rotondezza di frasi che pretendevano d’imitare la fine euritmia ciceroniana. Le sue argomentazioni, basate su vecchi sillogismi e che si reggevano più per il legame dei periodi che de le idee, le interrogazioni infarcite di utrum, di ne, di quid, i giri dell’orazione che terminavano con un bel esse videatur in fondo, riscotevano il plauso de’ condiscepoli e la lode dei maestri. E si leggeva molto latino in quelle lunghe ore di scuola: scuole vecchie e si- lenziose, anch’esse piene di santi e con un certo lezzo ascetico di sacrestia, di libri antichi e di fiori avvizziti.

Ma due cose piene di vita vi penetravano: il sole folgorante e ridente pei finestroni, ed il canto dei poemi di e di . Oggi questi e simili autori si leggono o per esercizio di critica o per intesservi dissertazioni filologiche, o piuttosto anche perchè certe viete abitudini sono dure a cadere e si trascinano morte per lungo tempo: ma allora in quelle scuole, la letteratura latina si disegnava nell’atteggiamento vivo e commosso di un canto nazionale, che giganteggia in fondo a la storia, a cui le menti ed i sogni tendono come a speglio e che si accetta quale è, ne la sua interezza epica, senza provare il bisogno di discutere o mutilare con l’arte de la critica.

In italiano si scriveva con una certa andatura un po’ boccaccevole e fiorita, avuta assai in conto da quei maestri: e come si stendevano con gusto quei compiti, come il discorso di Veturia a Coriolano, la descrizione de la battaglia di Canne, la morte di Decio, la concione del Senato romano al console Terenzio che vinto da Annibale, per suo errore, pur avea lodi e grazie solenni per non aver disperato de la salute de la patria!

Decrepita retorica, che fa sorridere di compassione chi ancora si occupa di retorica; eppure quanta primavera di opere eroiche sbocciò al tuo raggio, oramai tramontato per sempre!

Ma dopo la storia romana, luminosa e viva, cominciavano le tenebre.

Di tutto lo svolgimento del pensiero italiano egli non avea conoscenze che scarse e confuse: non avea in mente la storia di un popolo, ma soltanto alcuni nomi di grandi poeti ed artisti; figure colossali e solitarie che stavano a sè in un tempo morto fra un popolo morto: , , , .

E di questi italiani che segnano il gran cammino de la patria ed accennano in alto, in alto ancora, egli non sapeva che il lato cristiano. Così ad esempio Dante, cui egli concepiva più come simbolo perfetto di sapienza non progressiva, piuttosto che come uomo, avea detto che l’impero di Roma era stato dall’imprescindibile volere di Dio stabilito — per lo loco santo, — sede al successore di Pietro. Il verso che così di sovente udiva ripetere — state contenti, umana gente, al quia, — era di : cantò la Vergine in una sua canzone, alata come un inno, commossa come una preghiera, fragrante e luminosa come l’aurora che sorge: , nell’estasi di contemplazioni divine, avea visto come veramente si trasfigurò il Signore, e elevò in terra la casa di Dio.

E però le rivoluzioni dei popoli e de le coscienze, per quel po’ che ne sapeva, gli parevano come aberrazioni delittuose e ribellantisi a leggi che erano state da Dio stesso sancite. , , , erano nomi paurosi di grandi colpevoli che avevano tentato di traviare l’umanità dal sentiero de la fede; e li metteva quasi in un fascio coi giacobini e coi carbonari di cui avea un concetto anche più confuso: tutta gente fuori del grembo de la Chiesa ed inesorabilmente dannata. Che valeva occuparsi di loro? Anche il pregare sarebbe stato inutile, perchè erano in luogo di eterna perdizione.

Ma ciò che sapeva a meraviglia era tutto il vec- chio arsenale dei dogmi e de le superstizioni, che la miseria dell’intelletto fa germogliare come lebbra su l’albero felice de la fede, così che questo e le sue frondi d’eterno verde più non si scorgono. Conosceva tutte le pene dell’inferno e le gioie del paradiso; per quali opere l’uno si acquista, l’altro si perde; i giorni dei tridui, de le novene, le preghiere, gli scongiuri e via dicendo.

Queste cose sapeva G. Giacomo quando fioriva la sua giovanezza fra le mura nere del seminario, e così press’a poco s’insegnava, mentre altrove, ne le settentrionali terre dei Cimeri, un risveglio immenso di nuovi studi, frementi di vero, batteva la gran diana a le coscienze torpide ed avvinte ancora al sogno del passato.

Ma di quel suono niun’eco giungeva ai confini di quelle città antiche; dove pur si leggeva serenamente di che sta seduto all’ombra del gran faggio e canta Amarillide, o di che varca il Rubicone; e il sole radiante pe’ bei campi e i monumenti e i luoghi, testimoni dei fatti, facevano quasi sembrare ancor vive quelle passate leggende.

Capitolo III

Quando G. Giacomo finì gli studi di filosofia nel seminario, avea circa vent’anni: allora si spogliò de la sua sottana nera, del tricorno e de la bella fascia rossa di abatino; e la zia ripose con gran venerazione quegl’indumenti in un cassone con molti acini di pepe perchè fossero preservati dai tarli.

Il babbo che era notaio e viveva con quella sorella in una sua casetta, fece grande festa per il ritorno del caro figliuolo; e perchè in quel tempo era morto il suo scrivano, così il giovane ne prese il posto e passava gran parte del giorno a stendere inventari e a copiare rogiti.

La zia badava a la cucina, al pollaio, a la cantina, a fornire d’olio le lampadine ai santi, a regolare i pesi dell’orologio a muro ne la stanza da pranzo, a rammendare la biancheria ed a farne di nuova — e ne avea riempite certe arche di rovere da fare invidia a qualsiasi massaia; e diceva al fratello:

— Questo tuo ragazzo dovrà pure prender moglie ed allora sarà bene che abbia quanto è necessario per la casa.

Ma il babbo che si sentiva oramai pesare gli anni addosso, disse un bel giorno al figliuolo che sarebbe stato bene che fosse andato a Bologna a studiar da notaio: essere stanco ed avanti con gli anni e lui poter proseguire onoratamente la professione paterna. G. Giacomo rispose di sì: avrebbe studiato a Bologna; ed ottenuta la laurea di notaio e ritornato in paese, sarebbe vissuto in quella casetta: poi, morto il babbo, egli si sarebbe seduto su quel seggiolone di cuoio a stendere rogiti, fra quelle pareti coperte di scaffali, di libri tarlati e di scartafacci ammuffiti. La sera sarebbe andato a fare le sue chiacchiere a la farmacia e il vecchio tino avrebbe anche per lui stagionato il vino per l’annata, mentre l’orologio non cessa di battere il suo tic-tac monotono, ne la pulita stanza da pranzo, odorosa di mele cotogne che fanno bella mostra di sè ne le vetrine de la credenza.

Era già tutto pronto per il viaggio: la biancheria, gli abiti, i libri. Un lontano parente che dimorava appunto a Bologna, avea risposto ad una lettera mandata prima dal babbo, che gli sarebbe stato assai caro ospitare il giovane, anzi ne avrebbe tenuto conto come d’un figliuolo, ed aggiungeva che da quel momento metteva a sua disposizione una cameretta con tutto il bisognevole: ed erano state fatte le raccomandazioni e gli avvertimenti d’uso, e non mancava altro che stabilire il giorno ed il posto su la corriera; quando in una sera di novembre la signora Claudia (così si chiamava la zia) stava allestendo la cena e coceva sul focolare, ad una bella brace grande di sarmenti, in un caldaio, un cavolo, e G. Giacomo conversava con la buona zia e si scaldava ora il dosso de le mani ora la palma a quella fiamma, perchè il dì era stato rigido e nebbioso.

Avea la donna ammannito il soffritto con l’olio per condire quel cavolo; poi avea apparecchiata la tavola ed accesi i tre becchi d’una lucerna, quando l’orologio che batteva il suo tic-tac, s’arrestò un istante e scoccò le ore dieci. Allora disse: — Va mo’ a vedere che cosa fa tuo babbo, giù ne lo studio. A quest’ora è sempre su in cucina a curiosare che si fa da cena.

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